Luigi Napolitano
IL RINASCIMENTO NOLANO
Introduzione
In questo mio lavoro di ricerca, mi sono proposto di tracciare
un profilo della città di Nola nel corso del XVI secolo,
una descrizione del territorio, della tipologia degli insediamenti,
della popolazione, dei gruppi sociali, dei cittadini più
illustri, della vita culturale e religiosa.
Un testo di fondamentale riferimento, per tale proposito,
è stato senz’altro il “De Nola” di
Ambrogio Leone pubblicato nel 1514 a Venezia. Per l’arco
di tempo successivo sono disponibili altri testi, ma non offrono
un così ampio panorama sulla storia della città,
vertono per lo più su specifici aspetti. Vanno ricordate
ed evidenziate due gravi perdite di documenti nel settembre
del 1943: la distruzione della Casa Comunale di Nola con il
suo archivio e la villa Montesano a San Paolo Belsito, dove
si sperava di porre al riparo dalle distruzioni belliche il
materiale dell’Archivio di Stato di Napoli, ma le truppe
tedesche vi appiccarono il fuoco. Queste perdite costringono
oggi a ricostruire pezzi di storia attraverso le citazioni
e le interpretazioni di vari autori, che ebbero modo di leggere
e studiare i documenti distrutti.
Ciò che è emerso chiaramente dalla consultazione
dei numerosi testi è lo splendore e la vivacità
della città di Nola nel ‘500, che poteva vantare
un certo fervore culturale, un benessere economico e campi
fertili. Un periodo felice che contrasta con l’odierna
incapacità di uscire da uno stato di decadenza e degrado,
di recuperare il glorioso passato in vista di un riscatto
per il prossimo futuro. Oltre alle virtù e alla laboriosità
proprie dei Nolani, bisogna tener conto della saggia e liberale
politica dei conti Orsini, che governarono sulla città
dal 1290 fino al 1533. Anche successivamente, quando Nola
da città feudale passò ad acquisire lo status
di città demaniale, la sua ascesa non si arrestò,
continuò a vivere la stagione rinascimentale e, attraverso
alcuni suoi illustri cittadini, diede un certo contributo
al progresso delle conoscenze, delle arti e delle scienze.
Durante la Signoria degli Orsini, accanto al conte e feudatario,
operava attivamente l’università, il cui governo
era affidato a sei cittadini chiamati Eletti. Il Conte nominava
il Capitano che restava in carica un anno per l’esercizio
della giurisdizione civile e penale. L’ultimo conte,
Enrico Orsini, nel 1533 morì di morte naturale, ma
pendeva su di lui la condanna a morte di Filiberto di Chalons,
capitano di Carlo V, poiché nella guerra franco-spagnola
il principe nolano si era schierato con i francesi sconfitti.
Estinta la dinastia degli Orsini, Carlo V con un diploma nel
1535 concesse a Nola lo status di città demaniale,
ciò significava dipendere direttamente dall’amministrazione
centrale, non sottostare più all’autorità
di un signore feudatario ed essere, quindi, libera dal potere
feudale. Il Capitano rappresentava il sovrano, il suo potere
era limitato da determinati capitoli, raccoglieva il giuramento
degli Eletti e partecipava alle loro riunioni.
Nel mio lavoro di ricerca ho potuto contare, in particolar
modo, sui testi disponibili presso la Biblioteca Comunale
di Nola “Leopoldo Caliendo” e sulla generosità
del dottor Luigi Vecchione, che mi ha assistito nella consultazione
della sua ricca biblioteca privata, in parte sui documenti
dell’Archivio Storico Diocesano di Nola e della Biblioteca
del Seminario Vescovile.
Con estrema umiltà questo lavoro potrebbe costituire
uno dei punti di partenza per un giovane studente o un appassionato
che si avvicina per la prima volta alla storia della città
nel suddetto periodo; viene infatti offerta un’ampia
panoramica dalla quale, servendosi della bibliografia, si
può procedere agli approfondimenti.
Con soddisfazione e piacere, posso dichiarare che è
stata l’occasione per accrescere le mie conoscenze sulla
mia cara città, si è rafforzato il nostro legame
e la mia volontà di sperare in un futuro degno dello
splendore della Nola di Ambrogio Leone.
CAPITOLO I
IL TERRITORIO
1.1
L’estensione, la orografia e l’idrografia
Nel
‘500 l’agro nolano era un’area pianeggiante
della Campania, non molto distante da Napoli e delimitata
a sud dal Vesuvio, ad est dalle colline di Visciano e Cicala
e dal monte di Sarno, a nord dal monte Avella (comprendente
tutta la fascia montuosa fino a Cancello) e, infine, ad ovest
dal fiume Clanio, che scorreva su una pianura estesa fino
alle foci del Volturno e al mar Tirreno.
Lo storico e medico nolano Ambrogio Leone, nella sua opera
storiografica “ Nola ”, scritta in latino e pubblicata
a Venezia nel 1514, estendeva l’agro nolano alle terre
di Somma, Sant’Anastasia, Ottaiano, Pomigliano, Palma,
Marzano e Baiano. Certamente, da un punto di vista storico,
poteva comprendere una così vasta zona, dato che i
centri, compresi in tale area, erano legati profondamente
al capoluogo nolano fin dalle loro origini.
Nonostante alcune imprecisioni, Leone offre una descrizione
geografica del territorio nolano di grande valore se si considerano
gli scarsi mezzi di osservazione disponibili tra il XV e XVI
secolo.
Il Vesuvio e l’Avella erano i due monti principali,
erano quasi della stessa altitudine, ma avevano caratteristiche
diverse. La natura vulcanica del primo aveva sempre causato
distruzioni fin dai tempi più antichi. Anche in età
medievale e moderna il vulcano aveva creato gran problemi
al territorio. Ambrogio Leone racconta un’eruzione avvenuta
agli inizi del ‘500: “ ecco quello che mostrò
ai nostri tempi la fornace del Vesuvio. Vedemmo infatti per
tre giorni completamente oscurato il cielo, fino al punto
che tutti stupiti cominciarono a spaventarsi. Di poi quando
si placò la violenta eruzione, che scagliando in alto
materiale aveva ricoperto ogni cosa, venne giù una
grandissima quantità di cenere rossiccia, da cui ogni
cosa appariva ricoperta come da minuta neve. ”
Il vulcano era coperto di pietre nere e solo raramente era
innevato; l’area circostante presentava sia zone aride
che fertili, dove si producevano vini e frutti. Dalle sue
pendici sgorgavano alcune sorgenti che formavano il Sebeto,
piccolo corso d’acqua che sboccava in mare nei dintorni
della città di Napoli e che in parte alimentava l’acquedotto
napoletano. Il fiume aveva avuto una certa rinomanza grazie
alle citazioni di poeti come Virgilio nell’antichità
e Pontano e Sannazzaro nel Rinascimento.
Il monte Avella, invece, con i suoi torrenti provocava alluvioni,
durante le quali venivano trascinati a valle tronchi e pietre.
Era caratterizzato da rocce bianche e da temperature fredde
nei mesi invernali. Spesso, infatti, era ricoperto di neve
e le sue numerose sorgenti generavano ruscelli, che terminavano
il loro corso nelle paludi estese nella parte occidentale
dell’agro nolano. Alle sue falde fuoriuscivano le acque
di zolfo, che per il loro fetore diedero al posto il nome
di Mefite.
Vicino alla Mefite si trovavano le sorgenti del fiume Clanio,
un corso d’acqua che arrecava danni ai raccolti durante
le piene e si disperdeva nella zona che, dal fatto che in
tempi di magra si formavano delle secche di fango, prese il
nome di Bosco Fangone.
“ La città di Nola e i suoi casali fin dal 1529
fecero acquisto dal Regio Fisco, con l’approvazione
della Camera della Sommaria del Regno, dei due latifondi Bosco
Fangone di moggia 605 e Bosco Gaudio di moggia 113 per il
prezzo complessivo di ducati 11550 ” .
Il Clanio attraversava il territorio nolano, poi quello di
Acerra, Aversa, Casal di Principe e Vico di Pantano, per gettarsi
nelle acque del Tirreno presso il lago Patria. Fino all’epoca
della bonifica, attuata durante il viceregno spagnolo, il
corso d’acqua, alimentando vaste paludi, costituiva
un ostacolo per le comunicazioni tra il litorale e l’entroterra
a nord di Napoli. Inoltre minacciava continuamente con le
sue piene i centri abitati dislocati lungo il suo corso, condizionava
il loro sviluppo urbanistico. Anche la foce era in condizioni
precarie, era di proprietà di privati che non s’interessavano
al fatto che fosse compromesso il libero deflusso delle acque.
Oltre al Clanio, tra i tanti ruscelli avellani, vi era uno
più grande degli altri, che soltanto in inverno e in
primavera riusciva ad avanzare fino alle paludi.
L’agro nolano era ricco sia di acque sotterranee, che
alimentavano i pozzi, che di acque di superficie, che stagnavano
e formavano, nelle zone più basse rispetto al resto
della pianura, delle paludi, dove, in estate, potevano scoppiare
delle epidemie.
Ambrogio Leone riporta la notizia di un’epidemia scoppiata
nel mese di luglio del 1504, in seguito alle alluvioni che
dal febbraio di quell’anno fino ad agosto si riversarono
nella campagna nolana: “ a luglio la febbre colpì
tutti gli abitanti e assai pochi ne rimasero immuni. Nella
città di Nola e nei paesi nolani morirono circa ottomila
uomini ” .
Ad est della città di Nola, si elevavano le basse colline
di Cicala, scendevano dolcemente verso la pianura e avevano
pendii molto fertili, dove si producevano vini leggeri e un
ottimo olio d’oliva, ed inoltre era possibile raccogliere
erbe medicinali. Sul punto più alto sorgeva, tuttora
sono visibili i ruderi da molti chilometri, il Castello di
Cicala. Fu, secondo alcune ipotesi, realizzato nel XII secolo.
