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Luigi Napolitano


IL RINASCIMENTO NOLANO


Introduzione
In questo mio lavoro di ricerca, mi sono proposto di tracciare un profilo della città di Nola nel corso del XVI secolo, una descrizione del territorio, della tipologia degli insediamenti, della popolazione, dei gruppi sociali, dei cittadini più illustri, della vita culturale e religiosa.
Un testo di fondamentale riferimento, per tale proposito, è stato senz’altro il “De Nola” di Ambrogio Leone pubblicato nel 1514 a Venezia. Per l’arco di tempo successivo sono disponibili altri testi, ma non offrono un così ampio panorama sulla storia della città, vertono per lo più su specifici aspetti. Vanno ricordate ed evidenziate due gravi perdite di documenti nel settembre del 1943: la distruzione della Casa Comunale di Nola con il suo archivio e la villa Montesano a San Paolo Belsito, dove si sperava di porre al riparo dalle distruzioni belliche il materiale dell’Archivio di Stato di Napoli, ma le truppe tedesche vi appiccarono il fuoco. Queste perdite costringono oggi a ricostruire pezzi di storia attraverso le citazioni e le interpretazioni di vari autori, che ebbero modo di leggere e studiare i documenti distrutti.
Ciò che è emerso chiaramente dalla consultazione dei numerosi testi è lo splendore e la vivacità della città di Nola nel ‘500, che poteva vantare un certo fervore culturale, un benessere economico e campi fertili. Un periodo felice che contrasta con l’odierna incapacità di uscire da uno stato di decadenza e degrado, di recuperare il glorioso passato in vista di un riscatto per il prossimo futuro. Oltre alle virtù e alla laboriosità proprie dei Nolani, bisogna tener conto della saggia e liberale politica dei conti Orsini, che governarono sulla città dal 1290 fino al 1533. Anche successivamente, quando Nola da città feudale passò ad acquisire lo status di città demaniale, la sua ascesa non si arrestò, continuò a vivere la stagione rinascimentale e, attraverso alcuni suoi illustri cittadini, diede un certo contributo al progresso delle conoscenze, delle arti e delle scienze.
Durante la Signoria degli Orsini, accanto al conte e feudatario, operava attivamente l’università, il cui governo era affidato a sei cittadini chiamati Eletti. Il Conte nominava il Capitano che restava in carica un anno per l’esercizio della giurisdizione civile e penale. L’ultimo conte, Enrico Orsini, nel 1533 morì di morte naturale, ma pendeva su di lui la condanna a morte di Filiberto di Chalons, capitano di Carlo V, poiché nella guerra franco-spagnola il principe nolano si era schierato con i francesi sconfitti. Estinta la dinastia degli Orsini, Carlo V con un diploma nel 1535 concesse a Nola lo status di città demaniale, ciò significava dipendere direttamente dall’amministrazione centrale, non sottostare più all’autorità di un signore feudatario ed essere, quindi, libera dal potere feudale. Il Capitano rappresentava il sovrano, il suo potere era limitato da determinati capitoli, raccoglieva il giuramento degli Eletti e partecipava alle loro riunioni.
Nel mio lavoro di ricerca ho potuto contare, in particolar modo, sui testi disponibili presso la Biblioteca Comunale di Nola “Leopoldo Caliendo” e sulla generosità del dottor Luigi Vecchione, che mi ha assistito nella consultazione della sua ricca biblioteca privata, in parte sui documenti dell’Archivio Storico Diocesano di Nola e della Biblioteca del Seminario Vescovile.
Con estrema umiltà questo lavoro potrebbe costituire uno dei punti di partenza per un giovane studente o un appassionato che si avvicina per la prima volta alla storia della città nel suddetto periodo; viene infatti offerta un’ampia panoramica dalla quale, servendosi della bibliografia, si può procedere agli approfondimenti.
Con soddisfazione e piacere, posso dichiarare che è stata l’occasione per accrescere le mie conoscenze sulla mia cara città, si è rafforzato il nostro legame e la mia volontà di sperare in un futuro degno dello splendore della Nola di Ambrogio Leone.
CAPITOLO I


IL TERRITORIO

1.1 L’estensione, la orografia e l’idrografia

Nel ‘500 l’agro nolano era un’area pianeggiante della Campania, non molto distante da Napoli e delimitata a sud dal Vesuvio, ad est dalle colline di Visciano e Cicala e dal monte di Sarno, a nord dal monte Avella (comprendente tutta la fascia montuosa fino a Cancello) e, infine, ad ovest dal fiume Clanio, che scorreva su una pianura estesa fino alle foci del Volturno e al mar Tirreno.
Lo storico e medico nolano Ambrogio Leone, nella sua opera storiografica “ Nola ”, scritta in latino e pubblicata a Venezia nel 1514, estendeva l’agro nolano alle terre di Somma, Sant’Anastasia, Ottaiano, Pomigliano, Palma, Marzano e Baiano. Certamente, da un punto di vista storico, poteva comprendere una così vasta zona, dato che i centri, compresi in tale area, erano legati profondamente al capoluogo nolano fin dalle loro origini.
Nonostante alcune imprecisioni, Leone offre una descrizione geografica del territorio nolano di grande valore se si considerano gli scarsi mezzi di osservazione disponibili tra il XV e XVI secolo.
Il Vesuvio e l’Avella erano i due monti principali, erano quasi della stessa altitudine, ma avevano caratteristiche diverse. La natura vulcanica del primo aveva sempre causato distruzioni fin dai tempi più antichi. Anche in età medievale e moderna il vulcano aveva creato gran problemi al territorio. Ambrogio Leone racconta un’eruzione avvenuta agli inizi del ‘500: “ ecco quello che mostrò ai nostri tempi la fornace del Vesuvio. Vedemmo infatti per tre giorni completamente oscurato il cielo, fino al punto che tutti stupiti cominciarono a spaventarsi. Di poi quando si placò la violenta eruzione, che scagliando in alto materiale aveva ricoperto ogni cosa, venne giù una grandissima quantità di cenere rossiccia, da cui ogni cosa appariva ricoperta come da minuta neve. ”
Il vulcano era coperto di pietre nere e solo raramente era innevato; l’area circostante presentava sia zone aride che fertili, dove si producevano vini e frutti. Dalle sue pendici sgorgavano alcune sorgenti che formavano il Sebeto, piccolo corso d’acqua che sboccava in mare nei dintorni della città di Napoli e che in parte alimentava l’acquedotto napoletano. Il fiume aveva avuto una certa rinomanza grazie alle citazioni di poeti come Virgilio nell’antichità e Pontano e Sannazzaro nel Rinascimento.
Il monte Avella, invece, con i suoi torrenti provocava alluvioni, durante le quali venivano trascinati a valle tronchi e pietre. Era caratterizzato da rocce bianche e da temperature fredde nei mesi invernali. Spesso, infatti, era ricoperto di neve e le sue numerose sorgenti generavano ruscelli, che terminavano il loro corso nelle paludi estese nella parte occidentale dell’agro nolano. Alle sue falde fuoriuscivano le acque di zolfo, che per il loro fetore diedero al posto il nome di Mefite.
Vicino alla Mefite si trovavano le sorgenti del fiume Clanio, un corso d’acqua che arrecava danni ai raccolti durante le piene e si disperdeva nella zona che, dal fatto che in tempi di magra si formavano delle secche di fango, prese il nome di Bosco Fangone.
“ La città di Nola e i suoi casali fin dal 1529 fecero acquisto dal Regio Fisco, con l’approvazione della Camera della Sommaria del Regno, dei due latifondi Bosco Fangone di moggia 605 e Bosco Gaudio di moggia 113 per il prezzo complessivo di ducati 11550 ” .
Il Clanio attraversava il territorio nolano, poi quello di Acerra, Aversa, Casal di Principe e Vico di Pantano, per gettarsi nelle acque del Tirreno presso il lago Patria. Fino all’epoca della bonifica, attuata durante il viceregno spagnolo, il corso d’acqua, alimentando vaste paludi, costituiva un ostacolo per le comunicazioni tra il litorale e l’entroterra a nord di Napoli. Inoltre minacciava continuamente con le sue piene i centri abitati dislocati lungo il suo corso, condizionava il loro sviluppo urbanistico. Anche la foce era in condizioni precarie, era di proprietà di privati che non s’interessavano al fatto che fosse compromesso il libero deflusso delle acque.
Oltre al Clanio, tra i tanti ruscelli avellani, vi era uno più grande degli altri, che soltanto in inverno e in primavera riusciva ad avanzare fino alle paludi.
L’agro nolano era ricco sia di acque sotterranee, che alimentavano i pozzi, che di acque di superficie, che stagnavano e formavano, nelle zone più basse rispetto al resto della pianura, delle paludi, dove, in estate, potevano scoppiare delle epidemie.
Ambrogio Leone riporta la notizia di un’epidemia scoppiata nel mese di luglio del 1504, in seguito alle alluvioni che dal febbraio di quell’anno fino ad agosto si riversarono nella campagna nolana: “ a luglio la febbre colpì tutti gli abitanti e assai pochi ne rimasero immuni. Nella città di Nola e nei paesi nolani morirono circa ottomila uomini ” .
Ad est della città di Nola, si elevavano le basse colline di Cicala, scendevano dolcemente verso la pianura e avevano pendii molto fertili, dove si producevano vini leggeri e un ottimo olio d’oliva, ed inoltre era possibile raccogliere erbe medicinali. Sul punto più alto sorgeva, tuttora sono visibili i ruderi da molti chilometri, il Castello di Cicala. Fu, secondo alcune ipotesi, realizzato nel XII secolo. Agli inizi del ‘500 fu un feudo dell’ultimo Conte di Nola Enrico Orsini, ma nel 1532 essendosi il Conte schierato contro Carlo V, il feudo gli fu tolto e concesso a Dionigi Bellotto. Nel 1534 lo stesso re Carlo V diede la città di Nola, compreso il Castello, a Francesca Mombel (principessa di Sulmona). Nel 1546 Ferrante Ney, il secondogenito di Donna Francesca, vendette il Castello a Raimondo Orsini. Nel 1586 il Castello, insieme al feudo, fu acquistato da Annibale Loffredo, che, indebitatosi, fu costretto a rivenderlo nel 1600 per 5520 ducati alla famiglia patrizia napoletana dei Ruffo, che ebbero il titolo di Principi di Cicala.


1.2 La bonifica dell’agro nolano

Il problema dell’impaludamento di vaste aree dell’agro nolano venne affrontato all’inizio del ‘600. Per iniziativa del Viceré spagnolo Pedro Fernandez de Castro furono avviati i lavori per la realizzazione di una rete di regi lagni nella Terra di Lavoro, ossia dei canali artificiali che liberassero dall’acqua stagnante le zone interessate. Si trattò dell’unica bonifica portata a compimento nell’Italia meridionale durante il viceregno spagnolo. Nel tempo c’era stato l’abbandono della rete dei canali di drenaggio costruita dai romani e l’interramento delle foci dei corsi d’acqua a causa di un selvaggio disboscamento, si era formato un immenso acquitrino che arrivava quasi fino alle mura della città di Napoli.
L’architetto Domenico Fontana fu incaricato della progettazione e della sistemazione dei canali, la sua opera fu successivamente completata dal figlio Giulio Cesare, e poi, in parte perfezionata, da Bartolomeo Picchiatti e da Onofrio Antonio Gisoffo.
Il bacino idrografico, interessato dall’opera di bonifica, si estendeva per 110 mila ettari, era uno dei maggiori della regione campana ed era formato, per il venti per cento, da colline e montagne e, per il restante ottanta per cento, da un’area pianeggiante. Era delimitato a nord dai rilievi che da Caserta arrivavano fino al Vallo di Lauro e a sud dal Vesuvio, confinava con i bacini del Sarno, di Volla e dei Camaldoli, mentre lungo il litorale s’identificava con quello del fiume Volturno.
Fu creato un complesso sistema drenante con la costruzione di una serie di canali, nel loro alveo si accumulavano grandi quantità di detriti per cui richiedevano una continua opera di manutenzione per garantirne l’efficienza. Le acque che vi scorrevano erano di carattere torrentizio. I canali convogliavano le acque da Nola verso Acerra e si gettavano in mare tra la foce del Volturno e il lago Patria.
“ Il canale principale dei Regi Lagni inizia dal ponte delle Tavole, in territorio di Marigliano, e, dopo aver disegnato un’ampia ansa intorno ad Acerra, si riporta, all’altezza della forcina di Casapuzzano, al centro della pianura campana. Questo primo tronco (Km 24,839) raccoglie, a destra, le acque dei lagni Gaudo, Boscofangone e Tora, che provengono dalla catena dei monti siti tra Cancello e l’avellinese, e, a sinistra, attraverso gli alvei Frezza e Quindici, prima, e Campagna e Spirito Santo, dopo, quelle del nolano e del Somma-Vesuvio.
Puntando, quindi, a nord-ovest, il cosiddetto lagno maestro forma, fino a ponte a Selice, un secondo tratto (Km 6,499). Proprio alla forcina di Casapuzzano, in esso s’innesta, sempre a destra, il Gorgone, in cui confluiscono, oltre alle sorgenti del Mofito e del Calabricito (2000 l/sec.), i corsi torrentizi di Arpaia, Forchia, Santa Maria a Vico, Arienzo e San Felice a Cancello.
Infine, il canale, proseguendo verso ovest e mantenendo un allineamento parallelo circa al tracciato del Volturno, raggiunge la costa tra il lago di Patria e Castel Volturno, dando vita al terzo ed ultimo settore (Km 24,645). Soltanto nella parte terminale del tronco, la pendenza media di fondo alveo, altrove già abbastanza modesta, si riduce drasticamente ” .
Le acque delle zone montane giungevano direttamente nel lagno maestro, mentre quelle dell’area pianeggiante erano raccolte prima in due controfossi, per immettersi poi nel canale.
I Regi Lagni costituirono una grande opera di ingegneria e consentirono il recupero agrario di una pianura molto fertile.
Nel 1749, per iniziativa del re Carlo di Borbone, venne avviata la sistemazione di pioppi su ambedue i lati dei canali. Tale provvedimento mirava ad assicurare maggiore stabilità alle sponde degli alvei. Si arrivò a piantare 6000 alberi l’anno.
La rete seicentesca fu perfezionata nell’800. Nel 1812 la cura dei Regi Lagni venne affidata alla direzione generale di Ponti e Strade. Vennero eseguiti lavori di ampliamento e miglioramento, furono prosciugate altre aree.
Giuseppe Fiengo, nell’introduzione al suo testo “ I regi lagni e la bonifica della Campania Felix durante il viceregno spagnolo ”, sottolinea il nesso esistente tra le motivazioni dell’opera di bonifica e alcuni problemi della città di Napoli a fine ‘500. Il riequilibrio idraulico e il recupero agrario della Terra di Lavoro significava per la capitale del Regno la soluzione, almeno in parte, dei suoi disagi ambientali ed urbanistici, la riqualificazione igienico-sanitaria delle zone periferiche, la creazione di più stabili e sicure comunicazioni tra la città e l’entroterra settentrionale, infine la fattibilità della costruzione dell’acquedotto di Carmignano (1629).

