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da Focus n 124 del febbraio 2003da Focus n 124 del febbraio 2003 LA POMPEI DELLA PREISTORIA


IL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA (Via Polveriera a Nola a 800 metri dall'uscita autostradale di Nola direzione Saviano)
è aperto tutte le domeniche (tranne in caso di pioggia) dalle 10.00 alle 13.00 - Gli altri giorni su prenotazione

Info: Meridies -

IL CLUB AMICI DEL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA: dai una mano a Meridies e al Villaggio Preistorico di Nola. Offerte e donazioni sul c.c.p.14811806


IL VILLAGGIO PREISTORICO DI NOLA (la Pompei della Preistoria)

Il Villaggio Preistorico di Nola, la cosiddetta Pompei della Preistoria, è uno straordinario sito archeologico dell'Età del Bronzo Antico, seppellito dall'eruzione del Vesuvio detta delle Pomici di Avellino (1860-1680 a.C.). L'eccezionalità, unica al mondo, del ritrovamento di Nola è dovuta al fatto che le capanne, sepolte dall’eruzione vulcanica, si sono conservate attraverso il loro calco nel fango e nella cenere che le ha inglobate, sigillando anche tutte le suppellettili che si trovavano nelle stesse al momento del disastroso evento. Per la prima volta è stato così possibile comprendere la forma che avevano queste costruzioni, l'orditura dei tetti e la carpenteria e quale organizzazione avessero dato gli abitanti agli spazi delle abitazioni, nello svolgimento delle attività di ogni giorno. E' una straordinaria fotografia di una laboriosa comunità preistorica cancellata dalla forza distruttrice del Vesuvio.

THE PREHISTORIC VILLAGE IN NOLA (THE POMPEII OF THE PREHISTORIC AGE)

The Prehistoric Village in Nola, the so called Pompeii of the Prehistoric Age, is an extraordinary archaeological site of the Ancient Bronze Age, buried by the eruption of Vesuvius, also called eruption of the Pumice Stones of Avellino (1860-1680 b.C.). The rarity, the only in the world, of this discovery in Nola is due to the fact that the huts, buried by the volcanic eruption, have kept thanks to their mould in the mud and in the ash which has covered them, also sealing all the furnishings which were in them at the moment of the ruinous event. For the first time it has been possible to understand the shape of these buildings, the warp of the roofs and the carpentry and which organization the inhabitants gave to the house spaces, in the carryng out of the daily activities. It’s an extraordinary image of a prehistoric industrious community destroyed by the destructive force of Vesuvius.

LE VILLAGE PREHISTORIQUE DE NOLA (LE POMPEI DE LA PREHISTOIRE)

Le village préhistorique de Nola, le soi-disant Pompéi de la préhistoire, est un extraordinaire site archéologique de l’Âge du Bronze Ancien , enterré par l’éruption du Vésuve,éruption soi-disant des « Pomici di Avellino » (1860 – 1680 avant J.C.).
La découverte du site de Nola, unique au monde, est exceptionelle parce que les cabanes, enterrées par l’éruption volcanique, se sont conservées à travers leur calque dans la boue et dans la cendre qui les a englobées, couvrant même tous les ustensiles qui se trouvaient à l’intérieur au moment du désastreux évènement.
Donc, pour la première fois, il a été possible de comprendre la forme que ces constructions avaient, la charpente des toits et l’organisation que les habitants avaient donnée aux espaces des habitations pendant le déroulement des activités de tous les jours.
C’est une extraordinaire photo d’une laborieuse communauté préhistorique effacée par la force destructive du Vésuve.

NOLA QUATTROMILA ANNI FA'
IL VILLAGIO DELL'ETA' DEL BRONZO ANTICO DI NOLA DISTRUTTO DAL VESUVIO (1800-1600 a.C.)


ENGLISH VERSION
- Atti del convegno di Ravello

Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta
Comune di Nola - Settore BB.CC.

(Testi di Giuseppe Vecchio, Claude Albore Livadie, Nicola Castaldo)

L'ERUZIONE COSIDDETTA DELLE "POMICI DI AVELLINO"

È senza dubbio la più importante eruzione di tipo pliniano della storia del Somma-Vesuvio insieme a quella, più famosa, avvenuta nel 79 d.C. che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.
L'eruzione è denominata delle "Pomici di Avellino" dalla direzione prevalente di caduta dei lapilli, che avvenne, appunto, verso Avellino.
Il materiale eruttato (blocchi, lapilli e cenere vulcanica) si depositò su un'area di circa 2.000 chilometri intorno al vulcano.
Queste furono le fasi principali dell'eruzione.
La fase iniziale, altamente esplosiva, fu caratterizzata da una gigantesca colonna di gas e particelle vulcaniche, che, per alcune ore, si stabilizzò fino a circa 25 chilometri di altezza, per poi elevarsi fino a 36 chilometri. I venti prevalenti alle alte quote spinsero la colonna verso Nord-Est, provocando una pioggia di ceneri e lapilli (questi ultimi prima bianchi e poi grigi), particolarmente intensa nell'area di Nola ed in quella tra Avellino e Benevento, dove cadde circa 1 metro di pomici.
In una fase successiva si ebbe un cambiamento nella meccanica dell'eruzione: la colonna ebbe un collasso, formando dei "flussi piroclastici" che scorrendo al suolo ad elevata temperatura, si riversarono nelle zone poste immediatamente sotto la bocca del vulcano. Subito dopo si ebbero esplosioni violentissime: nubi di vapore e particelle di magma (surge piroclastico) si propagarono ad elevata velocità verso Nord e Nord-Ovest, per circa 25 chilometri, lasciando depositi di ceneri nelle zone tra Napoli, Marigliano e Casoria.
La fase più violenta dell'eruzione durò circa 12 ore e ricoprì le pianure intorno al vulcano e parte dei rilievi montuosi dell'Irpinia, causando un brusco arresto della vita e distruggendo tutti gli insediamenti umani esistenti.
L'eruzione, sulla base di misure di datazione radiocarbonica eseguita su carboni e resti ossei, è stata datata tra il 1880 ed il 1680 a.C.

I "FUGGIASCHI" DI SAN PAOLO BELSITO
Durò circa 12 ore la fase più violenta dell'eruzione ed è probabile che, fin dall'inizio del suo manifestarsi, gli abitanti dei villaggi della zona si siano dati alla fuga.
Nel corso di una esplorazione archeologica condotta nel 1995 a San Paolo Belsito, in località "La Vigna", a circa 16 chilometri dal vulcano, vennero riportati alla luce gli scheletri di due individui, uazn uomo ed una donna, vittime dell'eruzione.
La pioggia di ceneri e di lapilli che si riversava su tutta l'area, accompagnata da scosse di terremoto, spinse l'uomo e la donna fuori dalle loro capanne. Terrorizzati dalla gigantesca colonna che si elevava dal cono del vulcano, avvolta da lampi e bagliori, mentre risuonavano boati terrificanti, i due individui si erano allontanati dalla loro abitazione, disorientati dal buio che era calato, come se fosse notte.
La fuga era resa difficile da cadute sulla spessa coltre di pomici che si era formata al suolo, nella quale sprofondavano ad ogni passo, mentre i lapilli continuavano a piovere incessantemente.
Spinti dalla stanchezza, in preda al terrore e con principi di asfissia per la parziale occlusione delle vie respiratorie, si trovarono intrappolati nella boscaglia.
Con le mani sul viso, istintivamente, cercavano di proteggersi dalle pomici e dai frammenti lavici che li colpivano, cadendo dal cielo con grande velocità (circa 125/170 km/h).
I loro corpi furono ricoperti in poche ore da circa un metro di pomici e lapilli.
La stessa fine fecero con tutta probabilità gli abitanti del loro villaggio e di tutti gli altri insediamenti posti ad Est-Nord-Est del vulcano, nel raggio d'azione dell'eruzione. E' verosimile invece che gli abitanti di zone più distanti si siano potuti salvare.
A conclusione dell'evento eruttivo, tutto il paesaggio era completamente trasformato.***L'esame dei resti umani ha fornito preziose informazioni sulla vita dei due individui rinvenuti.
La donna aveva circa 21 anni, era piccola (circa m. 1,50 di altezza) e robusta, e aveva già messo al mondo alcuni figli (tra i 3 e i 5).
L'uomo aveva una età compresa tra i 40 ed i 50 anni, ed era alto (circa m.1,70), robusto e muscoloso. Cominciava a soffrire di artrosi, soprattutto alle ginocchia e ai piedi. Sapeva fare molti lavori.
Entrambi dovevano avere avuto una adolescenza un po' dura, come fanno ritenere il rachitismo sofferto dall'uomo e nella donna alcune lesioni dello smalto dentario, dovuta a periodi di debilitazione e di stress nel periodo della crescita o a malnutrizione.
La presenza di carie indica inoltre che la dieta alimentare prevedeva il consumo di amidi cotti, come i cereali.
Nell'uomo, l'esame delle ossa sembra suggerire lo svolgimento di una notevole attività fisica e di un uso intenso degli arti inferiori, mentre altri elementi indicano, per entrambi, l'uso costante della postura accovacciata.