Agli inizi del ‘500 fu un feudo dell’ultimo Conte
di Nola Enrico Orsini, ma nel 1532 essendosi il Conte schierato
contro Carlo V, il feudo gli fu tolto e concesso a Dionigi
Bellotto. Nel 1534 lo stesso re Carlo V diede la città
di Nola, compreso il Castello, a Francesca Mombel (principessa
di Sulmona). Nel 1546 Ferrante Ney, il secondogenito di Donna
Francesca, vendette il Castello a Raimondo Orsini. Nel 1586
il Castello, insieme al feudo, fu acquistato da Annibale Loffredo,
che, indebitatosi, fu costretto a rivenderlo nel 1600 per
5520 ducati alla famiglia patrizia napoletana dei Ruffo, che
ebbero il titolo di Principi di Cicala.
1.2 La bonifica dell’agro nolano
Il
problema dell’impaludamento di vaste aree dell’agro
nolano venne affrontato all’inizio del ‘600. Per
iniziativa del Viceré spagnolo Pedro Fernandez de Castro
furono avviati i lavori per la realizzazione di una rete di
regi lagni nella Terra di Lavoro, ossia dei canali artificiali
che liberassero dall’acqua stagnante le zone interessate.
Si trattò dell’unica bonifica portata a compimento
nell’Italia meridionale durante il viceregno spagnolo.
Nel tempo c’era stato l’abbandono della rete dei
canali di drenaggio costruita dai romani e l’interramento
delle foci dei corsi d’acqua a causa di un selvaggio
disboscamento, si era formato un immenso acquitrino che arrivava
quasi fino alle mura della città di Napoli.
L’architetto Domenico Fontana fu incaricato della progettazione
e della sistemazione dei canali, la sua opera fu successivamente
completata dal figlio Giulio Cesare, e poi, in parte perfezionata,
da Bartolomeo Picchiatti e da Onofrio Antonio Gisoffo.
Il bacino idrografico, interessato dall’opera di bonifica,
si estendeva per 110 mila ettari, era uno dei maggiori della
regione campana ed era formato, per il venti per cento, da
colline e montagne e, per il restante ottanta per cento, da
un’area pianeggiante. Era delimitato a nord dai rilievi
che da Caserta arrivavano fino al Vallo di Lauro e a sud dal
Vesuvio, confinava con i bacini del Sarno, di Volla e dei
Camaldoli, mentre lungo il litorale s’identificava con
quello del fiume Volturno.
Fu creato un complesso sistema drenante con la costruzione
di una serie di canali, nel loro alveo si accumulavano grandi
quantità di detriti per cui richiedevano una continua
opera di manutenzione per garantirne l’efficienza. Le
acque che vi scorrevano erano di carattere torrentizio. I
canali convogliavano le acque da Nola verso Acerra e si gettavano
in mare tra la foce del Volturno e il lago Patria.
“ Il canale principale dei Regi Lagni inizia dal ponte
delle Tavole, in territorio di Marigliano, e, dopo aver disegnato
un’ampia ansa intorno ad Acerra, si riporta, all’altezza
della forcina di Casapuzzano, al centro della pianura campana.
Questo primo tronco (Km 24,839) raccoglie, a destra, le acque
dei lagni Gaudo, Boscofangone e Tora, che provengono dalla
catena dei monti siti tra Cancello e l’avellinese, e,
a sinistra, attraverso gli alvei Frezza e Quindici, prima,
e Campagna e Spirito Santo, dopo, quelle del nolano e del
Somma-Vesuvio.
Puntando, quindi, a nord-ovest, il cosiddetto lagno maestro
forma, fino a ponte a Selice, un secondo tratto (Km 6,499).
Proprio alla forcina di Casapuzzano, in esso s’innesta,
sempre a destra, il Gorgone, in cui confluiscono, oltre alle
sorgenti del Mofito e del Calabricito (2000 l/sec.), i corsi
torrentizi di Arpaia, Forchia, Santa Maria a Vico, Arienzo
e San Felice a Cancello.
Infine, il canale, proseguendo verso ovest e mantenendo un
allineamento parallelo circa al tracciato del Volturno, raggiunge
la costa tra il lago di Patria e Castel Volturno, dando vita
al terzo ed ultimo settore (Km 24,645). Soltanto nella parte
terminale del tronco, la pendenza media di fondo alveo, altrove
già abbastanza modesta, si riduce drasticamente ”
.
Le acque delle zone montane giungevano direttamente nel lagno
maestro, mentre quelle dell’area pianeggiante erano
raccolte prima in due controfossi, per immettersi poi nel
canale.
I Regi Lagni costituirono una grande opera di ingegneria e
consentirono il recupero agrario di una pianura molto fertile.
Nel 1749, per iniziativa del re Carlo di Borbone, venne avviata
la sistemazione di pioppi su ambedue i lati dei canali. Tale
provvedimento mirava ad assicurare maggiore stabilità
alle sponde degli alvei. Si arrivò a piantare 6000
alberi l’anno.
La rete seicentesca fu perfezionata nell’800. Nel 1812
la cura dei Regi Lagni venne affidata alla direzione generale
di Ponti e Strade. Vennero eseguiti lavori di ampliamento
e miglioramento, furono prosciugate altre aree.
Giuseppe Fiengo, nell’introduzione al suo testo “
I regi lagni e la bonifica della Campania Felix durante il
viceregno spagnolo ”, sottolinea il nesso esistente
tra le motivazioni dell’opera di bonifica e alcuni problemi
della città di Napoli a fine ‘500. Il riequilibrio
idraulico e il recupero agrario della Terra di Lavoro significava
per la capitale del Regno la soluzione, almeno in parte, dei
suoi disagi ambientali ed urbanistici, la riqualificazione
igienico-sanitaria delle zone periferiche, la creazione di
più stabili e sicure comunicazioni tra la città
e l’entroterra settentrionale, infine la fattibilità
della costruzione dell’acquedotto di Carmignano (1629).
1.3
I casali
Come
molte altre città del regno meridionale, anche Nola
stendeva la sua giurisdizione su un numero variabile di borghi
e villaggi compresi in un raggio di pochi chilometri.
Nell’agro nolano erano disseminati numerosi villaggi
e borghi denominati “ casali ”, che davano il
nome alle circoscrizioni amministrative del contado della
città di Nola, sede del potere politico e religioso.
Il popolo, comunque, senza tener conto dei distretti amministrativi,
chiamava indistintamente “ casale ” ogni agglomerato
di case, le grandi masserie plurifamiliari con cappella padronale
e i casolari sviluppatesi intorno ad una chiesa rurale. È
per questo che i Nolani arrivavano a contare ben 36 casali.
In realtà, i casali che possedevano tale qualifica
erano 16: Savignano (oggi Saviano), Sant’Erasmo, Sirico,
San Paolo, Cimitile, Camposano, Comignano (oggi Comiziano),
Casamarciano, Faibano, Gallo, Livardi, Liveri, Risignano,
Vignola, Tufino e Scaravita. Non è chiara la loro natura
giuridica, ma è molto probabile che fossero considerati
una parte della stessa città e che venissero amministrati
allo stesso modo.
Lo studioso Antonio Fusco scrive: “ essi erano abitati
da coloni e braccianti agricoli, da artigiani che provvedevano
alle piccole necessità, da osti che gestivano umili
taverne, da piccoli commercianti, ai quali il governo comitale
imponeva i diritti feudali, inerenti al controllo delle merci
e alla riscossione dei dazi (portolania), ai pedaggi, alle
gabelle (su farina, vino, interiora di animali macellati,
prodotti salati, pesci), alle imposte (su bilance, animali
venduti, transito di merci, macellazione, misure di prodotti
ortofrutticoli, panni) e ad altri gravami di ogni genere ”
.
Quando nel 1528 ebbe fine la signoria degli Orsini, i Nolani,
per evitare un nuovo infeudamento, chiesero al Viceré
d’Orange che la città con i suoi 16 casali fosse
inclusa nel demanio regio. Dopo aver pagato 11.550 ducati,
somma necessaria per riscattare tutti gli uffici e i beni
posseduti dai conti Orsini, Nola fu inserita nel demanio regio
insieme ai casali.
Ma, per un errore burocratico della Cancelleria Imperiale,
si profilò per la città una nuova investitura
feudale a favore della principessa di Sulmona, Francesca Mombel.
I Nolani, allora, fecero ricorso al Consiglio Collaterale
del Regno e ottennero il riconoscimento dei diritti acquisiti
in precedenza pagando altri 10.000 ducati.
Nola, dunque, divenne una città libera e con i suoi
casali formò un’università, cioè
un gran municipio, che però non durò a lungo
poiché i casali col tempo si resero autonomi.
Saviano nel 1600 divenne Università libera, indipendente
da Nola, mentre nel 1867 fu costituito il comune di Saviano
che comprese i casali di Sant’Erasmo e Sirico.
Un altro casale a nord di Nola, Cimitile, conservava le catacombe
dove i primi cristiani si erano riuniti per pregare e avevano
seppellito i loro martiri. Divenne un centro autonomo nel
1640, l’anno in cui la città di Nola perse anche
tutti gli altri suoi casali, perché venduti e infeudati
dalla corona per incassare denaro liquido.
1.4 Le colture
Il
territorio dell’agro nolano era molto fertile, facilmente
arabile, non arenoso, né pietroso, adatto alla coltivazione
arborea e seminativa. Nella borgata Tufino si trovavano le
cave di tufo, da cui si ricavavano pietre usate dai nolani
per le loro costruzioni.
Il clima era dolce, dato che veniva mitigato dal mare poco
lontano e dalle montagne a nord che attenuavano l’arrivo
delle correnti fredde. L’area era molto umida per la
presenza delle zone paludose, ma l’umidità veniva
attenuata dall’aridità delle falde dei monti
circostanti.
