A cura di:
Angelo Amato de Serpis, Carmine Minieri,
Pio Natalizio, Antonia Solpietro
Interventi di:
Franco Manganelli, Mario Palma, Vincenzo Quindici, Aristide
La Rocca, Antonio Minieri, Paolo Minieri, Luigi Rossi, Guido
D'Agostino, Filippo Renato de Luca, Giovanni Russo, Luigi
Simonetti e Ugo Tebaldini
Nola 1943:
un'epoca
ed il suo tramonto
In ricordo del Presidente Luigi Agostino Rossi
"L'esigenza di dare un contributo culturale alla Festa
dei Gigli è una delle prerogative dei maestri di festa
del Giglio del Sarto 1998.
Con entusiasmo abbiamo, pertanto, aderito alla pubblicazione
del meticoloso e frenetico lavoro svolto da valenti giovani,
che hanno raccolto scritti e testimonianze- anche inedite
- relative ad un periodo storico della nostra città
ed, in particolare, ad un evento tristissimo non solo per
Nola, ma per tutta l'umanità.
E' un contributo che si è inteso dare per la ricerca
della verità di un fatto controverso e poco conosciuto
dai più."
I
maestri di festa del Giglio del Sarto 1998
Gugliemo Del Piano, Antonio Vassallo,
Giuseppe Greco, Agostino Morisco.
Introduzione
Il pretesto per arricchire l'opuscolo
realizzato nel gennaio di quest'anno, riguardante un episodio
importante della storia della nostra città, quale l'Eccidio
di Nola del 1943, è scaturito dalla considerazione
che aprire "l'obiettivo" e focalizzare un intero
periodo della nostra storia, può avere una valenza
sicuramente non trascurabile.
A tale pretesto si è aggiunta la disponibilità
dei maestri di festa del Giglio del Sarto 1998, che hanno
creduto fermamente in un simile progetto, tanto da riuscire
a superare tutte le difficoltà d'organizzazione, di
tempi e di costi.
Il nostro obiettivo è stato quello, di riunire in un
unico volume diverse testimonianze e giudizi autorevoli, che
nel loro complesso hanno tracciato un profilo, da diversi
punti di vista, di un'epoca storica non tanto lontana dalla
nostra, poiché, spesse volte alcune testimonianze possono
essere raccolte direttamente da coloro che le hanno vissute
in prima persona.
L'Eccidio di Nola, perpetuato in Piazza d'Armi l'11 settembre
del 1943, diviene così il punto di partenza intorno
al quale sono evidenziati numerosi aspetti noti o meno noti
di quei terribili giorni che vanno dall'armistizio alla liberazione
alleata.
Le voci diverse inserite in tale lavoro possono anche non
coincidere e lasciare interrogativi inevasi, ma il nostro
obiettivo è di poter ascoltare pareri diversi ed opinioni
anche a volte contrastanti. Non abbiamo voluto dare risposta,
anzi abbiamo cercato di disegnare un quadro di quei giorni,
il più possibile variegato, proprio per far riflettere
il lettore e stimolare la formulazione di opinioni personali.
Abbiamo provato a far rivivere quegli anni difficili, che
hanno portato l'Italia, prima in guerra, poi alla catastrofe
ed infine, a numerosi lutti. Vogliamo inoltre, parlare ancora
dell'Eccidio di Nola, come un episodio che ha segnato la storia
della nostra città e che, in ogni modo, nonostante,
qualche opinione contraria, è stato in pratica dimenticato.
Uno dei primi atti di guerra contro l'occupazione nazista
in Italia, quale l'Eccidio di Nola, se fosse avvenuto in qualunque
posto, sarebbe stato probabilmente conosciuto da tutti. Non
basta che pochi studiosi locali sappiano cosa sia avvenuto
l'11 settembre a Nola, è invece, necessario che siano
tutti consapevoli che la nostra città è stata
protagonista di una vicenda che ha segnato non poco la vita
dell'intera nazione.
La strage di Marzabotto, l'Eccidio delle Fosse Ardeatine,
il sacrificio di Salvo D'Acquisto e tanti altri episodi della
storia di quegli anni sono conosciuti ai più, l'Eccidio
di Nola invece no. Non abbiamo, certamente, la pretesa di
poter colmare questa lacuna con una semplice pubblicazione,
a noi basta comunque l'aver lanciato un sassolino che possa
però provocare tante e tali onde da poter essere da
stimolo per una maggiore coscienza civile e storica delle
nostre genti. L'Eccidio di Piazza d'Armi, la sofferenza ed
i drammi che hanno vissuto le popolazioni in quelle tragiche
giornate, devono essere di monito per chi, come la nostra
generazione, non conosce tali stenti che potrebbero però
ricomparire senza nemmeno avere il tempo di accorgercene.