L'ETÀ DEL BRONZO ANTICO (seconda metà III millennio a.C. XVII secolo a.C.)
Viene chiamata "Età del Bronzo" quel lungo periodo in cui questo metallo acquista un ruolo importante nella società, favorendo le produzioni artigianali ed agricole.
Durante tale fase (che convenzionalmente va dal 2300 a.C. al 1000 a.C.) si formano nei gruppi, degli "status" differenziati, legati alla nascita, e si creano dei contesti sociali nei quali si vanno accentuando le ineguaglianze.
L'Età del Bronzo viene divisa in quattro fasi successive, indicate come Antica, Media, Recente e Finale, la cui durata e cronologia sono variamente definite dagli studiosi.
L'Età del Bronzo Antico in Campania è caratterizzata dalla "facies culturale di Palma Campania", così chiamata dalla località in cui avvennero i primi rinvenimenti, cui avrebbe posto fine l'eruzione delle Pomici di Avellino. Le origini di tale cultura del Bronzo Antico, secondo alcuni studiosi, sarebbero da ricercare nelle precedenti civiltà dell'Età Eneolitica (in particolare nella facies di Laterza), mentre, secondo altri, sarebbero da ricollegare anche al mondo elladico ed all'espandersi di culture egee nella zona tirrenica, che seguirono lo stanziarsi degli Eoli nelle isole omonime.
Ma quale era la situazione nelle regioni campane a quell'epoca?

IL CLIMA
Il periodo di sviluppo della facies di Palma Campania coincise con una delle fasi climatiche aride più pronunciate dell'Olocene, caratterizzata da una forte attività del sole, abbassamento del livello delle acque e clima più caldo. Rispetto al quadro odierno, le temperature erano più fredde d'inverno e molto più basse delle attuali in primavera, calde d'estate e molto più alte in autunno, che era il periodo di massima insolazione.
La prossimità di punti da cui attingere l'acqua doveva essere un requisito necessario all'impianto ed alla durata di un villaggio.
Anche l'allevamento del bestiame era condizionato, durante la primavera, dal freddo che imponeva cautela nei confronti dei nuovi nati e il probabile stazionamento in ricoveri a bassa quota; necessario, invece, doveva essere lo spostamento delle mandrie verso i pascoli d'altura, durante la calura estiva e
soprattutto autunnale, quando in pianura le piante erano rinsecchite e diventava difficile reperire l'acqua, per l'abbassamento della portata dei fiumi e delle falde acquifere.
L'ambiente, comunque, si presentava molto aperto, con praterie e pascoli umidi nelle pianure e sui clivi collinari, dove si estendevano anche boschetti di ontani, faggi e querce, mentre sulle alture crescevano pini e betulle.
La presenza di alberi di nocciolo, fico domestico e mandorlo, che fornivano frutti commestibili e l'estendersi sempre di più di colture di cereali è indice dell'espandersi delle attività agricole degli antichi abitanti dell'Età del Bronzo, che modificarono l'ambiente naturale.

GLI INSEDIAMENTI NELL'AREA NOLANA
La maggiore disponibilità di cibo, favorita dal progresso dell'agricoltura e dell'allevamento condusse, con tutta probabilità, ad un aumento demografico, testimoniato da un numero notevole di siti (ne sono stati finora individuati oltre quaranta).
Se guardiamo ai risultati delle indagini che si vanno conducendo, prima dell'eruzione di Avellino, la zona nolana presentava un assetto del territorio caratterizzato da numerosi insediamenti, tra loro collegati da vere e proprie strade in terra battuta, percorse da carri; vi erano inoltre ampie estensioni di territorio divise e destinate all'agricoltura specializzata.
Diversi erano i tipi di insediamenti: alcuni nelle pianure alluvionali, su piccole alture e altri nelle aree collinari.
Nelle pianure si trovavano abitati permanenti con un'agricoltura legata allo sfruttamento dei terreni fertili e con aree utilizzate per il pascolo; sulle colline l'economia si presentava con forme miste, mentre sulle alture, meno adatte alle colture, doveva essere soprattutto di tipo pastorale e stagionale, con inse-diamenti provvisori.
La disposizione di alcuni insediamenti presuppone che alcuni centri esercitassero un controllo sulle aree su cui si muovevano le comunità e che ci fosse, quindi, una gerarchizzazione dei siti.
E' molto probabile, infatti, che gli insediamenti posti in pianura (Saviano, Nola, Palma Campania), ubicati in posizioni privilegiate vicino a corsi d'acqua e lungo percorsi naturali, lungo i quali si svolgeva la transumanza, o in prossimità di snodi viari o di valichi, fossero dei centri maggiori e più importanti e che, quindi svolgessero una rilevante funzione per lo scambio e per le comunicazioni.
Gli abitati finora individuati, in genere, non presentano opere di difesa create dall'uomo, né sono siti in luoghi dotati di difese naturali: il che potrebbe essere indice di un equilibrio socio-politico, esente da tensioni o conflitti.

L'INSEDIAMENTO DI PALMA CAMPANIA

L'insediamento, ritrovato nel 1972, durante i lavori di costruzione dell'autostrada Caserta-Salerno, ha dato il nome alla facies culturale del Bronzo Antico in Campania e ha aperto la via alla ricerca su tale periodo.
I lavori di sbancamento misero in luce, al di sotto degli strati dell'eruzione delle Pomici di Avellino, i resti di una capanna, con un cospicuo numero di vasi (circa 130), posti gli uni accanto agli altri o impilati.
Si trattava di recipienti dalle forme molto varie, di impasto (ovvero di argilla non depurata), eseguiti senza l'ausilio del tornio.
Numerose le tazze (circa 80) di varie dimensioni e fogge, ma anche sostegni a clessidra, brocche, boccali, scodelle e grandi contenitori, come olle ovoidali e biconiche.
L'ingente numero di vasi ha fatto supporre all'epoca che si trattasse di un deposito di vasaio: sulla base dei recenti rinvenimenti si rinforza invece l'ipotesi che i resti messi in luce fossero da riferire alla dispensa di una grande capanna e che l'insediamento fosse abbastanza vasto e articolato.

L'INSEDIAMENTO DI MONTE FELLINO PRESSO ROCCARAINOLA
Un rinvenimento casuale portò in luce nel 1976 un gruppo di vasi d'impasto (42 vasi) sotto l'eruzione delle Pomici di Avellino.
Il luogo del ritrovamento, posto tra due corsi d'acqua, domina la pianura campana a circa 150 metri sul livello del mare, occupando le pendici del Monte Fellino, che è uno dei contrafforti meridionali dell'Appennino Campano. Si trattava verosimilmente di una capanna, non sappiamo se isolata o facente parte di uno stanziamento più esteso.
Le forme ceramiche sono costituite soprattutto da tazze, ma anche da brocche, scodelle, ciotole, olle e coperchi di bollitoio.
Il materiale rinvenuto indica che l'economia era orientata verso la produzione casearia e l'allevamento di bestiame.

L'INSEDIAMENTO DI MASSERIA TUFANO A SAVIANO
Poco si conosce delle circostanze di tale ritrovamento, avvenuto alcuni anni fa durante i lavori di realizzazione di una costruzione: sotto i livelli dell'eruzione di Avellino vennero in luce una trentina di vasi di impasto, di cui è stato possibile recuperare solo un piccolo numero.
Un particolare interesse riveste uno scodellone monoansato, un'olla biansata biconica e un'olla quadriansata.
Il sito era posto lungo una di quelle vie naturali che collegavano le aree allora abitate e quindi doveva rivestire una certa importanza tra gli insediamenti campani dell'Età del Bronzo.

