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ATTENZIONE: IL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA E' MOMENTANEAMENTE CHIUSO PER L'INNALZAMENTO DELL'ACQUA DELLA FALDA SOTTOSTANTE IL SITO
IL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA (Via Polveriera a Nola a
800 metri dall'uscita autostradale di Nola direzione Saviano)
è aperto tutte le domeniche (tranne in caso di pioggia)
dalle 10.00 alle 13.00 - Gli altri giorni su prenotazione
Info: Meridies -
IL CLUB AMICI DEL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA: dai una mano
a Meridies e al Villaggio Preistorico di Nola. Offerte e donazioni
sul c.c.p.14811806
IL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA (la Pompei della Preistoria)
Il
Villaggio Preistorico di Nola, la cosiddetta Pompei della
Preistoria, è uno straordinario sito archeologico dell'Età
del Bronzo Antico, seppellito dall'eruzione del Vesuvio detta
delle Pomici di Avellino (1860-1680 a.C.). L'eccezionalità,
unica al mondo, del ritrovamento di Nola è dovuta al
fatto che le capanne, sepolte dall’eruzione vulcanica,
si sono conservate attraverso il loro calco nel fango e nella
cenere che le ha inglobate, sigillando anche tutte le suppellettili
che si trovavano nelle stesse al momento del disastroso evento.
Per la prima volta è stato così possibile comprendere
la forma che avevano queste costruzioni, l'orditura dei tetti
e la carpenteria e quale organizzazione avessero dato gli
abitanti agli spazi delle abitazioni, nello svolgimento delle
attività di ogni giorno. E' una straordinaria fotografia
di una laboriosa comunità preistorica cancellata dalla
forza distruttrice del Vesuvio.
THE PREHISTORIC VILLAGE IN NOLA (THE POMPEII OF THE
PREHISTORIC AGE)
The
Prehistoric Village in Nola, the so called Pompeii of the
Prehistoric Age, is an extraordinary archaeological site of
the Ancient Bronze Age, buried by the eruption of Vesuvius,
also called eruption of the Pumice Stones of Avellino (1860-1680
b.C.). The rarity, the only in the world, of this discovery
in Nola is due to the fact that the huts, buried by the volcanic
eruption, have kept thanks to their mould in the mud and in
the ash which has covered them, also sealing all the furnishings
which were in them at the moment of the ruinous event. For
the first time it has been possible to understand the shape
of these buildings, the warp of the roofs and the carpentry
and which organization the inhabitants gave to the house spaces,
in the carryng out of the daily activities. It’s an
extraordinary image of a prehistoric industrious community
destroyed by the destructive force of Vesuvius.
LE VILLAGE PREHISTORIQUE DE NOLA (LE POMPEI DE LA
PREHISTOIRE)
Le village préhistorique de Nola,
le soi-disant Pompéi de la préhistoire, est
un extraordinaire site archéologique de l’Âge
du Bronze Ancien , enterré par l’éruption
du Vésuve,éruption soi-disant des « Pomici
di Avellino » (1860 – 1680 avant J.C.).
La découverte du site de Nola, unique au monde, est
exceptionelle parce que les cabanes, enterrées par
l’éruption volcanique, se sont conservées
à travers leur calque dans la boue et dans la cendre
qui les a englobées, couvrant même tous les ustensiles
qui se trouvaient à l’intérieur au moment
du désastreux évènement.
Donc, pour la première fois, il a été
possible de comprendre la forme que ces constructions avaient,
la charpente des toits et l’organisation que les habitants
avaient donnée aux espaces des habitations pendant
le déroulement des activités de tous les jours.
C’est une extraordinaire photo d’une laborieuse
communauté préhistorique effacée par
la force destructive du Vésuve.
L'ARTICOLO TRATTO DA TEPHRAS (LES DOSSIER DE L'ARCHEO-LOGIS) 1 - 2001 (di C. A. Livadie, N. Castaldo, G. Mastrolorenzo, G. Vecchio)
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NOLA
QUATTROMILA ANNI FA'
IL VILLAGIO DELL'ETA' DEL BRONZO ANTICO DI NOLA DISTRUTTO
DAL VESUVIO (1800-1600 a.C.)
ENGLISH VERSION -
Atti del convegno
di Ravello
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli
e Caserta
Comune di Nola - Settore BB.CC.
(Testi
di Giuseppe Vecchio, Claude Albore Livadie, Nicola Castaldo)
L'ERUZIONE COSIDDETTA DELLE "POMICI DI AVELLINO"
È senza dubbio la più importante eruzione di
tipo pliniano della storia del Somma-Vesuvio insieme a quella,
più famosa, avvenuta nel 79 d.C. che distrusse Pompei,
Ercolano e Stabia.
L'eruzione è denominata delle "Pomici di Avellino"
dalla direzione prevalente di caduta dei lapilli, che avvenne,
appunto, verso Avellino.
Il materiale eruttato (blocchi, lapilli e cenere vulcanica)
si depositò su un'area di circa 2.000 chilometri intorno
al vulcano.
Queste furono le fasi principali dell'eruzione.
La fase iniziale, altamente esplosiva, fu caratterizzata da
una gigantesca colonna di gas e particelle vulcaniche, che,
per alcune ore, si stabilizzò fino a circa 25 chilometri
di altezza, per poi elevarsi fino a 36 chilometri. I venti
prevalenti alle alte quote spinsero la colonna verso Nord-Est,
provocando una pioggia di ceneri e lapilli (questi ultimi
prima bianchi e poi grigi), particolarmente intensa nell'area
di Nola ed in quella tra Avellino e Benevento, dove cadde
circa 1 metro di pomici.
In una fase successiva si ebbe un cambiamento nella meccanica
dell'eruzione: la colonna ebbe un collasso, formando dei "flussi
piroclastici" che scorrendo al suolo ad elevata temperatura,
si riversarono nelle zone poste immediatamente sotto la bocca
del vulcano. Subito dopo si ebbero esplosioni violentissime:
nubi di vapore e particelle di magma (surge piroclastico)
si propagarono ad elevata velocità verso Nord e Nord-Ovest,
per circa 25 chilometri, lasciando depositi di ceneri nelle
zone tra Napoli, Marigliano e Casoria.
La fase più violenta dell'eruzione durò circa
12 ore e ricoprì le pianure intorno al vulcano e parte
dei rilievi montuosi dell'Irpinia, causando un brusco arresto
della vita e distruggendo tutti gli insediamenti umani esistenti.
L'eruzione, sulla base di misure di datazione radiocarbonica
eseguita su carboni e resti ossei, è stata datata tra
il 1880 ed il 1680 a.C.
I "FUGGIASCHI" DI SAN PAOLO BELSITO
Durò circa 12 ore la fase più violenta dell'eruzione
ed è probabile che, fin dall'inizio del suo manifestarsi,
gli abitanti dei villaggi della zona si siano dati alla fuga.
Nel corso di una esplorazione archeologica condotta nel 1995
a San Paolo Belsito, in località "La Vigna",
a circa 16 chilometri dal vulcano, vennero riportati alla
luce gli scheletri di due individui, uazn uomo ed una donna,
vittime dell'eruzione.
La pioggia di ceneri e di lapilli che si riversava su tutta
l'area, accompagnata da scosse di terremoto, spinse l'uomo
e la donna fuori dalle loro capanne. Terrorizzati dalla gigantesca
colonna che si elevava dal cono del vulcano, avvolta da lampi
e bagliori, mentre risuonavano boati terrificanti, i due individui
si erano allontanati dalla loro abitazione, disorientati dal
buio che era calato, come se fosse notte.
La fuga era resa difficile da cadute sulla spessa coltre di
pomici che si era formata al suolo, nella quale sprofondavano
ad ogni passo, mentre i lapilli continuavano a piovere incessantemente.
Spinti dalla stanchezza, in preda al terrore e con principi
di asfissia per la parziale occlusione delle vie respiratorie,
si trovarono intrappolati nella boscaglia.
Con le mani sul viso, istintivamente, cercavano di proteggersi
dalle pomici e dai frammenti lavici che li colpivano, cadendo
dal cielo con grande velocità (circa 125/170 km/h).
I loro corpi furono ricoperti in poche ore da circa un metro
di pomici e lapilli.
La stessa fine fecero con tutta probabilità gli abitanti
del loro villaggio e di tutti gli altri insediamenti posti
ad Est-Nord-Est del vulcano, nel raggio d'azione dell'eruzione.
E' verosimile invece che gli abitanti di zone più distanti
si siano potuti salvare.
A conclusione dell'evento eruttivo, tutto il paesaggio era
completamente trasformato.***L'esame dei resti umani ha fornito
preziose informazioni sulla vita dei due individui rinvenuti.
La donna aveva circa 21 anni, era piccola (circa m. 1,50 di
altezza) e robusta, e aveva già messo al mondo alcuni
figli (tra i 3 e i 5).
L'uomo aveva una età compresa tra i 40 ed i 50 anni,
ed era alto (circa m.1,70), robusto e muscoloso. Cominciava
a soffrire di artrosi, soprattutto alle ginocchia e ai piedi.
Sapeva fare molti lavori.
Entrambi dovevano avere avuto una adolescenza un po' dura,
come fanno ritenere il rachitismo sofferto dall'uomo e nella
donna alcune lesioni dello smalto dentario, dovuta a periodi
di debilitazione e di stress nel periodo della crescita o
a malnutrizione.
La presenza di carie indica inoltre che la dieta alimentare
prevedeva il consumo di amidi cotti, come i cereali.
Nell'uomo, l'esame delle ossa sembra suggerire lo svolgimento
di una notevole attività fisica e di un uso intenso
degli arti inferiori, mentre altri elementi indicano, per
entrambi, l'uso costante della postura accovacciata.
L'ETÀ DEL BRONZO ANTICO (seconda metà
III millennio a.C. XVII secolo a.C.)
Viene chiamata "Età del Bronzo" quel lungo
periodo in cui questo metallo acquista un ruolo importante
nella società, favorendo le produzioni artigianali
ed agricole.
Durante tale fase (che convenzionalmente va dal 2300 a.C.
al 1000 a.C.) si formano nei gruppi, degli "status"
differenziati, legati alla nascita, e si creano dei contesti
sociali nei quali si vanno accentuando le ineguaglianze.