1.3 I casali

Come molte altre città del regno meridionale, anche Nola stendeva la sua giurisdizione su un numero variabile di borghi e villaggi compresi in un raggio di pochi chilometri.
Nell’agro nolano erano disseminati numerosi villaggi e borghi denominati “ casali ”, che davano il nome alle circoscrizioni amministrative del contado della città di Nola, sede del potere politico e religioso. Il popolo, comunque, senza tener conto dei distretti amministrativi, chiamava indistintamente “ casale ” ogni agglomerato di case, le grandi masserie plurifamiliari con cappella padronale e i casolari sviluppatesi intorno ad una chiesa rurale. È per questo che i Nolani arrivavano a contare ben 36 casali. In realtà, i casali che possedevano tale qualifica erano 16: Savignano (oggi Saviano), Sant’Erasmo, Sirico, San Paolo, Cimitile, Camposano, Comignano (oggi Comiziano), Casamarciano, Faibano, Gallo, Livardi, Liveri, Risignano, Vignola, Tufino e Scaravita. Non è chiara la loro natura giuridica, ma è molto probabile che fossero considerati una parte della stessa città e che venissero amministrati allo stesso modo.
Lo studioso Antonio Fusco scrive: “ essi erano abitati da coloni e braccianti agricoli, da artigiani che provvedevano alle piccole necessità, da osti che gestivano umili taverne, da piccoli commercianti, ai quali il governo comitale imponeva i diritti feudali, inerenti al controllo delle merci e alla riscossione dei dazi (portolania), ai pedaggi, alle gabelle (su farina, vino, interiora di animali macellati, prodotti salati, pesci), alle imposte (su bilance, animali venduti, transito di merci, macellazione, misure di prodotti ortofrutticoli, panni) e ad altri gravami di ogni genere ” .
Quando nel 1528 ebbe fine la signoria degli Orsini, i Nolani, per evitare un nuovo infeudamento, chiesero al Viceré d’Orange che la città con i suoi 16 casali fosse inclusa nel demanio regio. Dopo aver pagato 11.550 ducati, somma necessaria per riscattare tutti gli uffici e i beni posseduti dai conti Orsini, Nola fu inserita nel demanio regio insieme ai casali.
Ma, per un errore burocratico della Cancelleria Imperiale, si profilò per la città una nuova investitura feudale a favore della principessa di Sulmona, Francesca Mombel. I Nolani, allora, fecero ricorso al Consiglio Collaterale del Regno e ottennero il riconoscimento dei diritti acquisiti in precedenza pagando altri 10.000 ducati.
Nola, dunque, divenne una città libera e con i suoi casali formò un’università, cioè un gran municipio, che però non durò a lungo poiché i casali col tempo si resero autonomi.
Saviano nel 1600 divenne Università libera, indipendente da Nola, mentre nel 1867 fu costituito il comune di Saviano che comprese i casali di Sant’Erasmo e Sirico.
Un altro casale a nord di Nola, Cimitile, conservava le catacombe dove i primi cristiani si erano riuniti per pregare e avevano seppellito i loro martiri. Divenne un centro autonomo nel 1640, l’anno in cui la città di Nola perse anche tutti gli altri suoi casali, perché venduti e infeudati dalla corona per incassare denaro liquido.
1.4 Le colture

Il territorio dell’agro nolano era molto fertile, facilmente arabile, non arenoso, né pietroso, adatto alla coltivazione arborea e seminativa. Nella borgata Tufino si trovavano le cave di tufo, da cui si ricavavano pietre usate dai nolani per le loro costruzioni.
Il clima era dolce, dato che veniva mitigato dal mare poco lontano e dalle montagne a nord che attenuavano l’arrivo delle correnti fredde. L’area era molto umida per la presenza delle zone paludose, ma l’umidità veniva attenuata dall’aridità delle falde dei monti circostanti.
Dunque un clima mite che favoriva la crescita delle piante e la loro varietà: il lauro, il cipresso, il pino, la quercia, il castagno, l’ulivo, le viti, le nocciole, gli alberi di grumi e i frutti di ogni specie, il grano, l’orzo e l’avena.
Il Leone scrive che “ Antonello di Campobasso portò dalla regione dei Peligni a Nola molti semi di zafferano e li seminò in quella parte dell’agro, che egli possedeva presso le paludi, e ne fu raccolto zafferano in abbondanza e di ottima qualità ” .
La famiglia dei Chiaromonte comprendeva commercianti di nocciole e vino, che trasformarono in noccioleti antichi castagneti e introdussero nel territorio nolano piante esotiche, tra le quali la palma da datteri. I Chiaromonte esportavano prodotti locali verso l’Oriente e importavano piante e spezie comprati sui mercati dell’Egitto e dell’Asia Minore.
Oltre ai campi coltivati, vi erano aree boscose; è curioso notare che nei pressi della città di Palma, poco distante da Nola, come ci racconta ancora lo storico nolano, venisse abbattuto un intero bosco per creare un’area pianeggiante e libera per la caccia: “ di questa pianura godé dapprima Alfonso I d’Aragona, che fu re di Napoli,…in seguito suo figlio il re Ferdinando I nello stesso regno, ugualmente il figlio di questo, il re Federico. Ogni anno nel tempo di primavera ciascuno di essi veniva là a caccia. …la caccia era di nibbi e di aquile ” .
Il maggior provento, in agricoltura, per i Nolani, proveniva dal commercio di nocciole e vino, raccolti in abbondanza. A proposito di vini, ce n’era una certa varietà, si producevano vini delicati e leggeri vicino la città di Nola, densi e forti nelle aree settentrionali. “ Una botte di vino a Nola, quando è mosto, si vende a trenta ducati d’argento ” .

1.5 L’abitazione rurale

L’abitazione rurale nell’area nolano-baianese poteva presentarsi nella sua forma dispersa (masseria) o inurbata.
La masseria era la forma prevalente, si trattava del luogo della vita e del lavoro del contadino, o semplicemente un punto di appoggio con ambienti di servizio al campo.
In quest’area non vi erano i fenomeni del pendolarismo casa-campo e dei paesi dormitori, tipici delle aree molto arretrate del meridione. Persisteva una frammentazione del suolo agrario, data la fertilità del suolo e l’alta concentrazione degli insediamenti. Anche se c’era una tendenza all’accentramento della proprietà, ossia si costituivano grossi patrimoni terrieri, non si riduceva la forma frammentaria che il paesaggio agrario presentava.
Oltre a masserie modeste, c’erano anche quelle grandi e ben tenute, appartenenti ai ceti nobiliari e alto borghesi, legati alla campagna per antica tradizione. Masseria Fittipaldi e masseria La Torre, presso l’odierna Acerra, erano esempi di luoghi oltre che di lavoro, anche di svago e riposo estivo.
La masseria poteva presentare una forma aperta e una chiusa.

1 Forma aperta: la struttura primaria era costituita dal sistema accesso - aia - casa rurale. Il percorso di accesso ( sottolineato dalla presenza di alberi d’alto fusto come noci o pioppi o della vite tesa tra alberi o paletti ) era importante nella composizione poiché, in analogia all’asse urbano, distribuiva gli elementi in una gerarchia ordinata; lungo il percorso, infatti, si trovavano gli annessi rustici, l’aia e gli alloggi. Il percorso di accesso poteva avere due tracciati: uno diretto dall’ingresso al campo coltivato oppure uno in cui l’aia o il corpo di fabbrica principale mediano il rapporto fra l’ingresso e il campo coltivato. Questo secondo caso era più comune nella masseria con la forma chiusa.
2 Forma chiusa: un recinto limitava e ordinava gli elementi della costruzione: la casa, gli annessi rustici ( porticati, stalle, fienili, colombaie ) e particolari aree coltivate ( ortaggi e frutteti ). Costituirono un esempio di masseria con una forma chiusa, nel territorio di Avella, la Masseria D’Anna e l’ex Masseria del duca Capace Galeotta (residente a Nola, 1588-1625).

Nella casa rurale inurbata si ritrovavano le caratteristiche principali della masseria: la corte (aia), le logge, i portici, il forno e qualche deposito.



CAPITOLO II


LA POPOLAZIONE

2.1 Il calcolo teorico di Ambrogio Leone

I moderni uffici dell’anagrafe dei singoli comuni sono nati solo dopo l’Unità d’Italia, anche se le origini rimandano al decennio francese, per le epoche precedenti non si hanno dati complessivi precisi sulla popolazione di un centro abitato in un determinato periodo.
Per la città di Nola si è attinto a fonti quali l’opera “ De Nola ” di A. Leone, i fondi dei libri parrocchiali e i registri dei fuochi.
Un tentativo di calcolare la popolazione nolana nel ‘500 risale allo stesso periodo, si tratta di un calcolo teorico, comunque valido per quei tempi, di Leone .
Nola sorgeva nella stessa area della città del periodo romano, ma mentre quest’ultima era più popolata, presentava, infatti, dei sobborghi, nel ‘500 non c’era più nessun sobborgo e dentro le mura si trovavano spazi aperti e giardini, all’interno dei palazzi si aprivano i cortili.
Leone stabilì, con l’ausilio di una cartina, la figura, le dimensioni e il numero degli abitanti, che al suo tempo risultava molto inferiore a quello della città antica.
Determinò, prima di tutto, la misura del perimetro cittadino che era di 826 passi al suo tempo, 2074 nell’antichità. Passando dal rapporto di misure lineari a quello di misure di superficie, sostenne che la città cinquecentesca aveva un’estensione equivalente alla dodicesima parte di quella antica. Da ciò dedusse che la città della sua epoca aveva circa 700 abitazioni, mentre quell’antica ne doveva aver avuto circa 8000. Se gli occupanti di ciascuna abitazione del suo tempo erano al massimo sei, esclusi i servi, la città doveva contare circa 4000 abitanti, l’antica doveva aver raggiunto, invece, una popolazione di circa 50.000 abitanti stando al rapporto di 1: 12.
Leone dimostrava così le sue competenze nelle scienze matematiche applicate alla geografia. Ovviamente si trattava di un calcolo approssimativo, soprattutto per quanto riguarda il numero presunto degli abitanti di ogni casa. Il confronto con la città antica era reso possibile dalla presenza di resti di quel periodo.


2.2 I libri parrocchiali

Il Concilio di Trento impose l’obbligo per tutti i parroci di tenere cinque libri canonici: Battesimo, Cresima, Matrimonio, Morti e Stati delle anime.
Un Fondo di Libri Parrocchiali è conservato presso l’Archivio Storico Diocesano di Nola, che per quantità e qualità del materiale custodito può essere considerato il terzo Archivio Diocesano della Campania dopo quelli di Napoli e Salerno.
L’elenco dei nati parte dal 19 aprile 1588, reca l’indicazione del registro e del folio della particola del battesimo.
Anche il primo libro dei battezzati inizia dalla medesima data ed è diviso in cinque prebende:
-Prebenda del Cantore o di S. Vittoria ff. 1-68;
-Prebenda dell’Arcidiacono o di Cortefella (Titolo del Salvatore) ff. 69-159;
-Prebenda della Sacrestia o di S. Pietro o di Chiarastella ff.160-240;
-Prebenda del titolo Fuori Porta ff.241-291;
-Prebenda della Sacrestia o di S. Margherita ff.292-314.
Ogni parte è preceduta dalla relativa pandetta.
Il primo libro dei matrimoni della città di Nola è diviso in due parti, la prima dal 15 febbraio 1595 al 1642, la seconda dal 1643 al 1686.
I Libri Mortuorum relativi alla città di Nola sono dieci e coprono l’arco di tempo che va dal 1600 al 1845. Il primo va dal 7 aprile del 1600 al 14 giugno del 1709, contiene dati sui luoghi di sepoltura, sui personaggi notevoli, i militari, gli stranieri, i giustiziati, le epidemie e le curiosità.
La sepoltura avveniva nelle chiese e nelle cappelle fino al 1820, quando venne realizzato il cimitero nolano. Nella Cattedrale della città erano sepolti canonici, contabili, sacerdoti, bambini e poveri, oltre a cappelle di famiglia (Maffettone, de Palma, Mastrilli, Burghos, Cesarini, Bruschini, Palliola, Minichini, Cocozza e Calafati).
Tra i personaggi notevoli ci sono in primo luogo gli atti di morte dei vescovi nolani, un atto di morte reca notizie biografiche ed elogiative dell’estinto, e di altri nolani che ricoprirono importanti cariche pubbliche:
1 il vescovo Fabrizio Gallo: 1614, novembre 6 (Lib. I/B, f. 52 bis v);
2 Fabrizio Trapani, giudice di Nola: 1600, 30 dicembre (Lib. I/B, f.18 v);
3 S.er Giovanni de Ritis, governatore della città di Nola: 1601, agosto 16 (Lib. I/B, f.25 r)
4 Notaro Matteo Desiato, rationale della Città: 1601, ottobre 22 (Lib. I/B, f.37 r)
5 Don Diego Gabrera castellano di questa città di Nola, spagnuolo: 1630, ottobre 25 (Lib. I/B, f.89 r).

Tra i militari:
1 Gio. Vincenzo de Feluore, alfiero: 1615, marzo 7 (Lib. I/B, f.53 v).

A Nola non mancarono sepolture di stranieri civili e militari. Per quanto riguarda i giustiziati viene indicato anche il modo col quale veniva eseguita la pena capitale: nel 1601 due uomini furono giustiziati nelle carceri, nel 1604 uno alla rota e quattro impiccati, un decapitato nel 1605.
Le frequenti epidemie nella zona si deducono o da apposite notizie, o dal gran numero di morti giornalieri, o dai luoghi di sepoltura ( nazareto, quartiere, giardino, extra moenia) o dalla fretta delle annotazioni che non sono precise e a volte tralasciano anche le generalità degli interessati. Nel 1620 muoiono cinque persone il 7 marzo, nove il 28 e sette il 29 marzo ( Lib. I/B, ff. 70r, 71r, 72r ).
Nei primi libri venne utilizzato un italiano con forti connotazioni dialettali, dal 28 ottobre 1641 si cominciarono a scrivere in latino le annotazioni relative a persone rilevanti, mentre per il popolo veniva ancora usato l’italiano. Solo a partire dal 1685 i libri sarebbero stati redatti interamente in latino.
All’inizio le annotazioni erano piuttosto semplici, si indicavano le generalità del defunto e il luogo della sepoltura, poi dal 1644 veniva aggiunta l’indicazione relativa alla somministrazione dei Sacramenti.
Vanno notati all’epoca un alto tasso di mortalità infantile e i numerosi casi di morte violenta, quest’ultimi segnalati da una croce tracciata davanti al nominativo.

2.3 I fuochi nolani

Come tutti i cittadini delle università medievali, anche i Nolani pagavano la " tassa dei fuochi ", un’imposta familiare istituita da Alfonso I il 28 febbraio 1443, imposta che sostituì le sei collette. Con il termine “ fuoco “ si indicavano coloro che - uniti dal vincolo familiare - vivevano sotto lo stesso tetto; nel fuoco potevano essere compresi più generazioni, anche sposate e fin‘anche i servi.
La serie originale della numerazione dei fuochi di Nola e della zona relativa fu distrutta dalle truppe tedesche nell'incendio di villa Montesano, presso San Paolo Belsito, nel 1943. Durante le vicende belliche vi erano stati trasferiti i documenti dell’Archivio di Stato di Napoli. Oggi abbiamo solo frammenti sostitutivi conservati presso lo stesso Archivio di Stato di Napoli.
Una preziosa fonte, che ci fornisce notizie sui fuochi nolani, è costituita dai due volumi di Vincenzo Spampanato sulla vita di Giordano Bruno . Essi furono editi nel 1921, dunque ventidue anni prima dell’incendio.
Spampanato, nel primo capitolo della suddetta opera, si rifà al calcolo di Ambrogio Leone per affermare che Nola nel ‘500 vantava circa 4000 abitanti, oltre ai 6000 sparsi nelle campagne e nei casali.
In una nota a piè di pagina scrive “ il vol. 128 dell’Archivio di Stato di Napoli, il quale contiene la Numerazione de’ fuochi di Nola, prova che questa città contava, nel 22 maggio del 1545, seicentonovantadue focolari, non molto più di settecento, il 18 marzo del 1563, senza però contare alcune addizioni de’ giorni successivi ” .
I registri dei fuochi del 1545 e del 1563 forniscono importanti notizie, contengono i titoli nobiliari e la numerosa servitù di cui disponevano le famiglie benestanti di Nola, “ la sola vedova del magnifico Troiano Albertino aveva ben sette domestici, quattordici la famiglia del magnifico Iacopo Antonio Albertino, otto i giovani coniugi Francesco Antonio e Giovanna Fontanarosa, anche otto il magnifico Prospero de Palma col quale convivevano il figlio e la nuora, e non meno altri signori ” .
“ I Fuochi nolani del 1545 annoverano nel quarterio ditto di Vicanzio la famiglia d’un giudice di Lanciano, Angelo Geronimo Severino (c.51r, foc. 634), e quella del defunto suo fratello Iacopo (c.17r, foc. 191), composta della giovine vedova Polita, de’ figli di Orazio, Felice e Francesco, nati rispettivamente nel 1531, nel 1535 e nel 1539, e delle due figlie Porzia e Paola, con cinque domestici; i Fuochi del 1563 (c.67r, foc. 594) ci mostrano Orazio, già divenuto dottore di arti e medicina, sposo della diciottenne Marzia. Nel medesimo quartiere abitavano il M.cus Fabritius Mastrillus, di trentasette anni nel 1563 (c.52r, foc.467), e il magnifico Federico Fellecchia, figlio di Leonardo e nipote di Camillo, Scipione, Gian Battista, Mario e Prospero (numerazione del 1545, c.40v, foc.458). Poiché era nato nel 1540 (Fuochi del 1563, c.39v, foc.358), Federico contava qualche anno di più de’ fratelli Turno, Omero e Orazio.
Dai Fuochi del 1545 (c.34v, foc.395) si apprende che nel palazzo del defunto Gentile Albertino stava Giovanni Macerato, fattore de’ beni che in Nola possedevano i figli e gli eredi del suo padrone, Giovan Geronimo e Fabrizio, uno di dieci e l’altro di nove anni (Numerazione del 1563, c.234r, foc.1908).
La stirpe Mastrillo conta ben diciotto famiglie nella Numerazione del 1563, focc. 104, 177, 246, 298, 299, 420, 427, 428, 429, 461, 462, 467, 469, 470, 611, 615, 619 e 620 ” .
Agli inizi del secolo scorso Spampanato notava che fino al 1522, per circa ottant’anni, non c’erano i registri del focatico e che quelli del 1522 e del 1526 mancavano uno di duecento e l’altro di mille focolari. Ciò era evidente da un confronto con le notizie riportate da A. Leone nella sua opera storica “ Nola”. Lo storico nolano, infatti, contava 700 famiglie nel 1512, ma i Fuochi del 1522 ne ricordano solo 490, quelli del 1526 addirittura partono dal fuoco n. 1007, essendo andata persa tutta la prima parte.
Il più popoloso dei casali nolani era San Paolo che nel 1526 e nel 1545 contava rispettivamente centotrenta e centosedici fuochi. Mentre San Paolo nel 1563 contava duecentoventi fuochi, ne avevano meno di duecento Saviano, Cimitile, Sant’Erasmo e Liveri, meno di cento Casamarciano e Tufino, meno di cinquanta Sirico, Camposano, Cumignano, Risignano, Livardi e Scaraviti.