IL VILLAGGIO DI LOCALITÀ CROCE DEL PAPA A NOLA
Durante i lavori per la realizzazione di una costruzione nella località Croce del Papa, al confine tra i comuni di Nola e Saviano, è stato individuato un villaggio dell'Età del Bronzo Antico, seppellito dall'eruzione delle Pomici di Avellino.
La distruzione e il seppellimento
L'eccezionalità del ritrovamento di Nola è dovuta alla circostanza che il villaggio, alcune ore dopo l'inizio dell'eruzione, dopo essere stato già ricoperto da circa un metro di pomici e da una pioggia di ceneri, fu investito da un'alluvione fangosa che, penetrata all'interno delle capanne, ne inglobò le strutture. Il fango ha effettuato un vero e proprio calco delle strutture in legno e paglia, riempiendo anche le suppellettili che vi erano sistemate, come i vasi ed i forni.
Gli oggetti più pesanti rimasero al loro posto appoggiati a terra; altri invece furono capovolti o cominciarono a galleggiare nella massa fangosa, spinti verso l'alto; quelli appesi alle pareti restarono bloccati.
Il calco che si era formato ha fatto sì che numerosi dettagli siano ancora perfettamente leggibili, come i fasci di paglia o di giunchi che ricoprivano le pareti esterne o come i tessuti.
Per la prima volta è stato così possibile comprendere la forma che avevano queste costruzioni, l'orditura dei tetti e la carpenteria e quale organizzazione avessero dato gli abitanti agli spazi delle abitazioni, nello svolgimento delle attività di ogni giorno.
Le capanne
Le strutture abitative avevano pianta a forma di ferro di cavallo, con l'ingresso posto nella parte rettilinea, protetto da una tettoia aggettante; una porta, che si apriva all'interno, permetteva di accedere all'abitazione.
Le capanne erano del tipo a due navate.
Dei pali assiali reggevano il tetto, che aveva una forte pendenza e poggiava a terra e forse anche su dei pali più corti, posti lateralmente all'interno della capanna.
Le pareti, oblique, erano costituite da una struttura fatta di paletti, disposti verticalmente ogni 40 centimetri circa e da correntini di legno posti orizzontalmente ogni 25 centimetri; il tutto era ricoperto da fasciami di giunchi o di paglia, forse resi impermeabili anche da strati di argilla, che giungevano fino a terra. I paletti e i correntini erano legati da corde, le cui tracce sono rimaste impresse nel fango.
All'interno, sui lati delle capanne, erano posti dei graticci verticali, costituiti da rametti intrecciati, che creavano con la parete obliqua una specie di intercapedine avente la funzione di camera d'aria.Nella capanna più ampia (n.3) probabilmente era stato creato un ammezzato, cui si accedeva con una scala a pioli di legno, di cui si è trovata l'impronta, vicino all'ingresso.
Internamente le capanne erano divise da tramezzi di legno in due o tre ambienti comunicanti tra loro.
La zona absidale di fondo veniva utilizzata come dispensa in cui erano disposti i grandi vasi pieni di derrate, mentre gli ambienti centrali, con il pavimento in battuto in cui era inserito il focolare, il forno e delle fosse (per la raccolta dei rifiuti) erano usati come luoghi di soggiorno.
Le capanne sono di diverse dimensioni: la più larga (n.3) è di metri 15,20 x 9x mt. 5 circa di altezza; la più lunga (n.4) è di metri 15,60 x 4,60 x mt. 4,30/4,50 di altezza; la più piccola (n.2) di mt.7,50 x 4,50 x mt.4,30/4,50 di altezza.
Il villaggio
Poco conosciamo ancora dell'insediamento: solo ulteriori e più estese indagini esplorative potranno fornire dati fondamentali per la comprensione della tipologia del sito e per determinarne l'estensione.
Al momento si può solo affermare che le tre capanne messe in luce facevano parte di un agglomerato più vasto, che poteva essere composto da alcune decine di strutture abitative.
Le capanne sono tutte orientate in direzione NO-SE ed ognuna era circondata da un recinto che delimitava uno spazio intorno ad esse. Dei percorsi realizzati con battuti di terra, lapilli e pietre accostate, si estendevano all'interno del villaggio.
Le tre capanne sembrano essere site al margine di altre zone recintate, tra cui un'area sub-circolare, verosimilmente sfruttata per la battitura dei cereali. Un contenitore realizzato in argilla e legno era stato utilizzato al momento dell'eruzione per ospitare nove caprette, tutte gravide.
Ad ovest dell'abitato, all'interno di alcuni steccati dovevano essere infine concentrati animali come pecore, mucche e maiali.
L'umidità del terreno ha conservato le impronte degli zoccoli degli animali, vicino alle impronte di piedi nudi di uomini, che si sono consolidate a seguito della caduta di sabbie calde e lapilli.
Numerosi resti di rifiuti organici presenti negli spazi tra le capanne sembrerebbero indicare uno scarso interesse per l'igiene.

LE ATTIVITÀ
Quali attività svolgevano gli abitanti del villaggio del Bronzo Antico?
Certamente vi era una complementarietà ed integrazione tra l'agricoltura, l'allevamento degli animali e lo sfruttamento di prodotti secondari, come quelli caseari.
Anche la caccia veniva ancora largamente praticata, come la raccolta di frutti spontanei. L'artigianato, che in alcuni casi, con la produzione di oggetti in bronzo, assume forme di specializzazione, comincia a diventare anche uno degli elementi su cui si fondava l'economia dell'Età del Bronzo.
L'agricoltura
L'agricoltura era certamente molto praticata: ampie estensioni di terreno erano coltivate, organizzate in lunghi appezzamenti, separati da divisioni e con canalette che avevano funzioni irrigue o di drenaggio.
E' testimoniato l'uso dell'aratro, le cui origini risalgono all'inizio del III, se non già alla fine del IV millennio a.C., oltre all'uso di carri e di carrette. Ancora poco conosciamo circa le specie coltivate: le analisi paleobotaniche condotte sulle impronte di vegetali ritrovate nelle ceneri vulcaniche e sui resti vegetali carbonizzati costituiscono un valido completamento per le ricostruzioni del paleoambiente esistente al momento dell'evento eruttivo.
E' documentata la coltivazione di cereali, specialmente orzo e grano, oltre a quella dell'olivo, insieme a bacche e frutti spontanei.
In alcuni contenitori sono state ritrovate anche delle mandorle che dovevano pertanto far parte dell'alimentazione.
A Palma Campania è stato messo in luce, nel 1995, un campo che presentava i segni di arature parallele con solchi e porche, con la probabile utilizzazione di aratri trainati da animali.
E' attestato anche l'uso di disboscamenti, volti a recuperare terreni per pascoli o campi da coltivare ed è probabile forse che si praticassero anche la concimazione dei terreni con rifiuti provenienti dalle abitazioni, come sembrerebbe far pensare l'associazione di frammenti ceramici con resti di fauna e di altri elementi organici nella parte superiore dell'humus.
Erano anche praticati sistemi di rotazione, che alternavano sugli stessi suoli l'allevamento con l'agricoltura, per aiutare la terra a rigenerarsi.
Il ritrovamento di alcune macine in pietra con dei pestelli rimanda alla lavorazione dei cereali come una delle principali attività domestiche.
L'allevamento
Un'altra delle attività primarie nell'economia dell'antica Età del Bronzo era costituita dall'allevamento degli animali. Scarse risultano le informazioni sulle specie animali allevate: le caprette gravide rinvenute chiuse dentro una gabbia, il cane imprigionato nell'intercapedine di una delle capanne, le impronte di zoccoli di bovini e maiali, i resti di pasto, le scapole di suini, riferibili a porzioni di carne secca appese alle travi delle capanne, i quarti di vitello chiusi in una cesta, ci hanno fornito preziose informazioni sulle specie domestiche allevate e le diete alimentari. La caccia
Anche la caccia doveva essere ancora ampiamente praticata in quest'epoca e doveva fornire agli abitanti del villaggio una fondamentale integrazione ai prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento. Lo indicano il ritrovamento di alcune punte di frecce in selce ed in osso contenute in una specie di faretra, dei pugnali e dei coltelli pure in osso, le zanne di cinghiale, lavorate e utilizzate poi, come placchette per confezionare un copricapo.
L'artigianato
A mano a mano che le popolazioni venivano a contatto tra loro, si specializzavano sempre di più le tecniche di costruzione dei manufatti e si realizzavano degli oggetti sempre più raffinati.
E' in tale periodo che si cominciano a realizzare oggetti metallici e la presenza di forni per la lavorazione del bronzo, attestata da piani in concotto e da vari frammenti e scorie di fusione, indicano la presenza nella comunità di persone specializzate in tali lavori.
Per lo più dalle donne dovevano essere svolte alcune attività domestiche, come la filatura e la tessitura: la presenza di rocchetti e fusaiole nella capanne, nonché di impronte di tessuti di lana o di lino, indicano lo svolgersi di tali lavori all'interno della abitazioni.
Più di duecento vasi in notevole stato di conservazione, alcuni dei quali con il loro contenuto (mandorle, farina, spighe di grano) sono stati ritrovati nelle capanne, alcuni ancora al loro posto, come le scodelle, le tazze e i sostegni su alto piede disposti intorno al forno, all'interno del quale era posta una brocca per riscaldare il cibo.
I vasi erano realizzati in ceramica d'impasto, più o meno ben lavorata, spesso con le superfici esterne lisciate o steccate o addirittura lucidate; quelli di qualità meno accurata presentano una superficie opaca.
Varie le tipologie riscontrate: olle con orlo arrotondato o a tesa, tazze di diversa grandezza carenate e non, sostegni (che avevano verosimilmente le funzioni di mensa, per appoggiarvi sopra scodelloni o tazze), teglie, brocche di diversa grandezza, scodelle.
Diversamente dagli altri ritrovamenti dell'Età del Bronzo Antico, i vasi di Nola presentano numerosi tipi di decorazioni sia ad intaglio che graffite, spesso riempite da pasta bianca; vengono predilette quelle con motivo a triangoli contrapposti, con fasce campite a graticcio, con solcature orizzontali.
Spesso la decorazione è di tipo plastico sulle pareti dei vasi, caratterizzata da cordoni lisci, linguette o ditate imprese; gli orli sono talora decorati con impressioni di polpastrelli e di unghie, o con tacche impresse con una stecca. Facevano parte delle suppellettili della casa anche quelle in legno: sono rimaste visibili infatti le impronte di catini di varie dimensioni, in cui è possibile riscontrare la grande abilità raggiunta nella lavorazione del legno, con tipologie di incastro a coda di rondine e a farfalla. Altri tipi di cesti erano realizzati, come oggi, con paglia e vimini intrecciati; altri con doghe di legno piatte, tenute strette da cordoni vegetali.
Sono da ricordare infine alcuni contenitori, forse dei silos, realizzati con rami intrecciati ed argilla.
Le credenze
Quasi nulla conosciamo delle credenze religiose degli antichi abitanti del villaggio. Gli scavi di una necropoli dell'età del Bronzo Antico a San Paolo Belsito effettuati nel corso del 2000, cominciano a fornirci alcuni dati circa i rituali funerari e le credenze nell'aldilà.
Prezioso è stato anche il ritrovamento nell'intercapedine della capanna n. 4 dell'insediamento di Nola di una piccola statuetta femminile di circa cm 10 di altezza, in argilla grezza, modellata a mano.
La testa appare priva del collo e con i particolari del volto indicati in maniera sommaria, ma efficace, mediante impressioni nell'argilla cruda; la pettinatura è caratterizzata da una chioma lunga, forse raccolta in una treccia o in una coda, dietro la nuca. Il corpo è allungato, le gambe corte e divaricate, le mani tese in avanti e quella destra, mutila, doveva forse reggere un oggetto.
Nella figura, rappresentata nuda, sono accentuati i seni ed evidenziato il pube. Un piccolo foro, abbastanza profondo, praticato alla base della statuetta, tra le gambe, serviva per l'inserimento di un'asticella che teneva in piedi il manufatto.
È probabile che la statuetta rappresenti un idolo di culto, come farebbe anche pensare la presenza nella stessa capanna di vasetti miniaturistici, quali un sostegno a clessidra e una tazzina carenata.
Di particolare importanza per la comprensione di alcune credenze è il ritrovamento, nell'ambito del recinto posto intorno alla capanna 4, di due feti, uno di circa 6 mesi di sviluppo, l'altro di circa 4 mesi - evidentemente due aborti - sepolti in una olletta nella zona esterna alla capanna.
Anche il ritrovamento di un oggetto particolare, un copricapo, costituito da placchette di zanne di cinghiale levigate e forate, in modo che potessero essere legate insieme per creare degli elementi penduli, che scendevano da un elemento centrale, formato da zanne di cinghiale più lunghe, fissato forse su una calottina di pelle, ha posto dei problemi di interpretazione.
Il reperto, ritrovato nella capanna 2, che doveva essere abitata da poche persone, se non addirittura da un solo individuo, ha fatto formulare l'ipotesi che si possa trattare di un oggetto da cerimonia, che veniva indossato in particolari situazioni o durante dei rituali, dallo sciamano del villaggio, che, non è da escludere, poteva essere anche una donna.