Dunque un clima mite che favoriva la crescita delle piante
e la loro varietà: il lauro, il cipresso, il pino,
la quercia, il castagno, l’ulivo, le viti, le nocciole,
gli alberi di grumi e i frutti di ogni specie, il grano, l’orzo
e l’avena.
Il Leone scrive che “ Antonello di Campobasso portò
dalla regione dei Peligni a Nola molti semi di zafferano e
li seminò in quella parte dell’agro, che egli
possedeva presso le paludi, e ne fu raccolto zafferano in
abbondanza e di ottima qualità ” .
La famiglia dei Chiaromonte comprendeva commercianti di nocciole
e vino, che trasformarono in noccioleti antichi castagneti
e introdussero nel territorio nolano piante esotiche, tra
le quali la palma da datteri. I Chiaromonte esportavano prodotti
locali verso l’Oriente e importavano piante e spezie
comprati sui mercati dell’Egitto e dell’Asia Minore.
Oltre ai campi coltivati, vi erano aree boscose; è
curioso notare che nei pressi della città di Palma,
poco distante da Nola, come ci racconta ancora lo storico
nolano, venisse abbattuto un intero bosco per creare un’area
pianeggiante e libera per la caccia: “ di questa pianura
godé dapprima Alfonso I d’Aragona, che fu re
di Napoli,…in seguito suo figlio il re Ferdinando I
nello stesso regno, ugualmente il figlio di questo, il re
Federico. Ogni anno nel tempo di primavera ciascuno di essi
veniva là a caccia. …la caccia era di nibbi e
di aquile ” .
Il maggior provento, in agricoltura, per i Nolani, proveniva
dal commercio di nocciole e vino, raccolti in abbondanza.
A proposito di vini, ce n’era una certa varietà,
si producevano vini delicati e leggeri vicino la città
di Nola, densi e forti nelle aree settentrionali. “
Una botte di vino a Nola, quando è mosto, si vende
a trenta ducati d’argento ” .
1.5
L’abitazione rurale
L’abitazione
rurale nell’area nolano-baianese poteva presentarsi
nella sua forma dispersa (masseria) o inurbata.
La masseria era la forma prevalente, si trattava del luogo
della vita e del lavoro del contadino, o semplicemente un
punto di appoggio con ambienti di servizio al campo.
In quest’area non vi erano i fenomeni del pendolarismo
casa-campo e dei paesi dormitori, tipici delle aree molto
arretrate del meridione. Persisteva una frammentazione del
suolo agrario, data la fertilità del suolo e l’alta
concentrazione degli insediamenti. Anche se c’era una
tendenza all’accentramento della proprietà, ossia
si costituivano grossi patrimoni terrieri, non si riduceva
la forma frammentaria che il paesaggio agrario presentava.
Oltre a masserie modeste, c’erano anche quelle grandi
e ben tenute, appartenenti ai ceti nobiliari e alto borghesi,
legati alla campagna per antica tradizione. Masseria Fittipaldi
e masseria La Torre, presso l’odierna Acerra, erano
esempi di luoghi oltre che di lavoro, anche di svago e riposo
estivo.
La masseria poteva presentare una forma aperta e una chiusa.
1
Forma aperta: la struttura primaria era costituita dal sistema
accesso - aia - casa rurale. Il percorso di accesso ( sottolineato
dalla presenza di alberi d’alto fusto come noci o pioppi
o della vite tesa tra alberi o paletti ) era importante nella
composizione poiché, in analogia all’asse urbano,
distribuiva gli elementi in una gerarchia ordinata; lungo
il percorso, infatti, si trovavano gli annessi rustici, l’aia
e gli alloggi. Il percorso di accesso poteva avere due tracciati:
uno diretto dall’ingresso al campo coltivato oppure
uno in cui l’aia o il corpo di fabbrica principale mediano
il rapporto fra l’ingresso e il campo coltivato. Questo
secondo caso era più comune nella masseria con la forma
chiusa.
2 Forma chiusa: un recinto limitava e ordinava gli elementi
della costruzione: la casa, gli annessi rustici ( porticati,
stalle, fienili, colombaie ) e particolari aree coltivate
( ortaggi e frutteti ). Costituirono un esempio di masseria
con una forma chiusa, nel territorio di Avella, la Masseria
D’Anna e l’ex Masseria del duca Capace Galeotta
(residente a Nola, 1588-1625).
Nella
casa rurale inurbata si ritrovavano le caratteristiche principali
della masseria: la corte (aia), le logge, i portici, il forno
e qualche deposito.
CAPITOLO II
LA POPOLAZIONE
2.1
Il calcolo teorico di Ambrogio Leone
I
moderni uffici dell’anagrafe dei singoli comuni sono
nati solo dopo l’Unità d’Italia, anche
se le origini rimandano al decennio francese, per le epoche
precedenti non si hanno dati complessivi precisi sulla popolazione
di un centro abitato in un determinato periodo.
Per la città di Nola si è attinto a fonti quali
l’opera “ De Nola ” di A. Leone, i fondi
dei libri parrocchiali e i registri dei fuochi.
Un tentativo di calcolare la popolazione nolana nel ‘500
risale allo stesso periodo, si tratta di un calcolo teorico,
comunque valido per quei tempi, di Leone .
Nola sorgeva nella stessa area della città del periodo
romano, ma mentre quest’ultima era più popolata,
presentava, infatti, dei sobborghi, nel ‘500 non c’era
più nessun sobborgo e dentro le mura si trovavano spazi
aperti e giardini, all’interno dei palazzi si aprivano
i cortili.
Leone stabilì, con l’ausilio di una cartina,
la figura, le dimensioni e il numero degli abitanti, che al
suo tempo risultava molto inferiore a quello della città
antica.
Determinò, prima di tutto, la misura del perimetro
cittadino che era di 826 passi al suo tempo, 2074 nell’antichità.
Passando dal rapporto di misure lineari a quello di misure
di superficie, sostenne che la città cinquecentesca
aveva un’estensione equivalente alla dodicesima parte
di quella antica. Da ciò dedusse che la città
della sua epoca aveva circa 700 abitazioni, mentre quell’antica
ne doveva aver avuto circa 8000. Se gli occupanti di ciascuna
abitazione del suo tempo erano al massimo sei, esclusi i servi,
la città doveva contare circa 4000 abitanti, l’antica
doveva aver raggiunto, invece, una popolazione di circa 50.000
abitanti stando al rapporto di 1: 12.
Leone dimostrava così le sue competenze nelle scienze
matematiche applicate alla geografia. Ovviamente si trattava
di un calcolo approssimativo, soprattutto per quanto riguarda
il numero presunto degli abitanti di ogni casa. Il confronto
con la città antica era reso possibile dalla presenza
di resti di quel periodo.
2.2 I libri parrocchiali
Il
Concilio di Trento impose l’obbligo per tutti i parroci
di tenere cinque libri canonici: Battesimo, Cresima, Matrimonio,
Morti e Stati delle anime.
Un Fondo di Libri Parrocchiali è conservato presso
l’Archivio Storico Diocesano di Nola, che per quantità
e qualità del materiale custodito può essere
considerato il terzo Archivio Diocesano della Campania dopo
quelli di Napoli e Salerno.
L’elenco dei nati parte dal 19 aprile 1588, reca l’indicazione
del registro e del folio della particola del battesimo.
Anche il primo libro dei battezzati inizia dalla medesima
data ed è diviso in cinque prebende:
-Prebenda del Cantore o di S. Vittoria ff. 1-68;
-Prebenda dell’Arcidiacono o di Cortefella (Titolo del
Salvatore) ff. 69-159;
-Prebenda della Sacrestia o di S. Pietro o di Chiarastella
ff.160-240;
-Prebenda del titolo Fuori Porta ff.241-291;
-Prebenda della Sacrestia o di S. Margherita ff.292-314.
Ogni parte è preceduta dalla relativa pandetta.
Il primo libro dei matrimoni della città di Nola è
diviso in due parti, la prima dal 15 febbraio 1595 al 1642,
la seconda dal 1643 al 1686.
I Libri Mortuorum relativi alla città di Nola sono
dieci e coprono l’arco di tempo che va dal 1600 al 1845.
Il primo va dal 7 aprile del 1600 al 14 giugno del 1709, contiene
dati sui luoghi di sepoltura, sui personaggi notevoli, i militari,
gli stranieri, i giustiziati, le epidemie e le curiosità.
La sepoltura avveniva nelle chiese e nelle cappelle fino al
1820, quando venne realizzato il cimitero nolano. Nella Cattedrale
della città erano sepolti canonici, contabili, sacerdoti,
bambini e poveri, oltre a cappelle di famiglia (Maffettone,
de Palma, Mastrilli, Burghos, Cesarini, Bruschini, Palliola,
Minichini, Cocozza e Calafati).
Tra i personaggi notevoli ci sono in primo luogo gli atti
di morte dei vescovi nolani, un atto di morte reca notizie
biografiche ed elogiative dell’estinto, e di altri nolani
che ricoprirono importanti cariche pubbliche:
1 il vescovo Fabrizio Gallo: 1614, novembre 6 (Lib. I/B, f.
52 bis v);
2 Fabrizio Trapani, giudice di Nola: 1600, 30 dicembre (Lib.
I/B, f.18 v);
3 S.er Giovanni de Ritis, governatore della città di
Nola: 1601, agosto 16 (Lib. I/B, f.25 r)
4 Notaro Matteo Desiato, rationale della Città: 1601,
ottobre 22 (Lib. I/B, f.37 r)
5 Don Diego Gabrera castellano di questa città di Nola,
spagnuolo: 1630, ottobre 25 (Lib. I/B, f.89 r).
Tra i militari:
1 Gio. Vincenzo de Feluore, alfiero: 1615, marzo 7 (Lib. I/B,
f.53 v).
A Nola non mancarono sepolture di stranieri civili e militari.
Per quanto riguarda i giustiziati viene indicato anche il
modo col quale veniva eseguita la pena capitale: nel 1601
due uomini furono giustiziati nelle carceri, nel 1604 uno
alla rota e quattro impiccati, un decapitato nel 1605.
