Convegno
Siti archeologici ed effetti delle eruzioni in Campania
I vulcani distruttori e preservatori degli antichi insediamenti umani
Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali

Ravello (Villa Ruffolo) - Pompei – Somma Vesuviana 19-20 ottobre 2004

"Eruzioni protostoriche e reinsediamenti umani nell'area nolana:nuovi dati archeologici e cronologici".
C. Albore Livadie, N. Castaldo, C.Lubritto, F. Terrasi, G. Vecchio

Come è noto, l’eruzione delle pomici di Avellino avvenuta circa 3450 B.P. ha seppellito sotto i suoi depositi pliniani alcuni insediamenti protostorici inseriti in un vasto territorio fortemente antropizzato.

Tra i numerosi insediamenti noti, ed in minima parte scavati, il villaggio del Bronzo antico di Croce del Papa, nell’immediata periferia di Nola, costituisce un caso di studio di gran significato sia per la spettacolare conservazione delle strutture abitative che per l'ingente quantità di dati evidenziati (dalle impronte perfettamente conservate dei resti vegetali e faunistici ai manufatti e alle strutture domestiche ed artigianali trovati in posto).

L’area indagata è di circa 1500 mq, a sei metri dal piano di campagna. Ha restituito tre capanne a forma di ferro di cavallo, separate le une dalle altre da staccionate e diversi recinti per animali, un'aia e due pozzi. Alcuni recinti erano probabilmente destinati alla stabulazione, data la presenza di numerose impronte di zoccoli di animali domestici (bovini, capro-ovini, ecc.), spesso associate a impronte di piedi lasciate dall’uomo. Gli animali erano fuggiti al momento dell'eruzione, tranne un gruppo di nove pecore gravide rinchiuse in una gabbia o legate ad una vicina staccionata.. A differenza di quanto probabilmente è avvenuto nei vicini villaggi di Palma Campania e S. Paolo Belsito, l'eruzione ha consentito agli abitanti del villaggio di Nola sia tempi sufficienti per la fuga, sia la perfetta conservazione delle capanne. L'agro nolano, infatti, al margine dell'area di caduta delle piroclastiti della prima fase dell'eruzione, non è stato coperto dalla pioggia di pomici bianche delle prime 5-6 ore della catastrofe, ma solo dal successivo fall di pomici grigie e dalle ceneri che ricoprirono le capanne senza farle crollare.

Alla fine dell'eruzione, inoltre, ingenti fenomeni alluvionali apportarono materiali piroclastici di superficie in tutta l’area del sito e all’interno delle capanne che si riempirono di fango cineritico. La deposizione di questo fango, contrastando efficacemente il collasso verso l’interno delle capanne, determinato dalle pomici accumulatesi all'esterno, ha permesso la conservazione dell'alzato per un'altezza di poco più di 1,30 mt.. La colata fangosa , penetrata lentamente negli ambienti, inglobò e riempì i recipienti e le strutture vuote (forno, ecc.), spostò e sollevò i contenitori più leggeri e, consolidandosi, ha restituito l’impronta dell'interno delle capanne e di tutto quello che vi si trovava (una scala e dei recipienti in legno, dei contenitori in vimini, dei tessuti, dei legacci che tenevano appesi alcuni recipienti o uniti tra loro gli elementi della costruzione). Chiaramente leggibili “in negativo” grazie a questo provvidenziale calco sono ancora oggi le fascine di paglia che rivestivano le capanne, i paletti ed i graticci di legno o le foglie di quercia e di felci, i funghi, le impronte di cereali ed altri resti vegetali che il fango ha fossilizzato.

Si è asportato, durante lo scavo, buona parte del rivestimento esterno delle capanne alfine di evidenziare la carpenteria che lo sopportava e sono stati documentati tutti gli elementi strutturali significativi. A tale fine si è proceduto, secondo metodi tradizionali d’intervento (gesso liquido) o più moderni (gomme siliconiche), a riempire i vuoti lasciati dal deperimento del materiale di costruzione (pali e travi di legno, legami, incastri, ecc.). L'accuratezza della documentazione fotografica, ma soprattutto grafica, ha permesso di risalire ai minimi dettagli dell'architettura delle capanne .

Nei livelli pomicei depositatosi all'esterno delle abitazioni è stato possibile risalire, con la medesima metodologia, alla tipologia degli steccati (costruiti con travicelli e/o con graticcio, paletti, picchetti, tavole, ecc.), ad alcune sistemazioni provvisorie (secchio di legno appeso ad un recinto, ceste davanti alle capanne, ecc.) ed all’individuazione di alcuni strumenti agricoli di incerta natura.

Le strutture abitate, orientate in direzione NW-SE, hanno un’ apertura nella parte rettilinea ed una parte avanzata, sopra l’ingresso, a mò di tettoia. Le dimensioni sono varie; da m 15,60 di lungo a m 4,30/4,60-7,50 di largo. Dovevano raggiungere un’altezza da m. 4,30/4,50 a m 7,50 .

Gli abitanti ebbero il tempo di portare via i loro averi più preziosi (armi in bronzo no sono state trovate!) ad eccezione di un notevole copricapo, fatto con placchette tagliate nelle zanne inferiori di giovani maiali.