IL VILLAGGIO PIÙ ANTICO

Al di sotto dei livelli del villaggio distrutto dall'eruzione sono stati individuati i resti di un insediamento precedente, non sappiamo ancora di quanto più antico.
Le tracce di pavimenti in concotto marginati da buche di pali, emerse nel corso degli scavi, ad esempio al di sotto dell'aia sub-circolare, sono infatti riferibili a capanne di epoca precedente, poste le une in prossimità delle altre, e aventi lo stesso orientamento delle strutture più recenti. La ceramica rinvenuta in questi livelli presenta una tipologia e una decorazione affine al vasellame rinvenuto nei livelli superiori, a testimoniare che poco tempo separa i due insediamenti.
Di notevole interesse è la presenza, in relazione a queste più antiche strutture abitative, o addirittura ad una fase intermedia, di alcuni forni usati per la lavorazione del bronzo, come attesta la presenza di vari frammenti metallici e di alcune scorie di fusione rinvenute in prossimità.
La ripresa della vita
È stato a lungo supposto che gli abitanti di tutti gli insediamenti posti a Est-Nord-Est nel raggio d'azione della gigantesca colonna pliniana, vista la rapidità con la quale fu investita la regione intorno al cratere, non abbiano avuto scampo.
La quantità e l'intensità dei materiali eruttati e la stessa dinamica eruttiva avrebbero determinato su un vasto territorio una interruzione della vita vegetale e animale con effetti catastrofici sul popolamento umano. Tale inter-ruzione sembrava decisamente più breve nelle regioni a Nord-Ovest, a Sud e a Sud-Est del cratere, ove la sola deposizione delle ceneri vulcaniche avrebbe consentito una più rapida ripresa della vita nei suoi multiformi aspetti. Di contro, si poteva supporre che l'area prossima al centro eruttivo e la regione ad Est del Vesuvio, sulla base dei ritrovamenti di S. Paolo Belsito e di Palma Campania, fossero state quelle maggiormente devastate.
A Nola, però, scavi recenti hanno evidenziato, a poche centinaia di metri dal villaggio di Croce del Papa, in località Masseria Rossa, vicino alla caserma dei Vigili del Fuoco, un rapido ritorno di alcuni gruppi dopo la distruzione degli insediamenti: immediatamente al di sopra delle pomici rimaneggiate dell'eruzione di Avellino, sono stati individuati infatti resti di strutture abitative, di cui una sola è stata parzialmente esplorata. La ceramica recuperata mostra una notevole somiglianza con le tipologie della cultura di Palma Campania; anche la capanna presentava dimensioni e tipologia costruttiva simili a quelle di Croce del Papa.
A tal punto, importante è l'osservazione fatta dai vulcanologi italiani R. Cioni e M. Rosi che, assieme ad una équipe di studiosi francesi, collaborano allo scavo: l'area di Nola è stata risparmiata dalla ricaduta devastante delle pomici bianche avvenuta nella prima fase dell'eruzione. Vuol dire che per alcune ore la popolazione del villaggio ha sentito i tremori e i boati, che ha visto accumularsi sul suolo e sul tetto delle capanne sabbie fini e ceneri ed alzarsi per decine di chilometri, al di sopra della loro testa, la colonna pliniana. Nelle prime sei ore circa dell'eruzione, mentre morivano gli abitanti di S. Paolo Belsito, quelli di Nola hanno avuto ampiamente il tempo di organizzarsi e di fuggire portando via le cose più preziose e più facilmente asportabili come ad esempio gli attrezzi ed utensili da lavoro ed altri oggetti in bronzo, di cui non si è trovato traccia all'interno delle capanne. Chi ha scelto la strada verso Nord-Ovest, verso la piana campana, ha avuto la vita salva. Chi è fuggito verso Palma Campania, è stato travolto inesorabilmente dalla furia eruttiva.

CONTRIBUTI SPECIALISTICI

La peculiarità degli eventi vulcanici verificatisi a Nola nella preistoria e che fa del ritrovamento di località di Croce del Papa un caso forse unico, ha chiesto l'applicazione di metodologie di scavo complesse e rilevamenti con tecnologie avanzate.
Si è creata a tale scopo un'équipe di circa cinquanta specialisti di varie Università ed Istituti scientifici per lo studio interdisciplinare del sito, costituendo un gruppo di ricerca in grado di affrontare i vari aspetti derivanti dai ritrovamenti (archeozoologia, archeobotanica, datazioni radiocarboniche per i resti lignei, studio dei suoli e dei pollini, ecc.).
Si propongono di seguito i primi risultati di alcune analisi.

Dinamica di seppellimento del sito di Croce del Papa (Nola)
A cura di Raffaele Cioni e Mauro Rosi