Le frequenti epidemie nella zona si deducono o da apposite
notizie, o dal gran numero di morti giornalieri, o dai luoghi
di sepoltura ( nazareto, quartiere, giardino, extra moenia)
o dalla fretta delle annotazioni che non sono precise e a
volte tralasciano anche le generalità degli interessati.
Nel 1620 muoiono cinque persone il 7 marzo, nove il 28 e sette
il 29 marzo ( Lib. I/B, ff. 70r, 71r, 72r ).
Nei primi libri venne utilizzato un italiano con forti connotazioni
dialettali, dal 28 ottobre 1641 si cominciarono a scrivere
in latino le annotazioni relative a persone rilevanti, mentre
per il popolo veniva ancora usato l’italiano. Solo a
partire dal 1685 i libri sarebbero stati redatti interamente
in latino.
All’inizio le annotazioni erano piuttosto semplici,
si indicavano le generalità del defunto e il luogo
della sepoltura, poi dal 1644 veniva aggiunta l’indicazione
relativa alla somministrazione dei Sacramenti.
Vanno notati all’epoca un alto tasso di mortalità
infantile e i numerosi casi di morte violenta, quest’ultimi
segnalati da una croce tracciata davanti al nominativo.
2.3
I fuochi nolani
Come
tutti i cittadini delle università medievali, anche
i Nolani pagavano la " tassa dei fuochi ", un’imposta
familiare istituita da Alfonso I il 28 febbraio 1443, imposta
che sostituì le sei collette. Con il termine “
fuoco “ si indicavano coloro che - uniti dal vincolo
familiare - vivevano sotto lo stesso tetto; nel fuoco potevano
essere compresi più generazioni, anche sposate e fin‘anche
i servi.
La serie originale della numerazione dei fuochi di Nola e
della zona relativa fu distrutta dalle truppe tedesche nell'incendio
di villa Montesano, presso San Paolo Belsito, nel 1943. Durante
le vicende belliche vi erano stati trasferiti i documenti
dell’Archivio di Stato di Napoli. Oggi abbiamo solo
frammenti sostitutivi conservati presso lo stesso Archivio
di Stato di Napoli.
Una preziosa fonte, che ci fornisce notizie sui fuochi nolani,
è costituita dai due volumi di Vincenzo Spampanato
sulla vita di Giordano Bruno . Essi furono editi nel 1921,
dunque ventidue anni prima dell’incendio.
Spampanato, nel primo capitolo della suddetta opera, si rifà
al calcolo di Ambrogio Leone per affermare che Nola nel ‘500
vantava circa 4000 abitanti, oltre ai 6000 sparsi nelle campagne
e nei casali.
In una nota a piè di pagina scrive “ il vol.
128 dell’Archivio di Stato di Napoli, il quale contiene
la Numerazione de’ fuochi di Nola, prova che questa
città contava, nel 22 maggio del 1545, seicentonovantadue
focolari, non molto più di settecento, il 18 marzo
del 1563, senza però contare alcune addizioni de’
giorni successivi ” .
I registri dei fuochi del 1545 e del 1563 forniscono importanti
notizie, contengono i titoli nobiliari e la numerosa servitù
di cui disponevano le famiglie benestanti di Nola, “
la sola vedova del magnifico Troiano Albertino aveva ben sette
domestici, quattordici la famiglia del magnifico Iacopo Antonio
Albertino, otto i giovani coniugi Francesco Antonio e Giovanna
Fontanarosa, anche otto il magnifico Prospero de Palma col
quale convivevano il figlio e la nuora, e non meno altri signori
” .
“ I Fuochi nolani del 1545 annoverano nel quarterio
ditto di Vicanzio la famiglia d’un giudice di Lanciano,
Angelo Geronimo Severino (c.51r, foc. 634), e quella del defunto
suo fratello Iacopo (c.17r, foc. 191), composta della giovine
vedova Polita, de’ figli di Orazio, Felice e Francesco,
nati rispettivamente nel 1531, nel 1535 e nel 1539, e delle
due figlie Porzia e Paola, con cinque domestici; i Fuochi
del 1563 (c.67r, foc. 594) ci mostrano Orazio, già
divenuto dottore di arti e medicina, sposo della diciottenne
Marzia. Nel medesimo quartiere abitavano il M.cus Fabritius
Mastrillus, di trentasette anni nel 1563 (c.52r, foc.467),
e il magnifico Federico Fellecchia, figlio di Leonardo e nipote
di Camillo, Scipione, Gian Battista, Mario e Prospero (numerazione
del 1545, c.40v, foc.458). Poiché era nato nel 1540
(Fuochi del 1563, c.39v, foc.358), Federico contava qualche
anno di più de’ fratelli Turno, Omero e Orazio.
Dai Fuochi del 1545 (c.34v, foc.395) si apprende che nel palazzo
del defunto Gentile Albertino stava Giovanni Macerato, fattore
de’ beni che in Nola possedevano i figli e gli eredi
del suo padrone, Giovan Geronimo e Fabrizio, uno di dieci
e l’altro di nove anni (Numerazione del 1563, c.234r,
foc.1908).
La stirpe Mastrillo conta ben diciotto famiglie nella Numerazione
del 1563, focc. 104, 177, 246, 298, 299, 420, 427, 428, 429,
461, 462, 467, 469, 470, 611, 615, 619 e 620 ” .
Agli inizi del secolo scorso Spampanato notava che fino al
1522, per circa ottant’anni, non c’erano i registri
del focatico e che quelli del 1522 e del 1526 mancavano uno
di duecento e l’altro di mille focolari. Ciò
era evidente da un confronto con le notizie riportate da A.
Leone nella sua opera storica “ Nola”. Lo storico
nolano, infatti, contava 700 famiglie nel 1512, ma i Fuochi
del 1522 ne ricordano solo 490, quelli del 1526 addirittura
partono dal fuoco n. 1007, essendo andata persa tutta la prima
parte.
Il più popoloso dei casali nolani era San Paolo che
nel 1526 e nel 1545 contava rispettivamente centotrenta e
centosedici fuochi. Mentre San Paolo nel 1563 contava duecentoventi
fuochi, ne avevano meno di duecento Saviano, Cimitile, Sant’Erasmo
e Liveri, meno di cento Casamarciano e Tufino, meno di cinquanta
Sirico, Camposano, Cumignano, Risignano, Livardi e Scaraviti.
2.4 La pianta della città
L’opera storica “ Nola ” di A. Leone è
arricchita da quattro cartine geografiche realizzate dal pittore
ed incisore Girolamo Moceto, i due strinsero amicizia a Venezia
tra la fine del ’400 e gli inizi del ‘500. La
prima cartina illustra l’agro nolano, mentre la seconda
e la terza il rapporto di grandezza tra la Nola antica e la
Nola cinquecentesca .
L’ultima e quarta cartina è la più preziosa
e curata nei particolari, si tratta della pianta cittadina
che riporta la cinta muraria, l’impianto viario ancora
oggi perfettamente riconoscibile, gli edifici civili e religiosi
e una fascia inferiore con gli elementi connessi con le occupazioni
principali degli abitanti ( milizia, caccia, allevamento di
animali domestici, agricoltura ). È indicato l’orientamento
con le diciture in latino: arctus = nord, auster = sud, occasus
= ovest e ortus = est. Mancano, invece, la scala graduata
e la firma dell’autore. Probabilmente Moceto lavorò
sugli appunti e sugli schizzi di Leone portati da Nola, non
vide mai personalmente i luoghi da rappresentare.
La città era chiusa e protetta da solide mura ( larghe
cinque piedi e alte venti), con un fossato profondo e un terrapieno
sul quale scorreva la via che cingeva tutto il fossato. Le
mura, che misuravano un perimetro di circa 924 passi, erano
interrotte da quattro porte che si aprivano nei due punti
opposti delle due più importanti vie della città
e da numerose torri costruite sulle porte e agli angoli delle
stesse mura. Sul lato occidentale fu aperta una quinta porta,
più piccola, chiamata perciò del Portello (
l’odierna Porta di Napoli ), questa porta sostituì
quella preesistente che era più distante dalla Reggia
e fu perciò chiusa ( chiamata per l’appunto Porta
Chiusa ).
Nella parte meridionale, accanto alla Porta Vicanzio, si elevava
la rocca difensiva con cinque torri rotonde, alla base della
più alta vi era un carcere.
La rete viaria aveva più o meno la stessa conformazione
di quella attuale nel centro storico: da ovest si snodava
via Cortefellana congiungendo la Porta Chiusa con la Porta
Cortefella, nel primo tratto si chiamava via Clarastella;
da nord a sud, invece, scendeva via Vicanzia ( l’attuale
Corso Tommaso Vitale ) che univa Porta Samuele con Porta Vicanzia,
lungo questa via si affacciavano quasi tutte le case più
signorili.
Altre vie importanti erano via degli Scrignari ( l’attuale
via San Paolino ), parallela a via Vicanzia; via Megaldina
( le attuali via Principessa Margherita e via Tansillo ),
via Portellana ( oggi via Giordano Bruno e Vicolo Duomo )
che partiva da Piazza San Francesco ( l’odierna Piazza
Giordano Bruno ) e arrivava al Monastero delle Rocchettine
con la chiesa del Collegio.
Tutte le strade principali suddette erano intersecate da vicoli
e vicoletti, alcuni fatti di pietra di selce e altri in terra
battuta o di acciottolato.
Naturalmente, all’inizio del XVI secolo mancava un piano
regolatore, ciò è evidente dall’andamento
delle strade che “ procedono in parte serpeggiando a
destra e a sinistra, in parte in linea retta. Da ciò
si può arguire che la città attuale fu edificata
così non secondo un criterio di distribuzione, ma secondo
l’appropriazione fatta dai singoli. Né all’inizio
della costruzione fu tenuto conto dell’allineamento
degli edifici o delle strade, ma prevalse la volontà
e il vantaggio di ciascuno ” .