Sia la quantità dei materiali eruttati che aveva ricoperto il territorio agricolo con rilevanti spessori di pomici e di ceneri sia la stessa dinamica eruttiva che aveva stravolta parte del paesaggio agricolo sia l’effetto degli aerosols e della crisi ambientale (esaurimento delle sorgenti, piogge acidi, gas, ecc.) sembravano avere avuto effetti catastrofici al punto di determinare una interruzione della vita vegetale e animale per un periodo piuttosto prolungato.

Nell’area prossima al centro eruttivo e nella regione ad Est del Vesuvio, che apparivano maggiormente devastate, il forte impatto sull’ambiente pareva escludere un reinsediamento rapido delle popolazioni sopravvissute.

Tale interruzione sembrava decisamente più breve nelle regioni a Nord-Ovest, a Sud e a Sud-Est del cratere, ove la sola deposizione delle ceneri vulcaniche avrebbe consentito una più veloce ripresa della vita nei suoi multiformi aspetti. Infatti nelle zone prossimali al cratere, ma al di fuori della diretta ricaduta delle pomici, alcuni siti (Pompei S. Abbondio, Boscoreale, Boscotrecase) documentavano una rapida ripresa. Lo stesso si poteva supporre anche per alcune zone dell’interno che sembravano essere state rioccupate in tempi relativamente brevi. E’il caso della Starza ad Ariano Irpino dove le datazioni C14 fatte sulle capanne del Protoappenninico indicano un reinsediamento se non forse immediato, comunque veloce (3315± 52 B.P; 3293±.69 B.P.).

Fino a poco tempo fa, l’assenza di siti nella zona delle ricadute principali delle piroclastiti intorno a Nola, a Palma Campania e S.Paolo Belsito parevano invece confermare il lungo periodo di abbandono dell’area.

Una nuova eruzione subpliniana – eruzione A – avvenuta poco tempo dopo l’eruzione di Avellino (datata grazie ad analisi C14 intorno a 3500 B.P.± 60 e 3480 B.P.± 60 Rolandi, Petrosino, Mc Geehin, The interplinian activity at Somma-Vesuvius in the last 3500, in J.Volcanol.Geotherm.Res 82, 1998) avrebbe potuto ulteriormente ostacolare la ripresa.

Scoperte recenti nel Nolano mostrano, tuttavia, che vi è stato un ritorno delle popolazione in prossimità di aree frequentate prima dell’evento di Avellino. Gli Autori prendono in esame due scavi condotti dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta a S. Paolo (loc. Monticello- Montesano) ed a Nola/via Cimitile (Masseria Rossa) che documentano strutture abitate con presenza di materiale ceramico e bronzeo. La loro tipologia farebbe supporre un ritorno piuttosto rapido. Le datazioni radiocarboniche, però, indicano un lasso di tempo maggiore a quello ipotizzato ed un’anteriorità di Nola Cimitile su S. Paolo Belsito. Inoltre, diversamente da quello che era stato precedentemente ipotizzato, l’ambiente sembra essersi poco trasformato, anche se il consumo di fauna selvatica potrebbe indicare una ricerca di proteine animali alternativa a quelle dell’allevamento; situazione non documentata nel periodo precedente all’eruzione.

E’ a questo periodo post-eruzione A che andrebbe logicamente attribuito il ritorno delle popolazione a S. Paolo Belsito ed a Nola. Questi due insediamenti, però, sembrano essere stati di poco durata e già scomparsi quando una nuova eruzione, detta eruzione B (Albore Livadie, Rolandi ed altri, Le eruzioni del Somma-Vesuvio in età protostorica, in Tremblements de terre, éruptions et vie des hommes dans la Campanie antique, a cura di C. Albore Livadie, Institut Français de Naples, 1986), colpisce il medesimo territorio.

Questo ultimo evento è collocato cronologicamente sulla base di tre analisi radiocarboniche eseguite su alcuni frammenti lignei conservati nel deposito (USGS/Virginia 3150 BP ± 100; 3250 BP ± 70; 3280 BP ± 60 vedi Rolandi, Petrosino, Mc Geehin, The interplinian activity at Somma-Vesuvius in the last 3500, in J.Volcanol.Geotherm.Res 82, 1998). L’età calibrata situa l’eruzione nel corso del Bronzo Medio 2.

* Il convegno è stato organizzato da :

Claude Albore Livadie
Direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique (Francia)
Docente incaricato presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa (Napoli)

Giuseppe Luongo
Ordinario di Fisica del Vulcanesimo presso l’Università Federico II di Napoli e Presidente dell’Istituto Internazionale Stop Disasters

Annamaria Perrotta
Assegnatista in fisica del Vulcanesimo presso l’Università Federico II diNapoli

Gli altri riassunti delle relazioni presentate si possono scaricare sul sito: http://www.dgv.unina.it/convegni/convegno_ ravello.htm

Visualizzazione slide

Idolo femminile (1800 - 1600 a.C.)
Capanna n.4 - Impronta impalcatura lignea (1800 - 1600 a.C.)
Capanna n. 3 (1800 - 1600 a.C.)
Impronta di spiga di grano (1800 - 1600 a.C.)
Copricapo in zanne di cinghiale (1800 - 1600 a.C.)
Fornetto della capanna n. 4 (1800 - 1600 a.C.)