L'Età del Bronzo viene divisa in quattro fasi successive,
indicate come Antica, Media, Recente e Finale, la cui durata
e cronologia sono variamente definite dagli studiosi.
L'Età del Bronzo Antico in Campania è caratterizzata
dalla "facies culturale di Palma Campania", così
chiamata dalla località in cui avvennero i primi rinvenimenti,
cui avrebbe posto fine l'eruzione delle Pomici di Avellino.
Le origini di tale cultura del Bronzo Antico, secondo alcuni
studiosi, sarebbero da ricercare nelle precedenti civiltà
dell'Età Eneolitica (in particolare nella facies di
Laterza), mentre, secondo altri, sarebbero da ricollegare
anche al mondo elladico ed all'espandersi di culture egee
nella zona tirrenica, che seguirono lo stanziarsi degli Eoli
nelle isole omonime.
Ma quale era la situazione nelle regioni campane a quell'epoca?
IL CLIMA
Il periodo di sviluppo della facies di Palma Campania coincise
con una delle fasi climatiche aride più pronunciate
dell'Olocene, caratterizzata da una forte attività
del sole, abbassamento del livello delle acque e clima più
caldo. Rispetto al quadro odierno, le temperature erano più
fredde d'inverno e molto più basse delle attuali in
primavera, calde d'estate e molto più alte in autunno,
che era il periodo di massima insolazione.
La prossimità di punti da cui attingere l'acqua doveva
essere un requisito necessario all'impianto ed alla durata
di un villaggio.
Anche l'allevamento del bestiame era condizionato, durante
la primavera, dal freddo che imponeva cautela nei confronti
dei nuovi nati e il probabile stazionamento in ricoveri a
bassa quota; necessario, invece, doveva essere lo spostamento
delle mandrie verso i pascoli d'altura, durante la calura
estiva e
soprattutto autunnale, quando in pianura le piante erano rinsecchite
e diventava difficile reperire l'acqua, per l'abbassamento
della portata dei fiumi e delle falde acquifere.
L'ambiente, comunque, si presentava molto aperto, con praterie
e pascoli umidi nelle pianure e sui clivi collinari, dove
si estendevano anche boschetti di ontani, faggi e querce,
mentre sulle alture crescevano pini e betulle.
La presenza di alberi di nocciolo, fico domestico e mandorlo,
che fornivano frutti commestibili e l'estendersi sempre di
più di colture di cereali è indice dell'espandersi
delle attività agricole degli antichi abitanti dell'Età
del Bronzo, che modificarono l'ambiente naturale.
GLI INSEDIAMENTI NELL'AREA NOLANA
La maggiore disponibilità di cibo, favorita dal progresso
dell'agricoltura e dell'allevamento condusse, con tutta probabilità,
ad un aumento demografico, testimoniato da un numero notevole
di siti (ne sono stati finora individuati oltre quaranta).
Se guardiamo ai risultati delle indagini che si vanno conducendo,
prima dell'eruzione di Avellino, la zona nolana presentava
un assetto del territorio caratterizzato da numerosi insediamenti,
tra loro collegati da vere e proprie strade in terra battuta,
percorse da carri; vi erano inoltre ampie estensioni di territorio
divise e destinate all'agricoltura specializzata.
Diversi erano i tipi di insediamenti: alcuni nelle pianure
alluvionali, su piccole alture e altri nelle aree collinari.
Nelle pianure si trovavano abitati permanenti con un'agricoltura
legata allo sfruttamento dei terreni fertili e con aree utilizzate
per il pascolo; sulle colline l'economia si presentava con
forme miste, mentre sulle alture, meno adatte alle colture,
doveva essere soprattutto di tipo pastorale e stagionale,
con inse-diamenti provvisori.
La disposizione di alcuni insediamenti presuppone che alcuni
centri esercitassero un controllo sulle aree su cui si muovevano
le comunità e che ci fosse, quindi, una gerarchizzazione
dei siti.
E' molto probabile, infatti, che gli insediamenti posti in
pianura (Saviano, Nola, Palma Campania), ubicati in posizioni
privilegiate vicino a corsi d'acqua e lungo percorsi naturali,
lungo i quali si svolgeva la transumanza, o in prossimità
di snodi viari o di valichi, fossero dei centri maggiori e
più importanti e che, quindi svolgessero una rilevante
funzione per lo scambio e per le comunicazioni.
Gli abitati finora individuati, in genere, non presentano
opere di difesa create dall'uomo, né sono siti in luoghi
dotati di difese naturali: il che potrebbe essere indice di
un equilibrio socio-politico, esente da tensioni o conflitti.
L'INSEDIAMENTO DI PALMA CAMPANIA
L'insediamento, ritrovato nel 1972, durante i lavori di costruzione
dell'autostrada Caserta-Salerno, ha dato il nome alla facies
culturale del Bronzo Antico in Campania e ha aperto la via
alla ricerca su tale periodo.
I lavori di sbancamento misero in luce, al di sotto degli
strati dell'eruzione delle Pomici di Avellino, i resti di
una capanna, con un cospicuo numero di vasi (circa 130), posti
gli uni accanto agli altri o impilati.
Si trattava di recipienti dalle forme molto varie, di impasto
(ovvero di argilla non depurata), eseguiti senza l'ausilio
del tornio.
Numerose le tazze (circa 80) di varie dimensioni e fogge,
ma anche sostegni a clessidra, brocche, boccali, scodelle
e grandi contenitori, come olle ovoidali e biconiche.
L'ingente numero di vasi ha fatto supporre all'epoca che si
trattasse di un deposito di vasaio: sulla base dei recenti
rinvenimenti si rinforza invece l'ipotesi che i resti messi
in luce fossero da riferire alla dispensa di una grande capanna
e che l'insediamento fosse abbastanza vasto e articolato.
L'INSEDIAMENTO DI MONTE FELLINO PRESSO ROCCARAINOLA
Un
rinvenimento casuale portò in luce nel 1976 un gruppo
di vasi d'impasto (42 vasi) sotto l'eruzione delle Pomici
di Avellino.
Il luogo del ritrovamento, posto tra due corsi d'acqua, domina
la pianura campana a circa 150 metri sul livello del mare,
occupando le pendici del Monte Fellino, che è uno dei
contrafforti meridionali dell'Appennino Campano. Si trattava
verosimilmente di una capanna, non sappiamo se isolata o facente
parte di uno stanziamento più esteso.
Le forme ceramiche sono costituite soprattutto da tazze, ma
anche da brocche, scodelle, ciotole, olle e coperchi di bollitoio.
Il materiale rinvenuto indica che l'economia era orientata
verso la produzione casearia e l'allevamento di bestiame.
L'INSEDIAMENTO DI MASSERIA TUFANO A SAVIANO
Poco si conosce delle circostanze di tale ritrovamento, avvenuto
alcuni anni fa durante i lavori di realizzazione di una costruzione:
sotto i livelli dell'eruzione di Avellino vennero in luce
una trentina di vasi di impasto, di cui è stato possibile
recuperare solo un piccolo numero.
Un particolare interesse riveste uno scodellone monoansato,
un'olla biansata biconica e un'olla quadriansata.
Il sito era posto lungo una di quelle vie naturali che collegavano
le aree allora abitate e quindi doveva rivestire una certa
importanza tra gli insediamenti campani dell'Età del
Bronzo.
IL VILLAGGIO DI LOCALITÀ CROCE DEL PAPA A NOLA
Durante i lavori per la realizzazione di una costruzione nella
località Croce del Papa, al confine tra i comuni di
Nola e Saviano, è stato individuato un villaggio dell'Età
del Bronzo Antico, seppellito dall'eruzione delle Pomici di
Avellino.
La distruzione e il seppellimento
L'eccezionalità del ritrovamento di Nola è dovuta
alla circostanza che il villaggio, alcune ore dopo l'inizio
dell'eruzione, dopo essere stato già ricoperto da circa
un metro di pomici e da una pioggia di ceneri, fu investito
da un'alluvione fangosa che, penetrata all'interno delle capanne,
ne inglobò le strutture. Il fango ha effettuato un
vero e proprio calco delle strutture in legno e paglia, riempiendo
anche le suppellettili che vi erano sistemate, come i vasi
ed i forni.
Gli oggetti più pesanti rimasero al loro posto appoggiati
a terra; altri invece furono capovolti o cominciarono a galleggiare
nella massa fangosa, spinti verso l'alto; quelli appesi alle
pareti restarono bloccati.
Il calco che si era formato ha fatto sì che numerosi
dettagli siano ancora perfettamente leggibili, come i fasci
di paglia o di giunchi che ricoprivano le pareti esterne o
come i tessuti.
Per la prima volta è stato così possibile comprendere
la forma che avevano queste costruzioni, l'orditura dei tetti
e la carpenteria e quale organizzazione avessero dato gli
abitanti agli spazi delle abitazioni, nello svolgimento delle
attività di ogni giorno.
Le capanne
Le strutture abitative avevano pianta a forma di ferro di
cavallo, con l'ingresso posto nella parte rettilinea, protetto
da una tettoia aggettante; una porta, che si apriva all'interno,
permetteva di accedere all'abitazione.
Le capanne erano del tipo a due navate.
Dei pali assiali reggevano il tetto, che aveva una forte pendenza
e poggiava a terra e forse anche su dei pali più corti,
posti lateralmente all'interno della capanna.
Le pareti, oblique, erano costituite da una struttura fatta
di paletti, disposti verticalmente ogni 40 centimetri circa
e da correntini di legno posti orizzontalmente ogni 25 centimetri;
il tutto era ricoperto da fasciami di giunchi o di paglia,
forse resi impermeabili anche da strati di argilla, che giungevano
fino a terra. I paletti e i correntini erano legati da corde,
le cui tracce sono rimaste impresse nel fango.
All'interno, sui lati delle capanne, erano posti dei graticci
verticali, costituiti da rametti intrecciati, che creavano
con la parete obliqua una specie di intercapedine avente la
funzione di camera d'aria.Nella capanna più ampia (n.3)
probabilmente era stato creato un ammezzato, cui si accedeva
con una scala a pioli di legno, di cui si è trovata
l'impronta, vicino all'ingresso.