Sono raffigurati numerosi edifici religiosi e civili, i più
importanti erano la Reggia ( in realtà si trattava
di un palazzo, la dimora dei conti Orsini, ma A. Leone usò
impropriamente il termine “ reggia ” ), di fronte
alla quale sorgevano la Chiesa e il Convento di San Francesco
dei PP. Minori Conventuali, il Monastero di Santa Chiara,
il Portico ( o Sedile dove si riunivano i nobili e i cittadini
che provvedevano all’amministrazione dell’Universitas
) e la Cattedrale con annessa la casa del Vescovo.
2.5 Lo stemma civico della città
Lo
stemma civico della città di Nola è contenuto
in uno scudo ovale con una cornice di vari rilievi, intagli
e cartocci barocchi, ed è sormontato da una corona
di otto fioroni alternati con altrettante perle. Al centro
è disegnata un’aquila bicipite con la corona
reale fra le due teste, sul petto l’animale reca uno
scudo sannitico con la raffigurazione di una campana circondata
da cinque cicale.
A quando risale lo stemma non è ancora possibile saperlo
in base alle conoscenze fino ad oggi accertate. Ma si può
stabilire che già nel 1514 la città aveva il
suo stemma. Allora non si presentava così come ora
lo si vede, alcuni elementi sono stati aggiunti nel tempo
e non di tutti si riesce ad interpretare l’esatto significato
originario.
In una pagina del “ De Nola ” Leone scriveva “
e perciò Nola prese ed adoperò come stemma la
sola figura della campana, il quale uso è stato conservato
fino ai nostri tempi degli stemmi ”. Dunque lo stemma
presentava solo la campana, un omaggio al Santo Patrono Paolino
che introdusse per primo le campane nella liturgia, non erano
ancora state inserite le cinque cicale e l’aquila bicipite.
Una conferma in tal senso era data dal privilegio in pergamena
del 30 giugno 1496 col quale Re Ferdinando II d’Aragona
estendeva alla città di Nola tutte le franchigie e
grazie delle quali godeva la città di Capua. A margine
del documento era disegnato lo stemma della città consistente
in uno scudo sannitico con una campana.
Il 18 luglio del 1533, il re Carlo V concesse ai Nolani di
fregiare il loro stemma dell’aquila bicipite come premio
della fedeltà dimostrata.
Mancavano ancora le cicale, la prima testimonianza della loro
presenza nello stemma provenne dall’opera “ Postpraxis
Medica ” di Antonio Santorelli, che nato a Nola nel
1581 fu un noto e apprezzato medico nell’ambito del
Regno di Napoli e non solo.
Santorelli ricordava che tale presenza veniva spiegata narrando
che l’agro nolano era infestato da un gran numero di
cicale. I contadini erano esasperati, ma poi furono liberati
dai fastidiosi animaletti dai rintocchi della campana di San
Paolino. Il medico non credeva a questa ipotesi, infatti scriveva
“ giammai l’agro nolano fu infestato dalle cicale,
se dobbiamo prestar fede ad Ambrogio Leone che esattissimamente
scrisse della città di Nola. Inoltre, a dir di Plinio,
che desumeva dal libro V della Historia Animalium di Aristotele,
le cicale non nascono nei campi spogli di alberi e neppure
nelle selve fresche ed ombrose. Per la qual cosa avendo i
campi all’interno di Nola pochi alberi ed essendo il
colle di Cicala ombroso, né Nola né il Castello
di Cicala potranno giammai abbondare di cicale ”. Santorelli
rinunciò a formulare una sua interpretazione.
Tutt’oggi non si è ancora fornita una spiegazione
adeguata sulla presenza delle cicale nello stemma cittadino.
Ecco alcune ipotesi:
? le cicale rappresentano il territorio della collina di Castel
Cicala unito alla città di Nola;
? indicano l’armonia del suono delle campane, essendo
nella mitologia il simbolo dell’armonia;
? rappresentano le cinque basiliche della Nola antica.
2.6 L’abitazione urbana
Nel
quindicesimo capitolo del 2’ libro, Ambrogio Leone offre
una preziosa descrizione delle case della città di
Nola agli inizi del ‘500. È evidente, leggendo
le sue pagine, che ha prestato attenzione ad una certa tipologia
di abitazione: quella appartenente ad una famiglia benestante.
Alla sua epoca calcolava approssimativamente che in città
c’erano 700 case. Per la loro costruzione si utilizzavano
le pietre di tufo, l’arena e la calce.
Fa notare che le abitazioni erano ben separate dai locali
adibiti a botteghe. Gli edifici che ospitavano le botteghe
e i commerci erano concentrati nel centro della città,
vicino al portico e al mercato. Non era ritenuto decoroso
che le signore e le fanciulle vivessero nello stesso luogo
dove passavano tanti uomini.
La maggioranza delle case aveva un cortile, di queste poche
però lo circondavano da ogni lato. Le parti ben distinte
fra loro erano: l’androne, la cantina, la stalla, la
sala da pranzo, la camera da letto, il portico superiore,
la biblioteca, la dispensa, la nave, la torre, il cortile
e il giardino.
L’androne era l’ambiente di passaggio che dall’ingresso
esterno immetteva nella scala o nel cortile interno, “
esso ha la larghezza minima di dieci piedi, massima di venticinque,
altezza di sedici o più, in modo da elevarsi talvolta
fino a trentadue piedi, fino a raggiungere il primo piano
” . Il suolo era coperto da uno strato di calce, pietra
e arena, “ i Nolani lo chiamano astraco usando una parola
greca ” .
A questo livello si trovavano la stalla e la cantina. Nella
stalla si custodivano i cavalli e i muli da sella e da trasporto.
Nella cantina, invece, si depositavano le botti di legno contenenti
vino. Nel cortile veniva costruito un pozzo, un forno e un
lavatoio ( “il cantaro dei panni”) per le diverse
necessità quotidiane.
Attraverso le scale si saliva al primo piano, dove si trovavano
la sala da pranzo e le camere da letto. La sala da pranzo
era ampia e si apriva con due grandi finestre sulla strada,
nelle occasioni speciali vi si danzava e si celebravano le
nozze . Disponeva, come anche le altre camere, di un camino.
Attigua alla sala da pranzo c’era la biblioteca, dove,
circondati dai libri collocati negli scaffali, si leggeva,
si studiava e si discuteva.
Il primo piano, in stretto rapporto con la sala da pranzo,
prevedeva anche una cucina e una stanza delle provviste. Talvolta
nelle case più benestanti c’era anche un porticato
superiore, dove si poteva conversare e rilassare all’ombra.
Oltre al primo piano, veniva realizzato un tetto spiovente
che copriva un unico ed ampio locale dove si conservavano
le merci, in particolare le nocciole; questo spazio veniva
chiamato nave della casa per la somiglianza di una lunga nave.
Un terzo piano e la torre erano molto rari nelle case nolane.
Lungo via Giordano Bruno ( corrispondente all’antica
via del Portello ) si eleva tuttora il Palazzo Albertini ,
fatto costruire dalla nobile famiglia nolana degli Albertini.
Purtroppo l’edificio ha subito sostanziali modifiche
nel tempo, è stata accertata la fondazione quattrocentesca,
ma nella forma attuale presenta una veste architettonica posteriore.
CAPITOLO
III
LA VITA RELIGIOSA E L’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA
3.1 La diocesi nolana
La
diocesi di Nola nel ‘500, così come ai giorni
nostri, si estendeva su una vasta area. Lo storico Leone faceva
notare che mentre c’erano state divisioni di tipo amministrativo
nel corso del Medioevo, la città di Nola conservava
la sua centralità attraverso il governo ecclesiastico,
centralità mantenuta fino ad oggi.
Carlo Guadagni, nella sua opera “ Nola Sagra ”
del 1688 , scrisse che la diocesi comprendeva le terre e i
centri di Avella, Baiano, Mugnano, Lauro con i suoi sedici
casali, Palma con i suoi casali, Ottaiano, Somma con il casale
di Sant’Anastasia, Scafati, Torre Nunziata, Bosco, Pompigliano,
Mariglianella, Marigliano con i suoi dodici casali, Roccarainola
con i suoi casali, Cicciano e Cicala.
Agli inizi del XXI secolo la giurisdizione ecclesiastica del
vescovo è esercitata sui maggiori comuni vesuviani,
contando una popolazione di circa 520.000 abitanti.
In città il clero secolare, dipendente dal vescovo,
era costituito da un folto gruppo di elementi in proporzione
ad una popolazione di circa 4000 abitanti ( c’erano
trentadue sacerdoti ).
Al clero secolare si affiancava un altrettanto numeroso clero
regolare. Vi erano i frati agostiniani in un convento nei
pressi della cappella di San Paolino e i frati di due conventi
francescani, di cui uno tenuto dai Conventuali e uno dagli
Osservanti sulla collina di Cicala. Gli Osservanti calzavano
dei semplici zoccoli di legno, si coprivano con un saio di
ruvida stoffa e vivevano di elemosina, invece gli Agostiniani
e i Conventuali avevano un vestito di lino e scarpe di sughero
e di cuoio, traevano il loro sostentamento dalla predicazione
e dai tributi sui campi, sulle case e sulle botteghe di loro
proprietà.
Dentro le mura erano presenti le monache di Santa Chiara e
quelle del Santo Spirito, le suore Canossiane e quelle Rocchettine.
Tutte vivevano delle rendite delle loro doti portate in monastero,
del lavoro di cucito e filatura e delle donazioni di generosi
cittadini. “ Ciascuno di questi quattro monasteri meriterebbe
una lunga serie d’encomi, però che ognuno ha
tutte quelle prerogative di eccellenza in perfezione religiosa,
in ricchezza di fabbriche tanto nelle chiese come nelli chiostri,
come anco nello splendore e nobiltà delle abitanti,
essendo le religiose di essi tutte cospicue per nascita, nobili
o cittadine primarie nolane e molte anche dame de’ seggi
napoletani, o almeno le più civili e facoltose delle
vicine città ” .
