Angelo Amato de Serpis - Filomena Sicondolfi
FEDE E RELIGIOSITA' POPOLARE TRA MEDIOEVO
E RINASCIMENTO
INTRODUZIONE
Il
medioevo è stato sempre considerato a torto un'epoca
buia, con grandi limiti culturali, economici, di sviluppo
e, di conseguenza, anche religiosi. Il credente medioevale
è stato relegato molto spesso nel limbo della superstizione,
del fanatismo e dell'idolatria di oggetti e cose che avvicinavano
la religione cattolica alle vecchie religioni pagane.
A dare manforte a tale radicata considerazione è il
dato oggettivo dell'alto tasso di analfabetismo delle popolazioni
dell'età di mezzo e della grande differenza culturale
e sociale tra il popolino (contadini, schiavi, servi della
gleba, manovali) e la società patrizia ed il clero
(nobili, signori, prelati, monaci).
E' inoltre sicuramente vero che, se osserviamo quest'età
con gli occhi e la mentalità propria della civiltà
del XX-XXI sec., allora non possiamo non condannare l'età
di mezzo "senza appello". Invece, un'osservazione
corretta ed attenta sotto il profilo storico, non può
non far notare che, tenendo conto del periodo storico preso
in considerazione, sono state sicuramente numerose le conquiste
sociali, tecnologiche, politiche ed anche religiose a cui
si è pervenuti.
Certo, l'invenzione del giogo per gli animali da traino in
agricoltura può apparire oggi piuttosto ingenua, per
chi è abituato, sempre in questo settore (e molto spesso
con risultati poco invidiabili in termini di qualità
del prodotto), ad utilizzare trattori, macchinari altamente
tecnologici e perfino aerei; invece nel medioevo questa semplice,
ma ingegnosa idea, consentì un miglioramento eccezionale
del lavoro nei campi, sia in termini qualitativi (l'animale
da tiro non soffriva più la pressione al petto del
vecchio sistema) che quantitativi (si poteva lavorare di più).
Con questo piccolo esempio si vuol solo dimostrare che anche
una semplice invenzione, se inserita nel suo giusto contesto
storico, può diventare una grande rivoluzione sociale
ed economica; come del resto, una importante invenzione moderna,
trasportata in un contesto storico diverso, come quello medioevale
ad esempio, potrebbe risultare praticamente inutile.
Anche nell'affrontare la problematica religiosa in età
medioevale e moderna, si deve partire necessariamente da tali
presupposti storico-temporali e culturali, se si vuol compenetrare
nel modo più corretto possibile tale rilevantissimo
fenomeno che ha interessato milioni di persone.
LA RELIGIOSITA' POPOLARE
Parlare
di un fenomeno così complesso e variegato, come la
religiosità popolare in epoca medioevale e moderna,
attraverso gli oggetti, le pratiche e le funzioni a cui aveva
parte il popolo, è sicuramente un'impresa non da poco
e che non può certo esaurirsi nelle poche pagine di
questo lavoro, che però intendono tracciare un percorso,
che potrà essere sicuramente intrapreso con più
approfondimento e competenza.
La base di partenza di questo lavoro è il "corredo
sacro" della Cattedrale di Nola, oggi conservato e reso
finalmente fruibile presso il Museo Diocesano della Cattedrale
di Nola.
Oggetti sacri, reliquiari, dipinti e sculture danno uno spaccato
variegato della religiosità popolare che potrà
però solo essere "scorta fra le righe", e
non sempre facilmente letta, tra i vari oggetti di culto.
Nel territorio nolano, come del resto in tutta Europa, sono
rari i testi che parlano, non della religione ufficiale (quella
praticata dal clero, seppur nelle sue diverse sfaccettature
e peculiarità, ma pur sempre entro il solco della religione
ufficiale), ma di quella religione prettamente popolare, fatta
di gesti, rituali, parole non codificate, ma tramandate nei
secoli dalla fede e dalla tradizione. Questo tipo di religiosità
invece può essere "letta tra le righe" di
un reliquiario, di un ex voto, di una leggenda popolare.
E' una religiosità sicuramente meno dogmatica, ma molto
più legata al quotidiano, alle vicende della storia
(quella che non si trova sui libri di scuola), ma che è
fatta di duro lavoro, molto spesso di miseria e di sofferenze,
dove l'unica speranza era riposta nelle ossa miracolosa di
quel santo o in quella reliquia di un uomo che, per essere
stato molto più "vicino" a Dio, può
intercedere meglio e con parole più convincenti di
come potrebbe fare un contadino, spesse volte analfabeta e
lontano dalla comprensione dei misteri liturgici.