Internamente le capanne erano divise da tramezzi di legno
in due o tre ambienti comunicanti tra loro.
La zona absidale di fondo veniva utilizzata come dispensa
in cui erano disposti i grandi vasi pieni di derrate, mentre
gli ambienti centrali, con il pavimento in battuto in cui
era inserito il focolare, il forno e delle fosse (per la raccolta
dei rifiuti) erano usati come luoghi di soggiorno.
Le capanne sono di diverse dimensioni: la più larga
(n.3) è di metri 15,20 x 9x mt. 5 circa di altezza;
la più lunga (n.4) è di metri 15,60 x 4,60 x
mt. 4,30/4,50 di altezza; la più piccola (n.2) di mt.7,50
x 4,50 x mt.4,30/4,50 di altezza.
Il villaggio
Poco conosciamo ancora dell'insediamento: solo ulteriori e
più estese indagini esplorative potranno fornire dati
fondamentali per la comprensione della tipologia del sito
e per determinarne l'estensione.
Al momento si può solo affermare che le tre capanne
messe in luce facevano parte di un agglomerato più
vasto, che poteva essere composto da alcune decine di strutture
abitative.
Le capanne sono tutte orientate in direzione NO-SE ed ognuna
era circondata da un recinto che delimitava uno spazio intorno
ad esse. Dei percorsi realizzati con battuti di terra, lapilli
e pietre accostate, si estendevano all'interno del villaggio.
Le tre capanne sembrano essere site al margine di altre zone
recintate, tra cui un'area sub-circolare, verosimilmente sfruttata
per la battitura dei cereali. Un contenitore realizzato in
argilla e legno era stato utilizzato al momento dell'eruzione
per ospitare nove caprette, tutte gravide.
Ad ovest dell'abitato, all'interno di alcuni steccati dovevano
essere infine concentrati animali come pecore, mucche e maiali.
L'umidità del terreno ha conservato le impronte degli
zoccoli degli animali, vicino alle impronte di piedi nudi
di uomini, che si sono consolidate a seguito della caduta
di sabbie calde e lapilli.
Numerosi resti di rifiuti organici presenti negli spazi tra
le capanne sembrerebbero indicare uno scarso interesse per
l'igiene.
LE ATTIVITÀ
Quali attività svolgevano gli abitanti del
villaggio del Bronzo Antico?
Certamente vi era una complementarietà ed integrazione
tra l'agricoltura, l'allevamento degli animali e lo sfruttamento
di prodotti secondari, come quelli caseari.
Anche la caccia veniva ancora largamente praticata, come la
raccolta di frutti spontanei. L'artigianato, che in alcuni
casi, con la produzione di oggetti in bronzo, assume forme
di specializzazione, comincia a diventare anche uno degli
elementi su cui si fondava l'economia dell'Età del
Bronzo.
L'agricoltura
L'agricoltura era certamente molto praticata: ampie estensioni
di terreno erano coltivate, organizzate in lunghi appezzamenti,
separati da divisioni e con canalette che avevano funzioni
irrigue o di drenaggio.
E' testimoniato l'uso dell'aratro, le cui origini risalgono
all'inizio del III, se non già alla fine del IV millennio
a.C., oltre all'uso di carri e di carrette. Ancora poco conosciamo
circa le specie coltivate: le analisi paleobotaniche condotte
sulle impronte di vegetali ritrovate nelle ceneri vulcaniche
e sui resti vegetali carbonizzati costituiscono un valido
completamento per le ricostruzioni del paleoambiente esistente
al momento dell'evento eruttivo.
E' documentata la coltivazione di cereali, specialmente orzo
e grano, oltre a quella dell'olivo, insieme a bacche e frutti
spontanei.
In alcuni contenitori sono state ritrovate anche delle mandorle
che dovevano pertanto far parte dell'alimentazione.
A Palma Campania è stato messo in luce, nel 1995, un
campo che presentava i segni di arature parallele con solchi
e porche, con la probabile utilizzazione di aratri trainati
da animali.
E' attestato anche l'uso di disboscamenti, volti a recuperare
terreni per pascoli o campi da coltivare ed è probabile
forse che si praticassero anche la concimazione dei terreni
con rifiuti provenienti dalle abitazioni, come sembrerebbe
far pensare l'associazione di frammenti ceramici con resti
di fauna e di altri elementi organici nella parte superiore
dell'humus.
Erano anche praticati sistemi di rotazione, che alternavano
sugli stessi suoli l'allevamento con l'agricoltura, per aiutare
la terra a rigenerarsi.
Il ritrovamento di alcune macine in pietra con dei pestelli
rimanda alla lavorazione dei cereali come una delle principali
attività domestiche.
L'allevamento
Un'altra delle attività primarie nell'economia dell'antica
Età del Bronzo era costituita dall'allevamento degli
animali. Scarse risultano le informazioni sulle specie animali
allevate: le caprette gravide rinvenute chiuse dentro una
gabbia, il cane imprigionato nell'intercapedine di una delle
capanne, le impronte di zoccoli di bovini e maiali, i resti
di pasto, le scapole di suini, riferibili a porzioni di carne
secca appese alle travi delle capanne, i quarti di vitello
chiusi in una cesta, ci hanno fornito preziose informazioni
sulle specie domestiche allevate e le diete alimentari. La
caccia
Anche la caccia doveva essere ancora ampiamente praticata
in quest'epoca e doveva fornire agli abitanti del villaggio
una fondamentale integrazione ai prodotti dell'agricoltura
e dell'allevamento. Lo indicano il ritrovamento di alcune
punte di frecce in selce ed in osso contenute in una specie
di faretra, dei pugnali e dei coltelli pure in osso, le zanne
di cinghiale, lavorate e utilizzate poi, come placchette per
confezionare un copricapo.
L'artigianato
A mano a mano che le popolazioni venivano a contatto tra loro,
si specializzavano sempre di più le tecniche di costruzione
dei manufatti e si realizzavano degli oggetti sempre più
raffinati.
E' in tale periodo che si cominciano a realizzare oggetti
metallici e la presenza di forni per la lavorazione del bronzo,
attestata da piani in concotto e da vari frammenti e scorie
di fusione, indicano la presenza nella comunità di
persone specializzate in tali lavori.
Per lo più dalle donne dovevano essere svolte alcune
attività domestiche, come la filatura e la tessitura:
la presenza di rocchetti e fusaiole nella capanne, nonché
di impronte di tessuti di lana o di lino, indicano lo svolgersi
di tali lavori all'interno della abitazioni.
Più di duecento vasi in notevole stato di conservazione,
alcuni dei quali con il loro contenuto (mandorle, farina,
spighe di grano) sono stati ritrovati nelle capanne, alcuni
ancora al loro posto, come le scodelle, le tazze e i sostegni
su alto piede disposti intorno al forno, all'interno del quale
era posta una brocca per riscaldare il cibo.
I vasi erano realizzati in ceramica d'impasto, più
o meno ben lavorata, spesso con le superfici esterne lisciate
o steccate o addirittura lucidate; quelli di qualità
meno accurata presentano una superficie opaca.
Varie le tipologie riscontrate: olle con orlo arrotondato
o a tesa, tazze di diversa grandezza carenate e non, sostegni
(che avevano verosimilmente le funzioni di mensa, per appoggiarvi
sopra scodelloni o tazze), teglie, brocche di diversa grandezza,
scodelle.
Diversamente dagli altri ritrovamenti dell'Età del
Bronzo Antico, i vasi di Nola presentano numerosi tipi di
decorazioni sia ad intaglio che graffite, spesso riempite
da pasta bianca; vengono predilette quelle con motivo a triangoli
contrapposti, con fasce campite a graticcio, con solcature
orizzontali.
Spesso la decorazione è di tipo plastico sulle pareti
dei vasi, caratterizzata da cordoni lisci, linguette o ditate
imprese; gli orli sono talora decorati con impressioni di
polpastrelli e di unghie, o con tacche impresse con una stecca.
Facevano parte delle suppellettili della casa anche quelle
in legno: sono rimaste visibili infatti le impronte di catini
di varie dimensioni, in cui è possibile riscontrare
la grande abilità raggiunta nella lavorazione del legno,
con tipologie di incastro a coda di rondine e a farfalla.
Altri tipi di cesti erano realizzati, come oggi, con paglia
e vimini intrecciati; altri con doghe di legno piatte, tenute
strette da cordoni vegetali.
Sono da ricordare infine alcuni contenitori, forse dei silos,
realizzati con rami intrecciati ed argilla.
Le credenze
Quasi nulla conosciamo delle credenze religiose degli antichi
abitanti del villaggio. Gli scavi di una necropoli dell'età
del Bronzo Antico a San Paolo Belsito effettuati nel corso
del 2000, cominciano a fornirci alcuni dati circa i rituali
funerari e le credenze nell'aldilà.
Prezioso è stato anche il ritrovamento nell'intercapedine
della capanna n. 4 dell'insediamento di Nola di una piccola
statuetta femminile di circa cm 10 di altezza, in argilla
grezza, modellata a mano.
La testa appare priva del collo e con i particolari del volto
indicati in maniera sommaria, ma efficace, mediante impressioni
nell'argilla cruda; la pettinatura è caratterizzata
da una chioma lunga, forse raccolta in una treccia o in una
coda, dietro la nuca. Il corpo è allungato, le gambe
corte e divaricate, le mani tese in avanti e quella destra,
mutila, doveva forse reggere un oggetto.
Nella figura, rappresentata nuda, sono accentuati i seni ed
evidenziato il pube. Un piccolo foro, abbastanza profondo,
praticato alla base della statuetta, tra le gambe, serviva
per l'inserimento di un'asticella che teneva in piedi il manufatto.
È probabile che la statuetta rappresenti un idolo di
culto, come farebbe anche pensare la presenza nella stessa
capanna di vasetti miniaturistici, quali un sostegno a clessidra
e una tazzina carenata.
Di particolare importanza per la comprensione di alcune credenze
è il ritrovamento, nell'ambito del recinto posto intorno
alla capanna 4, di due feti, uno di circa 6 mesi di sviluppo,
l'altro di circa 4 mesi - evidentemente due aborti - sepolti
in una olletta nella zona esterna alla capanna.