2.4 La pianta della città
L’opera storica “ Nola ” di A. Leone è arricchita da quattro cartine geografiche realizzate dal pittore ed incisore Girolamo Moceto, i due strinsero amicizia a Venezia tra la fine del ’400 e gli inizi del ‘500. La prima cartina illustra l’agro nolano, mentre la seconda e la terza il rapporto di grandezza tra la Nola antica e la Nola cinquecentesca .
L’ultima e quarta cartina è la più preziosa e curata nei particolari, si tratta della pianta cittadina che riporta la cinta muraria, l’impianto viario ancora oggi perfettamente riconoscibile, gli edifici civili e religiosi e una fascia inferiore con gli elementi connessi con le occupazioni principali degli abitanti ( milizia, caccia, allevamento di animali domestici, agricoltura ). È indicato l’orientamento con le diciture in latino: arctus = nord, auster = sud, occasus = ovest e ortus = est. Mancano, invece, la scala graduata e la firma dell’autore. Probabilmente Moceto lavorò sugli appunti e sugli schizzi di Leone portati da Nola, non vide mai personalmente i luoghi da rappresentare.
La città era chiusa e protetta da solide mura ( larghe cinque piedi e alte venti), con un fossato profondo e un terrapieno sul quale scorreva la via che cingeva tutto il fossato. Le mura, che misuravano un perimetro di circa 924 passi, erano interrotte da quattro porte che si aprivano nei due punti opposti delle due più importanti vie della città e da numerose torri costruite sulle porte e agli angoli delle stesse mura. Sul lato occidentale fu aperta una quinta porta, più piccola, chiamata perciò del Portello ( l’odierna Porta di Napoli ), questa porta sostituì quella preesistente che era più distante dalla Reggia e fu perciò chiusa ( chiamata per l’appunto Porta Chiusa ).
Nella parte meridionale, accanto alla Porta Vicanzio, si elevava la rocca difensiva con cinque torri rotonde, alla base della più alta vi era un carcere.
La rete viaria aveva più o meno la stessa conformazione di quella attuale nel centro storico: da ovest si snodava via Cortefellana congiungendo la Porta Chiusa con la Porta Cortefella, nel primo tratto si chiamava via Clarastella; da nord a sud, invece, scendeva via Vicanzia ( l’attuale Corso Tommaso Vitale ) che univa Porta Samuele con Porta Vicanzia, lungo questa via si affacciavano quasi tutte le case più signorili.
Altre vie importanti erano via degli Scrignari ( l’attuale via San Paolino ), parallela a via Vicanzia; via Megaldina ( le attuali via Principessa Margherita e via Tansillo ), via Portellana ( oggi via Giordano Bruno e Vicolo Duomo ) che partiva da Piazza San Francesco ( l’odierna Piazza Giordano Bruno ) e arrivava al Monastero delle Rocchettine con la chiesa del Collegio.
Tutte le strade principali suddette erano intersecate da vicoli e vicoletti, alcuni fatti di pietra di selce e altri in terra battuta o di acciottolato.
Naturalmente, all’inizio del XVI secolo mancava un piano regolatore, ciò è evidente dall’andamento delle strade che “ procedono in parte serpeggiando a destra e a sinistra, in parte in linea retta. Da ciò si può arguire che la città attuale fu edificata così non secondo un criterio di distribuzione, ma secondo l’appropriazione fatta dai singoli. Né all’inizio della costruzione fu tenuto conto dell’allineamento degli edifici o delle strade, ma prevalse la volontà e il vantaggio di ciascuno ” .
Sono raffigurati numerosi edifici religiosi e civili, i più importanti erano la Reggia ( in realtà si trattava di un palazzo, la dimora dei conti Orsini, ma A. Leone usò impropriamente il termine “ reggia ” ), di fronte alla quale sorgevano la Chiesa e il Convento di San Francesco dei PP. Minori Conventuali, il Monastero di Santa Chiara, il Portico ( o Sedile dove si riunivano i nobili e i cittadini che provvedevano all’amministrazione dell’Universitas ) e la Cattedrale con annessa la casa del Vescovo.


2.5 Lo stemma civico della città

Lo stemma civico della città di Nola è contenuto in uno scudo ovale con una cornice di vari rilievi, intagli e cartocci barocchi, ed è sormontato da una corona di otto fioroni alternati con altrettante perle. Al centro è disegnata un’aquila bicipite con la corona reale fra le due teste, sul petto l’animale reca uno scudo sannitico con la raffigurazione di una campana circondata da cinque cicale.
A quando risale lo stemma non è ancora possibile saperlo in base alle conoscenze fino ad oggi accertate. Ma si può stabilire che già nel 1514 la città aveva il suo stemma. Allora non si presentava così come ora lo si vede, alcuni elementi sono stati aggiunti nel tempo e non di tutti si riesce ad interpretare l’esatto significato originario.
In una pagina del “ De Nola ” Leone scriveva “ e perciò Nola prese ed adoperò come stemma la sola figura della campana, il quale uso è stato conservato fino ai nostri tempi degli stemmi ”. Dunque lo stemma presentava solo la campana, un omaggio al Santo Patrono Paolino che introdusse per primo le campane nella liturgia, non erano ancora state inserite le cinque cicale e l’aquila bicipite. Una conferma in tal senso era data dal privilegio in pergamena del 30 giugno 1496 col quale Re Ferdinando II d’Aragona estendeva alla città di Nola tutte le franchigie e grazie delle quali godeva la città di Capua. A margine del documento era disegnato lo stemma della città consistente in uno scudo sannitico con una campana.
Il 18 luglio del 1533, il re Carlo V concesse ai Nolani di fregiare il loro stemma dell’aquila bicipite come premio della fedeltà dimostrata.
Mancavano ancora le cicale, la prima testimonianza della loro presenza nello stemma provenne dall’opera “ Postpraxis Medica ” di Antonio Santorelli, che nato a Nola nel 1581 fu un noto e apprezzato medico nell’ambito del Regno di Napoli e non solo.
Santorelli ricordava che tale presenza veniva spiegata narrando che l’agro nolano era infestato da un gran numero di cicale. I contadini erano esasperati, ma poi furono liberati dai fastidiosi animaletti dai rintocchi della campana di San Paolino. Il medico non credeva a questa ipotesi, infatti scriveva “ giammai l’agro nolano fu infestato dalle cicale, se dobbiamo prestar fede ad Ambrogio Leone che esattissimamente scrisse della città di Nola. Inoltre, a dir di Plinio, che desumeva dal libro V della Historia Animalium di Aristotele, le cicale non nascono nei campi spogli di alberi e neppure nelle selve fresche ed ombrose. Per la qual cosa avendo i campi all’interno di Nola pochi alberi ed essendo il colle di Cicala ombroso, né Nola né il Castello di Cicala potranno giammai abbondare di cicale ”. Santorelli rinunciò a formulare una sua interpretazione.
Tutt’oggi non si è ancora fornita una spiegazione adeguata sulla presenza delle cicale nello stemma cittadino. Ecco alcune ipotesi:
? le cicale rappresentano il territorio della collina di Castel Cicala unito alla città di Nola;
? indicano l’armonia del suono delle campane, essendo nella mitologia il simbolo dell’armonia;
? rappresentano le cinque basiliche della Nola antica.


2.6 L’abitazione urbana

Nel quindicesimo capitolo del 2’ libro, Ambrogio Leone offre una preziosa descrizione delle case della città di Nola agli inizi del ‘500. È evidente, leggendo le sue pagine, che ha prestato attenzione ad una certa tipologia di abitazione: quella appartenente ad una famiglia benestante.
Alla sua epoca calcolava approssimativamente che in città c’erano 700 case. Per la loro costruzione si utilizzavano le pietre di tufo, l’arena e la calce.
Fa notare che le abitazioni erano ben separate dai locali adibiti a botteghe. Gli edifici che ospitavano le botteghe e i commerci erano concentrati nel centro della città, vicino al portico e al mercato. Non era ritenuto decoroso che le signore e le fanciulle vivessero nello stesso luogo dove passavano tanti uomini.
La maggioranza delle case aveva un cortile, di queste poche però lo circondavano da ogni lato. Le parti ben distinte fra loro erano: l’androne, la cantina, la stalla, la sala da pranzo, la camera da letto, il portico superiore, la biblioteca, la dispensa, la nave, la torre, il cortile e il giardino.
L’androne era l’ambiente di passaggio che dall’ingresso esterno immetteva nella scala o nel cortile interno, “ esso ha la larghezza minima di dieci piedi, massima di venticinque, altezza di sedici o più, in modo da elevarsi talvolta fino a trentadue piedi, fino a raggiungere il primo piano ” . Il suolo era coperto da uno strato di calce, pietra e arena, “ i Nolani lo chiamano astraco usando una parola greca ” .
A questo livello si trovavano la stalla e la cantina. Nella stalla si custodivano i cavalli e i muli da sella e da trasporto. Nella cantina, invece, si depositavano le botti di legno contenenti vino. Nel cortile veniva costruito un pozzo, un forno e un lavatoio ( “il cantaro dei panni”) per le diverse necessità quotidiane.
Attraverso le scale si saliva al primo piano, dove si trovavano la sala da pranzo e le camere da letto. La sala da pranzo era ampia e si apriva con due grandi finestre sulla strada, nelle occasioni speciali vi si danzava e si celebravano le nozze . Disponeva, come anche le altre camere, di un camino. Attigua alla sala da pranzo c’era la biblioteca, dove, circondati dai libri collocati negli scaffali, si leggeva, si studiava e si discuteva.
Il primo piano, in stretto rapporto con la sala da pranzo, prevedeva anche una cucina e una stanza delle provviste. Talvolta nelle case più benestanti c’era anche un porticato superiore, dove si poteva conversare e rilassare all’ombra.
Oltre al primo piano, veniva realizzato un tetto spiovente che copriva un unico ed ampio locale dove si conservavano le merci, in particolare le nocciole; questo spazio veniva chiamato nave della casa per la somiglianza di una lunga nave. Un terzo piano e la torre erano molto rari nelle case nolane.
Lungo via Giordano Bruno ( corrispondente all’antica via del Portello ) si eleva tuttora il Palazzo Albertini , fatto costruire dalla nobile famiglia nolana degli Albertini. Purtroppo l’edificio ha subito sostanziali modifiche nel tempo, è stata accertata la fondazione quattrocentesca, ma nella forma attuale presenta una veste architettonica posteriore.

CAPITOLO III


LA VITA RELIGIOSA E L’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA


3.1 La diocesi nolana

La diocesi di Nola nel ‘500, così come ai giorni nostri, si estendeva su una vasta area. Lo storico Leone faceva notare che mentre c’erano state divisioni di tipo amministrativo nel corso del Medioevo, la città di Nola conservava la sua centralità attraverso il governo ecclesiastico, centralità mantenuta fino ad oggi.
Carlo Guadagni, nella sua opera “ Nola Sagra ” del 1688 , scrisse che la diocesi comprendeva le terre e i centri di Avella, Baiano, Mugnano, Lauro con i suoi sedici casali, Palma con i suoi casali, Ottaiano, Somma con il casale di Sant’Anastasia, Scafati, Torre Nunziata, Bosco, Pompigliano, Mariglianella, Marigliano con i suoi dodici casali, Roccarainola con i suoi casali, Cicciano e Cicala.
Agli inizi del XXI secolo la giurisdizione ecclesiastica del vescovo è esercitata sui maggiori comuni vesuviani, contando una popolazione di circa 520.000 abitanti.
In città il clero secolare, dipendente dal vescovo, era costituito da un folto gruppo di elementi in proporzione ad una popolazione di circa 4000 abitanti ( c’erano trentadue sacerdoti ).
Al clero secolare si affiancava un altrettanto numeroso clero regolare. Vi erano i frati agostiniani in un convento nei pressi della cappella di San Paolino e i frati di due conventi francescani, di cui uno tenuto dai Conventuali e uno dagli Osservanti sulla collina di Cicala. Gli Osservanti calzavano dei semplici zoccoli di legno, si coprivano con un saio di ruvida stoffa e vivevano di elemosina, invece gli Agostiniani e i Conventuali avevano un vestito di lino e scarpe di sughero e di cuoio, traevano il loro sostentamento dalla predicazione e dai tributi sui campi, sulle case e sulle botteghe di loro proprietà.
Dentro le mura erano presenti le monache di Santa Chiara e quelle del Santo Spirito, le suore Canossiane e quelle Rocchettine. Tutte vivevano delle rendite delle loro doti portate in monastero, del lavoro di cucito e filatura e delle donazioni di generosi cittadini. “ Ciascuno di questi quattro monasteri meriterebbe una lunga serie d’encomi, però che ognuno ha tutte quelle prerogative di eccellenza in perfezione religiosa, in ricchezza di fabbriche tanto nelle chiese come nelli chiostri, come anco nello splendore e nobiltà delle abitanti, essendo le religiose di essi tutte cospicue per nascita, nobili o cittadine primarie nolane e molte anche dame de’ seggi napoletani, o almeno le più civili e facoltose delle vicine città ” .
Pochi erano i monaci di origine nolana, mentre la maggior parte delle monache provenivano da famiglie residenti in città, “ ciò avviene perché i monaci quasi ogni anno cambiano convento, le donne invece non solo non cambiano monastero, ma in nessun caso escono fuori dal monastero in cui una volta sono entrate ” .
Secondo la consuetudine del tempo molte fanciulle nobili erano indirizzate alla vita religiosa, mentre i primogeniti si univano in matrimonio.
Una presenza particolare era quella di due categorie di laici vicini agli ordini religiosi, laici che presentavano aspetti simili a quelli degli iniziati: i bizzochi e i confratelli. I primi erano di entrambe i sessi e, a questo proposito, è doveroso annotare che a Napoli e Benevento c’erano solo donne bizzoche. Vivevano nelle proprie case e seguivano le usanze e le regole dei frati francescani, da cui erano spiritualmente diretti. I confratelli erano i fondatori della chiesa di cui si prendevano cura, costituivano un’associazione religiosa e anche sociale ( la confraternita ), poiché erano legati dal giuramento del rispetto e dell’aiuto scambievole. Sia i bizzochi che i confratelli non percepivano alcun provento, ma essi stessi versavano una quota per il mantenimento della chiesa e del sacerdote.
La vita religiosa nella città di Nola era fortemente vissuta, gli abitanti potevano pregare e seguire i riti nelle numerose chiese sparse dentro le mura. L’edificio principale era naturalmente la Cattedrale, accanto ad essa sorgeva la chiesa dei SS. Apostoli, si trattava della prima basilica paleocristiana di Nola. Nel periodo in cui crollò e fu ricostruita la Cattedrale, svolse la funzione della stessa Cattedrale. Attualmente la chiesa è chiusa al culto e purtroppo è abbandonata in uno stato di degrado. Nel 1569 per volontà della contessa Maria Sanseverino, moglie dell’ultimo Conte di Nola, Enrico, fu edificata la Chiesa del Gesù, la cui facciata fu costruita con gli stessi marmi della Reggia Orsini, marmi asportati dall’antico Anfiteatro Marmoreo. C’erano, poi , le chiese di Santa Chiara e di San Francesco con i conventi annessi, le chiese della SS. Annunziata o del Collegio, di San Giovanni Battista, di San Felice, di Santa Maria La Nova e di San Paolino con un ospizio permanente per mendicanti forestieri.