I depositi dell'eruzione delle Pomici di Avellino sono ben osservabili in ampie aree sulle pendici del Vesuvio ed in un ampio areale a est-nordest del vulcano. L'eruzione inizia con l'innalzamento di una imponente colonna eruttiva alta fino a 30 km, che porta alla deposizione di una spessa coltre di pomici di caduta, zonate per colore (da pomici bianche alla base a pomici grigie al tetto), la cui dispersione è dominata dai venti prevalenti (dai quadranti occidentali). Questa prima fase dell'eruzione è la più importante come volumi di materiale emesso, ed ha una durata stimata di 6-8 ore. Essa termina con la deposizione di un sottile livello di ceneri fini di flusso, localmente stratificate o massive. Dopo una breve stasi, l'eruzione riprende con l'innalzamento di una colonna eruttiva di elevata intensità, ma di breve durata (alcuni minuti), con la deposizione di un sottile livello di caduta. L'eruzione prosegue, poi, con un drastico cambio di stile e l'attività è caratterizzata dalla formazione di numerose nubi di surge e di flusso piroclastico principalmente dispersi sulle pendici occidentali e settentrionali del vulcano. Livelli cineritici sia di caduta che talvolta di flusso si ritrovano, comunque, sporadicamente anche nei settori più orientali, fino a una distanza massima di una decina di chilometri dal vulcano. Importanti fenomeni di formazione di colate di fango a seguito dell'eruzione, con una imponente rimobilizzazione e ridistribuzione del materiale deposto durante l'eruzione, sono ben evidenti sia sul vulcano che sulle pendici del pedeappennino.
In particolare, nel sito archeologico di Nola, è possibile distinguere alcune fasi di seppellimento corrispondenti sia alle principali fasi dell'eruzione che alla rimobilizzazione secondaria del materiale eruttivo.
Fase I: caduta delle pomici
I primi prodotti che si depositano nell'area di Nola corrispondono alle prime fasi dell'eruzione. Il primo materiale vulcanico che si deposita sulle capanne e' costituito da una sabbia grossolana di pomici bianche e di cristalli. Il materiale sabbioso contiene alcune pomici bianche centimetriche. Lo spessore totale di questo strato è di pochi centimetri. In aree più vicine al vulcano ed in un ampio areale immediatamente a sud dell'area di Nola questi pochi centimetri di pomici corrispondono ad un banco di spessore variabile (in funzione della distanza dal vulcano) da pochi centimetri a circa un metro di pomici di dimensioni centimetriche, depositatosi in poche ore. L'area di Nola è, invece, interessata da un forte spessore di pomici grigie di caduta, di dimensioni centimetriche, con gradazione inversa (aumento della dimensione media e massima dei clasti verso l'alto). Il banco di pomici grigie rappresenta la fase più intensa dell'eruzione, di una durata anch'essa di alcune ore. La caduta delle pomici è costantemente accompagnata da rimbalzo e rotolamento delle stesse sui tetti. In vicinanza delle strutture, il deposito è formato tendenzialmente da materiale più fine, a causa dell'effetto di allontanamento dei frammenti più grossolani (con maggiore inerzia), conseguente al rotolamento. Avvicinandosi alle capanne, il deposito tende ad ispessirsi e a diventare più fine, drappeggiando le strutture.
Lo spessore del deposito di caduta non è stato sufficiente a seppellire completamente le strutture. Alla fine di questa fase, più della metà delle strutture, continuava ed emergere dal campo di pomici. La pressione esercitata dalla pomice sulle coperture avveniva uniformemente lungo l'intero perimetro ed in modo simmetrico. Tale spinta era ben contrastata, per una ragione di maggiore robustezza strutturali, in corrispondenza delle absidi e delle pareti divisorie interne disposte trasversalmente alla lunghezza delle capanne. Parziali cedimenti delle strutture potevano verificarsi laddove la vicinanza di due strutture tendeva a scaricare un grosso quantitativo di pomici, concentrandolo su aree molto piccole
Il parziale cedimento della parte medio-bassa di porzioni delle coperture puo' avere localmente causato la compressione e la rottura di alcuni vasi collocati a terra, a ridosso del tetto, nello spazio compreso tra il tetto e la parete interna.
Fase II: Livello di ceneri fini
Il primo strato di cenere deposto sopra la pomice grigia, consiste di una cenere fine, non contaminata da lapilli. Esaminando lo strato lungo tutto il perimetro dello scavo, si notano modeste variazioni di spessore (tra 0.5 e 1 cm approssimativamente), con gli spessori maggiori sviluppati generalmente in prossimità delle capanne. La cenere non contiene lapilli accrezionari, né si notano strutture vacuolari che possano suggerire la deposizione in ambiente umido (fangoso).
Non si può escludere per questo strato di cenere una deposizione da una nube calda, con una componente di trasporto laterale (surge). Questa potrebbe corrispondere al deposito di ceneri di flusso osservato a tetto delle pomici di caduta in numerose altre sezioni stratigrafiche in prossimità del vulcano. Non ci sono chiare evidenze che la messa in posto di questa nube di gas e cenere, la cui temperatura non era comunque in grado di carbonizzare o incendiare neppure la paglia delle capanne, sia stata accompagnata da danneggiamenti delle
capanne dovuti a spinte laterali, con senso di movimento radiale rispetto al vulcano. L'assenza di questo strato cineritico all'interno delle capanne, depone a favore di una sostanziale deposizione da un flusso di debole energia oppure di un semplice rimaneggiamento eolico della cenere.
I tetti delle capanne sporgenti sopra le pomici dovrebbero essere stati "velati" da questo strato di cenere.
Fase III: secondo deposito di caduta
La ripresa dell'attività eruttiva dopo la fine della fase parossistica dell'eruzione è segnalata, anche in questo sito, dalla deposizione di un ulteriore sottile livello di caduta di pomici grigie e frammenti litici. Lo strato contiene abbondanti litici di lave e la granulometria media e massima è inferiore a quella del deposto di pomici principale. Lo strato ha spessore costante di 3-4 cm. L'assenza di rimaneggiamenti sulla cenere della fase II suggerisce che la deposizione dei lapilli della fase III sia avvenuta in rapida successione alla fase II.
L'aggiunta di questo materiale non modifica la situazione delle capanne.
Fase IV: caduta di ceneri fini e di lapilli fini alternati a piogge
Questa fase è contrassegnata da cadute di lapilli fini e di ceneri fangose. L'accumulo di questi materiali porta alla deposizione di uno strato di 5-7 cm di spessore di ceneri stratificate e indurite. Il primissimo livello sopra lo strato di lapilli è rappresentato da un livello cineritico fortemente indurito contenente numerose vescicole (tufo vescicolato), con spessore costante, prodotto dalla deposizione di lapilli fini attraverso i quali percola del fango. Gli strati che seguono, solo a tratti ben visibili, presentano stratificazione da piano-parallela, a ondulata per effetto di rimaneggiamenti operati dall'acqua.
Nelle zone dove il deposito accumulato nelle fasi precedenti dà origine a locali depressioni, si notano aumenti di spessore delle ceneri con superfici di tetto orizzontali dovute sedimentazione in ambiente acquoso. I rimaneggiamenti avvengono a più livelli, denotando che l'intercalazione di episodi di pioggia alla deposizione per caduta delle ceneri.
Durante la fase IV, il primo significativo ingresso di materiale all'interno delle capanne è conseguente agli effetti concomitanti di acuni fattori: il verificarsi delle piogge; la presenza di un sottile strato di cenere sostanzialmente impermeabile a tetto del banco di pomici; la conformazione dello strato di pomici e ceneri di fronte all'ingresso delle capanne. Tutti questi fattori favoriscono lo scorrimento ed il percolamento delle acque fangose che trascinano la cenere e la pomice verso l'interno delle capanne in prossimità delle aperture (porte di ingresso ed eventuali settori già collassati). Le ultime ceneri deposte (quelle della fase III) sono, per prime, spinte all'interno. Il primo rimaneggiamento e la conseguente immissione dentro le capanne di fango commisto a pomice, ha quindi un'origine locale; l'ingresso di solo fango fine o di pomice e fango potrebbe dipendere dall'intensità della pioggia. L'immissione, in eventi ripetuti e di piccola scala, di fango generato localmente, è registrata anche dalle prime lamine fangose presenti nella parte basale dell'imboccatura del forno.
Fase V degli alluvionamenti remoti
In questa fase si verificano importanti fenomeni di alluvionamento (colate di fango) che apportano materiale in tutta l'area del sito e non solamente all'interno delle capanne. Poiché le capanne sono comunque più basse del nuovo piano di campagna, esse diventano zone di richiamo del fango. I sedimenti fangosi di provenienza remota sono contrassegnati dalla presenza di pomici arrotondate e dalla abbondanza di pomice bianca grossolana che, come è stato precedentemente sottolineato, è presente nell'area del sito solo alla base dello strato di pomice grigia, con frammenti fini ed in piccola quantità. Le prime colate di fango (lahars) che raggiungono il sito sono comunque formate prevalentemente da fango fine molto povero di frammenti pomicei. Il sostanziale riempimento delle capanne sembra legato ad un episodio principale di lahar. Il deposito risultante, essenzialmente cineritico, ingloba la maggior parte dei manufatti e fornisce un importante controspinta alla pomice accumulata all'esterno, contrastando efficacemente il collasso verso l'interno delle capanne. Gli arrivi tardivi sono prevalentemente legati a sovralluvionamenti, depositando prevalentemente pomice dilavata, arrotondata, di bassa densità (ben vescicolata). Le pomici sono probabilmente prese in carico in corrispondenza dell'areale di massima dispersione del deposito di cauta della fase I, alcuni chilometri a sud-sudest del sito archeologico. I depositi risultanti sono a supporto di clasti pomicei e sono totalmente privi di litici. L'arrivo di queste pomici tardive si verifica in molte riprese e porta al finale riempimento del sito.