Anche il ritrovamento di un oggetto particolare, un copricapo,
costituito da placchette di zanne di cinghiale levigate e
forate, in modo che potessero essere legate insieme per creare
degli elementi penduli, che scendevano da un elemento centrale,
formato da zanne di cinghiale più lunghe, fissato forse
su una calottina di pelle, ha posto dei problemi di interpretazione.
Il reperto, ritrovato nella capanna 2, che doveva essere abitata
da poche persone, se non addirittura da un solo individuo,
ha fatto formulare l'ipotesi che si possa trattare di un oggetto
da cerimonia, che veniva indossato in particolari situazioni
o durante dei rituali, dallo sciamano del villaggio, che,
non è da escludere, poteva essere anche una donna.
IL VILLAGGIO PIÙ ANTICO
Al di sotto dei livelli del villaggio distrutto dall'eruzione
sono stati individuati i resti di un insediamento precedente,
non sappiamo ancora di quanto più antico.
Le tracce di pavimenti in concotto marginati da buche di pali,
emerse nel corso degli scavi, ad esempio al di sotto dell'aia
sub-circolare, sono infatti riferibili a capanne di epoca
precedente, poste le une in prossimità delle altre,
e aventi lo stesso orientamento delle strutture più
recenti. La ceramica rinvenuta in questi livelli presenta
una tipologia e una decorazione affine al vasellame rinvenuto
nei livelli superiori, a testimoniare che poco tempo separa
i due insediamenti.
Di notevole interesse è la presenza, in relazione a
queste più antiche strutture abitative, o addirittura
ad una fase intermedia, di alcuni forni usati per la lavorazione
del bronzo, come attesta la presenza di vari frammenti metallici
e di alcune scorie di fusione rinvenute in prossimità.
La ripresa della vita
È stato a lungo supposto che gli abitanti di tutti
gli insediamenti posti a Est-Nord-Est nel raggio d'azione
della gigantesca colonna pliniana, vista la rapidità
con la quale fu investita la regione intorno al cratere, non
abbiano avuto scampo.
La quantità e l'intensità dei materiali eruttati
e la stessa dinamica eruttiva avrebbero determinato su un
vasto territorio una interruzione della vita vegetale e animale
con effetti catastrofici sul popolamento umano. Tale inter-ruzione
sembrava decisamente più breve nelle regioni a Nord-Ovest,
a Sud e a Sud-Est del cratere, ove la sola deposizione delle
ceneri vulcaniche avrebbe consentito una più rapida
ripresa della vita nei suoi multiformi aspetti. Di contro,
si poteva supporre che l'area prossima al centro eruttivo
e la regione ad Est del Vesuvio, sulla base dei ritrovamenti
di S. Paolo Belsito e di Palma Campania, fossero state quelle
maggiormente devastate.
A Nola, però, scavi recenti hanno evidenziato, a poche
centinaia di metri dal villaggio di Croce del Papa, in località
Masseria Rossa, vicino alla caserma dei Vigili del Fuoco,
un rapido ritorno di alcuni gruppi dopo la distruzione degli
insediamenti: immediatamente al di sopra delle pomici rimaneggiate
dell'eruzione di Avellino, sono stati individuati infatti
resti di strutture abitative, di cui una sola è stata
parzialmente esplorata. La ceramica recuperata mostra una
notevole somiglianza con le tipologie della cultura di Palma
Campania; anche la capanna presentava dimensioni e tipologia
costruttiva simili a quelle di Croce del Papa.
A tal punto, importante è l'osservazione fatta dai
vulcanologi italiani R. Cioni e M. Rosi che, assieme ad una
équipe di studiosi francesi, collaborano allo scavo:
l'area di Nola è stata risparmiata dalla ricaduta devastante
delle pomici bianche avvenuta nella prima fase dell'eruzione.
Vuol dire che per alcune ore la popolazione del villaggio
ha sentito i tremori e i boati, che ha visto accumularsi sul
suolo e sul tetto delle capanne sabbie fini e ceneri ed alzarsi
per decine di chilometri, al di sopra della loro testa, la
colonna pliniana. Nelle prime sei ore circa dell'eruzione,
mentre morivano gli abitanti di S. Paolo Belsito, quelli di
Nola hanno avuto ampiamente il tempo di organizzarsi e di
fuggire portando via le cose più preziose e più
facilmente asportabili come ad esempio gli attrezzi ed utensili
da lavoro ed altri oggetti in bronzo, di cui non si è
trovato traccia all'interno delle capanne. Chi ha scelto la
strada verso Nord-Ovest, verso la piana campana, ha avuto
la vita salva. Chi è fuggito verso Palma Campania,
è stato travolto inesorabilmente dalla furia eruttiva.
CONTRIBUTI SPECIALISTICI
La peculiarità degli eventi vulcanici verificatisi
a Nola nella preistoria e che fa del ritrovamento di località
di Croce del Papa un caso forse unico, ha chiesto l'applicazione
di metodologie di scavo complesse e rilevamenti con tecnologie
avanzate.
Si è creata a tale scopo un'équipe di circa
cinquanta specialisti di varie Università ed Istituti
scientifici per lo studio interdisciplinare del sito, costituendo
un gruppo di ricerca in grado di affrontare i vari aspetti
derivanti dai ritrovamenti (archeozoologia, archeobotanica,
datazioni radiocarboniche per i resti lignei, studio dei suoli
e dei pollini, ecc.).
Si propongono di seguito i primi risultati di alcune analisi.
Dinamica di seppellimento del sito di Croce del Papa (Nola)
A cura di Raffaele Cioni e Mauro Rosi
I depositi dell'eruzione delle Pomici di Avellino sono ben
osservabili in ampie aree sulle pendici del Vesuvio ed in
un ampio areale a est-nordest del vulcano. L'eruzione inizia
con l'innalzamento di una imponente colonna eruttiva alta
fino a 30 km, che porta alla deposizione di una spessa coltre
di pomici di caduta, zonate per colore (da pomici bianche
alla base a pomici grigie al tetto), la cui dispersione è
dominata dai venti prevalenti (dai quadranti occidentali).
Questa prima fase dell'eruzione è la più importante
come volumi di materiale emesso, ed ha una durata stimata
di 6-8 ore. Essa termina con la deposizione di un sottile
livello di ceneri fini di flusso, localmente stratificate
o massive. Dopo una breve stasi, l'eruzione riprende con l'innalzamento
di una colonna eruttiva di elevata intensità, ma di
breve durata (alcuni minuti), con la deposizione di un sottile
livello di caduta. L'eruzione prosegue, poi, con un drastico
cambio di stile e l'attività è caratterizzata
dalla formazione di numerose nubi di surge e di flusso piroclastico
principalmente dispersi sulle pendici occidentali e settentrionali
del vulcano. Livelli cineritici sia di caduta che talvolta
di flusso si ritrovano, comunque, sporadicamente anche nei
settori più orientali, fino a una distanza massima
di una decina di chilometri dal vulcano. Importanti fenomeni
di formazione di colate di fango a seguito dell'eruzione,
con una imponente rimobilizzazione e ridistribuzione del materiale
deposto durante l'eruzione, sono ben evidenti sia sul vulcano
che sulle pendici del pedeappennino.
In particolare, nel sito archeologico di Nola, è possibile
distinguere alcune fasi di seppellimento corrispondenti sia
alle principali fasi dell'eruzione che alla rimobilizzazione
secondaria del materiale eruttivo.
Fase I: caduta delle pomici
I primi prodotti che si depositano nell'area di Nola corrispondono
alle prime fasi dell'eruzione. Il primo materiale vulcanico
che si deposita sulle capanne e' costituito da una sabbia
grossolana di pomici bianche e di cristalli. Il materiale
sabbioso contiene alcune pomici bianche centimetriche. Lo
spessore totale di questo strato è di pochi centimetri.
In aree più vicine al vulcano ed in un ampio areale
immediatamente a sud dell'area di Nola questi pochi centimetri
di pomici corrispondono ad un banco di spessore variabile
(in funzione della distanza dal vulcano) da pochi centimetri
a circa un metro di pomici di dimensioni centimetriche, depositatosi
in poche ore. L'area di Nola è, invece, interessata
da un forte spessore di pomici grigie di caduta, di dimensioni
centimetriche, con gradazione inversa (aumento della dimensione
media e massima dei clasti verso l'alto). Il banco di pomici
grigie rappresenta la fase più intensa dell'eruzione,
di una durata anch'essa di alcune ore. La caduta delle pomici
è costantemente accompagnata da rimbalzo e rotolamento
delle stesse sui tetti. In vicinanza delle strutture, il deposito
è formato tendenzialmente da materiale più fine,
a causa dell'effetto di allontanamento dei frammenti più
grossolani (con maggiore inerzia), conseguente al rotolamento.
Avvicinandosi alle capanne, il deposito tende ad ispessirsi
e a diventare più fine, drappeggiando le strutture.
Lo spessore del deposito di caduta non è stato sufficiente
a seppellire completamente le strutture. Alla fine di questa
fase, più della metà delle strutture, continuava
ed emergere dal campo di pomici. La pressione esercitata dalla
pomice sulle coperture avveniva uniformemente lungo l'intero
perimetro ed in modo simmetrico. Tale spinta era ben contrastata,
per una ragione di maggiore robustezza strutturali, in corrispondenza
delle absidi e delle pareti divisorie interne disposte trasversalmente
alla lunghezza delle capanne. Parziali cedimenti delle strutture
potevano verificarsi laddove la vicinanza di due strutture
tendeva a scaricare un grosso quantitativo di pomici, concentrandolo
su aree molto piccole
Il parziale cedimento della parte medio-bassa di porzioni
delle coperture puo' avere localmente causato la compressione
e la rottura di alcuni vasi collocati a terra, a ridosso del
tetto, nello spazio compreso tra il tetto e la parete interna.