3.2 I vescovi
Il vescovo era la guida della diocesi, viveva in un palazzo adiacente alla Cattedrale. Disponeva di lauti proventi: ben 800 aurei o ducato annui, una somma superiore ventidue volte a quella di un sacerdote ( 36 aurei ). I proventi derivavano dai campi o da case o dalle botteghe date in affitto o sottoposte al censo, si trattava di proprietà acquisite per testamento di defunti.
Nel periodo del viceregno spagnolo si successero numerosi vescovi a capo della diocesi, quasi tutti appartenevano a famiglie nobili :
- Gianfranco Bruno (1505/49);
- Antonio Scarampo (1549/68) dei Conti di Cannella, di nobile famiglia di Aqui. Compì una minuziosa visita pastorale in tutte le parrocchie della sua giurisdizione. Partecipò al Concilio di Trento e al suo ritorno fece costruire un piccolo Seminario per la formazione dei futuri sacerdoti, così come aveva decretato lo stesso Concilio. Chiamò a Nola i Gesuiti, a cui affidò l’attività didattica del Seminario, ed eseguì molte altre opere con l’aiuto delle generose offerte della Contessa Sanseverino, moglie di Enrico Orsini, ultimo conte di Nola. Nel 1568 Papa Pio V lo fece trasferire alla Cattedrale Episcopale di Lodi, città nella quale moì nel 1576;
-Filippo Spinola (1568/85) di nobile famiglia genovese, era figlio di Agostino Conte di Tassarolo e Marchese di Pastorana. Ebbe cura del Seminario al quale concesse molti benefici, donò alla cappella di San Felice, nella Cattedrale, 500 ducati d’oro. Nel 1580 tenne un importante Sinodo durante il quale vennero emanate severe disposizioni riguardanti la disciplina ecclesiastica. Tre anni dopo fu nominato Cardinale col titolo di S. Savina, fu l’unico vescovo di Nola ad essere elevato alla dignità cardinalizia. Il 26 dicembre del 1583 crollò la Cattedrale, dopo 194 anni dalla sua costruzione. Il vescovo rimase amareggiato, e prevedendo di non vederla risorgere per la sua età avanzata, rinunciò alla carica nel 1585, ritirandosi a Roma, dove morì nel 1593;
- Fabrizio Gallo (1585/1614) patrizio napoletano. Cominciò la ricostruzione della Cattedrale che durò 8 anni. Diede al Seminario i benefici di S. Agata fuori le mura e di S. Cristoforo presso Ottaviano. Aggiunse alla Curia Vescovile altri fabbricati, abbelliti da giardini. Dopo due anni pose la prima pietra del Santuario della Madonna dell’Arco nella cittadina di Sant’Anastasia, un santuario che fu affidato ai Padri Domenicani. Indisse due Sinodi Diocesani e istituì nella Cattedrale la prebenda teologale con decreto del 1’ novembre del 1596, assegnando le rendite dei benefici di S. Antonio di Liveri e di S. Lucia del Castello di Cicala. Dal Pontefice Paolo V ottenne per i canonici nolani le insegne canonicali che usavano quelli della Basilica dei SS. Apostroli di Roma e quelli delle Metropolitane di Napoli e Salerno. Morì il 5 novembre 1614 e fu sepolto nella Cattedrale.
- Giovambattista Lancellotti (1615/56), dei Duchi di Lauro, Principi Romani. S’interessò del completamento della ricostruzione del Duomo, ampliò il Palazzo Vescovile e il Seminario, fondò insieme ai Padri dell’Ordine di S. Giovanni di Dio un ospedale per i poveri. Compì una minuziosa visita della Diocesi, indetta con la bolla del 28 aprile 1615. Morì nel 1656 in una tomba della Cattedrale fatta costruire da suo nipote Ottavio M. Lancellotti, secondo Marchese di Lauro.
- Francesco IV Gonzaga (1657/73), dei Duchi di Mantova.
- Francesco II Cesarini (1674/83), di nobile famiglia nolana.
- Francesco M. V Moles (1683/95), di nobile famiglia napoletana di origine spagnola. Era l’unico figlio di Annibale, consigliere regio, e di Maria di Quiros di antica famiglia spagnola.
- Francesco M. VI Carafa della Spina (1704/37), di nobile famiglia napoletana.

3.3 Il culto dei morti

Il rito funebre era particolare e articolato e, oltre a ovvie caratteristiche religiose, presentava profili che richiamavano usi e tradizioni ben radicati nell’anima popolare.
Quando moriva una persona, un lungo suono della campana annunciava la sua morte, il suono era diversificato per i nobili e i popolari, i maschi e le femmine. Il defunto era tenuto in casa per uno o due giorni ed era vestito nel modo migliore. La vedova pubblicamente si tagliava i capelli e li donava al marito ponendoglieli sul petto.
Il corteo funebre era articolato nel modo seguente: davanti procedevano i confratelli, a due a due e in silenzio, poi i frati e i sacerdoti che cantavano i salmi funebri. Ciascun ordine portava un’alta croce e ogni componente una candela accesa. Seguiva la bara, i parenti vestiti di nero e gli amici. Il defunto veniva portato nella chiesa dove si trovava la sua cappella di famiglia. Lì si pregava, si eseguivano canti funebri e veniva pronunciata un’orazione elogiativa del deceduto. Dopo tale rito, si avviava la sepoltura e i parenti ritornavano a casa, dove trovavano tavole ben bandite per consolarsi e mitigare il dolore per la perdita. La famiglia rimaneva in casa per due o tre giorni, dopo di che continuava la manifestazione del lutto con vesti nere. Gli uomini seguivano il lutto per un anno, la vedova per sempre, a meno che non si sarebbe risposata, le figlie fino a prima delle nozze, i parenti, invece, solo per alcuni mesi.
Il luogo della sepoltura era la chiesa, le famiglie aristocratiche si costruivano cappelle sepolcrali private, mentre i cittadini comuni venivano seppelliti nelle fosse pubbliche scavate sotto la chiesa. I possessori delle cappelle dovevano lasciare in eredità una rendita per il mantenimento delle stesse cappelle e un compenso per il prete che vi svolgeva funzioni di suffragio.
Ogni cappella aveva un altare sotto al quale era scavata una fosse per le salme, l’entrata della fosse era chiusa da una lastra di marmo sulla quale veniva scolpita l’immagine del proprietario, il suo nome e le lodi.
Le fosse pubbliche periodicamente venivano svuotate e i resti venivano sparsi lungo le vie non lastricate, in modo che dopo essere calpestati si frantumassero formando una polvere che asciugava il fango della strada.
Chi moriva senza aver ricevuto prima i sacramenti, veniva sepolto fuori dalla chiesa, dove si scavava una fosse, il cadavere vi arrivava senza corteo e canti funebri ed era ricoperto solo dalla terra.

3.4 La festa e la fiera in onore del Santo Patrono Paolino

Ponzio Meropio Anicio Paolino nacque a Bordeaux nel 353 da una nobile e ricca famiglia. Ricoprì importanti cariche: fu senatore, console e governatore della Campania. Convertitosi al Cristianesimo, vendette i suoi beni ed intraprese la vita religiosa fino a diventare vescovo di Nola nel 409. Si distinse anche come poeta e scrittore. Morì a Nola nel 431.
Secondo una tradizione risalente ad un racconto del Papa Gregorio Magno, ma non confermata dalle ricerche storiche, Paolino, dopo aver dato tutti i suoi beni per riscattare alcuni nolani fatti schiavi dai barbari invasori, offrì spontaneamente se stesso in cambio del figlio di una povera vedova. Portato in Africa, dopo qualche tempo i rapitori si resero conto della vera identità e delle eccezionali doti del prigioniero, per cui decisero di liberarlo e di riaccompagnarlo insieme ad altri suoi compagni di sventura a Nola.
La cittadinanza accolse Paolino sulla spiaggia di Oplonti ( oggi Torre Annunziata ) con grandi manifestazioni di gioia e con i gonfaloni delle corporazioni dei mestieri, gli offrì fiori ( tra cui i gigli ) e ceri. Delle corporazioni di Arti e Mestieri vi erano i seguenti rappresentanti: un ortolano, un salumiere, un cantiniere, un fornaio, un beccaio, un calzolaio, un fabbro e un sarto.
Per celebrare il gesto eroico di Paolino l’avvenimento, forse, venne rievocato già l’anno successivo.
La descrizione più remota dei ceri risale al ‘500 e la si trova nel libro “ Nola ” di Ambrogio Leone: “ nel settimo giorno, quello che precede la festa di S. Paolino, si fa un altro giro per la città. Precedono i contadini con falci, seguendo come loro vessillo una grandissima torcia a somiglianza di una colonna, accesa e coronata di spighe di grano. Questa è così grande da riuscire troppo pesante per un solo portatore, per cui è portata da molti innalzata su una specie di cataletto, che è costruito col denaro raccolto tra i contadini. Ogni anno è ingrandita, non viene solo rifatto quello che si accende durante il giro della città, che chiamano cereo.
Similmente si fa un’altra torcia dagli altri e in questa processione ciascuno segue la propria che mandano avanti. Viene quindi il cero degli ortolani, incoronato di cipolle e di agli, dietro cui vanno gli ortolani e poi gli altri ceri degli artigiani. Dietro di questi avanzavano le file dei monaci e le file dei sacerdoti e dei chierici, l'ultimo dei quali è il vescovo, che porta in mano le reliquie degli Apostoli, del legno della croce, di alcuni martiri e di S. Paolino, chiuse in una mano d'argento.
Accompagnano il vescovo il conte e il maestro del mercato, quindi i nobili della città e il rimanente popolo, tutti naturalmente avanzano a piedi ” .
Nel ‘500 i ceri, comunque, non superavano i tre o quattro metri poiché doveva essere reso possibile l’ingresso in chiesa per la benedizione.
Nel mese di giugno per otto giorni si svolgeva la fiera e la festa in onore di San Paolino, per l’occasione tutte le magistrature e tutte le tassazioni erano sospese, chiunque poteva risiedere liberamente in città, anche chi sfuggiva all’autorità dei magistrati. Dagli altri paesi, anche lontani, venivano numerosi commercianti a vendere i loro prodotti, invogliati dalla possibilità di non pagare gabelle o pedaggi. I Conti Orsini, per evitare controversie tra i mercanti e per organizzare al meglio l’importante manifestazione, nominavano temporaneamente un Maestro della Fiera. Tale magistrato nel primo giorno di festa mostrava pubblicamente la propria autorità attraverso un corteo che sfilava per la città, un corteo che oggi rivive grazie all’iniziativa dell’Associazione FAG per Nola-Amici del corteo. Al suon delle campane con gran seguito i Conti Orsini, ricevuto il saluto dei notabili nolani, si recano in piazza Duomo per la consegna delle chiavi al Maestro del mercato. I costumi dell’epoca sono stati ricostruiti con una lunga ricerca e con la collaborazione dell’Istituto d’Arte “ Boccioni ” di Napoli.
Nel corso dei secoli le dimensioni dei ceri, intrecciati con candidi gigli, divennero sempre più grandi fino ad essere sostituiti oggi da obelischi di legno alti 25 metri, i cosiddetti “ gigli ”.
Ancora oggi la cosiddetta Festa dei Gigli resta una delle maggiori espressioni del folklore d’Italia e viene celebrata maestosamente e con la sentita partecipazione di tutta la cittadinanza.


3.5 Le Sante Visite Pastorali

Presso l’Archivio Storico Diocesano di Nola è conservato il Fondo delle Sante Visite alla diocesi. Tali visite nel ‘500 erano un’ispezione delle parrocchie a opera dei vescovi, che s’interessavano dei preti, dei possedimenti, degli arredi e delle tonache, e che annotavano qualsiasi introito, anche minimo.
Il fondo è costituito da ventitré libri, quello più antico è datato 1551, anno in cui fu avviata la Santa Visita del vescovo Antonio Scarampo, a capo della diocesi di Nola dal 1549 al 1568.
Scarampo compì una minuziosa visita prima che il Concilio di Trento rendesse obbligatorio tale atto di governo episcopale. Durante il suo svolgimento, fu chiamato a prendere parte al Concilio di Trento, così per portare a termine la sua visita nominò suoi Generali Commissari e Visitatori D. Pietro Bordone e P. Basilio da Cremona.
La sua testimonianza è oggi preziosa perché attraverso di essa si hanno le prime notizie di quello che era la diocesi.
Nel 1580 iniziò la santa visita del vescovo Filippo Spinola, precisamente martedì 23 febbraio dalla cattedrale nolana, mentre nel 1586 fu la volta di quella del vescovo Fabrizio Gallo.
Monsignor Scarampo, membro del Concilio di Trento iniziato nel 1545, propose ed ottenne che le Visitazioni Generali, eseguite dai vescovi nelle rispettive diocesi, non avessero solo un carattere pastorale, ma anche amministrativo ed inventariale, dovevano essere prodotti minuziosi verbali.
Fino al ‘700 gli Atti delle Sante Visite venivano redatti in un latino molto rudimentale, strutturalmente molto simile al volgare, spesso misto con esso. Oggi è difficile interpretare i testi, la commistione del latino con il volgare travolge il lessico e la sintassi, inoltre ci sono parti illeggibili ed errori di trascrizione. Solo nell’800 venne utilizzato l’italiano.
Più dettagliatamente grazie a questi atti si possono conoscere lo stato funzionale delle parrocchie, l’anagrafe del clero, le costituzioni fondiarie e patrimoniali, il bilancio finanziario delle singole chiese, gli usi e i costumi, le denominazioni di antiche località, i modi linguistici, le monete, le unità di misura, le procedure contrattuali, le attività di assistenza e beneficenza.
Il vescovo Scarampo era assistito dai suoi consultores, prelati di curia dotti in teologia ed esperti in amministrazione e fisco. Si recavano in ciascun casale, visitavano una ad una le parrocchie ed interrogavano i parroci sugli obblighi pastorali, la bolla della propria nomina e i titoli di possesso degli immobili della chiesa.
Di seguito si riporta dal 1’ libro la visita della chiesa di San Giovanni Battista nel casale di Sirico, compiuta dal vescovo Scarampo il 14 maggio 1551.
“ E visitando la chiesa parrocchiale intitolata a San Giovanni Battista del Casale di Sirico, si è presentato il Venerabile don Baldassare Pasetano a nome di don Mario Alferio, esibendo il decreto vescovile della sua nomina su detta parrocchia, allora vacante dopo la rinunzia di don Giovanni Guidonio, ultimo beneficiario di detta chiesa, per mera collazione del predetto Monsignor Vescovo, come risulta dal decreto suddetto, firmato dal defunto Monsignor Felice Mastrillo, con sigillo vescovile datato Nola 12 gennaio 1532.
È stato ispezionato innanzitutto il fonte battesimale e si è riscontrato che esso non ha bisogno d’alcuna riparazione o restauro; la stessa suppellettile sacra risulta decorosamente custodita.
Interrogato circa i suoi doveri pastorali, il parroco ha risposto d’esser tenuto alla cura delle anime, all’amministrazione dei Sacramenti ai fedeli e alla celebrazione della messa festiva.
Richiesto circa i beni immobili della chiesa a lui affidati, ha dichiarato di possedere due moggia di fondo con alberi e fondi, concesse a mezzadria, nel territorio di detto Casale in località “Santa Caterina”, presso i beni del Magnifico Felice di Gennaro, del Magnifico Roberto Notaro da due bande, e di Sebastiano Castorio. Detto fondo è in fitto ad Ambrogio de Sena, come quest’ultimo ha personalmente affermato con giuramento…..
La medesima chiesa possiede ancora un fondo con piantagioni, viti latine, alcuni alberi di quercia e di ulivo, che tengono in affitto “ad modum futuri cambii” ( = sottoposto ad essere affrancato ), Bernardino Adamo e suo figlio Agostino, di Castelcicala, come appare in Istrumento redatto dall’egregio notaio Giovanni Felice Martinello il 20 agosto 1544.
Oltre ai possedimenti sopra elencati, quale curato di detta chiesa parrocchiale, ( don Baldassare Pasetano ) esige le decime dei prodotti dai parrocchiani di detto Casale, com’egli ha solennemente dichiarato di fronte ad alcuni di essi, che hanno accettato e confermato.
In detta chiesa sono stati inventariati i seguenti beni mobili: uno calice con la coppa et patena di argento e il piede di rame, una pianeta di seta verde, uno camiso et altri finimenti, tre tovaglie et un messale; un altaretto, un panno di altare, una croce di legno, due candelieri di ferro; un baptistierio, un cerio di cera, una campanella grande et uno campanello piccolo ”.
Lo stesso giorno, il 14 maggio 1551, Scarampo visitò la Chiesa di San Giacomo nel casale di Saviano, c’era un ospedale annesso e una confraternita:
“ Si è proceduto poi a visitare la Chiesa-Ospedale intitolata a San Giacomo, nella quale si trova una confraternita laicale di circa cento persone.
Si sono presentati Paolino Tufano e Giovanni Panarella del casale di Saviano, maestri della suddetta Chiesa-Ospedale. Essendo stato chiesto a che titolo avessero eretto la Confraternita, hanno risposto che avevano più d’un titolo, fra cui hanno esibito un decreto Apostolico emanato da Papa Leone X in San Pietro nel febbraio 1520, e redatto su pergamena stampata con caratteri di piombo in miniatura.
Tal decreto dispone che detta chiesa e confraternita non è assolutamente alienabile né disponibile, nemmeno per disposizione vescovile o pontificia, com’è, oltretutto, chiaramente scritto nel decreto esibito.
Hanno mostrato anche alcune disposizioni capitolari, ratificate proprio dal Reverend.mo Monsignor Vescovo il 22 marzo 1550.
Detti maestri confratelli scelsero liberamente come cappellani don Giovanni Angelo Tufano e don Giovanni Cerra, amovibili, per far celebrare le messe dovute. ….
I Maestri della Cappella hanno esibito anche una bolla di dodici Cardinali, i quali concessero indulgenza a detta chiesa e a chi la visitasse nei giorni di Natale, di Pasqua e di San Giacomo, come espressamente risulta in detta bolla, munita dei sigilli dei dodici Reverendissimi Cardinali, recanti la data Roma 13 novembre 1518 ”.