I due feti di Croce del Papa: studio preliminare
A cura di Maddalena Malvone

L'antropologia fisica è lo studio delle caratteristiche fisiche dell'uomo. Nel passato questo studio era mirato a definire le popolazioni in termini descrittivi, metrici e classificatori, ora invece è indirizzato verso l'interazione uomo-cultura-ambiente, ponendo tra i suoi scopi quello di ricostruire le dinamiche bio-culturali delle popolazioni. Le informazioni che il dato antropologico può apportare abbracciano un'ampia gamma di situazioni che vanno dalle analisi base di determinazione di sesso ed età alla morte, della statura, dello stato di salute, dell'individuazione di alcuni tipi di malattie e stress generici, al fine di capire la loro incidenza e il loro trend nel tempo. Le informazioni di ordine tafonomico hanno l'obiettivo di individuare tutto quello che è accaduto dopo la deposizione del corpo, sia gli eventi di ordine artificiale/culturale, che gli eventi di ordine naturale. Nell'ambito degli studi interdisciplinari, l'archeologia ha iniziato un rapporto priviligiato con l'antropologia; ciò nasce dalla considerazione che lo scheletro non è solo il sostegno del corpo, ma un tessuto vivente: infatti le ossa si modellano in base alla postura e alle abitudini motorie, si rigenerano se danneggiate riportando le tracce del danno subito, registrano le conseguenze di determinate malattie, stress, carenze nutrizionali, tutta una gamma di eventi più o meno cruciali che le hanno interessate durante la vita. Tenendo conto dell'importanza della conoscenza diretta (fisica), e indiretta (culturale) dell'uomo, lo scheletro può essere considerato a tutti gli effetti un vero e proprio "archivio di dati" sulle sollicitazioni ambientali subite, sulle abitudini di vita e su alcuni tratti culturali. Le caratteristiche biologiche di un gruppo umano concorrono a spiegarne il profilo culturale e viceversa. Un esempio di interazione tra i due studi (contatto biologia e cultura) riguarda le relazioni delle attività di sussistenza con lo stato di salute e nutrizionale delle popolazioni del passato. Difatti analizzando in particolare le patologie del cavo orale (carie, tartaro, cisti) ed effettuando analisi specialistiche, quali, ad esempio, l'analisi degli elementi in traccia, si può risalire al tipo di alimentazione e, di riflesso, al tipo di attività di sussistenza svolte per procacciarsi il cibo.
Tipo di indagine
Lo studio dei reperti scheletrici consiste in una valutazione prettamente descrittiva attuata attraverso l'osservazione/rilevamento di tutti i distretti scheletrici, che assumono importanza diversa a seconda del tipo di analisi che si vuole effettuare. Le analisi base sono costituite dalla determinazione del sesso sugli individui di età adulta (oltre i 18 anni) mediante l'osservazione del cranio e del bacino, e dalla determinazione dell'età alla morte mediante l'osservazione dell'usura dei denti e dal grado di obliterazione delle suture del cranio. Per quanto riguarda gli individui subadulti (fasce di età compresa tra gli 0 e 18 anni circa) non è possibile determinarne il sesso, ma si può effettuare una valutazione dell'età molto più precisa, mediante il grado di eruzione dentaria e la lunghezza degli arti. Altre indagini riguardano l'individuazione dello stato di salute, delle
malattie e il riconoscimento del tipo di dieta, valutando il grado di bilanciamento tra carboidrati e proteine. Lo studio si arricchisce inoltre dell'osservazione di particolari lesioni lasciate in determinate zone di alcune ossa o gruppi di ossa dovute a movimenti ripetuti nel tempo, che, confrontati con movimenti noti per attività attuali, possono dare un quadro sulle ipotetiche attività svolte dalle popolazioni del passato. Infine, le informazioni che più si avvicinano ad elementi di ordine culturale sono quelle che si ricavano al momento dello scavo, identificando tutte quelle azioni di ordine artificiale/culturale che vanno dalla preparazione alla sistemazione del corpo nella tomba, a quello che può accadere dopo la deposizione, come ad esempio, riduzioni o violazioni; altre informazioni provengono dai processi di ordine naturale, quali particolari posizioni delle ossa dovute alla decomposizione in uno spazio pieno o in uno spazio vuoto, il passaggio di acqua, oppure l'intervento di piccoli animali quali insetti o roditori.
Primi risultati a Nola
A Nola sono stati rinvenuti due individui in età fetale. Entrambi rispecchiano lo stesso tipo di rituale: i corpi sono infatti deposti sulla base di un vaso coperti da frammenti che appartengono probabilmente allo stesso vaso; i luoghi delle sepolture sono all'interno del villaggio, ma fuori dalle capanne. L'orientamento invece in questo caso non sembra seguire regole fisse, difatti mentre la prima deposizione è orientata N/S, la seconda invece è orientata E/O. I rituali funerari costituiscono uno dei campi di studio più importanti e di difficile interpretazione per svelare elementi del sistema socio-culturale di un gruppo umano. La scelta di deporre questi due individui all'interno del villaggio e non insieme agli altri defunti della comunità è forse legata al fatto che questi feti non sono entrati a farne parte essendo morti prima o subito dopo la nascita; quindi il luogo sancisce una loro posizione di liminarità, uno stare dentro e fuori contemporaneamente dalla comunità, in modo tale da non compromettere l'equilibrio tra la comunità dei vivi e quella dei morti.
Deposizione 1
L'individuo si presenta rannicchiato sul fianco sinistro. Lo stato di conservazione è ottimo: fa eccezione il cranio che si presenta molto frantumato e incompleto. Sono presenti quasi tutte le ossa, mancando solo i peroni e i piedi. Il defunto è deposto in posizione fetale, riproducendo la posizione assunta nel grembo materno. Le gambe sono contratte e le braccia sono rivolte verso il viso. L'età del feto è stimata in sei mesi lunari in base alle dimensioni delle ossa degli arti. L'individuo è orientato N/S.
Deposizione 2
Lo scheletro è stato oggetto di alcuni eventi post-deposizionali come, ad esempio, l'azione di piccoli animali quali roditori o insetti, che hanno causato la disarticolazione di quasi tutti i distretti scheletrici; la persistenza di altri però prova che ci troviamo di fronte ad una deposizione primaria. Non abbiamo elementi per determinare la sua posizione al momento del seppellimento. L'individuo presenta un buono stato di conservazione, vista anche la consistenza e la fragilità delle ossa legata alla sua giovanissima età; è ben rappresentato, infatti, mancano soltanto alcuni elementi scheletrici. L'età del feto è stimata fra i quattro e i quattro e mezzo mesi lunari, in base alla lunghezza degli arti. L'individuo è orientato E/O.

Nota sui reperti animali rinvenuti nel sito di Croce del Papa
A cura di Natascia Pizzano, Angelo Genovese

L'Archeozoologia, o Zooarcheologia, suo sinonimo, è quella scienza che studia i reperti animali rinvenuti su uno scavo archeologico, che risultano essere in diretta connessione con l'attività antropica. Per l'archeologo, infatti, l'Archeozoologia è una disciplina ausiliaria, di grand'utilità, atta a ricostruire il quadro economico-ambientale di un giacimento archeologico. Il moderno approccio scientifico allo studio delle archeofaune è teso a ricostruire i percorsi storico-economici dei nostri antenati, le loro preferenze e abitudini alimentari, la ritualità, l'ambiente naturale in cui essi vivevano, permettendo così di cogliere, di una civiltà, tutti quegli aspetti della quotidianità ritenuti, a torto, di secondario interesse. Dall'analisi di un osso è possibile, qualora l'elemento lo consenta, ricostruire il segmento scheletrico, la specie di appartenenza, il sesso (per alcune specie) e l'età di morte dell'individuo. Dall'unione e dalla elaborazione dei dati finali è possibile, dunque, fare delle stime quantitative sulle singole specie animali rinvenute durante le operazioni di scavo, e ricostruire l'economia di un sito ed il carattere dello stesso, se cioè si trattava di un villaggio nomade o di una società ben organizzata, le cui forme di vita erano dettate dalla sedentarietà.
Un ricovero fatale
Uno degli aspetti che rende quello di Nola uno scavo sorprendente ed eccezionale è, sicuramente, quello legato al rinvenimento di una struttura di ricovero per animali. Non molto distante dalle capanne, oltre quella che ci sembra una recinzione per gli animali, si è rinvenuta una struttura, di forma subcircolare, fatta di argilla impastata con elementi vegetali, posta su un massetto di argilla; questa, al suo interno, conteneva ben nove individui ovicaprini, di sesso femminile e apparentemente tutte gravide, ed altri quattro al suo esterno, legati ad alcuni paletti, probabilmente da una fune.
I corpi aggrovigliati ed i crani protesi verso l'alto lasciano supporre una morte tutt'altro che serena, forse dovuta all'asfissia, causata probabilmente dalle esalazioni di gas e dall'arrivo di materiale piroclastico ed eruttivo. All'esterno di questa struttura, dotata anche di una copertura, come si intuisce dal rinvenimento di piccoli fori lungo il bordo della stessa, si sono rinvenuti altri quattro individui, legati ad alcuni pali perimetrali. Uno di questi individui, in particolar modo, era proteso con le zampe verso la cesta, quasi a voler cercare riparo dall'arrivo del materiale vulcanico, o semplicemente facendosi coraggio nel mucchio.
Oltre questo spettacolare rinvenimento, l'indagine archeozoologica a Nola è arricchita dai numerosi reperti ossei ritrovati, distribuiti all'esterno delle capanne, a testimonianza di una cultura di "abbandono casuale" dei resti di pasto e di macellazione: i frammenti ossei, infatti, presentano nella loro quasi totalità segni evidenti di macellazione e, talvolta, tracce di rosicchiatura. Numerosi erano anche i reperti faunistici all'interno delle capanne, probabilmente pezzi di carne secche appese alle travi.
Conclusioni
Allo stadio attuale della ricerca archeozoologica su Nola non è possibile fornire altri dati, ma le analisi in corso faranno presto luce su molti punti oscuri, tra cui la modalità di morte dei tredici animali ritrovati, ed i fattori tafonomici che hanno agito su di essi durante la lunga fase di seppellimento.

Le analisi antracologiche a Nola (loc. Croce del Papa):primi risultati
A cura di Gaetano Di Pasquale, Mario Marziano, Giovanni Soria