Fase II: Livello di ceneri fini
Il primo strato di cenere deposto sopra la pomice grigia,
consiste di una cenere fine, non contaminata da lapilli. Esaminando
lo strato lungo tutto il perimetro dello scavo, si notano
modeste variazioni di spessore (tra 0.5 e 1 cm approssimativamente),
con gli spessori maggiori sviluppati generalmente in prossimità
delle capanne. La cenere non contiene lapilli accrezionari,
né si notano strutture vacuolari che possano suggerire
la deposizione in ambiente umido (fangoso).
Non si può escludere per questo strato di cenere una
deposizione da una nube calda, con una componente di trasporto
laterale (surge). Questa potrebbe corrispondere al deposito
di ceneri di flusso osservato a tetto delle pomici di caduta
in numerose altre sezioni stratigrafiche in prossimità
del vulcano. Non ci sono chiare evidenze che la messa in posto
di questa nube di gas e cenere, la cui temperatura non era
comunque in grado di carbonizzare o incendiare neppure la
paglia delle capanne, sia stata accompagnata da danneggiamenti
delle
capanne dovuti a spinte laterali, con senso di movimento radiale
rispetto al vulcano. L'assenza di questo strato cineritico
all'interno delle capanne, depone a favore di una sostanziale
deposizione da un flusso di debole energia oppure di un semplice
rimaneggiamento eolico della cenere.
I tetti delle capanne sporgenti sopra le pomici dovrebbero
essere stati "velati" da questo strato di cenere.
Fase III: secondo deposito di caduta
La ripresa dell'attività eruttiva dopo la fine della
fase parossistica dell'eruzione è segnalata, anche
in questo sito, dalla deposizione di un ulteriore sottile
livello di caduta di pomici grigie e frammenti litici. Lo
strato contiene abbondanti litici di lave e la granulometria
media e massima è inferiore a quella del deposto di
pomici principale. Lo strato ha spessore costante di 3-4 cm.
L'assenza di rimaneggiamenti sulla cenere della fase II suggerisce
che la deposizione dei lapilli della fase III sia avvenuta
in rapida successione alla fase II.
L'aggiunta di questo materiale non modifica la situazione
delle capanne.
Fase IV: caduta di ceneri fini e di lapilli fini alternati
a piogge
Questa fase è contrassegnata da cadute di lapilli fini
e di ceneri fangose. L'accumulo di questi materiali porta
alla deposizione di uno strato di 5-7 cm di spessore di ceneri
stratificate e indurite. Il primissimo livello sopra lo strato
di lapilli è rappresentato da un livello cineritico
fortemente indurito contenente numerose vescicole (tufo vescicolato),
con spessore costante, prodotto dalla deposizione di lapilli
fini attraverso i quali percola del fango. Gli strati che
seguono, solo a tratti ben visibili, presentano stratificazione
da piano-parallela, a ondulata per effetto di rimaneggiamenti
operati dall'acqua.
Nelle zone dove il deposito accumulato nelle fasi precedenti
dà origine a locali depressioni, si notano aumenti
di spessore delle ceneri con superfici di tetto orizzontali
dovute sedimentazione in ambiente acquoso. I rimaneggiamenti
avvengono a più livelli, denotando che l'intercalazione
di episodi di pioggia alla deposizione per caduta delle ceneri.
Durante la fase IV, il primo significativo ingresso di materiale
all'interno delle capanne è conseguente agli effetti
concomitanti di acuni fattori: il verificarsi delle piogge;
la presenza di un sottile strato di cenere sostanzialmente
impermeabile a tetto del banco di pomici; la conformazione
dello strato di pomici e ceneri di fronte all'ingresso delle
capanne. Tutti questi fattori favoriscono lo scorrimento ed
il percolamento delle acque fangose che trascinano la cenere
e la pomice verso l'interno delle capanne in prossimità
delle aperture (porte di ingresso ed eventuali settori già
collassati). Le ultime ceneri deposte (quelle della fase III)
sono, per prime, spinte all'interno. Il primo rimaneggiamento
e la conseguente immissione dentro le capanne di fango commisto
a pomice, ha quindi un'origine locale; l'ingresso di solo
fango fine o di pomice e fango potrebbe dipendere dall'intensità
della pioggia. L'immissione, in eventi ripetuti e di piccola
scala, di fango generato localmente, è registrata anche
dalle prime lamine fangose presenti nella parte basale dell'imboccatura
del forno.
Fase V degli alluvionamenti remoti
In questa fase si verificano importanti fenomeni di alluvionamento
(colate di fango) che apportano materiale in tutta l'area
del sito e non solamente all'interno delle capanne. Poiché
le capanne sono comunque più basse del nuovo piano
di campagna, esse diventano zone di richiamo del fango. I
sedimenti fangosi di provenienza remota sono contrassegnati
dalla presenza di pomici arrotondate e dalla abbondanza di
pomice bianca grossolana che, come è stato precedentemente
sottolineato, è presente nell'area del sito solo alla
base dello strato di pomice grigia, con frammenti fini ed
in piccola quantità. Le prime colate di fango (lahars)
che raggiungono il sito sono comunque formate prevalentemente
da fango fine molto povero di frammenti pomicei. Il sostanziale
riempimento delle capanne sembra legato ad un episodio principale
di lahar. Il deposito risultante, essenzialmente cineritico,
ingloba la maggior parte dei manufatti e fornisce un importante
controspinta alla pomice accumulata all'esterno, contrastando
efficacemente il collasso verso l'interno delle capanne. Gli
arrivi tardivi sono prevalentemente legati a sovralluvionamenti,
depositando prevalentemente pomice dilavata, arrotondata,
di bassa densità (ben vescicolata). Le pomici sono
probabilmente prese in carico in corrispondenza dell'areale
di massima dispersione del deposito di cauta della fase I,
alcuni chilometri a sud-sudest del sito archeologico. I depositi
risultanti sono a supporto di clasti pomicei e sono totalmente
privi di litici. L'arrivo di queste pomici tardive si verifica
in molte riprese e porta al finale riempimento del sito.
I due feti di Croce del Papa: studio preliminare
A cura di Maddalena Malvone
L'antropologia fisica è lo studio delle caratteristiche
fisiche dell'uomo. Nel passato questo studio era mirato a
definire le popolazioni in termini descrittivi, metrici e
classificatori, ora invece è indirizzato verso l'interazione
uomo-cultura-ambiente, ponendo tra i suoi scopi quello di
ricostruire le dinamiche bio-culturali delle popolazioni.
Le informazioni che il dato antropologico può apportare
abbracciano un'ampia gamma di situazioni che vanno dalle analisi
base di determinazione di sesso ed età alla morte,
della statura, dello stato di salute, dell'individuazione
di alcuni tipi di malattie e stress generici, al fine di capire
la loro incidenza e il loro trend nel tempo. Le informazioni
di ordine tafonomico hanno l'obiettivo di individuare tutto
quello che è accaduto dopo la deposizione del corpo,
sia gli eventi di ordine artificiale/culturale, che gli eventi
di ordine naturale. Nell'ambito degli studi interdisciplinari,
l'archeologia ha iniziato un rapporto priviligiato con l'antropologia;
ciò nasce dalla considerazione che lo scheletro non
è solo il sostegno del corpo, ma un tessuto vivente:
infatti le ossa si modellano in base alla postura e alle abitudini
motorie, si rigenerano se danneggiate riportando le tracce
del danno subito, registrano le conseguenze di determinate
malattie, stress, carenze nutrizionali, tutta una gamma di
eventi più o meno cruciali che le hanno interessate
durante la vita. Tenendo conto dell'importanza della conoscenza
diretta (fisica), e indiretta (culturale) dell'uomo, lo scheletro
può essere considerato a tutti gli effetti un vero
e proprio "archivio di dati" sulle sollicitazioni
ambientali subite, sulle abitudini di vita e su alcuni tratti
culturali. Le caratteristiche biologiche di un gruppo umano
concorrono a spiegarne il profilo culturale e viceversa. Un
esempio di interazione tra i due studi (contatto biologia
e cultura) riguarda le relazioni delle attività di
sussistenza con lo stato di salute e nutrizionale delle popolazioni
del passato. Difatti analizzando in particolare le patologie
del cavo orale (carie, tartaro, cisti) ed effettuando analisi
specialistiche, quali, ad esempio, l'analisi degli elementi
in traccia, si può risalire al tipo di alimentazione
e, di riflesso, al tipo di attività di sussistenza
svolte per procacciarsi il cibo.
Tipo di indagine
Lo studio dei reperti scheletrici consiste in una valutazione
prettamente descrittiva attuata attraverso l'osservazione/rilevamento
di tutti i distretti scheletrici, che assumono importanza
diversa a seconda del tipo di analisi che si vuole effettuare.
Le analisi base sono costituite dalla determinazione del sesso
sugli individui di età adulta (oltre i 18 anni) mediante
l'osservazione del cranio e del bacino, e dalla determinazione
dell'età alla morte mediante l'osservazione dell'usura
dei denti e dal grado di obliterazione delle suture del cranio.
Per quanto riguarda gli individui subadulti (fasce di età
compresa tra gli 0 e 18 anni circa) non è possibile
determinarne il sesso, ma si può effettuare una valutazione
dell'età molto più precisa, mediante il grado
di eruzione dentaria e la lunghezza degli arti. Altre indagini
riguardano l'individuazione dello stato di salute, delle
malattie e il riconoscimento del tipo di dieta, valutando
il grado di bilanciamento tra carboidrati e proteine. Lo studio
si arricchisce inoltre dell'osservazione di particolari lesioni
lasciate in determinate zone di alcune ossa o gruppi di ossa
dovute a movimenti ripetuti nel tempo, che, confrontati con
movimenti noti per attività attuali, possono dare un
quadro sulle ipotetiche attività svolte dalle popolazioni
del passato. Infine, le informazioni che più si avvicinano
ad elementi di ordine culturale sono quelle che si ricavano
al momento dello scavo, identificando tutte quelle azioni
di ordine artificiale/culturale che vanno dalla preparazione
alla sistemazione del corpo nella tomba, a quello che può
accadere dopo la deposizione, come ad esempio, riduzioni o
violazioni; altre informazioni provengono dai processi di
ordine naturale, quali particolari posizioni delle ossa dovute
alla decomposizione in uno spazio pieno o in uno spazio vuoto,
il passaggio di acqua, oppure l'intervento di piccoli animali
quali insetti o roditori.