3.6 Le Visite Pastorali e il culto di San Paolino

Il professore e archivista Filippo Renato De Luca in un fascicolo riporta i risultati di un suo studio sui Libri delle Sante Visite. Vi ha trovato le tracce della tradizione del culto di San Paolino ad opera dei Nolani.
La prima notizia relativa al culto del santo è contenuta nel primo libro delle Sante Visite. Il Vescovo Antonio Scarampo, lunedì 9 marzo del 1551, visitando la Sacrestia della Cattedrale trovò alcune casse di legno piene di reliquie e ne trascrisse il contenuto:
Item pallium album cum non nullis signis crucium S. Paulini.
Item in dicta cassa maiori Bracchium S. Paulini (lib.1 fol.12 a. f.).
La stessa annotazione è contenuta nel Manuale generalis visitionis (lib. II. fol. 10 e 11 a. f.).
Il giorno successivo, il 10 marzo, personaliter se contulit et ascendit ad campanile dicte ecclesie usque ad summum e lì trovò la campana detta “ la vecchia ” e la campana magna noncupata la nova sculpita apparebant immagines Beate Marie Virginis et Annuntiationis ipsius et S. Iohannis Battiste, duorum episcoporum et insignia huius civitatis Nole cum infrascriptis verbis sculpitis et sceiptis + Anno Domini MCCCCCXXXIII idiis aprilis Deo maximo et matri honori et gloria ac Beatis Felici et Paulino (lib.1, fol. 15 a. f.).
Il 23 febbraio del 1580 il Vescovo Filippo Spinola ispezionando la Sacrestia della Cattedrale scoprì due casse parvule de cipresso ed in una di esse:
Uno que dicit Sancti Paulini Confessoris et Nolani Episcopi. Alia que dicit hic requiescunt reliquie Sancti Iacobi Apostoli Sancti Paulini et Sancte Marie Magdalene. Alia dicit de brachio Santi Paulini Episcopi Nolani. Alia dicit reliquie Sancti Paulini (lib. 4, fol. 3 a.f.).
Trovò anche una capsam magnam in qua conservabantur etiam quoddam pallium quod habet talem iscriptionem Pallium Beatissimi Paulini.
Supradictus sacrista (Nicolaus Niola) dixit supradictam sacristiam habere alia reliquias certas quas exibuit e nell’elencarle nominò per primo Brachium Sancti Paulini (lib. 4, fol. 3).
Il Vescovo raccomandò di chiudere la cassa con le chiavi e proseguì con inventarium bonorum mobilium Sacristie Maioris in primis il braccio di Santo Paolino coperto d’argento di peso di libre due et onze tre.
Lo stesso sagrestano venne interrogatus ad que onera tenetur ratione supradicte sacristie respondit fra l’altro providere de luminarys solitis in Altari maiori escluse le feste solenni nelle quali tocca al Rev.mo Capitolo ceram subministrare ed elencò dette feste terminando con et in die Sancti Paulini (lib.4 fol.6).
Enumerando poi gli onera Rev.mi Capituli venne stabilita la partecipazione alle misse solemnes et Pontificales que celebranur per r.m Dominum Episcopum vel alium de eius mandato et sunt e le trascrisse e tra esse Sancti Pauilini (lib4, fol.12 a.f.).
Il successore di Spinola, Fabrizio Gallo, nella Santa Visita compiuta nel 1586, nella Sacrestia della Cattedrale trovò archa lignea con una nota reliquiarum ed elencò:
uno que dicit Sancti Paulini confessoris et nolani episcopi.
Alia dicit de brachio S. Paulini episcopi nolani.
Alia dicit reliquie S. Paulini.
Bracchium Sancti Pauilini (lib. 6, fol. 4).
Più avanti sotto il titolo inventarium bonorum mobilium sacristie riporta reliquie poste in argento, argenti et paramenti in primis il braccio di S. Paulino coperto d’argento de peso de libre doi et onze tre (lib. 6. fol. 5 a. f.).
Il Vescovo interrogò i Canonici sui loro obblighi ed essi dixerunt etiam que sunt alique misse pontificales celebrari solite per Dominum Ep. um vel per alium de eius ordine elencando le feste in ordine cronologico e nominando S. Paulini tra Pentecoste e Santissimi Corpori X.ri ( la festa liturgica di S. Paolino ricorre il 22 giugno ).
L’8 giugno 1586 visitò l’unico Istituto religioso intestato a S.Paolino deinde eo die Dominus Episcopus et Visitator continuando visitationem per se contulit ad cappellam Sanctissime Conceptionis immaculate Virginis Marie constructam in ecclesia Monasteri Santi Paulini Ordinis heremitarum Snati Augustini ( lib. 6, fol. 202 ).


3.7 Pomponio De Algerio: un altro eretico e martire nolano

Nella città di Nola nel 1548 nacque uno dei più grandi filosofi moderni, Giordano Bruno, che elaborò una propria concezione filosofica non in linea con l’ortodossia religiosa. Non rinnegò mai, come gli veniva chiesto dalle autorità religiose, i fondamenti del suo pensiero, la sua visione di un mondo infinito, le sue convinzioni nel mutamento incessante di tutte le cose e nella molteplicità delle esistenze e dei punti di vista.
Fu ritenuto un eretico, processato e condannato, fu legato nudo ad un palo e bruciato vivo nel Campo dei Fiori a Roma il 17 febbraio del 1600.
Ma Nola è stata, nello stesso periodo, la città natale anche di un altro grande pensatore ed eretico che morì per le sue idee: Pomponio De Algerio . Nacque nel 1531. La sua preparazione letteraria e filosofica avvenne sotto la guida di maestri certamente di ispirazione luterana, ciò incise profondamente sull' animo del giovane nolano. All'Università di Padova seguì i corsi di teologia e filosofia, e di diritto civile con il professor Matteo Gribaldi Molfa, ma, a causa della fuga di quest'ultimo a Ginevra nel 1552, l'Inquisizione indagò anche i suoi allievi per sospette simpatie protestanti.
Pomponio fu arrestato nel maggio del 1555 e interrogato ripetutamente per accertare l'ortodossia della sua fede. Pur non citando direttamente Lutero e Calvino, egli fece comunque riferimento alla loro dottrina (sola fide, negazione del culto dei santi e del purgatorio, della transustanziazione durante l'Eucaristia e dell'autorità della Chiesa di Roma).
I giudici di Padova non vollero condannare immediatamente il giovane, ma lo tennero in carcere con la speranza di farlo abiurare, tuttavia egli rimase saldamente fedele alle sue idee e ciò venne testimoniato da una lettera che egli riuscì a far pervenire, il 21 luglio del 1555, dal carcere ai suoi confratelli.
Quando gli fu chiesto il suo nome e la sua patria rispose : " Io mi domando Pomponio De Algerio de NoIa ". Alla domanda dei giudici se conoscesse la causa della sua detenzione egli rispose di no "... non havendo comesso errore alcuno ".
Durante i tre interrogatori a cui lo sottoposero i giudici del tribunale di Padova, il 17 e 28 luglio del 1555, egli confessò apertamente le sue idee religiose, che possono essere sintetizzate nel modo seguente:
- la negazione della Chiesa Romana come vera Chiesa Cattolica;
- il rifiuto di riconoscere il Papa come vicario di Cristo;
- il riconoscimento dei soli sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia;
- la negazione del Purgatorio e della mediazione dei Santi.
La Curia Romana nel marzo del 1556 riuscì ad ottenere l'estradizione del giovane nolano il quale fu rinchiuso nelle carceri del Sant'Uffizio in Roma in attesa del processo. Qui fu sottoposto ad un secondo processo durante il quale confermò tutte le sue precedenti affermazioni, di conseguenza i giudici lo dichiararono colpevole di eresia e lo condannarono a morte.
La sentenza fu eseguita il 18 agosto del 1556 in Piazza Navona a Roma. Fu calato in una caldaia contenente olio bollente, pece e trementina. Le sue ultime parole furono:
"SUSCIPE, DEUS MEUS, FAMULUM ET MARTYREM TUUM"
(Accogli, mio Dio, il servo e martire tuo).
CAPITOLO IV


LA VITA CULTURALE

4.1 Il Rinascimento nolano

Nel XVI secolo, anche la città di Nola prese parte al fervore culturale ed artistico e alla maturazione della stagione umanistica e rinascimentale che caratterizzavano numerosi centri della penisola . La vicina capitale del Viceregno, Napoli, era diventata un centro di cultura umanistica a livello europeo. Il re Alfonso il Magnanimo governò tra il 1442 e il 1458, fu un amante delle lettere e un protettore di letterati, poeti ed artisti.
La stagione rinascimentale nolana si manifestò, con evidenza, attraverso numerosi suoi illustri cittadini: i conti Orsini, i filosofi Giordano Bruno e Pomponio de Algerio, il poeta Luigi Tansillo, l’ingegnere militare Carlo Theti, gli eruditi Ambrogio Leone e Nicola Antonio Stigliola, gli scultori Giovanni Merliano e Girolamo Santacroce, l’intagliatore in rame e in oro Alberto da Nola, il reggente del supremo Consiglio d’Aragona Girolamo Albertini, solo per citarne alcuni.
Nello stesso tempo ci furono nolani che stabilirono contatti con grandi intellettuali, quali Petrarca, Boccaccio, Giovanni Pontano, Pietro Gravina, Gianfranco Caracciolo, LorenzoValla e Antonio de Ferrariis il Galateo . Una testimonianza diretta della presenza di alcuni di questi in città è offerta dal Leone che scrisse: “ e Giovanni Pontano, celeberrimo filosofo e poeta nei nostri tempi, ebbe tanto diletto della città e dei costumi nolani che per fuggire la peste di Napoli, posponendo le città circostanti, si rifugiò a Nola e in essa trascorse anche tutta l’estate con grande soddisfazione ( come noi vedemmo ).
Anche Lorenzo Valla…spesso si trovava a Nola…soleva dire che le parole latine non erano pronunziate né dagli Italiani, né dai barbari meglio che dai Nolani. Anche Antonio Galateo, dotato di vasta conoscenza dell’una e dell’altra forma delle lettere e di ogni erudizione, molto volentieri veniva a Nola sempre fermandosi in casa nostra. Pietro Gravina palermitano, oratore e poeta illustre e uomo amantissimo della vita molto elegante, visse con grande piacere alcuni anni a Nola ” .
Leone accoglieva i suoi amici dotti nella villa detta “ Schivacure ”, ai piedi della collina di Cicala, dove si discuteva di poesia, di filosofia, di scienze, di teologia, e si leggevano e commentavano testi recentemente scoperti degli autori latini.
In città, dopo un lungo periodo di decadenza, la rinascita civile, culturale, militare e religiosa fu avviata dai conti Orsini, che governarono dal 1292 al 1533 . Furono mecenati, promossero l’allestimento di spettacoli teatrali, la costruzione di chiese, conventi, monumenti e del loro palazzo ( la “ reggia ” Orsini che oggi ospita gli uffici del Tribunale ). Nella loro residenza possedevano una ricca biblioteca, ma anche altre famiglie nobili nolane gareggiavano con loro per il possesso della biblioteca più fornita.
Il conte Nicola Orsini ( che governò Nola dal 1344 al 1399 ), oltre ad essere un abile diplomatico, fu un letterato, amava la lingua latina ed era un ottimo oratore. Inviò una lettera al Boccaccio, lo invitava ad essere suo ospite. L’autore del Decameron gli rispose elogiandolo.
Per la costruzione di nuove chiese e palazzi, oltre agli artisti locali, giunsero architetti, pittori e scultori di diversa origine. Nel palazzo Orsini, ancora oggi, si può notare la commistione di elementi architettonici rinascimentali con quelli catalani . Vi lavorarono, infatti, artisti provenienti dalla Catalogna, molti dei quali giunti al seguito degli Aragonesi.