In un contesto archeologico sono molte le discipline che si mettono in gioco per ricostruire un ambiente passato. Gli studiosi di ciascun settore riescono ad ottenere, dai dati che emergono dagli scavi, informazioni che, integrate tra loro, completano o cercano di completare la visione d'insieme del sito. Tra queste discipline, l'archeobotanica studia i resti vegetali conservati nei sedimenti, e, attraverso la ricostruzione del paleoambiente, fornisce numerose risposte circa l'economia dell'uomo, il tipo di paesaggio in cui viveva e l'impatto che poteva avere sull'ambiente stesso.
L'antracologia è un ramo dell'archeobotanica che permette di ricostruire il paleoambiente a scala locale; il nome deriva dal greco antrax, "carbone" e logos "disciplina"; infatti, scopo di questa disciplina è l'identificazione botanica e la datazione dei frammenti di legno carbonizzato.
I frammenti di carbone che derivano dalla combustione del legno sono presenti in qualsiasi contesto archeologico, in quanto l'uso del fuoco è imprescindibile dalle attività produttive dell'uomo, basti pensare alla cottura dei cibi, al riscaldamento, all'illuminazione, alla lavorazione dei metalli, della ceramica, etc.
Il metodo
Per prelevare i carboni, occorre definire una maglia di campionamento regolare su tutta la superficie dello scavo, e procedere alla raccolta di campioni di sedimento per ogni unità stratigrafica di cui si vogliono avere informazioni. Il passaggio successivo prevede la setacciatura in acqua dei sedimenti campionati, per separarli dai carboni. Il carbone è chimicamente inerte, quindi non può essere attaccato da microrganismi decompositori e può conservarsi anche molto a lungo.
Caratteristica fondamentale dei carboni, ai fini dell'identificazione botanica, è quella di mantenere inalterate le strutture anatomiche del legno di origine. Poiché ciascuna specie vegetale possiede un'anatomia del legno differente da quella delle altre, osservando i carboni con un microscopio a riflessione, capace di ingrandire fortemente piccoli oggetti, è possibile identificare le specie legnose da cui si sono originati. L'identificazione avviene per confronto, con l'ausilio di una chiave informatizzata, di atlanti di anatomia del legno e di collezioni di carboni di riferimento (antracoteca). Successivamente, i campioni di carbone possono essere datati con la tecnica del radiocarbonio per ottenere la precisa collocazione temporale dell'unità stratigrafica.
I primi risultati a Nola
Per quanto riguarda il sito archeologico in località Croce del Papa (Nola), le prime indagini antracologiche hanno evidenziato la presenza di carboni di faggio (Fagus sylvatica), carpino nero (Ostrya carpinifolia) e fico (Ficus carica).
- Il faggio (Fagus sylvatica)
Famiglia Fagaceae
E' una specie a foglia caduca che può raggiungere 30-40 m di altezza e vegeta in ambienti con abbondanti precipitazioni ed elevata umidità; predilige l'ombra. In Italia forma boschi puri o misti insieme ad altre latifoglie tra gli 800 e i 1600 m s.l.m.; solo in poche stazioni di pianura forma boschi relitti, testimoni di una copertura forestale planiziale ormai pressoché inesistente. Il suo legno è facilmente lavorabile e può portarsi a buona finitura, anche se facilmente alterabile allo stato naturale; inoltre, il faggio fornisce ottima legna da ardere. Le faggiole, i frutti di questa pianta, contengono semi commestibili, ricchi di amido e di grassi, simili alla castagna, ma di minori dimensioni e da cui si estrae un olio anch'esso commestibile.
Nell'area in questione, i popolamenti di faggio più prossimi al sito si trovano oggi sui rilievi del Partenio.
- Il carpino nero (Ostrya carpinifolia)
Famiglia Corylaceae
Albero a foglia caduca che raggiunge una ventina di metri di altezza, è una specie termofila molto comune nei boschi misti; il legno risulta ottimo per ottenere carbone, dato il suo elevato potere calorifico oltre a caratteristiche di compattezza tali da risultare particolarmente adatto per ottenere manici e utensili.
- Il fico (Ficus carica)
Famiglia Moraceae
Il fico comune o fico domestico è una pianta xerofila, di modeste dimensioni, capace di vivere anche su suoli aridi e pietrosi. Tutti conosciamo il suo "frutto" o meglio, la sua infruttescenza dolce e zuccherina sicuramente già apprezzata dagli abitanti di questo insediamento. Probabilmente si tratta delle prime forme di domesticazione di tale specie.
Prime conclusioni
Il ritrovamento di tali specie nel sito fa ipotizzare la presenza di un bosco misto planiziale a dominanza di faggio, non molto distante dall'insediamento, ai margini di un'area antropizzata con alberi da frutto, come il fico, assieme ad aree destinate a pascolo, ed altre utilizzate per la coltura estensiva dei cereali. Per quanto riguarda il faggio non si può escludere la sua possibile provenienza dai vicini rilievi, fatto che indicherebbe l'esistenza aree di approvvigionamento relativamente distanti dal sito in questione.

I resti vegetali carbonizzati e le impronte delle piante alimentari
A cura di Lorenzo Costantini, Loredana Biasini Costantini,
con la collaborazione di Matteo Delle Donne

Il deposito archeologico dell'insediamento protostorico di Nola (località Croce del Papa) ha restituito una rilevante quantità di resti vegetali perfettamente conservati. La documentazione archeobotanica raccolta, unica nel suo genere per il territorio italiano, è particolarmente preziosa e di grande valore scientifico e culturale perché comprende sia semi e frutti carbonizzati, sia impronte di spighe, di semi e di frutti, molto chiare e definite in tutti i particolari.
Il recupero dei resti carbonizzati è stato effettuato setacciando in acqua, con setacci a maglie molto piccole (da 0,5 a 2 millimetri), numerosi campioni di terreno archeologico prelevati in tutte le aree dell'abitato. Ciò ha consentito di separare dal sedimento archeologico moltissime cariossidi carbonizzate dei tre principali cereali coltivati durante l'età del Bronzo, quali il farro piccolo o monococco (Triticum monococcum), il farro o dicocco (Triticum dicoccum) e l'orzo esastico vestito (Hordeum vulgare). Insieme alle cariossidi dei cereali, sono state recuperate due ghiande carbonizzate (Quercus sp.) e un frammento di nocciolo d'olivo (Olea europaea).
La carbonizzazione delle cariossidi fu causata, probabilmente, dalle pratiche di riscaldamento che le popolazioni contadine protostoriche utilizzavano per liberare più facilmente le cariossidi dei cereali dal loro rivestimento glumaceo, prima della macinatura. Non si può escludere, però, che la carbonizzazione possa essere stata causata da fatti accidentali, quali la prolungata esposizione al calore durante le fasi di preparazione dei cibi, o la combustione della paglia e dei semi, residui della trebbiatura.
Qualunque ne sia stata l'origine, la carbonizzazione ha assicurato la conservazione pressoché inalterata delle cariossidi e dei frutti i quali, altrimenti, come tutti i resti organici sarebbero andati incontro ad un rapido decadimento naturale che avrebbe inevitabilmente portato alla loro decomposizione, senza lasciare tracce nel deposito archeologico.
Negli strati di cinerite, insieme ai resti carbonizzati, sono state recuperate numerose impronte di spighe dei tre cereali (monococco, dicocco, orzo), alcune impronte di ghiande e l'impronta di una mandorla (Amygdalus communis). Le impronte dei vegetali sono state prodotte dal sedimento che inglobò tutto l'insediamento, attraverso un lento processo di fossilizzazione che trasformò i vegetali in impronte, con la totale scomparsa della sostanza organica. In questo modo si sono formate delle impronte perfette, che riproducono fedelmente tutti i particolari delle spighe, grazie soprattutto alla grana particolarmente fine del sedimento.
In generale, il ritrovamento d'impronte di spighe intere è un evento particolarmente raro e, per l'Italia centro-meridionale, è nota una sola impronta di spiga intera, quella rinvenuta all'interno di un frammento d'intonaco di capanna del sito neolitico di Fontanelle (Ostuni) (Costantini, Stancanelli 1994; Costantini 2002). Le impronte di Nola sono quindi particolarmente importanti perchè, attraverso il loro studio, sarà possibile conoscere le caratteristiche e le qualità dei raccolti dell'area campana durante l'età del Bronzo.
Triticum monococcum
Il monococco o farro piccolo è un tipo di grano molto antico, originario del Vicino Oriente. E' la spesie più esile tra i frumento coltivati e presenta spighe erette, appiattite leggermente. Le sue cariossidi sono piccole, molto schiacciate, e disposte per lo più singolarmente all'interno delle spighette che compongono la spiga. Le singole spighette, ordinate su due file, portano due fiori, dei quali in genere, matura solo quello più in basso, da cui la denominazione "monococco". Il farro piccolo è un grano "vestito", cioè i semi a maturazione restano avvolti nelle glume; durante la trebbiatura, si staccano solo le spighette e per liberare i semi dalle glume è necessario tostarle, per rendere fragili le glume e, successivamente, pestarle in un mortaio per frammentarle e staccarne le glume liberando così le cariossidi nude. I semi di questo cereale venivano utilizzati per l'alimentazione umana attraverso la preparazione di minestre e/o sfarinati.
Il monococco è presente in Italia fino dal neolitico antico e rimase nei coltivi fino a tutta l'età del ferro (Costantini 2002). Non è mai stato un cereale di grande importanza alimentare, ma fu sempre coltivato in associazione al dicocco e, con il passare del tempo, rimase nei coltivi solo a livello d'infestante.
Tra i resti vegetali di Nola, le cariossidi attribuite a monococco rappresentano una percentuale molto modesta (meno del 5% del totale), a conferma che il farro piccolo non veniva coltivato, ma cresceva nei campi di farro.
Triticum dicoccum
Il dicocco è anch'esso cereale vestito, ma le sue spighette portano tre fiori dei quali, solitamente, due maturano producendo una spiga più grande e più ricca di quella del monococco. Per questo motivo, il farro diventò il frumento più diffuso fino alla comparsa del grano tenero. Come per il monococco, anche per il farro è necessario effettuare tutte quelle operazioni volte ad isolare le cariossidi dalla pula, solo che, alla fine del lavoro, il risultato è praticamente doppio perchè ciascuna spighetta può rendere due semi, contro uno solo del monococco.
Il dicocco fu il tipico grano neolitico e, per la qualità della sua farina, fu adottato anche dai romani (Costantini, Stancanelli 1994; Costantini 2002).
Nel deposito archeologico di Nola, le cariossidi di dicocco rappresentano circa il 30% del totale dei resti carbonizzati.
Hordeum vulgare
L'orzo è un cereale che presenta tre spighette, ognuna con un solo fiore, su ogni nodo dell'asse della spiga: se matura solo la spighetta mediana si ha l'orzo distico o a due file, altrimenti se tutti e tre i fiori raggiungono la maturazione, si ha l'orzo esastico o a sei file. Le due specie sono distinguibili per la morfologia dei semi: nell'orzo a due file, i semi sono dritti e simmetrici, nell'orzo a sei file, i semi sono leggermente piegati e alquanto asimmetrici. Anche l'orzo, come il frumento, può presentare cariossidi "nude" o "vestite".
In Italia, le testimonianze della coltivazione dell'orzo risalgono al neolitico antico e il suo sfruttamento per scopi alimentari è attestato fino a tutta l'epoca romana. (Costantini, Stancanelli 1994; Costantini 2002).
A Nola, l'orzo è il cereale di gran lunga più abbondante e le cariossidi rinvenute rappresentano circa il 65% del totale delle cariossidi recuperate.
Quercus sp.
Due ghiande carbonizzate e due impronte testimoniano la presenza della quercia nel territorio e, probabilmente, lo sfruttamento dei suoi frutti per scopi alimentari.
Amygdalus cf. communis
Il mandorlo è un albero fruttifero originario del Vicino Oriente e del Bacino del Mediterraneo (Browicz, Zohary 1996), per il quale scarsa è la documentazione archeologica. L'unica impronta, anche se incompleta, rinvenuta nel deposito di Nola assume pertanto grande valore, poiché oltre a contribuire alla conoscenza della diffusione della specie nel Mediterraneo, il reperto costituisce una importante prova dello sfruttamento della pianta per scopi alimentari.
Olea europaea
Un piccolo frammento carbonizzato è stato identificato come parte di un nocciolo di olivo. Si tratta di una prima indicazione di presenza che necessita però di ulteriori prove che confermino l'utilizzo dell'olivo da parte della comunità umana che viveva nell'insediamento di Nola.
Bibliografia
Browicz K., Zohary D., 1996, The genus Amygdalus L. (Rosaceae): Species relationships, distribution and evolution under domestication, Genetic Resources and Crop Evolution, 43, pp. 229-247.
Costantini L., Stancanelli M., 1994, La preistoria agricola dell'Italia centro-meridionale: il contributo delle indagini archeobotaniche, Origini, XVIII, pp. 149-244.
Costantini L., 2002, Archeobotanica. Italia centro-meridionale, in AA.VV. L'Italia agricola. In stampa.