Primi risultati a Nola
A Nola sono stati rinvenuti due individui in età fetale.
Entrambi rispecchiano lo stesso tipo di rituale: i corpi sono
infatti deposti sulla base di un vaso coperti da frammenti
che appartengono probabilmente allo stesso vaso; i luoghi
delle sepolture sono all'interno del villaggio, ma fuori dalle
capanne. L'orientamento invece in questo caso non sembra seguire
regole fisse, difatti mentre la prima deposizione è
orientata N/S, la seconda invece è orientata E/O. I
rituali funerari costituiscono uno dei campi di studio più
importanti e di difficile interpretazione per svelare elementi
del sistema socio-culturale di un gruppo umano. La scelta
di deporre questi due individui all'interno del villaggio
e non insieme agli altri defunti della comunità è
forse legata al fatto che questi feti non sono entrati a farne
parte essendo morti prima o subito dopo la nascita; quindi
il luogo sancisce una loro posizione di liminarità,
uno stare dentro e fuori contemporaneamente dalla comunità,
in modo tale da non compromettere l'equilibrio tra la comunità
dei vivi e quella dei morti.
Deposizione 1
L'individuo si presenta rannicchiato sul fianco sinistro.
Lo stato di conservazione è ottimo: fa eccezione il
cranio che si presenta molto frantumato e incompleto. Sono
presenti quasi tutte le ossa, mancando solo i peroni e i piedi.
Il defunto è deposto in posizione fetale, riproducendo
la posizione assunta nel grembo materno. Le gambe sono contratte
e le braccia sono rivolte verso il viso. L'età del
feto è stimata in sei mesi lunari in base alle dimensioni
delle ossa degli arti. L'individuo è orientato N/S.
Deposizione 2
Lo scheletro è stato oggetto di alcuni eventi post-deposizionali
come, ad esempio, l'azione di piccoli animali quali roditori
o insetti, che hanno causato la disarticolazione di quasi
tutti i distretti scheletrici; la persistenza di altri però
prova che ci troviamo di fronte ad una deposizione primaria.
Non abbiamo elementi per determinare la sua posizione al momento
del seppellimento. L'individuo presenta un buono stato di
conservazione, vista anche la consistenza e la fragilità
delle ossa legata alla sua giovanissima età; è
ben rappresentato, infatti, mancano soltanto alcuni elementi
scheletrici. L'età del feto è stimata fra i
quattro e i quattro e mezzo mesi lunari, in base alla lunghezza
degli arti. L'individuo è orientato E/O.
Nota sui reperti animali rinvenuti nel sito di Croce
del Papa
A cura di Natascia Pizzano, Angelo Genovese
L'Archeozoologia, o Zooarcheologia, suo sinonimo, è
quella scienza che studia i reperti animali rinvenuti su uno
scavo archeologico, che risultano essere in diretta connessione
con l'attività antropica. Per l'archeologo, infatti,
l'Archeozoologia è una disciplina ausiliaria, di grand'utilità,
atta a ricostruire il quadro economico-ambientale di un giacimento
archeologico. Il moderno approccio scientifico allo studio
delle archeofaune è teso a ricostruire i percorsi storico-economici
dei nostri antenati, le loro preferenze e abitudini alimentari,
la ritualità, l'ambiente naturale in cui essi vivevano,
permettendo così di cogliere, di una civiltà,
tutti quegli aspetti della quotidianità ritenuti, a
torto, di secondario interesse. Dall'analisi di un osso è
possibile, qualora l'elemento lo consenta, ricostruire il
segmento scheletrico, la specie di appartenenza, il sesso
(per alcune specie) e l'età di morte dell'individuo.
Dall'unione e dalla elaborazione dei dati finali è
possibile, dunque, fare delle stime quantitative sulle singole
specie animali rinvenute durante le operazioni di scavo, e
ricostruire l'economia di un sito ed il carattere dello stesso,
se cioè si trattava di un villaggio nomade o di una
società ben organizzata, le cui forme di vita erano
dettate dalla sedentarietà.
Un ricovero fatale
Uno degli aspetti che rende quello di Nola uno scavo sorprendente
ed eccezionale è, sicuramente, quello legato al rinvenimento
di una struttura di ricovero per animali. Non molto distante
dalle capanne, oltre quella che ci sembra una recinzione per
gli animali, si è rinvenuta una struttura, di forma
subcircolare, fatta di argilla impastata con elementi vegetali,
posta su un massetto di argilla; questa, al suo interno, conteneva
ben nove individui ovicaprini, di sesso femminile e apparentemente
tutte gravide, ed altri quattro al suo esterno, legati ad
alcuni paletti, probabilmente da una fune.
I corpi aggrovigliati ed i crani protesi verso l'alto lasciano
supporre una morte tutt'altro che serena, forse dovuta all'asfissia,
causata probabilmente dalle esalazioni di gas e dall'arrivo
di materiale piroclastico ed eruttivo. All'esterno di questa
struttura, dotata anche di una copertura, come si intuisce
dal rinvenimento di piccoli fori lungo il bordo della stessa,
si sono rinvenuti altri quattro individui, legati ad alcuni
pali perimetrali. Uno di questi individui, in particolar modo,
era proteso con le zampe verso la cesta, quasi a voler cercare
riparo dall'arrivo del materiale vulcanico, o semplicemente
facendosi coraggio nel mucchio.
Oltre questo spettacolare rinvenimento, l'indagine archeozoologica
a Nola è arricchita dai numerosi reperti ossei ritrovati,
distribuiti all'esterno delle capanne, a testimonianza di
una cultura di "abbandono casuale" dei resti di
pasto e di macellazione: i frammenti ossei, infatti, presentano
nella loro quasi totalità segni evidenti di macellazione
e, talvolta, tracce di rosicchiatura. Numerosi erano anche
i reperti faunistici all'interno delle capanne, probabilmente
pezzi di carne secche appese alle travi.
Conclusioni
Allo stadio attuale della ricerca archeozoologica su Nola
non è possibile fornire altri dati, ma le analisi in
corso faranno presto luce su molti punti oscuri, tra cui la
modalità di morte dei tredici animali ritrovati, ed
i fattori tafonomici che hanno agito su di essi durante la
lunga fase di seppellimento.
Le analisi antracologiche a Nola (loc. Croce del Papa):primi
risultati
A cura di Gaetano Di Pasquale, Mario Marziano, Giovanni Soria
In un contesto archeologico sono molte le discipline che si
mettono in gioco per ricostruire un ambiente passato. Gli
studiosi di ciascun settore riescono ad ottenere, dai dati
che emergono dagli scavi, informazioni che, integrate tra
loro, completano o cercano di completare la visione d'insieme
del sito. Tra queste discipline, l'archeobotanica studia i
resti vegetali conservati nei sedimenti, e, attraverso la
ricostruzione del paleoambiente, fornisce numerose risposte
circa l'economia dell'uomo, il tipo di paesaggio in cui viveva
e l'impatto che poteva avere sull'ambiente stesso.
L'antracologia è un ramo dell'archeobotanica che permette
di ricostruire il paleoambiente a scala locale; il nome deriva
dal greco antrax, "carbone" e logos
"disciplina"; infatti, scopo di questa disciplina
è l'identificazione botanica e la datazione dei frammenti
di legno carbonizzato.
I frammenti di carbone che derivano dalla combustione del
legno sono presenti in qualsiasi contesto archeologico, in
quanto l'uso del fuoco è imprescindibile dalle attività
produttive dell'uomo, basti pensare alla cottura dei cibi,
al riscaldamento, all'illuminazione, alla lavorazione dei
metalli, della ceramica, etc.
Il metodo
Per prelevare i carboni, occorre definire una maglia di campionamento
regolare su tutta la superficie dello scavo, e procedere alla
raccolta di campioni di sedimento per ogni unità stratigrafica
di cui si vogliono avere informazioni. Il passaggio successivo
prevede la setacciatura in acqua dei sedimenti campionati,
per separarli dai carboni. Il carbone è chimicamente
inerte, quindi non può essere attaccato da microrganismi
decompositori e può conservarsi anche molto a lungo.
Caratteristica fondamentale dei carboni, ai fini dell'identificazione
botanica, è quella di mantenere inalterate le strutture
anatomiche del legno di origine. Poiché ciascuna specie
vegetale possiede un'anatomia del legno differente da quella
delle altre, osservando i carboni con un microscopio a riflessione,
capace di ingrandire fortemente piccoli oggetti, è
possibile identificare le specie legnose da cui si sono originati.
L'identificazione avviene per confronto, con l'ausilio di
una chiave informatizzata, di atlanti di anatomia del legno
e di collezioni di carboni di riferimento (antracoteca). Successivamente,
i campioni di carbone possono essere datati con la tecnica
del radiocarbonio per ottenere la precisa collocazione temporale
dell'unità stratigrafica.
I primi risultati a Nola
Per quanto riguarda il sito archeologico in località
Croce del Papa (Nola), le prime indagini antracologiche hanno
evidenziato la presenza di carboni di faggio (Fagus sylvatica),
carpino nero (Ostrya carpinifolia) e fico (Ficus carica).
- Il faggio (Fagus sylvatica)
Famiglia Fagaceae
E' una specie a foglia caduca che può raggiungere 30-40
m di altezza e vegeta in ambienti con abbondanti precipitazioni
ed elevata umidità; predilige l'ombra. In Italia forma
boschi puri o misti insieme ad altre latifoglie tra gli 800
e i 1600 m s.l.m.; solo in poche stazioni di pianura forma
boschi relitti, testimoni di una copertura forestale planiziale
ormai pressoché inesistente. Il suo legno è
facilmente lavorabile e può portarsi a buona finitura,
anche se facilmente alterabile allo stato naturale; inoltre,
il faggio fornisce ottima legna da ardere. Le faggiole, i
frutti di questa pianta, contengono semi commestibili, ricchi
di amido e di grassi, simili alla castagna, ma di minori dimensioni
e da cui si estrae un olio anch'esso commestibile.
Nell'area in questione, i popolamenti di faggio più
prossimi al sito si trovano oggi sui rilievi del Partenio.