4.2 La diffusione del nuovo e libero pensiero filosofico

Nola, soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘500, visse il contrasto tra il rigore della Controriforma e alcune posizioni eterodosse, tra una conoscenza dogmatica e un nuovo e libero pensiero filosofico. Le nuove idee riuscivano a circolare grazie ad una certa tolleranza dei governanti e alle frequenti assenze dei vescovi dalla diocesi ( l’obbligo per i vescovi di risiedere in diocesi fu stabilito dal Concilio di Trento, prima di allora erano soliti starsene nella città di provenienza e affidare l’amministrazione della diocesi ad un Vicario ) e venivano accolte specialmente tra la nobiltà e la borghesia colta, che promuovevano dibattiti nei loro palazzi. In quest’ambiente mossero i loro primi passi Giordano Bruno, Pomponio de Algerio e Colantonio Stigliola.
Su Giordano Bruno è stato detto e scritto davvero tanto, sarebbe poco opportuno soffermarsi, mentre Pomponio de Algerio è stato trattato nel capitolo precedente. Occorre, invece, soffermarsi su Stigliola, trascurato o addirittura ignorato dalla storiografia, anche quella ad opera di nolani, come il Remondini, che, nella sua rassegna degli uomini che emersero nelle scienze e nelle lettere, non spese una parola su Stigliola. Oggi non si dispone di nessuna delle sue opere e questo ha contribuito in modo determinante all’oblio. Suo figlio Domenico, dopo la sua morte, si mostrò indifferente e restio nel consegnare gli scritti all’Accademia dei Lincei, che premeva per pubblicarli, mentre pretendeva per compenso la concessione di una croce di cavaliere. Dopo la morte di Domenico, non si sa chi possedette le carte, è certo che nella rivoluzione del Principe di Macchia del 1707 furono incendiate insieme ad altri preziosi documenti. Pietro Manzi scrive: “ dalla scomparsa di quelle opere non lieve danno è derivato al progresso delle scienze e delle cultura, e ciò specie per quelle che, per le originali ed audaci intuizioni nel campo della filosofia, delle scienze esatte e del mondo della natura, avrebbero potuto accelerare il cammino delle future conquiste ” .
Nacque nel 1546 in una casa sulla collina di Cicala. Frequentò la scuola di grammatica nel Collegio dei Gesuiti a Nola, poi si laureò in medicina presso la rinomata Scuola Medica di Salerno. Rappresentò un esempio di grande umanista che s’interessava di numerosi e differenti saperi, fu infatti medico, matematico, stampatore, cosmografo, naturalista, architetto, astronomo ed artista. In qualità di ingegnere progettò la bonifica della Terra di Lavoro, ma i lavori furono affidati a Domenico Fontana.
Nel 1592 fondò una stamperia a Porta Reale a Napoli, dove abitava. Il suo principale obiettivo era promuovere la diffusione della cultura, ma allora la stampa era considerata uno dei principali nemici della stabilità del potere. Questa sua attività costituì uno dei principali capi d’accusa nel processo per eresia, al quale venne sottoposto davanti al tribunale del Sant’Uffizio napoletano. La stamperia fu varie volte chiusa, ma lavorò per circa quindici anni. Per l’eleganza della veste editoriale dei testi, per l’abbondanza e la bellezza delle xilografie illustrative, per l’uso dei caratteri greci e musicali, che lo Stigliola fu fra i primi nella seconda metà del ‘500 ad introdurre a Napoli, essa divenne presto la fucina di importanti ed originali opere di scrittori napoletani. Vi si rivolsero giureconsulti e maestri dell’Ateneo napoletano ( Turamini, Tapia, Adami, Sorgente, D’Anna, Alfano ), poeti ( Tasso, Scardino, Pignatello, De Cupiti, D’Alessandro ), scrittori in voga ( Mazzella, Costo, Capaccio ), scienziati ( Santoro, Mella, Ferrante, Imperato), oratori sacri e profani ( Filante, Cortese, Anelli ), agiografi ( Vivaldo, Somma, Viperano ), teologi e prelati ( Bolognini, Regio, Leonardi, Pinelli, Attendolo ), storici ( Zapullo e Vertugo ).
Fu uno dei primi scienziati a sostenere la teoria copernicana e per questo incominciò ad avere problemi con l’Inquisizione. Rimase in carcere per due anni e fu poi liberato. Strinse un rapporto di stima ed amicizia con Galilei. Tommaso Campanella dichiarò, nei suoi scritti, di aver appreso la dottrina eliocentrica da Stigliola. Fino alla sua morte, nel 1623, fu deluso per le molte ostilità ricevute dalle autorità a causa del suo pensiero.
Le missioni dei frati dell’Ordine dei Predicatori e l’arrivo dei gesuiti non riuscirono a sradicare le nuove idee, certamente diffusero una maggiore ipocrisia e un bigottismo. Alla fine del ‘500 il Collegio guidato dai gesuiti s’impose come l’unica e prestigiosa scuola della gioventù aristocratica e borghese nolana, istruita secondo lo spirito della pedagogia controriformista.


4.3 L’amore per il teatro

L’amore dei nolani per il teatro è sempre stato vivo nei secoli, ciò testimonia la nobile tradizione culturale della città. Si hanno notizie di sacre rappresentazioni a partire dal 1200, rappresentazioni che si tenevano nelle chiese, nei conventi e nei collegi cittadini. Nei secoli successivi, col mutamento delle condizioni politiche e culturali, accanto al teatro sacro si affiancò quello profano. C’era un teatro di èlite, di soggetto serio e comico, che si rifaceva alla tradizione classica e veniva allestito nei teatrini dei palazzi signorili della città. Spesso erano gli stessi signori a scrivere le opere e ad interpretarle. Inoltre, fiorì un teatro ambulante di carattere popolare, vi lavoravano istrioni di mestiere o improvvisati, che preferivano esibirsi fuori dalle mura cittadine, nei casali dove godevano di maggiore libertà ed erano meno sottoposti alle rigorose leggi della Controriforma, che vietavano le oscenità sui palcoscenici.
Il teatro era uno dei passatempi preferiti dei nobili nolani; purtroppo si dispone di scarse notizie e testimonianze. Si sa che, tra il 1526 e il 1527, nella residenza degli Orsini fu recitata un’ecloga pastorale del giovane Luigi Tansillo, s’intitolava “ I due pellegrini ”. Tra gli spettatori, accanto al conte Enrico e alla contessa Maria Sanseverino, sedeva la nobiltà nolana.
Un importante evento mondano e culturale fu la rappresentazione nel 1599 del “ Pastor Fido ”, un dramma del Guarino, per il quale il già affermato poeta napoletano Giovan Battista Marino scrisse un prologo di 243 endecasillabi e settenari . Si trattò della prima rappresentazione, almeno nell’Italia meridionale, dell’opera. Già nel momento in cui venne pubblicata, nel 1590, suscitò aspre polemiche. Il Guarini definì la sua opera con il termine “ tragicommedia ”. Utilizzò un linguaggio di livello elevato ed escluse ogni bassa comicità. La sua vicenda doveva suscitare uno stato di tensione tra gli spettatori, sfiorare la catastrofe, ma risolversi poi comicamente con un lieto fine. Secondo gli aristotelici pedanti violava il principio dell’unità dei generi contenendo sia elementi tragici che comici e veniva meno alle finalità pedagogiche del teatro. L’autore ribatté sostenendo che l’arte non dovesse avere per fine l’insegnamento, ma il diletto degli spettatori, senza risultare pericolosa per la morale comune.
Dunque a Nola si decise di rappresentare un’opera discussa e odiata da certi intellettuali, a dimostrazione della volontà di sostenere i cambiamenti e della sensibilità della città verso i nuovi orizzonti culturali. Non si sa in quale palazzo cittadino sia stato rappresentato il dramma, né in quale occasione e da quale famiglia patrizia sia stato promosso.
Nola fu la città natale dell’attrice Vicenza Pandolfo , che si guadagnò il successo sui palcoscenici di Napoli e delle province del Viceregno agli inizi del ‘600. Incominciò la sua carriera nei teatri dei palazzi signorili nolani, fu poi notata dall’affermato capocomico e scrittore di canovacci di commedie Bartolomeo Zito, che la volle nella sua compagnia teatrale. Si calò nelle parti di numerosi e diversi personaggi, nel suo testamento c’è infatti un elenco del suo vasto corredo di abiti e costumi di scena. Nell’archivio vescovile è conservato il suo atto di battesimo, insieme con quello della sorella Vittoria e del fratello Felice. Sono registrati rispettivamente al folio 241, 278 e 295 del Libro dei Battezzati n. 152. Felice abitò nella stessa casa con la sorella e il suo amante Bartolomeo, lavorava come guardarobiere nella compagnia comica.


4.4 Istituti culturali religiosi

La Chiesa, soprattutto con l’avvento della Controriforma, sviluppò un forte controllo sull’istruzione, facendo sparire quasi completamente le scuole pubbliche laiche, che, nei secoli precedenti, avevano cominciato a diffondersi in alcuni centri comunali. L’alfabetizzazione si mantenne a livelli bassissimi, l’istruzione restava una prerogativa della classe nobile e borghese.
Nella città di Nola la formazione dei giovani era gestita dagli enti religiosi, che raggiunsero un certo prestigio nell’ambito del regno. Non si ha notizia dell’esistenza di alcuna scuola pubblica.
Il Vescovo di Nola Mons. Antonio Scarampo nel 1565, di ritorno dal Concilio di Trento, avviò la costruzione del Seminario Vescovile, che fu completato nel 1566, due anni prima di quello di Napoli.
Nella Sacra Visita del 1586, il vescovo Fabrizio Gallo annotò: “ interrogatus rector respondit: in dicto seminario adsunt quaedam regulae factae per quondam reverendissimum Antonium Scarampum beatae memoriae tunc episcopum nolanum et praedicti seminarii fundatorem et erectorem ”.
L’edificio fu destinato all’educazione dei giovani che avessero avuto la vocazione ecclesiastica. Sorgeva di fronte al palazzo Vescovile , in modo che l’alto prelato potesse personalmente e comodamente promuovere la migliore educazione in teologia, scienze, lettere ed esercizi ecclesiastici. Il primo direttore del seminario fu P. Francesco Comes, che era Rettore del Collegio Nolano della Compagnia di Gesù.
“ Mons. Scarampo per il mantenimento del Seminario gli munì la Chiesa di S. Donato, che era poco fuori dalle mura della città, con tutte le sue rendite, il Benefizio di S. Felice e di S. Martinello di Scisciano ” .
Ma ciò non era sufficiente per il mantenimento del Seminario, così Mons. Scarampo, in un Sinodo nella Cattedrale, deliberò che venissero imposte alcune tasse. Per questo destinò due Canonici e due semplici sacerdoti a tassare del 5% chiese, benefizi e altri luoghi pii, che non avessero cura delle anime, ed del 3% quelli che l’avessero. Inoltre tassò se stesso di cinquanta ducati l’anno e il suo Capitolo di trenta, istituì una tassa d’iscrizione al Seminario.
Nel 1568 Mons. Filippo Spinola successe a Scarampo, ebbe una cura particolare del Seminario, promosse i lavori di ampliamento. Per stimolare le iscrizioni di giovani di nobile famiglia, volle che nel Seminario fosse educato suo nipote Carlo Spinola dei Conti di Teffarolo e Marchese di Tafferana, che divenne un grande uomo di fede.
Il conte Nicola Orsini istituì nel 1393 il Collegio delle Rocchettine, edificato accanto alla preesistente chiesa dedicata a Maria SS. dell’Annunziata. La costruzione era imponente ed era circondata da ampi e lussureggianti giardini nella parte orientale della città, poco lontano dalle torri dette del Priore e dei Mazzeo e dalla Porta Samuelitana, tra il Decumanus detto del Portello e il Cardo detto degli Scrignari.
Il collegio fu retto dalle suore Rocchettine e fu costruito per offrire un luogo di educazione per le nobili fanciulle nolane, la fama, che acquisì nel tempo, attirò giovani provenienti anche da altri centri. Vi venivano educate sia le giovani intenzionate a prendere i voti sia quelle che dovevano sposarsi.
“ Raimondo Orsini volle collegiarvi le sue stesse figliuole, ancora ben giovani – Rossella 10 anni e Brigida a 15 – che poi vi fecero entrambe solenne professione. Brigida anzi, che assunse il nome di Suor Francesca, ne divenne pure Abadessa,… Senza dubbio le Rocchettine ebbero protezioni e benefici, ma benemeritarono, acquisendo sempre maggiore autorevolezza e godendo sempre più stima e importanza, sino a creare fragore e anche fascino, conservato per secoli ” .
L’ordine delle Rocchettine o Canonichesse Regolari Lateranensi si articolava secondo questa ripartizione:
? le coriste che provvedevano al culto, al mantenimento della chiesa e all’educazione delle fanciulle;
? le educande;
? le serventi.
Vestivano un abito bianco con il velo dello stesso colore, sull’abito vi era un rocchetto simile a quello dei Canonici Lateranensi, le sole professe portavano il velo giallo e al collo una crocetta d’oro.
Prima del 1436, il conte Raimondo Orsini fondò il convento di S. Angelo del Palco, dove volle essere sepolto alla sua morte, accanto alla seconda moglie Eleonora d’Aragona. Si sa che nel 1593 già era un luogo di studio , vi insegnava il poeta Pietro Villaroel da Stilo, che fu, tra l’altro, uno dei fondatori dell’Accademia degli Oziosi.
Dopo che morì il conte Enrico nel 1533, la contessa Maria Sanseverino fu espropriata del palazzo Orsini e di altri beni, che furono concessi prima alla principessa di Sulmona Francesca Mombel e, dopo ulteriori passaggi, a Ippolita Castriota. Rimase sempre legata alla città di Nola, era una donna di grande bellezza e di virtù morali. Era dedita alle opere di beneficenza, alla protezione di ragazze sventurate e di piccoli abbandonati, alla diffusione della cultura, della musica e della pittura, al risveglio del sentimento religioso tra i giovani. Riscattò il palazzo Orsini ( perso con la caduta della Signoria ) e lo donò alla Compagnia di Gesù. Con l’aiuto dei padri gesuiti G. Bobadilla, G. Laynez e A. Salmeron riuscì a farvi istituire un collegio per giovani il 1 ottobre del 1559. Il Collegio gesuita, in poco tempo, acquisì fama e prestigio, divenne un centro di formazione e cultura religiosa e laica. I gesuiti attribuivano alla lingua latina un ruolo essenziale nella formazione dei giovani, si studiava con rigore e secondo un dettagliato programma la grammatica, la retorica e la letteratura. Il palazzo Orsini, in seguito a questo nuovo uso, subì sostanziali modifiche, furono distrutti numerosi elementi decorativi, poiché erano visti come testimonianze del potere politico, economico e militare degli ex suoi occupanti, doveva, invece, esprimere la vocazione spirituale e religiosa dell’Ordine insediatosi. Da dimora dei conti a collegio gesuita, il palazzo testimoniava il radicale mutamento della prospettiva storica, l’avvento del clima controriformista.


4.5 Luigi Tansillo canta Nola come locus amoenus

Nacque a Venosa nel 1510, il padre era Vincenzo, un filosofo e medico nolano. Quando il padre morì e la madre si riposò, fu allevato presso una zia che viveva a Nola. Fu cortigiano presso alcune famiglie nobili, dal 1536 al 1553 fu al servizio del viceré Pietro di Toledo e lo seguì anche nelle spedizioni militari.
Si inserì nell’ambito della produzione petrarchistica cinquecentesca, ma a dispetto di molti altri poeti si distinse per gli aspetti originali. Come lirico gli spetterebbe un ruolo di assoluto rilevo nel contesto della storia della letteratura italiana, ancorché i manuali gli dedichino ancora poco spazio.
Negli anni 1526/27 rappresentò l’ecloga drammatica, intitolata “ I due pellegrini ”, nel palazzo Orsini, l’invenzione della favola era funzionale all’esaltazione di Nola e dei suoi signori. Filauto e Alcinio vogliono suicidarsi per placare le loro pene amorose, ma una voce femminile li allontana dal triste proposito e li invita ad andare ad abitare nella città di Nola, vista come locus amoenus, un’oasi di tranquillità, elogia i suoi abitanti e i suoi signori (il conte Enrico Orsini e la contessa Maria Sanseverino).

Quinci i piè mossi…
che giungerai nel fortunato piano,
che tante grazie al suo bel seno serra,
quante mai vide il Ciel, con larga mano:
qui troverai l’eccelsa antica terra,
là dove il vincitor prima Aniballe
ai petti de’ Roman diede spalle.
Quest’è la terra al Ciel tanto gradita,
ch’il nome di felice all’altre tolle;
questa è la terra ch’a ben far t’invita,
e per altri e per sé tanto s’estolle.
NO’LA potrai chiamar altro che vita,
di tante grazie il ciel ornar la volle:
qui si riserba a l’alte tue ruine
la lunga requie e ‘l non sperato fine.
Due chiari, illustri e gloriosi spirti
ha[n] per eterni e cari possessori […]
Qui lieto il viver tuo trapasserai,
sotto il presidio lor sempre beato […]

Nel 1534 scrisse il poemetto in ottava rima il “ Vendemmiatore ”, dopo aver osservato il lavoro nei vigneti nolani. Trascrisse i motti osceni e le esclamazioni lascive, che i vendemmiatori erano soliti pronunciare al passaggio della gente cittadina. I contenuti, ritenuti spinti per l’epoca, fecero in modo che l’opera venisse inserita nel primo Indice dei libri proibiti ( 1559 ). Per mostrare di essersi pentito, si dedicò alla stesura del lungo poema “ Le lagrime di San Pietro ”. Ottenne che l’Indice del 1564 non registrasse più il suo nome.
Il Canzoniere del Tansillo raccoglie oltre 120 componimenti, in prevalenza sonetti, si caratterizza per l’alternanza di elementi autobiografici e di quelli che riprendono Petrarca .
Giordano Bruno lo apprezzava molto, lo chiamava “ poeta nolano ”. Decise di inserirlo come interlocutore nei dialoghi “ Degli eroici furori ” (1585).
Morì a Teano nel 1568.