Pochi erano i monaci di origine nolana, mentre la maggior
parte delle monache provenivano da famiglie residenti in città,
“ ciò avviene perché i monaci quasi ogni
anno cambiano convento, le donne invece non solo non cambiano
monastero, ma in nessun caso escono fuori dal monastero in
cui una volta sono entrate ” .
Secondo la consuetudine del tempo molte fanciulle nobili erano
indirizzate alla vita religiosa, mentre i primogeniti si univano
in matrimonio.
Una presenza particolare era quella di due categorie di laici
vicini agli ordini religiosi, laici che presentavano aspetti
simili a quelli degli iniziati: i bizzochi e i confratelli.
I primi erano di entrambe i sessi e, a questo proposito, è
doveroso annotare che a Napoli e Benevento c’erano solo
donne bizzoche. Vivevano nelle proprie case e seguivano le
usanze e le regole dei frati francescani, da cui erano spiritualmente
diretti. I confratelli erano i fondatori della chiesa di cui
si prendevano cura, costituivano un’associazione religiosa
e anche sociale ( la confraternita ), poiché erano
legati dal giuramento del rispetto e dell’aiuto scambievole.
Sia i bizzochi che i confratelli non percepivano alcun provento,
ma essi stessi versavano una quota per il mantenimento della
chiesa e del sacerdote.
La vita religiosa nella città di Nola era fortemente
vissuta, gli abitanti potevano pregare e seguire i riti nelle
numerose chiese sparse dentro le mura. L’edificio principale
era naturalmente la Cattedrale, accanto ad essa sorgeva la
chiesa dei SS. Apostoli, si trattava della prima basilica
paleocristiana di Nola. Nel periodo in cui crollò e
fu ricostruita la Cattedrale, svolse la funzione della stessa
Cattedrale. Attualmente la chiesa è chiusa al culto
e purtroppo è abbandonata in uno stato di degrado.
Nel 1569 per volontà della contessa Maria Sanseverino,
moglie dell’ultimo Conte di Nola, Enrico, fu edificata
la Chiesa del Gesù, la cui facciata fu costruita con
gli stessi marmi della Reggia Orsini, marmi asportati dall’antico
Anfiteatro Marmoreo. C’erano, poi , le chiese di Santa
Chiara e di San Francesco con i conventi annessi, le chiese
della SS. Annunziata o del Collegio, di San Giovanni Battista,
di San Felice, di Santa Maria La Nova e di San Paolino con
un ospizio permanente per mendicanti forestieri.
3.2 I vescovi
Il vescovo era la guida della diocesi, viveva in un palazzo
adiacente alla Cattedrale. Disponeva di lauti proventi: ben
800 aurei o ducato annui, una somma superiore ventidue volte
a quella di un sacerdote ( 36 aurei ). I proventi derivavano
dai campi o da case o dalle botteghe date in affitto o sottoposte
al censo, si trattava di proprietà acquisite per testamento
di defunti.
Nel periodo del viceregno spagnolo si successero numerosi
vescovi a capo della diocesi, quasi tutti appartenevano a
famiglie nobili :
- Gianfranco Bruno (1505/49);
- Antonio Scarampo (1549/68) dei Conti di Cannella, di nobile
famiglia di Aqui. Compì una minuziosa visita pastorale
in tutte le parrocchie della sua giurisdizione. Partecipò
al Concilio di Trento e al suo ritorno fece costruire un piccolo
Seminario per la formazione dei futuri sacerdoti, così
come aveva decretato lo stesso Concilio. Chiamò a Nola
i Gesuiti, a cui affidò l’attività didattica
del Seminario, ed eseguì molte altre opere con l’aiuto
delle generose offerte della Contessa Sanseverino, moglie
di Enrico Orsini, ultimo conte di Nola. Nel 1568 Papa Pio
V lo fece trasferire alla Cattedrale Episcopale di Lodi, città
nella quale moì nel 1576;
-Filippo Spinola (1568/85) di nobile famiglia genovese, era
figlio di Agostino Conte di Tassarolo e Marchese di Pastorana.
Ebbe cura del Seminario al quale concesse molti benefici,
donò alla cappella di San Felice, nella Cattedrale,
500 ducati d’oro. Nel 1580 tenne un importante Sinodo
durante il quale vennero emanate severe disposizioni riguardanti
la disciplina ecclesiastica. Tre anni dopo fu nominato Cardinale
col titolo di S. Savina, fu l’unico vescovo di Nola
ad essere elevato alla dignità cardinalizia. Il 26
dicembre del 1583 crollò la Cattedrale, dopo 194 anni
dalla sua costruzione. Il vescovo rimase amareggiato, e prevedendo
di non vederla risorgere per la sua età avanzata, rinunciò
alla carica nel 1585, ritirandosi a Roma, dove morì
nel 1593;
- Fabrizio Gallo (1585/1614) patrizio napoletano. Cominciò
la ricostruzione della Cattedrale che durò 8 anni.
Diede al Seminario i benefici di S. Agata fuori le mura e
di S. Cristoforo presso Ottaviano. Aggiunse alla Curia Vescovile
altri fabbricati, abbelliti da giardini. Dopo due anni pose
la prima pietra del Santuario della Madonna dell’Arco
nella cittadina di Sant’Anastasia, un santuario che
fu affidato ai Padri Domenicani. Indisse due Sinodi Diocesani
e istituì nella Cattedrale la prebenda teologale con
decreto del 1’ novembre del 1596, assegnando le rendite
dei benefici di S. Antonio di Liveri e di S. Lucia del Castello
di Cicala. Dal Pontefice Paolo V ottenne per i canonici nolani
le insegne canonicali che usavano quelli della Basilica dei
SS. Apostroli di Roma e quelli delle Metropolitane di Napoli
e Salerno. Morì il 5 novembre 1614 e fu sepolto nella
Cattedrale.
- Giovambattista Lancellotti (1615/56), dei Duchi di Lauro,
Principi Romani. S’interessò del completamento
della ricostruzione del Duomo, ampliò il Palazzo Vescovile
e il Seminario, fondò insieme ai Padri dell’Ordine
di S. Giovanni di Dio un ospedale per i poveri. Compì
una minuziosa visita della Diocesi, indetta con la bolla del
28 aprile 1615. Morì nel 1656 in una tomba della Cattedrale
fatta costruire da suo nipote Ottavio M. Lancellotti, secondo
Marchese di Lauro.
- Francesco IV Gonzaga (1657/73), dei Duchi di Mantova.
- Francesco II Cesarini (1674/83), di nobile famiglia nolana.
- Francesco M. V Moles (1683/95), di nobile famiglia napoletana
di origine spagnola. Era l’unico figlio di Annibale,
consigliere regio, e di Maria di Quiros di antica famiglia
spagnola.
- Francesco M. VI Carafa della Spina (1704/37), di nobile
famiglia napoletana.
3.3
Il culto dei morti
Il
rito funebre era particolare e articolato e, oltre a ovvie
caratteristiche religiose, presentava profili che richiamavano
usi e tradizioni ben radicati nell’anima popolare.
Quando moriva una persona, un lungo suono della campana annunciava
la sua morte, il suono era diversificato per i nobili e i
popolari, i maschi e le femmine. Il defunto era tenuto in
casa per uno o due giorni ed era vestito nel modo migliore.
La vedova pubblicamente si tagliava i capelli e li donava
al marito ponendoglieli sul petto.
Il corteo funebre era articolato nel modo seguente: davanti
procedevano i confratelli, a due a due e in silenzio, poi
i frati e i sacerdoti che cantavano i salmi funebri. Ciascun
ordine portava un’alta croce e ogni componente una candela
accesa. Seguiva la bara, i parenti vestiti di nero e gli amici.
Il defunto veniva portato nella chiesa dove si trovava la
sua cappella di famiglia. Lì si pregava, si eseguivano
canti funebri e veniva pronunciata un’orazione elogiativa
del deceduto. Dopo tale rito, si avviava la sepoltura e i
parenti ritornavano a casa, dove trovavano tavole ben bandite
per consolarsi e mitigare il dolore per la perdita. La famiglia
rimaneva in casa per due o tre giorni, dopo di che continuava
la manifestazione del lutto con vesti nere. Gli uomini seguivano
il lutto per un anno, la vedova per sempre, a meno che non
si sarebbe risposata, le figlie fino a prima delle nozze,
i parenti, invece, solo per alcuni mesi.
Il luogo della sepoltura era la chiesa, le famiglie aristocratiche
si costruivano cappelle sepolcrali private, mentre i cittadini
comuni venivano seppelliti nelle fosse pubbliche scavate sotto
la chiesa. I possessori delle cappelle dovevano lasciare in
eredità una rendita per il mantenimento delle stesse
cappelle e un compenso per il prete che vi svolgeva funzioni
di suffragio.
Ogni cappella aveva un altare sotto al quale era scavata una
fosse per le salme, l’entrata della fosse era chiusa
da una lastra di marmo sulla quale veniva scolpita l’immagine
del proprietario, il suo nome e le lodi.
Le fosse pubbliche periodicamente venivano svuotate e i resti
venivano sparsi lungo le vie non lastricate, in modo che dopo
essere calpestati si frantumassero formando una polvere che
asciugava il fango della strada.
Chi moriva senza aver ricevuto prima i sacramenti, veniva
sepolto fuori dalla chiesa, dove si scavava una fosse, il
cadavere vi arrivava senza corteo e canti funebri ed era ricoperto
solo dalla terra.
3.4
La festa e la fiera in onore del Santo Patrono Paolino
Ponzio
Meropio Anicio Paolino nacque a Bordeaux nel 353 da una nobile
e ricca famiglia. Ricoprì importanti cariche: fu senatore,
console e governatore della Campania. Convertitosi al Cristianesimo,
vendette i suoi beni ed intraprese la vita religiosa fino
a diventare vescovo di Nola nel 409. Si distinse anche come
poeta e scrittore. Morì a Nola nel 431.