La religiosità popolare in età medioevale e
moderna, ma in alcune aree e fino a qualche decennio fa ancora
in essere, deve essere inquadrata in un'epoca storica di grandi
cambiamenti e travagli religiosi, come il passaggio dal paganesimo
al cristianesimo (che nell'Europa, in particolare del Nord
e dell'Est, è terminato solo alla fine dell'età
medioevale), come la nascita di numerosi ordini monastici
(a partire da quello fondato da S. Paolino presso la tomba
di S. Felice in Pincis a Cimitile, tra i primi in Italia,
fino a quelli più famosi di S. Francesco o di S. Ignazio),
oppure come la progressiva "burocratizzazione" della
religione cattolica, sempre meno spontanea e sempre più
gerarchizzata e lontana dai precetti delle origini e dalla
gente comune. Tutti questi fattori non devono però
spingere a credere che l'età di mezzo abbia lasciato
un'eredità di poco conto, in particolare se si tiene
presente l'aspetto della religiosità. Innanzitutto
bisogna sottolineare che, nonostante il messaggio "rivoluzionario"
di cui si faceva portatrice, in particolare rispetto alle
antiche religioni pagane, la religione cristiana cercò,
fin dalle origini di evitare, quando era possibile, passaggi
traumatici eccessivi, in particolare cercando di mutuare forme
e tipologie dal mondo romano-pagano, pur sottolineando sempre
con forza le differenza sostanziali con gli dei "falsi
e bugiardi".
Numerosi sono infatti i casi di strutture pagane (non religiose),
che sono state adattate alle esigenze del nuovo culto, come
ad esempio l'utilizzo delle antiche basiliche romane, adoperate
per scopi civili, o di luoghi dove sorgevano ab origine per
edificare maestose case del Signore; come probabilmente è
avvenuto a Nola dove, nell'area dell'antica basilica di età
romana, è stata eretta la cattedrale trecentesca e,
prima ancora, numerosi edifici di culto.
Anche la trasformazione (o l'abbattimento, come vuole la tradizione
legata a S. Felice Vescovo di Nola che provvide alla distruzione
del tempio di Giove) di edifici di culto pagani in chiese
cristiane è servita a contribuire ad un distacco sostanziale
piuttosto traumatico, ma attenuato da qualche più o
meno velata corrispondenza con il mondo pagano.
Uno degli esempi più chiari ed emblematici è
legato alla fondazione da parte di S. Guglielmo da Vercelli,
nell'XI sec., del Monastero di Montevergine, nel luogo dove
in antico si venerava una vergine ninfa dei boschi dal nome
Parthenos (dalla quale Monte Partenio). In tale caso si è
trasformato il culto pagano in quello cristiano, lasciando
immutata la struttura generale, anche se non sostanziale,
del culto.
E'
più un luogo comune che effettiva realtà quello
che vuole i fedeli dell'età di mezzo molto più
osservanti dei precetti religiosi di quelli di altre epoche
storiche. Pesa sicuramente su tale indicazione la pur giusta
osservazione che gli uomini, in quel tempo, erano molto più
timorosi del castigo divino e delle pene dell'inferno, di
come forse non lo siamo noi oggi; però una convinta
e totale adesione ai dettami della chiesa non ci fu nemmeno
in quell'epoca storica.
"Deo oblito" (dimenticato Dio) scrive Nicola di
Clamanges, mentre Toussaert ritiene che, nel XV secolo nelle
Fiandre, il 10% della popolazione era semipagano ed ignorava
regolarmente il precetto pasquale, un altro 10% era fedele,
attento e puntuale ai sacramenti, il 40% rispettava regolarmente
solo il precetto pasquale, mentre l'altro 40% era dedito ad
una pratica irregolare e saltuaria.
Anche i pellegrinaggi non si salvano da tale impietosa disanima,
visto che spesso, insieme a sinceri devoti, vi erano anche
prostitute, mercanti, avventurieri, ecc.
A non avvicinare i popolani alla parola di Cristo vi era anche
il modo poco partecipativo (e strettamente in latino, una
lingua ormai estranea ai più, spesso anche agli stessi
canonici) con cui si effettuavano le cerimonie religiose.
Comunque non è corretto esaminare la spiritualità
medioevale senza tenere in debita considerazione il tipo di
società fortemente intessuta di elementi religiosi,
visto che spesso il parroco del borgo o i frati del vicino
convento sono i principali interlocutori di tutte le componenti
sociali. La vicinanza con gli uomini di fede, da parte della
gente comune, era sicuramente molto più frequente di
oggi, ed il fitto calendario religioso, con i suoi precetti
e le sue proibizioni (che molto spesso non venivano rispettati)
rendeva la vita quotidiana molto "religiosa".