4.6 L’ingegnere militare Carlo Theti

Nacque a Nola nel 1529. Si dedicò ben presto agli studi d’ingegneria militare, divenendo un rinomato esperto nella costruzione delle fortificazioni .
Disegnò la prima rappresentazione della città di Napoli ad essere incisa su rame. La pianta cittadina venne realizzata nel 1560 a Roma, il titolo è posto in un cartiglio in alto a sinistra “ Neapolis Urbs ad verissimam effigiem ”. Risedette a Napoli tra il 1550 e il 1563, è facile dedurre che conoscesse molto bene la città. Viene rappresentata tutta l’area da S. Maria di Piedigrotta fino a alla villa di Poggioreale, sono riportati numerosi dettagli, ben più di 158 luoghi ed edifici notevoli sono segnalati e posti in legenda, in 12 colonne sotto la pianta.
Nel 1569 a Roma, su iniziativa di alcuni amici e ammiratori, venne pubblicata la sua opera “ Discorsi sulle fortificazioni ”, l’autore negò la sua approvazione, poiché non aveva avuto la possibilità di rivederla. Fino a quell’epoca gli scritti di carattere militare erano elementari, dipendenti dalla tradizione greca e romana, privi di originalità. L’arte della difesa trasse impulso dal progresso tecnico delle armi, c’era il bisogno di nuove forme fortificatorie da contrapporre ai più potenti mezzi di offesa. Ci fu una ristampa del 1575, l’opera fu ampliata, corretta e dedicata a Massimiliano II. Il titolo per esteso era: “ Discorsi delle fortificazioni del Sig. Carlo Theti, ove diffusamente si dimostra, quali debbano essere i siti delle fortezze, le forme, i recinti, fossi, baloardi, castelli, et altre cose a loro appartenenti, con le figure di esse. Hora di nuovo da lui medesimo ricorretti, et ampliati del secondo libro ”.
Lavorò per gli imperatori Massimiliano II e Rodolfo d’Austria, progettò la fortezza di Yvar in Ungheria, quella di Canisia e quella di Comorra. Rientrato in Italia, lavorò al servizio della Repubblica Veneta, dei Savoia a Torino, degli Estensi a Ferrara e dei Medici a Firenze.
Negli ultimi anni della dinamicissima vita, si ritirò a Padova, dove morì il 10 ottobre del 1589. Fu sepolto nella Basilica di Sant’Antonio.


4.7 Giovanni Merliano: un alto rappresentante della scultura rinascimentale napoletana

Nacque a Nola nel 1487. Apprese l’arte di intagliare il legno da Pietro Belverte, lavorò nella sua bottega per circa dieci anni.
Viene considerato come uno dei migliori rappresentanti della scultura rinascimentale napoletana . Le sue opere in legno ed in marmo sono numerose e di grande valore. Divenne un personaggio di spicco nella Napoli di don Pedro de Toledo, suscitò la grande ammirazione del poeta Luigi Tansillo, il principale esponente del circolo letterario toledano. Nel seguente sonetto del Tansillo, viene esaltato insieme ad Alberto da Nola e allo stesso poeta.
Sonetto CLXI
A Pietro Toledo:
che tre nolani (l’Albertino, il Mirliano ed il T.) lo immortaleranno nel metallo, nel marmo e nei versi.
Se non può Nola ergervi altari e tempii,
et a voi rinnovar l’antica usanza,
col valor di tre figli ella ha speranza
di sacrarvi oggi a più lontani tempi.
L’un fa dal ferro altrui stampar gli esempi,
sopr’or, de la real vostra sembianza,
e vuol, quand’ogni età, ch’al mondo avanza,
la fama udrà, che il volto ancor contempi.
L’altro qual cera tratta il marmo, e dàlli
di sua man forma, e, con stupor de l’arte,
de’ vostri illustri onor l’orna ed intaglia.
Io, ch’eternar con marmi e con metalli
non vi posso, vi onoro con le carte,
e, se non l’opra, il buon voler mi vaglia.

Il Remondini (Della nolana ecclesiastica storia, Napoli, 1757, III, p. 238) e il Berti ( Vita di Giordano Bruno, Torino, 1868, p. 43) fanno, anche di un certo Girolamo Albertino, un valente intagliatore ed incisore di oro e rame, mentre in realtà, come Reggente della zecca, stampava gli esemplari delle monete create da altri.
Nel 1519 eseguì per Jacopo Sannazaro le figure di un presepe conservato nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina. Di quest'opera restano soltanto cinque figure mal conservate: la Vergine, San Giuseppe, un pastore che regge un cestello, un altro che porta un agnello ed un terzo in atto di adorazione.
Tra il 1519 ed il 1520, realizzò una delle sue migliori opere, in legno, un " Ecce Homo ", che oggi è visibile nella chiesa di Santa Chiara in Napoli. In quest'opera raggiunse una perfezione oltre alla quale non sarebbe potuto più andare. Nella stessa chiesa di Santa Chiara lavorò ad un monumento funebre.
All’interno della cattedrale nolana, a ridosso della quinta colonna destra della navata centrale, c’è un pulpito marmoreo, di cui scolpì due formelle quadrate raffiguranti San Marco e San Luca. Giù nella cripta, invece, realizzò un altare marmoreo (1523), che ha al centro la Madonna col Bambino, ai lati San Giacomo Maggiore e San Michele Arcangelo; il committente fu Giacomo Antonio Cesarini, ambasciatore della Corte di Spagna ed esponente di una delle più prestigiose famiglie della nobiltà nolana, nonché uno degli artefici della conquista del rango di città demaniale per Nola.
Sull'arte di Giovanni Merliano i pareri, espressi dai critici, furono e sono contrastanti. Qualcuno, come G.B. Armerini, lo esaltava al punto da definirlo il " Michelangelo Partenopeo " per una certa sua maniera di disegnare; qualche altro invece, come il Vasari, sosteneva che la sua arte fosse di buona fattura, ma con non molto disegno. In ogni modo il Merliano è senz'altro un artista che merita fama, uno dei più valenti scultori meridionali del Rinascimento.
Morì a Napoli nel 1558 e fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo.

4.8 Alberto da Nola: il coniatore delle monete di Carlo V

Fu un valente incisore e zecchiere del Regno di Napoli a metà ‘500 . Gli scrittori e i biografi, sia nolani che stranieri, non lo citano, mostrano di ignorare il suo nome. Non ci resta nulla delle stampe o incisioni da lui eseguite. Fu l’amico il poeta Luigi Tansillo, ad introdurlo nella corte vicereale. Tansillo era riuscito ad istaurare delle buone relazioni con il viceré Toledo, tanto da esercitare su di lui una pressione affinché riconfermasse a Nola il demanio regio. Il poeta nolano godeva di una certa stima, il viceré lo incluse fra i cavalleggeri italiani continui, si trattava di cinquanta gentiluomini che vivevano a corte e avevano il compito di accompagnare il viceré in pace e in guerra, con armi e cavalli splendidi. Dunque si doveva alle relazioni di Tansillo la chiamata a Napoli dei suoi concittadini Giovanni Merliano e Alberto da Nola, il primo era un giovane scultore già noto nella capitale, mentre il secondo non era ancora così noto.
A quei tempi una zecca era amministrata da un maestro, il resto del personale era composto da un capomastro, da uno scultore di monete e da operai. Probabilmente Alberto entrò nella zecca come scultore di monete, successivamente, nel 1543, assunse la carica di maestro della zecca, sulle monete apparve la sigla A, sotto la quale si nascondeva forse il suo nome. La lettera A sulle monete di Carlo V è rimasta un enigma per secoli. Nel 1914 il numismatico napoletano Prof. Carlo Prota (1879-1945) sostenne che si trattasse dell’iniziale di Girolamo Albertino. Ma dopo accurate ricerche si è precisato che negli anni 1545/49, corrispondenti agli anni d’intensa attività dell’incisore Alberto, Girolamo fu impegnato nelle cure episcopali in Avellino. Non è escluso che il coniatore possa essere stato un membro della nobile famiglia Albertini, poiché, su un mezzo carlino della collezione Cagiati, nel 1547 fu incisa la sigla AA. Il Cariati la ritenne un errore di conio, mentre potrebbe trattarsi di Alberto Albertino ( o Albertini), in arte Alberto da Nola.

CAPITOLO V


LA STRATIFICAZIONE SOCIALE


5.1 Le professioni liberali

Ambrogio Leone, nella sua opera “ Nola ”, offrì un lungo elenco delle famiglie più importanti della città, dichiarò di aver riportato quelle che, secondo lui, erano degne di essere ricordate. Non incluse solo le famiglie che godevano dello stato nobiliare, ma anche quelle i cui membri si erano distinti nell’esercizio delle professioni liberali e nell’impegno a vivere bene ed onestamente, “ mi sembra di agire rettamente ricordando quelle famiglie che vivono attendendo a professioni liberali non a mestieri umili o che comportano molto lavoro servile e che, valendosi o dell’amore del commercio o delle lettere o dell’armi, trascorrono la vita in un modo più illustre delle altre e con sommo impegno si sforzano ogni giorno di elevarsi a vivere bene e felicemente un onesto tenore di vita ” .
La famiglia del Leone non venne mai accettata nella cerchia delle casate nobili, per questo motivo il suo criterio di scelta era anche un ammonimento indirizzato alla nobiltà nolana, la quale fino ad allora non aveva tenuto in considerazione i meriti di alcuni membri della sua famiglia: il nonno Masello e il padre Marino erano stati mercanti, l’antenato Damiano un musicista, lo zio Leone amministratore e soprintendente alla ricostruzione della cattedrale, il fratello Masello ufficiale dell’esercito, infine la sua stessa fama di erudito.
Fu il primo della sua epoca ad elaborare un elenco e una storia della famiglie nolane e per ogni famiglia citò i membri che avevano esercitato una professione liberale. Alcune famiglie erano ritenute illustri per la sola attività commerciale, per esempio i Coco, “ i quali, sebbene non curarono le lettere e le armi, tuttavia in nessun caso osarono alcuni di loro macchiarsi nell’esercizio di arti abiette, ma con più onorata occupazione vissero esercitando il commercio, come Pirro padre e Antonio, Giacomo, Santillo e Alessandro figli ” , altre per tutte le attività che permettevano di distinguersi, come gli Angelico, “ nella cui discendenza Felice brillò per la poesia e per la conoscenza del diritto, Sansonetto e il padre Giovanni e l’avo di quello, grandi uomini per una vasta attività commerciale, similmente Silvio preferì l’arte militare a tutte le attività ” .
Attraverso una valutazione quantitativa si osserva che le famiglie che vantano il maggior numero di presenze sono Barone e Mastrillo. I Mastrillo emergono con 32 presenze: (al I ramo) 1 canonico, 2 cavalieri, 5 giureconsulti, 2 impiegati, 1 letterato, 1 medico-filosofo, 3 mercanti, 2 militari, 1 monaco, 6 senatori, 1 vicario del vescovo, 1 senza indicazione, ( al II ramo ) 1 giureconsulto, 2 mercanti e 3 senatori. La casata Barone vanta, invece, 18 presenze: 1 canonico, 4 cavalieri, 1 giureconsulto, 1 letterato, 1 medico, 3 militari, 1 poeta e 6 senatori.
Considerato nell’insieme, l’universo aristocratico nolano esprime 71 militari, 51 letterati, 9 filosofi, 52 senatori, 17 medici-filosofi, 47 mercanti, 31 cavalieri, 46 giureconsulti e 24 canonici. La varietà e il numero delle professioni danno un’idea dello splendore dell’epoca, in altre cittadine di 4000 abitanti non si riscontra facilmente tale configurazione della popolazione. Bisogna però tener conto anche dei casali, per cui i medici che sembrano troppo per la sola città di Nola, esercitavano la loro professione anche al di fuori delle mura cittadine.


5.2 I medici

Pur non avendo un’università o una scuola medica, Nola diede i natali a numerosi medici, tra questi alcuni contribuirono in maniera determinante al progresso della medicina . La tradizione vuole che il più antico ospedale cittadino fosse quello fondato da San Paolino negli ultimi decenni del 300 d. C.; se fosse vero che il primo ospedale napoletano di S. Gaudino risale al VI secolo, l’ospedale paoliniano sarebbe il primo ospedale d’Italia. Nel corso del medioevo funzionarono alcuni ospedali monastici per opera degli Agostiniani e dei Francescani. La tradizione sanitaria fu portata avanti anche dalle confraternite e, nella seconda metà del ‘500, dalla Compagnia di Gesù e dalla comunità religiosa dei Fatebenefratelli. L’organizzazione sanitaria dei gesuiti prevedeva due figure principali di medici: il praefectus infirmorum ( che s’interessava della cura degli ammalati ) e il praefectus exercitium bonae mortis ( che assisteva i moribondi ). C’era poi l’infermiere, che, oltre ad aiutare i medici, assolveva l’incarico di guardarobiere, dispensiere e addetto alla spesa; la copertura di tutte queste mansioni era resa possibile dal modesto numero di pazienti.
Tra il ‘400 e il ‘500 si ricordano i seguenti medici: Marco Boccalato, Michele Tansillo con il nipote Vincenzo, Giovanni Mazzeo, Antonio Mastrilli, Coluccio Barone, Giovanni Campone, Bernardino Basilio, Bernardino Perasio, Felice ed Antonio Gerardo, Cola e il figlio Gian Bernardino Tansillo, Lorenzo Pergiovanni con i figli Eugenio e Soavio, Vincenzo Chiaromonte, Gian Paolo Supino con il fratello Raimondo, Giacomo Corona con il figlio Antonio e Gabriele Gerardo.
A fine ‘400 la Scuola Medica Salernitana era già in declino, i giovani nolani più facoltosi preferivano andare a studiare nell’allora più prestigiosa Università di Padova. Tra gli altri, vi andarono Ambrogio Leone, Pomponio de Algerio e Carlo Theti. Ambrogio Leone (1459-1525) come medico emerse su tutti, la sua fama oltrepassò i confini del Regno di Napoli e quelli dell’Italia. Esercitò la professione medica in città e nei casali dell’agro nolano, raggiunse cospicui guadagni, tanto da costruirsi una splendida villa alle falde della collina di Cicala, dove ospitava i suoi amici intellettuali. Ottenne la cattedra di medicina all’Università di Napoli, poi trasferitosi a Venezia, divenne amico e medico di famiglia del celebre stampatore Aldo Manuzio.
Il medico nolano Orazio Severino ottenne la cattedra alla scuola salernitana, ebbe fra i suoi allievi il concittadino Antonio Nicola Stigliola.
Nel corso del XV secolo, i Nolani già conoscevano e praticavano le cure termali, il Leone, narrando nella sua opera “ Nola ” l’ultima eruzione del Vesuvio cui assistette, ricordava che molti malati, nel mese di Agosto, salivano verso i punti in cui persistevano le evaporazioni,con le sudorazioni curavano i mali delle articolazioni. Nell’area circostante alla città di Napoli, l’uso terapeutico delle acque termali, in particolare quelle di Pozzuoli, Baia ed Ischia, si diffuse solo più tardi, a fine ‘500.
La Scuola Medica Salernitana cominciò a decadere a partire dal ‘300, mentre quella napoletana accresceva il suo prestigio, poiché nella capitale del Regno le condizioni erano più favorevoli. Un maestro, che insegnò a Napoli, fu il medico nolano Antonio Mastrilli. Numerosi giovani nolani seguirono il Mastrilli ed altri maestri, che lasciarono Salerno per trasferirsi a Napoli.
Come nel passato, anche nel ‘500, la città di Nola aveva bisogno di validi medici per combattere le malattie che seguivano gli straripamenti del Clanio, straripamenti che formavano paludi malsane. La situazione migliorò solo a partire dagli inizi del ‘600, quando fu avviata l’opera di bonifica attraverso una rete di Regi Lagni. Si ha notizia di epidemie per gli anni 1504, 1528 e 1600. Dunque peste, eruzioni, alluvioni e terremoti costituivano uno stimolo agli studi medici, a disporre costantemente di medici, infermieri, strumenti e farmaci. Le famiglie benestanti, per autodifesa, onore ed orgoglio, assecondavano la vocazione dei propri figli verso lo studio della medicina.