Un progetto di Parco Archeologico della Preistoria
A cura di Giovanni Falanga e Giuseppe Vecchio

L'eccezionalità delle scoperte di località Croce del Papa ha suggerito alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta di progettare un "Parco Archeologico della Preistoria" sul territorio dei due comuni di Nola e di San Paolo Belsito che si presentano come i depositari dei più importanti ritrovamenti avvenuti negli ultimi anni.
Il progetto si inserisce nella dinamica realtà politico-culturale della Regione Campania, volta a dare rilievo alle testimonianze storiche e archeologiche che, sapientemente valorizzate, potrebbero costituire un patrimonio capace di dare rilancio culturale ed economico a questa zona interna della Campania.
In Italia, sebbene, con un certo ritardo rispetto alla lunga tradizione centro e nord-europea, si cominciano a realizzare dei Parchi archeologici relativi a momenti molto antichi della storia del territorio. Dopo la creazione di Parchi paleontologici, come il Parco dei dinosauri di Pietraroia, l'attenzione di alcune regioni si è orientata verso la realizzazione e la tutela di importanti aree preistoriche. Possiamo citare l'area fusoria di Redebus nel Trentino, e sempre nel Trentino il Parco archeologico delle palafitte di Fiavè che sarà ubicato presso l'area di scavo delle ormai ben note palafitte dell'ex lago Carera. Ad Adamello (Lombardia) il Parco di Naquane conserva le incisioni rupestri lasciate dalle primitive popolazioni locali.
In Italia meridionale, sono quasi assenti i Parchi sia archeologici, sia naturalistici. Tra le realizzazioni recenti va citato il Parco archeologico di Passo di Corvo (Foggia), mentre sono ancora in corso di realizzazione il Parco di Siponto (Foggia) e quello dell'antica Volcei (Buccino) che racchiuderà l'intero perimetro cittadino e sarà completato con la creazione di un Museo Archeologico che conterrà la documentazione più significativa rinvenuta sul territorio. In Campania, da alcuni anni, il territorio di Nola sta evidenziando situazioni archeologiche di eccezionale importanza, uniche nel loro genere in Italia e in Europa.
Se per la preistoria più remota è nota una frequentazione in grotta a Roccarainola (Paleolitico inferiore), meglio documentata appare la protostoria con gli insediamenti neolitici e tardo-neolitici di Sarno ed Avella, e l'intensa frequentazione durante l'intera età del Bronzo, con siti dislocati quasi senza soluzione di continuità a quote medie sulle alture collinari che circondano la pianura (Sarno, Palma Campania, Taurano, Liveri, Livardi, Casamarciano, Avella, Monte Fellino, Visciano).
L'età del Ferro fino al periodo orientalizzante, già ben nota nella piana del Sarno, comincia ad essere presente anche a Nola nella necropoli in località Torricelle. I periodi arcaico e sannitico sono attestati dai sepolcreti di Palma Campania, Nola, Casamarciano, Avella, ma anche dal tempio sannitico di Cimitile. Le evidenze di epoca romana sono sicuramente le più numerose, tipologicamente varie ed anche monumentali: vi sono due anfiteatri (Nola ed Avella), un teatro (Nola), vari tratti di acquedotto (Casamarciano, Roccarainola, Palma Campania, Sarno) o cisterne (Liveri), strutture urbane (Nola), aree sepolcrali (Palma Campania, Nola, San Paolo Belsito) in cui sono presenti a volte anche dei mausolei (Nola, San Paolo Belsito, Avella), e tutta la lunga serie di ville romane dislocate ad occupare tutto il territorio (Palma Campania, Cimitile, Faibano, Acerra, Visciano, Taurano, Casamarciano, Nola).
Sono documentate anche le epoche più tarde a partire dalle tombe tardo-antiche di Nola, ai monumenti del periodo paleocristiano (complesso basilicale di Cimitile, basilichetta di Tufino) e fino al medioevo (Castello di Cicala). Oltre alle ricchezze archeologiche, il territorio nolano conserva, inoltre, tracce di alcune eruzioni vulcaniche avvenute in vari periodi della storia.
E' questo complesso intreccio di evidenze diverse che coprono un così ampio arco cronologico che giustifica ed in un certo senso rende necessario pensare a questo ambiente storico-geografico in modo nuovo e più aderente alle potenzialità offerte dal territorio: è per questo che si è pensato alla creazione di un Parco Archeologico e Vulcanologico che illustri e permetta la valorizzazione dei complessi archeologici nella loro specifica situazione paleoambientale. In questo quadro del tutto nuovo, gli scavi in Nola e nella cittadina di San Paolo Belsito mostrano di concentrare nel loro areale e nell'immediato circondario situazioni di eccezionale importanza relative all'età del Bronzo Antico ed a periodi importanti per la storia della Campania.
Da ricordare l'eccezionale scoperta a San Paolo Belsito dei due primi scheletri dei fuggiaschi dell'eruzione di Avellino, morti durante le prime ore della catastrofe e, recentemente nella zona Monticello-La Starza, lo scavo di una necropoli del Bronzo Antico con tumuli e tombe a fossa, con abbondante materiale ceramico e faunistico.
Il Progetto del Parco Archeologico a Nola interessa l'insediamento dell'età del Bronzo Antico in località Croce del Papa, posto ad una profondità di circa 6 metri al di sotto dell'attuale livello di campagna. Una quota che è interessata da una falda acquifera presente in tutto l'agro nolano. L'eccezionalità e l'originalità del ritrovamento ha impegnato i tecnici della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, non solo nella ricerca di nuove metodologie di scavo, ma anche di complesse e innovative tecniche di recupero, rilevamento e conservazione. Allo stato è stata scavata un'area di circa 1500 mq..
L'esigenza primaria è quella di proteggere il bene che, lasciato allo stato attuale, corre il rischio di essere consumato dalla falda, nonostante la costante ed onerosa azione di pompaggio e dagli agenti atmosferici che pesantemente incidono sui ritrovamenti che la copertura dei fanghi vulcanici ha preservato per migliaia di anni.
Interventi urgenti sono, quindi, il consolidamento delle pareti di scavo, costituite da friabili stratificazioni di pomici e ceneri vesuviane; la realizzazione di una
copertura di tutta l'attuale area di scavo, con caratteristiche di modulare espansibilità a garantire la protezione nella fase attuale e nelle successive campagne di scavo; la creazione di un idoneo sistema di fruizione che consenta un facile uso ed un'integrale lettura del territorio per gli aspetti storico-archeologici e vulcanologi; attrezzature e servizi di protezione e accesso.
Il progetto di scavo, recupero e valorizzazione del bene
L'intervento prevede l'allargamento e il completamento della campagna di rilevamenti e scavi avviata dalla Soprintendenza; è prevista la realizzazione di un rilievo altimetrico e fotogrammetrico dell'area interessata e la quadrettatura del sito con una maglia principale e secondaria.
Successivamente saranno effettuate campagne di prospezioni magnetiche con magnetometro a protoni di tipo differenziale da eseguirsi ai quattro vertici del reticolo principale e saggi stratigrafici che consentiranno di individuare con certezza lo sviluppo planimetrico del villaggio e le aree di maggiore interesse archeologico.
Solo successivamente verranno iniziate le operazioni di scavo