- Il carpino nero (Ostrya carpinifolia)
Famiglia Corylaceae
Albero a foglia caduca che raggiunge una ventina di metri
di altezza, è una specie termofila molto comune nei
boschi misti; il legno risulta ottimo per ottenere carbone,
dato il suo elevato potere calorifico oltre a caratteristiche
di compattezza tali da risultare particolarmente adatto per
ottenere manici e utensili.
- Il fico (Ficus carica)
Famiglia Moraceae
Il fico comune o fico domestico è una pianta xerofila,
di modeste dimensioni, capace di vivere anche su suoli aridi
e pietrosi. Tutti conosciamo il suo "frutto" o meglio,
la sua infruttescenza dolce e zuccherina sicuramente già
apprezzata dagli abitanti di questo insediamento. Probabilmente
si tratta delle prime forme di domesticazione di tale specie.
Prime conclusioni
Il ritrovamento di tali specie nel sito fa ipotizzare la presenza
di un bosco misto planiziale a dominanza di faggio, non molto
distante dall'insediamento, ai margini di un'area antropizzata
con alberi da frutto, come il fico, assieme ad aree destinate
a pascolo, ed altre utilizzate per la coltura estensiva dei
cereali. Per quanto riguarda il faggio non si può escludere
la sua possibile provenienza dai vicini rilievi, fatto che
indicherebbe l'esistenza aree di approvvigionamento relativamente
distanti dal sito in questione.
I resti vegetali carbonizzati e le impronte delle piante
alimentari
A cura di Lorenzo Costantini, Loredana Biasini Costantini,
con la collaborazione di Matteo Delle Donne
Il deposito archeologico dell'insediamento protostorico di
Nola (località Croce del Papa) ha restituito una rilevante
quantità di resti vegetali perfettamente conservati.
La documentazione archeobotanica raccolta, unica nel suo genere
per il territorio italiano, è particolarmente preziosa
e di grande valore scientifico e culturale perché comprende
sia semi e frutti carbonizzati, sia impronte di spighe, di
semi e di frutti, molto chiare e definite in tutti i particolari.
Il recupero dei resti carbonizzati è stato effettuato
setacciando in acqua, con setacci a maglie molto piccole (da
0,5 a 2 millimetri), numerosi campioni di terreno archeologico
prelevati in tutte le aree dell'abitato. Ciò ha consentito
di separare dal sedimento archeologico moltissime cariossidi
carbonizzate dei tre principali cereali coltivati durante
l'età del Bronzo, quali il farro piccolo o monococco
(Triticum monococcum), il farro o dicocco (Triticum dicoccum)
e l'orzo esastico vestito (Hordeum vulgare). Insieme alle
cariossidi dei cereali, sono state recuperate due ghiande
carbonizzate (Quercus sp.) e un frammento di nocciolo d'olivo
(Olea europaea).
La carbonizzazione delle cariossidi fu causata, probabilmente,
dalle pratiche di riscaldamento che le popolazioni contadine
protostoriche utilizzavano per liberare più facilmente
le cariossidi dei cereali dal loro rivestimento glumaceo,
prima della macinatura. Non si può escludere, però,
che la carbonizzazione possa essere stata causata da fatti
accidentali, quali la prolungata esposizione al calore durante
le fasi di preparazione dei cibi, o la combustione della paglia
e dei semi, residui della trebbiatura.
Qualunque ne sia stata l'origine, la carbonizzazione ha assicurato
la conservazione pressoché inalterata delle cariossidi
e dei frutti i quali, altrimenti, come tutti i resti organici
sarebbero andati incontro ad un rapido decadimento naturale
che avrebbe inevitabilmente portato alla loro decomposizione,
senza lasciare tracce nel deposito archeologico.
Negli strati di cinerite, insieme ai resti carbonizzati, sono
state recuperate numerose impronte di spighe dei tre cereali
(monococco, dicocco, orzo), alcune impronte di ghiande e l'impronta
di una mandorla (Amygdalus communis). Le impronte dei vegetali
sono state prodotte dal sedimento che inglobò tutto
l'insediamento, attraverso un lento processo di fossilizzazione
che trasformò i vegetali in impronte, con la totale
scomparsa della sostanza organica. In questo modo si sono
formate delle impronte perfette, che riproducono fedelmente
tutti i particolari delle spighe, grazie soprattutto alla
grana particolarmente fine del sedimento.
In generale, il ritrovamento d'impronte di spighe intere è
un evento particolarmente raro e, per l'Italia centro-meridionale,
è nota una sola impronta di spiga intera, quella rinvenuta
all'interno di un frammento d'intonaco di capanna del sito
neolitico di Fontanelle (Ostuni) (Costantini, Stancanelli
1994; Costantini 2002). Le impronte di Nola sono quindi particolarmente
importanti perchè, attraverso il loro studio, sarà
possibile conoscere le caratteristiche e le qualità
dei raccolti dell'area campana durante l'età del Bronzo.
Triticum monococcum
Il monococco o farro piccolo è un tipo di grano molto
antico, originario del Vicino Oriente. E' la spesie più
esile tra i frumento coltivati e presenta spighe erette, appiattite
leggermente. Le sue cariossidi sono piccole, molto schiacciate,
e disposte per lo più singolarmente all'interno delle
spighette che compongono la spiga. Le singole spighette, ordinate
su due file, portano due fiori, dei quali in genere, matura
solo quello più in basso, da cui la denominazione "monococco".
Il farro piccolo è un grano "vestito", cioè
i semi a maturazione restano avvolti nelle glume; durante
la trebbiatura, si staccano solo le spighette e per liberare
i semi dalle glume è necessario tostarle, per rendere
fragili le glume e, successivamente, pestarle in un mortaio
per frammentarle e staccarne le glume liberando così
le cariossidi nude. I semi di questo cereale venivano utilizzati
per l'alimentazione umana attraverso la preparazione di minestre
e/o sfarinati.
Il monococco è presente in Italia fino dal neolitico
antico e rimase nei coltivi fino a tutta l'età del
ferro (Costantini 2002). Non è mai stato un cereale
di grande importanza alimentare, ma fu sempre coltivato in
associazione al dicocco e, con il passare del tempo, rimase
nei coltivi solo a livello d'infestante.
Tra i resti vegetali di Nola, le cariossidi attribuite a monococco
rappresentano una percentuale molto modesta (meno del 5% del
totale), a conferma che il farro piccolo non veniva coltivato,
ma cresceva nei campi di farro.
Triticum dicoccum
Il dicocco è anch'esso cereale vestito, ma le sue spighette
portano tre fiori dei quali, solitamente, due maturano producendo
una spiga più grande e più ricca di quella del
monococco. Per questo motivo, il farro diventò il frumento
più diffuso fino alla comparsa del grano tenero. Come
per il monococco, anche per il farro è necessario effettuare
tutte quelle operazioni volte ad isolare le cariossidi dalla
pula, solo che, alla fine del lavoro, il risultato è
praticamente doppio perchè ciascuna spighetta può
rendere due semi, contro uno solo del monococco.
Il dicocco fu il tipico grano neolitico e, per la qualità
della sua farina, fu adottato anche dai romani (Costantini,
Stancanelli 1994; Costantini 2002).
Nel deposito archeologico di Nola, le cariossidi di dicocco
rappresentano circa il 30% del totale dei resti carbonizzati.
Hordeum vulgare
L'orzo è un cereale che presenta tre spighette,
ognuna con un solo fiore, su ogni nodo dell'asse della spiga:
se matura solo la spighetta mediana si ha l'orzo distico o
a due file, altrimenti se tutti e tre i fiori raggiungono
la maturazione, si ha l'orzo esastico o a sei file. Le due
specie sono distinguibili per la morfologia dei semi: nell'orzo
a due file, i semi sono dritti e simmetrici, nell'orzo a sei
file, i semi sono leggermente piegati e alquanto asimmetrici.
Anche l'orzo, come il frumento, può presentare cariossidi
"nude" o "vestite".
In Italia, le testimonianze della coltivazione dell'orzo risalgono
al neolitico antico e il suo sfruttamento per scopi alimentari
è attestato fino a tutta l'epoca romana. (Costantini,
Stancanelli 1994; Costantini 2002).
A Nola, l'orzo è il cereale di gran lunga più
abbondante e le cariossidi rinvenute rappresentano circa il
65% del totale delle cariossidi recuperate.
Quercus sp.
Due ghiande carbonizzate e due impronte testimoniano la presenza
della quercia nel territorio e, probabilmente, lo sfruttamento
dei suoi frutti per scopi alimentari.
Amygdalus cf. communis
Il mandorlo è un albero fruttifero originario del Vicino
Oriente e del Bacino del Mediterraneo (Browicz, Zohary 1996),
per il quale scarsa è la documentazione archeologica.
L'unica impronta, anche se incompleta, rinvenuta nel deposito
di Nola assume pertanto grande valore, poiché oltre
a contribuire alla conoscenza della diffusione della specie
nel Mediterraneo, il reperto costituisce una importante prova
dello sfruttamento della pianta per scopi alimentari.
Olea europaea
Un piccolo frammento carbonizzato è stato identificato
come parte di un nocciolo di olivo. Si tratta di una prima
indicazione di presenza che necessita però di ulteriori
prove che confermino l'utilizzo dell'olivo da parte della
comunità umana che viveva nell'insediamento di Nola.
Bibliografia
Browicz K., Zohary D., 1996, The genus Amygdalus L. (Rosaceae):
Species relationships, distribution and evolution under domestication,
Genetic Resources and Crop Evolution, 43, pp. 229-247.
Costantini L., Stancanelli M., 1994, La preistoria agricola
dell'Italia centro-meridionale: il contributo delle indagini
archeobotaniche, Origini, XVIII, pp. 149-244.
Costantini L., 2002, Archeobotanica. Italia centro-meridionale,
in AA.VV. L'Italia agricola. In stampa.
Un progetto di Parco Archeologico della Preistoria
A cura di Giovanni Falanga e Giuseppe Vecchio
L'eccezionalità delle scoperte di località Croce
del Papa ha suggerito alla Soprintendenza per i Beni Archeologici
di Napoli e Caserta di progettare un "Parco Archeologico
della Preistoria" sul territorio dei due comuni di Nola
e di San Paolo Belsito che si presentano come i depositari
dei più importanti ritrovamenti avvenuti negli ultimi
anni.