Secondo una tradizione risalente ad un racconto del Papa Gregorio
Magno, ma non confermata dalle ricerche storiche, Paolino,
dopo aver dato tutti i suoi beni per riscattare alcuni nolani
fatti schiavi dai barbari invasori, offrì spontaneamente
se stesso in cambio del figlio di una povera vedova. Portato
in Africa, dopo qualche tempo i rapitori si resero conto della
vera identità e delle eccezionali doti del prigioniero,
per cui decisero di liberarlo e di riaccompagnarlo insieme
ad altri suoi compagni di sventura a Nola.
La cittadinanza accolse Paolino sulla spiaggia di Oplonti
( oggi Torre Annunziata ) con grandi manifestazioni di gioia
e con i gonfaloni delle corporazioni dei mestieri, gli offrì
fiori ( tra cui i gigli ) e ceri. Delle corporazioni di Arti
e Mestieri vi erano i seguenti rappresentanti: un ortolano,
un salumiere, un cantiniere, un fornaio, un beccaio, un calzolaio,
un fabbro e un sarto.
Per celebrare il gesto eroico di Paolino l’avvenimento,
forse, venne rievocato già l’anno successivo.
La descrizione più remota dei ceri risale al ‘500
e la si trova nel libro “ Nola ” di Ambrogio Leone:
“ nel settimo giorno, quello che precede la festa di
S. Paolino, si fa un altro giro per la città. Precedono
i contadini con falci, seguendo come loro vessillo una grandissima
torcia a somiglianza di una colonna, accesa e coronata di
spighe di grano. Questa è così grande da riuscire
troppo pesante per un solo portatore, per cui è portata
da molti innalzata su una specie di cataletto, che è
costruito col denaro raccolto tra i contadini. Ogni anno è
ingrandita, non viene solo rifatto quello che si accende durante
il giro della città, che chiamano cereo.
Similmente si fa un’altra torcia dagli altri e in questa
processione ciascuno segue la propria che mandano avanti.
Viene quindi il cero degli ortolani, incoronato di cipolle
e di agli, dietro cui vanno gli ortolani e poi gli altri ceri
degli artigiani. Dietro di questi avanzavano le file dei monaci
e le file dei sacerdoti e dei chierici, l'ultimo dei quali
è il vescovo, che porta in mano le reliquie degli Apostoli,
del legno della croce, di alcuni martiri e di S. Paolino,
chiuse in una mano d'argento.
Accompagnano il vescovo il conte e il maestro del mercato,
quindi i nobili della città e il rimanente popolo,
tutti naturalmente avanzano a piedi ” .
Nel ‘500 i ceri, comunque, non superavano i tre o quattro
metri poiché doveva essere reso possibile l’ingresso
in chiesa per la benedizione.
Nel mese di giugno per otto giorni si svolgeva la fiera e
la festa in onore di San Paolino, per l’occasione tutte
le magistrature e tutte le tassazioni erano sospese, chiunque
poteva risiedere liberamente in città, anche chi sfuggiva
all’autorità dei magistrati. Dagli altri paesi,
anche lontani, venivano numerosi commercianti a vendere i
loro prodotti, invogliati dalla possibilità di non
pagare gabelle o pedaggi. I Conti Orsini, per evitare controversie
tra i mercanti e per organizzare al meglio l’importante
manifestazione, nominavano temporaneamente un Maestro della
Fiera. Tale magistrato nel primo giorno di festa mostrava
pubblicamente la propria autorità attraverso un corteo
che sfilava per la città, un corteo che oggi rivive
grazie all’iniziativa dell’Associazione FAG per
Nola-Amici del corteo. Al suon delle campane con gran seguito
i Conti Orsini, ricevuto il saluto dei notabili nolani, si
recano in piazza Duomo per la consegna delle chiavi al Maestro
del mercato. I costumi dell’epoca sono stati ricostruiti
con una lunga ricerca e con la collaborazione dell’Istituto
d’Arte “ Boccioni ” di Napoli.
Nel corso dei secoli le dimensioni dei ceri, intrecciati con
candidi gigli, divennero sempre più grandi fino ad
essere sostituiti oggi da obelischi di legno alti 25 metri,
i cosiddetti “ gigli ”.
Ancora oggi la cosiddetta Festa dei Gigli resta una delle
maggiori espressioni del folklore d’Italia e viene celebrata
maestosamente e con la sentita partecipazione di tutta la
cittadinanza.
3.5 Le Sante Visite Pastorali
Presso
l’Archivio Storico Diocesano di Nola è conservato
il Fondo delle Sante Visite alla diocesi. Tali visite nel
‘500 erano un’ispezione delle parrocchie a opera
dei vescovi, che s’interessavano dei preti, dei possedimenti,
degli arredi e delle tonache, e che annotavano qualsiasi introito,
anche minimo.
Il fondo è costituito da ventitré libri, quello
più antico è datato 1551, anno in cui fu avviata
la Santa Visita del vescovo Antonio Scarampo, a capo della
diocesi di Nola dal 1549 al 1568.
Scarampo compì una minuziosa visita prima che il Concilio
di Trento rendesse obbligatorio tale atto di governo episcopale.
Durante il suo svolgimento, fu chiamato a prendere parte al
Concilio di Trento, così per portare a termine la sua
visita nominò suoi Generali Commissari e Visitatori
D. Pietro Bordone e P. Basilio da Cremona.
La sua testimonianza è oggi preziosa perché
attraverso di essa si hanno le prime notizie di quello che
era la diocesi.
Nel 1580 iniziò la santa visita del vescovo Filippo
Spinola, precisamente martedì 23 febbraio dalla cattedrale
nolana, mentre nel 1586 fu la volta di quella del vescovo
Fabrizio Gallo.
Monsignor Scarampo, membro del Concilio di Trento iniziato
nel 1545, propose ed ottenne che le Visitazioni Generali,
eseguite dai vescovi nelle rispettive diocesi, non avessero
solo un carattere pastorale, ma anche amministrativo ed inventariale,
dovevano essere prodotti minuziosi verbali.
Fino al ‘700 gli Atti delle Sante Visite venivano redatti
in un latino molto rudimentale, strutturalmente molto simile
al volgare, spesso misto con esso. Oggi è difficile
interpretare i testi, la commistione del latino con il volgare
travolge il lessico e la sintassi, inoltre ci sono parti illeggibili
ed errori di trascrizione. Solo nell’800 venne utilizzato
l’italiano.
Più dettagliatamente grazie a questi atti si possono
conoscere lo stato funzionale delle parrocchie, l’anagrafe
del clero, le costituzioni fondiarie e patrimoniali, il bilancio
finanziario delle singole chiese, gli usi e i costumi, le
denominazioni di antiche località, i modi linguistici,
le monete, le unità di misura, le procedure contrattuali,
le attività di assistenza e beneficenza.
Il vescovo Scarampo era assistito dai suoi consultores, prelati
di curia dotti in teologia ed esperti in amministrazione e
fisco. Si recavano in ciascun casale, visitavano una ad una
le parrocchie ed interrogavano i parroci sugli obblighi pastorali,
la bolla della propria nomina e i titoli di possesso degli
immobili della chiesa.
Di seguito si riporta dal 1’ libro la visita della chiesa
di San Giovanni Battista nel casale di Sirico, compiuta dal
vescovo Scarampo il 14 maggio 1551.
“ E visitando la chiesa parrocchiale intitolata a San
Giovanni Battista del Casale di Sirico, si è presentato
il Venerabile don Baldassare Pasetano a nome di don Mario
Alferio, esibendo il decreto vescovile della sua nomina su
detta parrocchia, allora vacante dopo la rinunzia di don Giovanni
Guidonio, ultimo beneficiario di detta chiesa, per mera collazione
del predetto Monsignor Vescovo, come risulta dal decreto suddetto,
firmato dal defunto Monsignor Felice Mastrillo, con sigillo
vescovile datato Nola 12 gennaio 1532.
È stato ispezionato innanzitutto il fonte battesimale
e si è riscontrato che esso non ha bisogno d’alcuna
riparazione o restauro; la stessa suppellettile sacra risulta
decorosamente custodita.
Interrogato circa i suoi doveri pastorali, il parroco ha risposto
d’esser tenuto alla cura delle anime, all’amministrazione
dei Sacramenti ai fedeli e alla celebrazione della messa festiva.
Richiesto circa i beni immobili della chiesa a lui affidati,
ha dichiarato di possedere due moggia di fondo con alberi
e fondi, concesse a mezzadria, nel territorio di detto Casale
in località “Santa Caterina”, presso i
beni del Magnifico Felice di Gennaro, del Magnifico Roberto
Notaro da due bande, e di Sebastiano Castorio. Detto fondo
è in fitto ad Ambrogio de Sena, come quest’ultimo
ha personalmente affermato con giuramento…..
La medesima chiesa possiede ancora un fondo con piantagioni,
viti latine, alcuni alberi di quercia e di ulivo, che tengono
in affitto “ad modum futuri cambii” ( = sottoposto
ad essere affrancato ), Bernardino Adamo e suo figlio Agostino,
di Castelcicala, come appare in Istrumento redatto dall’egregio
notaio Giovanni Felice Martinello il 20 agosto 1544.
Oltre ai possedimenti sopra elencati, quale curato di detta
chiesa parrocchiale, ( don Baldassare Pasetano ) esige le
decime dei prodotti dai parrocchiani di detto Casale, com’egli
ha solennemente dichiarato di fronte ad alcuni di essi, che
hanno accettato e confermato.
In detta chiesa sono stati inventariati i seguenti beni mobili:
uno calice con la coppa et patena di argento e il piede di
rame, una pianeta di seta verde, uno camiso et altri finimenti,
tre tovaglie et un messale; un altaretto, un panno di altare,
una croce di legno, due candelieri di ferro; un baptistierio,
un cerio di cera, una campanella grande et uno campanello
piccolo ”.