I cicli delle stagioni, in particolare il loro stretto legame
con il mondo contadino, hanno contribuito non poco al far
avvicinare il popolino al culto, seppure per i rituali religiosi
legati alla fertilità dei terreni ed all'abbondanza
dei raccolti. Ed è proprio il mondo contadino che,
fino al secolo scorso, ha mantenuto stretto il legame tra
religione e rituali religiosi, spesse volte dirette eredità
del mondo contadino pagano (numerosi sono gli esempi di utilizzo
di frutti della terra in funzioni religiose particolari che
si sono conservati, specie in aree ancora rurali, fino ad
oggi).
La Festa dei Gigli di Nola può essere ad esempio una
tipica festa legata alla fertilità della terra e trasformata
in festa cristiana.
IL CULTO DELLE RELIQUIE
Molto
spesso la religiosità popolare, anche oggi, è
vista con occhio distaccato, se non addirittura ostile, sia
da religiosi che da laici, e la stessa chiesa tende sempre
di più a condannare gli eccessi e le esagerazioni che
fanno trascendere la religiosità in superstizione o
fanatismo.
La devozione popolare, che si esplicitava principalmente attraverso
il culto delle reliquie o di santi locali, ha avuto una catarsi
particolare grazie all'opera di eremiti e religiosi che, con
il loro esempio ed il loro insegnamento, hanno indirizzato
le popolazioni verso una religiosità "più
intima, più personale, più ispirata a pratiche
etiche".
Nel medioevo, e nei secoli successivi, forte è stato
il richiamo dell'esperienza terrena di Cristo, degli apostoli
e dei santi, attraverso quello che rappresentò il culto
delle reliquie, anche se divenne un vero e proprio commercio,
in particolare nell'alto medioevo, con le abbazie che facevano
a gara a possederne, per le rendite future che potevano fruttare
attraverso lasciti, voti ed offerte. Bastava un pezzo piccolissimo
di stoffa o meglio ancora di ossa per far nascere intorno
ad esso un culto intenso.
Le numerose reliquie scoperte a partire dall'anno mille circa,
erano anche spesse volte di incerta genuinità, infatti
molti di esse vennero alla luce dopo diversi secoli dalla
scomparsa, come ciò che è avvenuto, alla fine
del X sec. a St. Ives nel Cambridgeshire in Gran Bretagna,
quando furono riportate casualmente alla luce le ossa di un
vescovo sepolto con i paramenti sacri, che un sogno rivelò
essere di un santo vescovo persiano di nome Ivo, giunto lì
quando le popolazioni locali erano ancora pagane.
Numerosi
furono i reliquiari antropomorfi più o meno preziosi
che furono realizzati per ospitare le reliquie di S. Maurizio,
come quelle di S. Caterina. Nella collezione di reliquiari
del Museo Diocesano di Nola vengono evidenziate la cura e
la precisione di realizzazione di tali oggetti, da quelli
più piccoli come il reliquiario di S. Martino V. o
di S. Fiorentino del XVI sec., a quelli più imponenti
come il reliquiario di S. Gaetano di Thiene del XVII sec.
o S. Maurizio del XVIII sec.
L'ottima fattura dei reliquiari del Duomo, tra cui spicca
il reliquiario di S. Felice in Pincis del XVI sec., elevano
a vera e propria espressione d'arte la realizzazione di tali
busti sacri. Del XVI sec. sono i piccoli busti di S. Leone
Papa, di S. Mercurio, di S. Martino V., di S. Caterina M.,
di S. Maurizio, di S. Florentino, di S. Caterina da Siena
e di S. Flaviani, tutti argentati e dipinti in stile tardo
gotico, opera di bravi maestri intagliatori locali. Di epoche
diverse sono i reliquiari di S. Andrea Avellino (sec. XVII),
protettore di Nola, e i due reliquiari di santi ignoti, del
XVI e XVII sec. Tali oggetti di culto, che venivano esposti
sulla balaustra dell'antico Duomo di Nola, come del resto
in tutte le chiese d'Europa nel giorno di Ognissanti, avevano
un grande impatto emotivo, in particolare sugli animi semplici
dei fedeli che avevano così la possibilità di
avere un contatto diretto con le preziosissime e miracolose
reliquie del santo a cui fare affidamento per le proprie cose
tutti i giorni. Poter toccare, baciare e venerare da vicino
una reliquia del santo a cui si era fedeli, voleva dire molto
per persone che davano molto affidamento all'intercessione
divina, in particolare per preservare la propria anima dalle
pene dell'Inferno.
Le reliquie e la vita dei santi hanno avuto, ma dovrebbero
ancora avere, anche un importante ruolo "didattico"
nella diffusione della parola di Cristo, oltre che un esempio
reale e concreto di corretta vita cristiana, in particolare
come tramite tra reale ed irreale, tra visibile ed invisibile,
tra il terreno ed il divino.