Sentiamo il dovere di ringraziare tutti coloro che hanno accolto
con grande entusiasmo il nostro invito e che, sacrificando
un po' del loro tempo hanno reso possibile questa pubblicazione.
Tale lavoro, non volendo essere un punto d'arrivo, e solo
un invito a guardare alle nostre spalle per scoprire le cose
positive, ma anche gli errori commessi da chi ci ha preceduto,
proprio per puntare ad una società con meno sofferenze
ed ingiustizie.
Ringraziamo i maestri di festa del Giglio del Sarto 1998;
Guglielmo Del Piano, Giuseppe Greco, Agostino Morisco, Antonio
Vassallo, gli autori; Guido D'Agostino, Filippo Renato de
Luca, Aristide La Rocca, Franco Manganelli, Paolo ed Antonio
Minieri, Mario Palma, Vincenzo Quindici, Luigi Agostino Rossi,
Giovanni Russo, Luigi Simonetti, Ugo Tebaldini; hanno, inoltre,
contribuito; Leonardo Avella, Salvatore Broda, P. Oreste Casaburo,
Nicola Castaldo, Italia Paternostro de Luca, Giacomo De Sena,
Guido Galdi, Giuseppe Mollo, Raffaele Napolitano, Antonio
Silvestri, Luigi Vecchione, l'Istituto Italiano per la Storia
della Resistenza, l'Ufficio di Segreteria del Comune di Nola,
i Verdi di Nola.
Angelo Amato de Serpis, Carmine Minieri,
Pio Natalizio, Antonia Solpietro
Il ventennio
fascista
Gli
anni del fascismo a Nola
La città di Nola non ha avuto
dei trascorsi prettamente fascisti. Infatti, nella cittadina
dei gigli, nei primi anni dell'avvento del regime, vi era
una certa tendenza nazionalista che si fece, sentire con manifestazioni
varie, e che ebbero una notevole influenza sull'amministrazione
in carica all'epoca. Nonostante ciò fin dall'Ottobre
del 1922 fu istituita nella città una "sede circondariale
dei fasci di combattimento", nella quale confluirono
tutte le sezioni del circondario: le più agguerrite
furono soprattutto quelle di Saviano, Marigliano, Cicciano,
Camposano, San Paolo Belsito, Palma C.
Tutte queste agitazioni portarono alla fusione, l'8 agosto
1923, tra nazionalisti (cioè i seguaci dell'onorevole
Greco), e i fascisti di Padovani (che perì tragicamente
a Napoli in seguito al crollo di un balcone).
Venne anche stampato un giornale fascista "Gente Nostra"
diretto da un nolano: Bruno Spampanato che in seguito si trasferì
nella capitale. Il fatto curioso era che questo giornale dichiaratamene
fascista (come del resto il suo direttore), sulla testata
portava: "Organo dei Nazionalisti di Nola".
D'altra parte, tutto quello che non facevano i fascisti a
Nola, era svolto dai paesi del circondario, che fin dal 1926
cercavano di svolgere una loro azione combinata, onde imporre
l'adesione di tutti i cittadini al nuovo credo fascista; infatti,
fissarono per la fine del 1926 un convegno di tutti i podestà.
Il fiduciario del comprensorio nolano il dottor Luigi Manzi,
quale nuovo comandante della Federazione Provinciale Fascista,
pronunziò per l'occasione un vibrante discorso inneggiando
alla patria, al Fascismo ed alla concordia di tutti i cittadini
(si ricorda che a Nola vi era sempre la lotta politica tra
Bianchi e Neri).
Il convegno si svolse nell'Aula Magna del Comune di Nola alla
fine di gennaio del 1927 (la riunione del 1926 fu rimandata
per ragioni contingenti). A quest'importante convegno (si
ricorda che era il 1° incontro che l'Agro Nolano abbia
avuto con il Fascismo) aderirono anche le sezioni nolane dei
combattenti e reduci mutilati di guerra.
In quell'occasione parlò il presidente, l'avvocato
Antonio de Luca, che inneggiò "al giubilo di vittoria,
poiché l'ultima roccaforte e la più tenace della
socialdemocrazia era smantellata nel nostro circondario
poiché il fascismo nolano, con un'opera fervida e costante,
aveva combattuto e vinto la nobile e santa battaglia
".
Da questo discorso si rileva come a Nola non fu abbastanza
facile l'opera di convincimento e di propaganda del regime
fascista!