5.3 La nobiltà nolana

Tra le casate presenti in città, molte godevano del titolo nobiliare. I nobili vivevano in palazzi signorili e animavano la vita culturale e il prestigio della città. Uno studio preciso dell’universo aristocratico nolano è stato compiuto dallo studioso Leonardo Avella nel suo testo “Casate presenti nella città di Nola tra il secolo XV e il secolo XVIII”, le cui fonti sono state: “ Memoria delle famiglie nobili delle province meridionali ” di Gonzaga C., “ Enciclopedia Storica Nobiliare Italiana ” di Spreti V., “ Delle famiglie nobili napoletane ” di Ammirato S., I volume, e “ Famiglie nobili del napoletano ” di Bonazzi.
Nel XVI secolo le famiglie nobili nolane erano le seguenti :
Albertini: casata originaria di Majorca, oltre a Nola godette della nobiltà nelle città di Napoli, Taranto e Palermo. L’arma aveva al centro un’aquila spiegata d’argento e coronata d’oro, era attraversata da una fascia rossa con cinque gigli d’oro. Ubertino Albertini fu privato di tutti i suoi feudi in Lombardia dal tiranno Ezzelino e dall’imperatore Federico II, ma seguì Carlo d’Angiò alla conquista del regno di Napoli; come ricompensa del suo contributo per la vittoria, ricevette alcuni feudi nell’agro nolano, così vi stabilì la sua famiglia. Girolamo Albertini fu l’esponente della casata che ricoprì le cariche più alte nel Regno di Napoli. Lavorò come avvocato presso la Gran Corte della Vicaria, fu avvocato dei poveri, divenne poi presidente della Regia Camera nel 1541. Per le sue qualità fu scelto come vescovo di Avellino, ma, non sentendosi adatto all’incarico, rinunciò. Riprese la sua carriera, fu eletto prima reggente della zecca, poi reggente del Consiglio d’Italia a Madrid ed infine Capitan Generale dell’esercito.
Alfano: originaria di Nola, si unì al resto della nobiltà a partire dal 1554. Ebbe un’arma azzurra con una fascia d’oro sormontata da tre stelle d’oro, nella parte inferiore era rappresentato un monte con tre vette auree.
Barone: i genealogisti propongono tesi contrastanti sulle origini, c’è chi sostiene che abbia un’origine napoletana, altri scozzese e altri ancora francese. Aveva titoli nobiliari anche nelle città di Messina, Reggio e in Toscana. Annibale Barone fu un illustre giureconsulto. La famiglia Barone poté vantare una serie di prodi guerrieri ed illustri letterati. Aveva l’arma azzurra con una croce d’oro contornata da quattro fiori dello stesso metallo.
Candida: ha origine dalla casata Filangieri, godé dello stato nobiliare anche a Napoli e Benevento.
Cocuzza: aveva l’arma con una fascia d’oro centrale, nella parte superiore c’era una zucca con foglie verdi e una stella d’oro, mentre nella parte inferiore vi erano tre fasce auree.
Del Giudice: originaria di Amalfi, godé dello stato nobiliare anche a Chieti e a Napoli.
Fellecchia: Felice Fellecchia ricoprì la carica di maestro della fiera. Di Pompeo Fellecchia, fra le sue numerose opere di beneficenza, si ricorda la fondazione della nobile chiesa e convento dei Padri Camaldolesi su una collina vicino Nola.
Marifeola.
Mastrillo ( o Mastrilli o de Mastrillis): originaria della Francia, dove prese il nome dal castello Mastrello. Aveva l’arma azzurra con banda azzurra caricata da un giglio d’oro, nella parte superiore era rappresentato un rastrello rosso a tre punte, nella parte inferiore, invece, un leone rosso, il tutto su sfondo d’oro. Giunse in Italia al seguito del re Carlo d’Angiò, si stabilì prima a Nola, poi anche a Napoli e Palermo. Giovan Battista Mastrillo si distinse come combattente nella battaglia di Lepanto, che vide scontrarsi le flotte cristiana e turca il 7 ottobre del 1571. Diede prova di grande coraggio e per questo ricevette grandi elogi.
Mazzeo: di origine normanna (discendente dalla famiglia Montefuscolo) o lucchese. Nobile anche a Messina e Benevento.
Morra: origine greca, discendente da Totila detto “Morra”, nobile anche a Salerno, Napoli e in Sicilia.
De Notariis: origine nolana. De Notariis Beatrice, una giovane nolana di particolare bellezza, fu amata dal Leone, morì a soli 18 anni, agli inizi del ‘500. De Notariis Nicola I viene ricordato come il primo, nel regno di Napoli, ad essere entrato nella Compagnia di Gesù, appena istituita a Nola; vi fu ammesso nel 1553. Resse fino alla morte il nuovo Collegio di Perugia.
Orsini: diversi rami sparsi sulla penisola, incerta l’origine. Il primo a giungere e a stabilirsi a Nola fu Romano Orsini, che nel 1290 divenne conte di Nola, avendo sposato Anastasia Monforte, figlia del conte Guido Monforte.
Pergiovanni.
De Risi o de Riso: di origine inglese, passò in Francia e poi giunse in Sicilia.
Supino.
Theti (o de Tetis).
Tansillo: probabile origine nolana.


5.4 I nobili e i conti Orsini

Le nobildonne nolane avevano una certa cultura e collaboravano con i mariti nelle loro attività, quando era necessario, per esempio nei casi in cui il marito si assentava per un lungo periodo. Quando Nola era infeudata agli Orsini erano le mogli del feudatario che soprintendevano all’organizzazione quotidiana della loro residenza, vigilavano sui ricevimenti e le manifestazioni ufficiali, accoglievano gli ospiti, tenevano salotto, si dedicavano alla beneficenza ed eseguivano sopralluoghi alle loro terre e ai casali dei loro feudi.
Gli esponenti della casata Mastrillo avevano un rapporto privilegiato con la contessa Maria Sanseverino, oltre ad amicizie con aristocratici napoletani . Leone scrisse che alcuni Mastrillo furono particolarmente cari ai conti.
Gabriele Iannelli cita nel suo testo alcuni matrimoni: Cocozza Nardo II, un insigne letterato e scrittore, sposò Bianca Cesarini, una gentildonna nolana; Cocozza Sebastiano II, un illustre guerriero, ebbe per consorte Ippolita Montanaro, una patrizia napoletana; mentre Cocuzza Vincenzo, giureconsulto, prese per moglie Fulvia Mastrillo.
Nel 1509 nel palazzo Orsini furono celebrati i funerali di Elena dei Conti, moglie del conte Nicola. Vi presero parte i più prestigiosi personaggi della città e del Regno.
Si ha notizia di una cospicua donazione che il conte Enrico conferì al letterato Troiano Albertini, il conte era un uomo generoso e un mecenate.


5.5 Nuovi mestieri con l’allevamento di cavalli pregiati

Il re Ferrante d’Aragona aveva una forte passione per l’allevamento dei cavalli, seguiva, personalmente o tramite i suoi fidati ispettori, la rigida selezione delle razze equine reali. Questa sua passione gli forniva cospicui guadagni, dato che c’era una certa richiesta di buoni e forti cavalli da parte dei baroni e dei feudatari del Regno. Venivano mostrati durante gli sfarzosi cortei, trainavano le carrozze per viaggi o spedizioni commerciali. Il re allevava razze pregiate, possedeva ginnetti andalusi, bai arabi, leardi berberi, sauri tartari, storni ungheresi, balzani maremmani. Successivamente, nel periodo del Viceregno spagnolo, non si riuscì a mantenere l’alto livello dell’allevamento.
A partire dal re Ferrante, questo tipo di allevamento fu insediato nell’agro nolano e ciò comportò una nuova risorsa economica per la città di Nola e la diffusione di nuovi mestieri . Lo storico L. Bianchini, nella sua opera del 1859 “ Della storia delle finanze nel Regno di Napoli ”, riferisce che “ per conto di re Ferrante si allevavano cavalli di razza a Nola, a Marigliano e ad Aversa ”, si spendevano soldi per l’allevamento, per la selezione e per l’addestramento, ma si ricavava molto dalla vendita dei puledri. I conti e i suffeudatari della contea nolana avevano bisogno non soltanto di cavalli, ma anche di stallieri, di bardellai, di sellai, di bostai, di esperti in mascalcia, di veterinari, di carrozzieri e di fabbri. Così furono aperte botteghe di artigiani per la concia e la lavorazione del cuoio, per la costruzione di selle, di gualdrappe e bardature, officine per la realizzazione delle carrozze, fucine per lavorare il ferro e produrre tutto il necessario per i cavalli, le carrozze e l’allestimento di una scuderia. La quantità e la qualità delle carrozze e dei cavalli erano per il popolo uno dei parametri per giudicare lo stato patrimoniale e il prestigio di un casato. Crebbe anche la richiesta di veterinari, Ambrogio Leone ricorda i fratelli Marco e Bartolomeo Serino e Antonio e Giorgio Mennato, padre e figlio. Il tradizionale allevamento dei cavalli e le attività artigianali connesse sono durate nei secoli fino alla seconda guerra mondiale. La crisi è stata causata da diversi fattori: la chiusura della statale stazione ippica di monta, la scomparsa dell’autunnale fiera equina, il trasferimento del reggimento di cavalleria e lo sviluppo e la diffusione della carrozza a trazione a motore.


5.6 Artigiani e contadini

Il popolo minuto era dedito per lo più al lavoro dei campi e all’artigianato, pochi intraprendevano il rischioso mestiere delle armi.
L’artigianato nolano vantava un’antica e nobile tradizione e l’economia artigianale era sufficientemente sviluppata. Cercava di migliorarsi e regolamentarsi attraverso il sistema corporativo, la produzione veniva disciplinata dalle norme fissate dagli statuti. Nell’Archivio Vescovile ci sono testi che informano della presenza di fonderie, dove veniva lavorato il metallo per produrre campane, candelieri ed altri utensili artistici richiesti per abbellire gli interni dei palazzi signorili, le chiese e i conventi. C’erano artigiani che lavoravano il cuoio per ricavarne selle, corazze, schinieri, celate per la cavalleria del Conte o i ricchi finimenti per gli automedonti , per i cavalli e per le carrozze della nobiltà, altri che lavoravano il marmo e il legno.
Oltre a quest’artigianato diversificato e localizzato all’interno delle mura cittadine, vi erano nelle campagne, nei casali e nelle masserie, forme rudimentali di artigianato legate all’agricoltura e ai bisogni della famiglia contadina. Si tendeva a raggiungere l’autosufficienza, ma era difficile, talvolta i contadini dovevano acquistare abiti e strumenti per il loro lavoro.
I contadini presentavano condizioni economiche e patrimoniali differenti al loro interno. Vi erano contadini, possessori di animali e terre, che avevano una certa disponibilità di denaro e vivevano in abitazioni su due livelli. Quelli salariati lavoravano nelle terre altrui, tra questi alcuni integravano il reddito del loro appezzamento con il salario che si procuravano lavorando sulle terre non di loro proprietà.
I prodotti agricoli venivano portati e venduti nei numerosi mercati cittadini , prima di tutto al Foro Boario ( vacche, pecore e altri animali ), al Foro Farinario ( abbigliamento, formaggio, olio, farina e cera ) e al Foro Frumentario ( frutta, legumi, frumento ed ortaggi ). Quest’ultimo si teneva nella piazza dinanzi alla basilica, nel luogo che veniva chiamato Mercato; vi era una grande base di marmo, sulla quale erano incise tutte le specie di misure pubbliche, come quella del vino e quella delle nocciole. Le misure dei vari prodotti venivano approvate soltanto quando il Prefetto delle misure le aveva trovate pari a quelle scavate nel blocco di marmo. È da notare che l’olio non era misurato in base alla capacità del recipiente ma al suo peso.
Oltre ai tre fori, c’era un mercato di commestibili, un foro delle tavole, un macello e un mercato del pesce.
Nel 1596 le gabelle a Nola costituivano il 66% delle entrate, le tasse che gravavano sui mercati miravano a contrastare le attività commerciali dei forestieri, ciò a favore dei produttori e commercianti locali. Il mercato costituiva un’occasione per regolare e alimentare i rapporti tra la città e le campagne circostanti. Oltre ai traffici commerciali interni, gruppi di mercanti avevano stabilito relazioni anche con paesi lontani, basta ricordare l’esportazione delle nocciole nolane in Egitto. Il commercio estero passava attraverso il porto di Castellamare.

APPENDICE

MISURE, PESI E MONETE ADOTTATI NEL TERRITORIO NOLANO

Si riportano le misure usate durante l’età moderna nell’agro nolano, misure che furono abolite con l’Unità d’Italia e l’introduzione del sistema decimale.

Lunghezza:
il PALMO equivalente a 0,2633 metri;
la CANNA (= 8 palmi) equivalente a 2,109360 metri, veniva utilizzata nel commercio al minuto dei tessuti e nelle misurazioni inerenti a costruzioni di fabbricati;
il MIGLIO di 60 al grado = 700 canne = Km 1,85185;
il PASSO (napoletano) avente valore di 1,845 metri.

Superficie:
il MOGGIO equivalente a 100 canne quadrate, si divideva in parti decimali corrispondenti a 6,9987 are.

Capacità:
il TOMOLO veniva utilizzato per i cereali ed equivaleva a 55,3189 litri;
il BARILE indicava la quantità di liquido (es. vino) contenuto nell’omonimo recipiente, un barile (= 60 caraffe di botte) aveva il valore di 43,621600 litri;
la BOTTE uguale a 12 barili e a 523,459 litri;
lo STAIO (per l’olio) uguale a 10,171 litri.

Peso:
la LIBBRA = 12 once = grammi 321;
il ROTOLO = 2 libbre e 7-9 = kg. 0,8909972;
il CANTARO = 100 rotoli = kg. 89,09972.

Monete:
il DUCATO = 10 Carlini di 10 grani = lire 4,25.


INDICE

Introduzione p. 4

CAPITOLO I: IL TERRITORIO p. 7
1.1 L’estensione, la orografia e l’idrografia
1.2 La bonifica dell’agro nolano
1.3 I casali
1.4 Le colture
1.5 L’abitazione rurale

CAPITOLO II: LA POPOLAZIONE p. 24
2.1 Il calcolo teorico di Ambrogio Leone
2.2 I libri parrocchiali
2.3 I fuochi nolani
2.4 La pianta della città
2.5 Lo stemma civico della città
2.6 L’abitazione urbana

CAPITOLO III: LA VITA RELIGIOSA E L’ORGANIZZAZIONE ECCLESIASTICA p. 43
3.1 La diocesi nolana
3.2 I vescovi
3.3 Il culto dei morti
3.4 La festa e la fiera in onore del Santo Patrono Paolino
3.5 Le Sante Visite Pastorali
3.6 Le Visite Pastorali e il culto di San Paolino
3.7 Pomponio De Algerio: un altro eretico nolano

CAPITOLO IV: LA VITA CULTURALE p. 69
4.1 Il Rinascimento nolano
4.2 La diffusione del nuovo e libero pensiero
4.3 L’amore per il teatro
4.4 Istituti culturali religiosi
4.5 Luigi Tansillo canta Nola come locus amoenus
4.6 L’ingegnere militare Carlo Theti
4.7 Giovanni Merliano: un alto rappresentante della scultura rinascimentale napoletana
4.8 Alberto da Nola: il coniatore delle monete di Carlo V

CAPITOLO V: LA STRATIFICAZIONE SOCIALE p. 95
5.1 Le professioni liberali
5.2 I medici
5.3 La nobiltà nolana
5.4 I nobili e i conti Orsini
5.5 Nuovi mestieri con l’allevamento di cavalli pregiati
5.6 Artigiani e contadini

Appendice p. 113

Bibliografia p. 115