Il progetto si inserisce nella dinamica realtà politico-culturale
della Regione Campania, volta a dare rilievo alle testimonianze
storiche e archeologiche che, sapientemente valorizzate, potrebbero
costituire un patrimonio capace di dare rilancio culturale
ed economico a questa zona interna della Campania.
In Italia, sebbene, con un certo ritardo rispetto alla lunga
tradizione centro e nord-europea, si cominciano a realizzare
dei Parchi archeologici relativi a momenti molto antichi della
storia del territorio. Dopo la creazione di Parchi paleontologici,
come il Parco dei dinosauri di Pietraroia, l'attenzione di
alcune regioni si è orientata verso la realizzazione
e la tutela di importanti aree preistoriche. Possiamo citare
l'area fusoria di Redebus nel Trentino, e sempre nel Trentino
il Parco archeologico delle palafitte di Fiavè che
sarà ubicato presso l'area di scavo delle ormai ben
note palafitte dell'ex lago Carera. Ad Adamello (Lombardia)
il Parco di Naquane conserva le incisioni rupestri lasciate
dalle primitive popolazioni locali.
In Italia meridionale, sono quasi assenti i Parchi sia archeologici,
sia naturalistici. Tra le realizzazioni recenti va citato
il Parco archeologico di Passo di Corvo (Foggia), mentre sono
ancora in corso di realizzazione il Parco di Siponto (Foggia)
e quello dell'antica Volcei (Buccino) che racchiuderà
l'intero perimetro cittadino e sarà completato con
la creazione di un Museo Archeologico che conterrà
la documentazione più significativa rinvenuta sul territorio.
In Campania, da alcuni anni, il territorio di Nola sta evidenziando
situazioni archeologiche di eccezionale importanza, uniche
nel loro genere in Italia e in Europa.
Se per la preistoria più remota è nota una frequentazione
in grotta a Roccarainola (Paleolitico inferiore), meglio documentata
appare la protostoria con gli insediamenti neolitici e tardo-neolitici
di Sarno ed Avella, e l'intensa frequentazione durante l'intera
età del Bronzo, con siti dislocati quasi senza soluzione
di continuità a quote medie sulle alture collinari
che circondano la pianura (Sarno, Palma Campania, Taurano,
Liveri, Livardi, Casamarciano, Avella, Monte Fellino, Visciano).
L'età del Ferro fino al periodo orientalizzante, già
ben nota nella piana del Sarno, comincia ad essere presente
anche a Nola nella necropoli in località Torricelle.
I periodi arcaico e sannitico sono attestati dai sepolcreti
di Palma Campania, Nola, Casamarciano, Avella, ma anche dal
tempio sannitico di Cimitile. Le evidenze di epoca romana
sono sicuramente le più numerose, tipologicamente varie
ed anche monumentali: vi sono due anfiteatri (Nola ed Avella),
un teatro (Nola), vari tratti di acquedotto (Casamarciano,
Roccarainola, Palma Campania, Sarno) o cisterne (Liveri),
strutture urbane (Nola), aree sepolcrali (Palma Campania,
Nola, San Paolo Belsito) in cui sono presenti a volte anche
dei mausolei (Nola, San Paolo Belsito, Avella), e tutta la
lunga serie di ville romane dislocate ad occupare tutto il
territorio (Palma Campania, Cimitile, Faibano, Acerra, Visciano,
Taurano, Casamarciano, Nola).
Sono documentate anche le epoche più tarde a partire
dalle tombe tardo-antiche di Nola, ai monumenti del periodo
paleocristiano (complesso basilicale di Cimitile, basilichetta
di Tufino) e fino al medioevo (Castello di Cicala). Oltre
alle ricchezze archeologiche, il territorio nolano conserva,
inoltre, tracce di alcune eruzioni vulcaniche avvenute in
vari periodi della storia.
E' questo complesso intreccio di evidenze diverse che coprono
un così ampio arco cronologico che giustifica ed in
un certo senso rende necessario pensare a questo ambiente
storico-geografico in modo nuovo e più aderente alle
potenzialità offerte dal territorio: è per questo
che si è pensato alla creazione di un Parco Archeologico
e Vulcanologico che illustri e permetta la valorizzazione
dei complessi archeologici nella loro specifica situazione
paleoambientale. In questo quadro del tutto nuovo, gli scavi
in Nola e nella cittadina di San Paolo Belsito mostrano di
concentrare nel loro areale e nell'immediato circondario situazioni
di eccezionale importanza relative all'età del Bronzo
Antico ed a periodi importanti per la storia della Campania.
Da ricordare l'eccezionale scoperta a San Paolo Belsito dei
due primi scheletri dei fuggiaschi dell'eruzione di Avellino,
morti durante le prime ore della catastrofe e, recentemente
nella zona Monticello-La Starza, lo scavo di una necropoli
del Bronzo Antico con tumuli e tombe a fossa, con abbondante
materiale ceramico e faunistico.
Il Progetto del Parco Archeologico a Nola interessa l'insediamento
dell'età del Bronzo Antico in località Croce
del Papa, posto ad una profondità di circa 6 metri
al di sotto dell'attuale livello di campagna. Una quota che
è interessata da una falda acquifera presente in tutto
l'agro nolano. L'eccezionalità e l'originalità
del ritrovamento ha impegnato i tecnici della Soprintendenza
per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, non solo nella
ricerca di nuove metodologie di scavo, ma anche di complesse
e innovative tecniche di recupero, rilevamento e conservazione.
Allo stato è stata scavata un'area di circa 1500 mq..
L'esigenza primaria è quella di proteggere il bene
che, lasciato allo stato attuale, corre il rischio di essere
consumato dalla falda, nonostante la costante ed onerosa azione
di pompaggio e dagli agenti atmosferici che pesantemente incidono
sui ritrovamenti che la copertura dei fanghi vulcanici ha
preservato per migliaia di anni.
Interventi urgenti sono, quindi, il consolidamento delle pareti
di scavo, costituite da friabili stratificazioni di pomici
e ceneri vesuviane; la realizzazione di una
copertura di tutta l'attuale area di scavo, con caratteristiche
di modulare espansibilità a garantire la protezione
nella fase attuale e nelle successive campagne di scavo; la
creazione di un idoneo sistema di fruizione che consenta un
facile uso ed un'integrale lettura del territorio per gli
aspetti storico-archeologici e vulcanologi; attrezzature e
servizi di protezione e accesso.
Il progetto di scavo, recupero e valorizzazione del
bene
L'intervento prevede l'allargamento e il completamento della
campagna di rilevamenti e scavi avviata dalla Soprintendenza;
è prevista la realizzazione di un rilievo altimetrico
e fotogrammetrico dell'area interessata e la quadrettatura
del sito con una maglia principale e secondaria.
Successivamente saranno effettuate campagne di prospezioni
magnetiche con magnetometro a protoni di tipo differenziale
da eseguirsi ai quattro vertici del reticolo principale e
saggi stratigrafici che consentiranno di individuare con certezza
lo sviluppo planimetrico del villaggio e le aree di maggiore
interesse archeologico.
Solo successivamente verranno iniziate le operazioni di scavo
archeologico.
All'ingresso dell'area, dopo gli opportuni saggi archeologici,
è prevista la realizzazione di una struttura edilizia
di piccole dimensione seminterrata, a cui si accederà
attraverso una rampa che supera il dislivello di circa sei
metri tra la strada urbana ed il piano degli scavi.
Le funzioni da inserire all'interno della struttura sono di
tipo didattico, scientifico e di servizio.
E' previsto un punto di ristoro attrezzato e collegato ad
una piccola sala polifunzionale, utilizzabile all'occorrenza,
come sala proiezioni e sala didattica per lezioni pratiche
collettive. Nell'area del Parco verranno predisposti percorsi
di visita a tre diverse quote, consentendo quindi la lettura
dei manufatti archeologici, sia nel loro andamento planimetrico
sia nei dettagli dello scavo. Un percorso attrezzato si svilupperà
lungo il ciglio dello scavo e, per consentire un ampliamento
dell'area, sarà realizzato con sistemi provvisori in
legno. Altri percorsi sono previsti a quota intermedia e alla
quota antica.
Il progetto prevede la realizzazione di strutture didattiche
e divulgative per un Museo all'aperto e vari percorsi culturali
per i visitatori (cronologici, tematici, topografici), con
supporti didattico-illustrativi. Nel Museo all'aperto saranno
presentati, oltre ad un grande plastico con la distribuzione
degli insediamenti, una delle grandi capanne esplorate ricostruita
a grandezza reale con tutto il suo arredo.
La necessità di consolidare le pareti dello scavo archeologico
e la contemporanea scelta di utilizzare sistemi naturali di
contenimento e consolidamento delle scarpate, ha orientato
l'intervento verso l'uso di palificate in legno di castagno
a formare terrazzamenti di m. 1.00 e di geostuoie tridimensionali
per proteggere
i pendii dall'azione erosiva provocata da acque di ruscellamento.
La realizzazione di questi terrazzamenti consentirà,
attraverso strutture di legno opportunamente trattate, di
attrezzare ampie superfici per la seduta, definendo degli
ambiti per attività didattiche all'aperto.
Si propone in alcune parti dell'area la ricostruzione ambientale
con colture simili a quelle protostoriche e con scelte di
arbusti della stessa specie di quelli riscontrati negli scavi
e utilizzati dalle popolazioni primitive. L'organizzazione
di un "orto sperimentale" permetterà di verificare
alcune tecniche antiche (rotazione delle colture, concimazione,
ecc.). Ogni specie sarà corredata da pannelli esplicativi.
Questo "Museo delle colture" sarà un continuo
work in progress.
Per la protezione degli scavi è previsto il montaggio
di una copertura in membrana con linee isometriche (tensostruttura).
La struttura portante principale è formata da una membrana
che è rinforzata da funi di bordo di acciaio ed è
supportata, lungo il perimetro, da 4 piloni a forma di V e,
sull'asse di simmetria, da un pilone principale a forma di
A.
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