Mentre una nota del "Roma" informava che a Nola
la cittadinanza attendeva la nomina del podestà (la
corrispondenza datava 24 febbraio 1927), nell'aprile dello
stesso anno, dopo molte richieste avanzate dal prefetto di
Napoli, poiché il circondario di Nola cessasse di appartenere
alla provincia di Caserta, cosiddetta "Terra di lavoro",
e passasse a quella di Napoli, fu deliberato il 24 giugno
1927 che il comune di Nola facesse parte a tutti gli effetti
della provincia di Napoli.
A Nola, poi, solo il 18 maggio 1928, dopo ben sei anni dalla
fatidica "Marcia su Roma", fu nominato un podestà
nella persona del Generale G.B. Raimondo; infatti, la città
fu uno degli ultimi comuni italiani a vedersi assegnarsi tale
carica.
Questa nomina fu inoltre preceduta da un manifesto, una sorta
di lettera aperta a Benito Mussolini da parte di cittadini
nolani, in cui si lamentava che da due anni in Italia era
stato istituita la carica di podestà, mentre il comune
di Nola subiva ancora l'onta dei commissari.
Ritornando al discorso precedente, l'opera del primo "sindaco
fascista" fu molto intensa sotto tutti i punti di vista,
ricordiamo il riattamento degli edifici scolastici, l'ampliamento
del cimitero.
Nel '31 lo sostituì Luciano De Santis, del quale vanno
ricordate, tra le sue opere, la costruzione e la sistemazione
di molte strade e piazze di Nola, e l'approvazione del progetto
riguardante Piazza Duomo (reso effettivo nel '36).
Sembra strano, ma un vero e proprio fervore fascista si delinea
proprio negli anni trenta. Dal 1933 vi fu una continua "adunata
fascista", anche per la fattiva opera del segretario
del fascio, il centurione Spampanato, che in una riunione
di maggio aveva elogiato l'opera del suo predecessore, il
preside Pietro Mundo, specialmente in campo organizzativo.
Per la cronaca al tempo (come risulta dalla relazione del
camerata Spampanato) la federazione giovanile di Nola contava
circa 200 iscritti, l'Opera Nazionale Balilla quasi mille,
il Nucleo Fascisti Universitari (N.U.F. che in seguito prese
il nome G.U.F.) circa 220 iscritti e l'opera nazionale dopolavoro
più di 250 iscritti.
Ma chi sovrintendeva a tutto ciò era il gerarca Ciccone
di Saviano, che aveva sotto il suo controllo tutte le organizzazioni
circondariali del regime fascista.
Come accennato già in precedenza, gli anni che seguirono
il 1933 furono tutti caratterizzati dallo sforzo comune di
porre Nola e dintorni all'avanguardia in ogni campo: sociale,
organizzativo e finanche sportivo, poiché verso la
fine di quello stesso anno fu nominato ispettore sportivo
della zona il camerata Felice Spampanato che, oltre al calcio,
dette nuovo impulso al campo motoristico e ciclistico, fece
installare perfino un "ring" per una palestra di
pugilato.
Gli anni trenta per Nola ebbero come momento di maggiore splendore
il 1935, quando le donne nolane donarono alla patria le loro
fedi nuziali d'oro e d'argento. Furono versati, per la cronaca,
anelli d'oro per kg. 4,400 e d'argento per Kg. 20,500.
Nello stesso anno, con un gesto simbolico, il nuovo podestà
di Nola, Luigi Ronga (che sostituì De Santis), partì
volontario per l'Africa orientale (fece le sue veci il vice-podestà
Spizuoco); allo stesso tempo il Vescovo di Nola tenne un vibrante
discorso che inneggiava al Duce, al Re Imperatore d'Etiopia
ed ai giovani nolani che avevano sacrificato la vita in terra
d'Africa, basti ricordare, tra questi, la medaglia d'oro Geremia
Trinchese.
Certamente gli anni che precedettero la seconda guerra mondiale
(i podestà furono: nel 1938 Celestino De Sena; nel
1940 Eduardo Contieri) si ricordano come anni di intenso lavoro
e fervore di opere. Infatti, vi fu la realizzazione del campo
sportivo in località "Stella", la creazione
della "Colonia Elioterapica" (o "Colonia Solare")
in Via Seminario per i bambini orfani e gli indigenti dell'agro
nolano, l'incremento delle linee ferroviarie mercè,
il servizio delle "Littorine" che, per mezzo delle
ferrovie dello stato, raggiungevano Napoli in 32 minuti, ed
infine la costruzione della "Casa del Fascio", terminata
soltanto nel 1941.