Lo stesso giorno, il 14 maggio 1551, Scarampo visitò
la Chiesa di San Giacomo nel casale di Saviano, c’era
un ospedale annesso e una confraternita:
“ Si è proceduto poi a visitare la Chiesa-Ospedale
intitolata a San Giacomo, nella quale si trova una confraternita
laicale di circa cento persone.
Si sono presentati Paolino Tufano e Giovanni Panarella del
casale di Saviano, maestri della suddetta Chiesa-Ospedale.
Essendo stato chiesto a che titolo avessero eretto la Confraternita,
hanno risposto che avevano più d’un titolo, fra
cui hanno esibito un decreto Apostolico emanato da Papa Leone
X in San Pietro nel febbraio 1520, e redatto su pergamena
stampata con caratteri di piombo in miniatura.
Tal decreto dispone che detta chiesa e confraternita non è
assolutamente alienabile né disponibile, nemmeno per
disposizione vescovile o pontificia, com’è, oltretutto,
chiaramente scritto nel decreto esibito.
Hanno mostrato anche alcune disposizioni capitolari, ratificate
proprio dal Reverend.mo Monsignor Vescovo il 22 marzo 1550.
Detti maestri confratelli scelsero liberamente come cappellani
don Giovanni Angelo Tufano e don Giovanni Cerra, amovibili,
per far celebrare le messe dovute. ….
I Maestri della Cappella hanno esibito anche una bolla di
dodici Cardinali, i quali concessero indulgenza a detta chiesa
e a chi la visitasse nei giorni di Natale, di Pasqua e di
San Giacomo, come espressamente risulta in detta bolla, munita
dei sigilli dei dodici Reverendissimi Cardinali, recanti la
data Roma 13 novembre 1518 ”.
3.6 Le Visite Pastorali e il culto di San Paolino
Il
professore e archivista Filippo Renato De Luca in un fascicolo
riporta i risultati di un suo studio sui Libri delle Sante
Visite. Vi ha trovato le tracce della tradizione del culto
di San Paolino ad opera dei Nolani.
La prima notizia relativa al culto del santo è contenuta
nel primo libro delle Sante Visite. Il Vescovo Antonio Scarampo,
lunedì 9 marzo del 1551, visitando la Sacrestia della
Cattedrale trovò alcune casse di legno piene di reliquie
e ne trascrisse il contenuto:
Item pallium album cum non nullis signis crucium S. Paulini.
Item in dicta cassa maiori Bracchium S. Paulini (lib.1 fol.12
a. f.).
La stessa annotazione è contenuta nel Manuale generalis
visitionis (lib. II. fol. 10 e 11 a. f.).
Il giorno successivo, il 10 marzo, personaliter se contulit
et ascendit ad campanile dicte ecclesie usque ad summum e
lì trovò la campana detta “ la vecchia
” e la campana magna noncupata la nova sculpita apparebant
immagines Beate Marie Virginis et Annuntiationis ipsius et
S. Iohannis Battiste, duorum episcoporum et insignia huius
civitatis Nole cum infrascriptis verbis sculpitis et sceiptis
+ Anno Domini MCCCCCXXXIII idiis aprilis Deo maximo et matri
honori et gloria ac Beatis Felici et Paulino (lib.1, fol.
15 a. f.).
Il 23 febbraio del 1580 il Vescovo Filippo Spinola ispezionando
la Sacrestia della Cattedrale scoprì due casse parvule
de cipresso ed in una di esse:
Uno que dicit Sancti Paulini Confessoris et Nolani Episcopi.
Alia que dicit hic requiescunt reliquie Sancti Iacobi Apostoli
Sancti Paulini et Sancte Marie Magdalene. Alia dicit de brachio
Santi Paulini Episcopi Nolani. Alia dicit reliquie Sancti
Paulini (lib. 4, fol. 3 a.f.).
Trovò anche una capsam magnam in qua conservabantur
etiam quoddam pallium quod habet talem iscriptionem Pallium
Beatissimi Paulini.
Supradictus sacrista (Nicolaus Niola) dixit supradictam sacristiam
habere alia reliquias certas quas exibuit e nell’elencarle
nominò per primo Brachium Sancti Paulini (lib. 4, fol.
3).
Il Vescovo raccomandò di chiudere la cassa con le chiavi
e proseguì con inventarium bonorum mobilium Sacristie
Maioris in primis il braccio di Santo Paolino coperto d’argento
di peso di libre due et onze tre.
Lo stesso sagrestano venne interrogatus ad que onera tenetur
ratione supradicte sacristie respondit fra l’altro providere
de luminarys solitis in Altari maiori escluse le feste solenni
nelle quali tocca al Rev.mo Capitolo ceram subministrare ed
elencò dette feste terminando con et in die Sancti
Paulini (lib.4 fol.6).
Enumerando poi gli onera Rev.mi Capituli venne stabilita la
partecipazione alle misse solemnes et Pontificales que celebranur
per r.m Dominum Episcopum vel alium de eius mandato et sunt
e le trascrisse e tra esse Sancti Pauilini (lib4, fol.12 a.f.).
Il successore di Spinola, Fabrizio Gallo, nella Santa Visita
compiuta nel 1586, nella Sacrestia della Cattedrale trovò
archa lignea con una nota reliquiarum ed elencò:
uno que dicit Sancti Paulini confessoris et nolani episcopi.
Alia dicit de brachio S. Paulini episcopi nolani.
Alia dicit reliquie S. Paulini.
Bracchium Sancti Pauilini (lib. 6, fol. 4).
Più avanti sotto il titolo inventarium bonorum mobilium
sacristie riporta reliquie poste in argento, argenti et paramenti
in primis il braccio di S. Paulino coperto d’argento
de peso de libre doi et onze tre (lib. 6. fol. 5 a. f.).
Il Vescovo interrogò i Canonici sui loro obblighi ed
essi dixerunt etiam que sunt alique misse pontificales celebrari
solite per Dominum Ep. um vel per alium de eius ordine elencando
le feste in ordine cronologico e nominando S. Paulini tra
Pentecoste e Santissimi Corpori X.ri ( la festa liturgica
di S. Paolino ricorre il 22 giugno ).
L’8 giugno 1586 visitò l’unico Istituto
religioso intestato a S.Paolino deinde eo die Dominus Episcopus
et Visitator continuando visitationem per se contulit ad cappellam
Sanctissime Conceptionis immaculate Virginis Marie constructam
in ecclesia Monasteri Santi Paulini Ordinis heremitarum Snati
Augustini ( lib. 6, fol. 202 ).
3.7 Pomponio De Algerio: un altro eretico e martire nolano
Nella
città di Nola nel 1548 nacque uno dei più grandi
filosofi moderni, Giordano Bruno, che elaborò una propria
concezione filosofica non in linea con l’ortodossia
religiosa. Non rinnegò mai, come gli veniva chiesto
dalle autorità religiose, i fondamenti del suo pensiero,
la sua visione di un mondo infinito, le sue convinzioni nel
mutamento incessante di tutte le cose e nella molteplicità
delle esistenze e dei punti di vista.
Fu ritenuto un eretico, processato e condannato, fu legato
nudo ad un palo e bruciato vivo nel Campo dei Fiori a Roma
il 17 febbraio del 1600.
Ma Nola è stata, nello stesso periodo, la città
natale anche di un altro grande pensatore ed eretico che morì
per le sue idee: Pomponio De Algerio . Nacque nel 1531. La
sua preparazione letteraria e filosofica avvenne sotto la
guida di maestri certamente di ispirazione luterana, ciò
incise profondamente sull' animo del giovane nolano. All'Università
di Padova seguì i corsi di teologia e filosofia, e
di diritto civile con il professor Matteo Gribaldi Molfa,
ma, a causa della fuga di quest'ultimo a Ginevra nel 1552,
l'Inquisizione indagò anche i suoi allievi per sospette
simpatie protestanti.
Pomponio fu arrestato nel maggio del 1555 e interrogato ripetutamente
per accertare l'ortodossia della sua fede. Pur non citando
direttamente Lutero e Calvino, egli fece comunque riferimento
alla loro dottrina (sola fide, negazione del culto dei santi
e del purgatorio, della transustanziazione durante l'Eucaristia
e dell'autorità della Chiesa di Roma).
I giudici di Padova non vollero condannare immediatamente
il giovane, ma lo tennero in carcere con la speranza di farlo
abiurare, tuttavia egli rimase saldamente fedele alle sue
idee e ciò venne testimoniato da una lettera che egli
riuscì a far pervenire, il 21 luglio del 1555, dal
carcere ai suoi confratelli.
Quando gli fu chiesto il suo nome e la sua patria rispose
: " Io mi domando Pomponio De Algerio de NoIa ".
Alla domanda dei giudici se conoscesse la causa della sua
detenzione egli rispose di no "... non havendo comesso
errore alcuno ".
Durante i tre interrogatori a cui lo sottoposero i giudici
del tribunale di Padova, il 17 e 28 luglio del 1555, egli
confessò apertamente le sue idee religiose, che possono
essere sintetizzate nel modo seguente:
- la negazione della Chiesa Romana come vera Chiesa Cattolica;
- il rifiuto di riconoscere il Papa come vicario di Cristo;
- il riconoscimento dei soli sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia;
- la negazione del Purgatorio e della mediazione dei Santi.
La Curia Romana nel marzo del 1556 riuscì ad ottenere
l'estradizione del giovane nolano il quale fu rinchiuso nelle
carceri del Sant'Uffizio in Roma in attesa del processo. Qui
fu sottoposto ad un secondo processo durante il quale confermò
tutte le sue precedenti affermazioni, di conseguenza i giudici
lo dichiararono colpevole di eresia e lo condannarono a morte.
La sentenza fu eseguita il 18 agosto del 1556 in Piazza Navona
a Roma. Fu calato in una caldaia contenente olio bollente,