Le reliquie inoltre sono state oggetto di dispute, battaglie
legali e non solo, proprio perché oggetto di venerazione
ed allo stesso tempo fonte d'introiti non secondari per abbazie,
chiese e conventi.
Per ben intendere tale fenomeno basta tener presente la grande
fama che la tomba di Felice Presbitero, santo miracoloso e
veneratissimo, acquisì nel luogo delle basiliche paleocristiane
di Cimitile, che divenne in antico, meta di numerosissimi
pellegrinaggi che giungevano, senza soluzione di continuità,
da tutto il mezzogiorno d'Italia e dell'intero bacino del
Mediterraneo, come lo stesso Paolino ne da conferma nelle
Lettere.
I SANTI LOCALI
Altro
fenomeno di particolare rilievo, anche se forse troppe volte
tralasciato, è quello del culto del santo locale, che
si andava ad affiancare, e spesse volte anche a sostituire,
quello ufficiale legato ai santi "universali" come
Pietro, Paolo o Giuseppe, oppure al culto della Madonna, di
Gesù, degli angeli (S. Michele Arcangelo, l'Arcangelo
Gabriele), cosa questa facilmente riscontrabile in diverse
comunità in tutta Europa.
Ad esempio la Cattedrale di Nola è dedicata all'Assunzione
di Maria Vergine, ma è molto più sentito il
culto per S. Paolino da Nola (di cui si conservano le reliquie)
e per S. Felice Vescovo e Martire (a cui si attribuisce il
"miracolo della manna" che si verifica nella Cripta
a lui dedicata). Altro esempio può essere quello della
Cattedrale di Winchester in Gran Bretagna dove, accanto al
culto di S. Pietro a cui era dedicata la chiesa, si sviluppò
ben presto in epoca medioevale, fino a soppiantarlo, il culto
del santo locale Swithun.
La prevalenza nel sentimento popolare di santi ed espressioni
religiose locali, nei confronti di quelle cosiddette universali,
ha ragione di essere per quel senso di realtà ed evidenza
che la religiosità popolare ha sempre cercato in oggetti,
reliquie e luoghi fisici reali.
Per una mentalità popolare, in particolare quella medioevale,
dove si faceva molta fatica ad immaginare un Dio immateriale
e trascendentale, senza forma o sostanza, la presenza di santi
locali (persone che hanno avuto la forza di seguire i dettami
divini in terra) ha una funzione fortemente indicativa e didattica,
con un grande ascendente sulle popolazioni, in particolare
quando si era presenti anche a fenomeni miracolistici.
Avere la possibilità di toccare con mano i resti mortali
o la tunica, oppure un oggetto appartenuto ad un santo (magari
in grado di compiere prodigi, guarigioni e intercessioni divine)
era un po' come rendere meno misterioso il mistero, meno irreale
l'irreale. Inoltre la vita dei santi, con il corredo di leggende,
miracoli e buoni comportamenti, ha avuto sempre un grande
fascino ed una importante funzione didattica nei confronti
dei fedeli, ed il proliferare di episodi edificanti e, spesse
volte miracolistici, contribuivano a rendere più diretta
ed immediata la presenza di Dio tra gli uomini.
Ritornando a S. Guglielmo da Vercelli, fondatore della congregazione
di Monte Vergine, a titolo di esempio riportiamo la leggenda
che vede il santo tentato da un'avvenente prostituta inviata
da cortigiani invidiosi della corte di Napoli; il santo, facendo
intendere di essere disposto a cedere alle sue lusinghe, pretese
che la donna "si coricasse nello stesso letto che avrebbe
apprestato per sé(
); ma quale non fu la sorpresa
di lei (
) allorché entrò nel luogo destinato
alla sua presunta preda e non trovò nulla se non un
letto di carboni ardenti, sul quale il santo si distese, invitandola
a fare altrettanto". Colpita dall'insolito gesto del
santo la cortigiana si convertì immediatamente, vendette
i suoi beni e, con il ricavato, S. Guglielmo fondò
il monastero femminile di Venosa, che fu diretto proprio da
colei che aveva tentato il santo, divenendo poi la beata Agnese
di Venosa.
Una funzione altamente didattica hanno avuto, in epoca di
diffuso analfabetismo, le raffigurazioni pittoriche e scultoree
dei passi del vangelo e della vita dei santi, resi immediati
e diretti dal linguaggio dell'immagine. Il fenomeno dei pellegrinaggi,
sviluppatosi proprio in epoca medioevale, riassume un po'
tutte queste peculiarità della religiosità medioevale,
sempre tenendo ben presente che avventurarsi in un viaggio
che poteva durare anche alcuni mesi non era certamente cosa
da poco per quei tempi.
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