Ci fu, poi, l'inaugurazione (non ufficiale) del monumento
ad Ottaviano Augusto il 1 maggio 1938. Questo dono di Mussolini
alla città di Nola era la risoluzione di una polemica
sorta tra Nola ed Ottaiano circa la residenza dell'imperatore.
Ma il Duce, pose fine alle polemiche, cambiando l'antico nome
della cittadina d'Ottaiano in Ottaviano e donando la statua
d'Augusto a Nola. L'inaugurazione ufficiale non avvenne mai
ed un lenzuolo, una volta bianco, copriva ancora la statua
il 1 ottobre 1943 all'arrivo delle truppe alleate a Nola,
i nolani si affrettarono insieme con gli alleati a far sparire
quel grigio mantello. Sono inoltre da ricordare: la realizzazione
dei monumenti ai caduti ed a Tommaso Vitale, per opera dello
scultore Pellegrini, e l'approvazione del nuovo regolamento
edilizio in data 10 novembre 1939. Proprio nell'anno in cui
il Duce doveva venire a Nola (a luglio del 1940 per l'anniversario
dei moti carbonari) vi fu la dichiarazione di guerra il 10
giugno.
Gli anni del fascismo furono tutto sommato anni positivi per
Nola; certamente, dopo la lettura di questo capitolo, qualcuno
potrebbe considerare, in modo ironico, questa una piccola
isola felice nell'Italia fascista. Ciò non lo fu senz'altro,
infatti, episodi d'intolleranza si registrarono anche nella
città dei gigli nei confronti dei non pochi antifascisti
nolani.
Purtroppo, senza voler dare alcuna giustificazione, i regimi
dittatoriali (di qualsiasi colore politico) hanno, tra le
tante cose, come lato negativo, quello di reprime
re le libertà. C'è sembrato superfluo soffermarci
su questi fatti che, in ogni caso, ci sono stati e non vanno
dimenticati, perché la libertà è un bene
che va tutelato. Nel descrivere la cronaca di quegli anni
si è preferito evidenziare gli aspetti più concreti,
per non rischiare di essere considerati retorici e ripetitivi.
Antonio e Carmine Minieri
Bibliografia
AVELLA L., Nola 1926-43, in "Documenti
- Cronaca, libro VII, Napoli 1980.
DE ANTONELLIS G., La fine del fascismo a Napoli, Ares, Milano
1967.
MINIERI A., Compendio della Terra di Nola, Nola, 1973.
MINIERI A., Testimonianze ed opere, Nola 1990.
MINIERI G., Storia di Nola, Nola 1983.
PRETI L., Giovinezza, giovinezza, Mondadori, Milano 1964.
L'urbanistica
e l'architettura fascista
Il
ventennio fascista ha promosso la realizzazione di un elevato
numero di opere pubbliche che costituiscono vere e proprie
testimonianze della sua presenza concreta, capillare ed innovativa
nel tessuto territoriale nazionale.
Fin dal discorso proclamato in Campidoglio da Benito Mussolini
il 31 dicembre 1925 vengono enucleati i punti cardine del
programma di trasformazione urbana di Roma in capitale del
fascismo:
"Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del
mondo: vasta, ordinata, potente come fu nei tempi del primo
impero di Augusto. Voi continuerete a liberare il tronco della
grande quercia da tutto ciò che ancora l'aduggia...Tutto
ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza
deve scomparire...i monumenti millenari della nostra storia
devono giganteggiare nella necessaria solitudine".
L'intento di affermare un modello ideale di città nella
quale si sarebbe dovuto armonizzare il "vecchio"
con il "nuovo", le metropoli, con i borghi rurali,
fa si che in Italia si diffonda una nuova cultura architettonica
ed urbanistica, che risente negli anni trenta del secolo della
diretta influenza delle idee di Le Corbusier, il cui interesse
per l'Italia fascista deriva dalla convinzione che nel paese
vi è un'autorità realmente interessata a dare
spazio all'architettura moderna.
Quest'idea si rafforza negli anni fra il 1933 e il 1936, quando
in Italia si afferma l'architettura razionalista.
Il razionalismo, infatti, nasce nel nostro paese fra il 1926
e il 1927 a opera di giovani architetti che a Milano fondano
il Gruppo 7 alcuni di questi come, Giuseppe Terragni, Luigi
Figini, Gino Pollini, Adalberto Libera diventano negli anni
successivi le figure di spicco della nuova architettura italiana,
e a loro non mancano occasioni di lavoro da parte del partito
nazionale fascista, per il quale realizzano numerose costruzioni
di edifici pubblici: scuole, colonie marine, stazioni, uffici
postali e Case del fascio, la più nota, delle quali,
è quella di Giuseppe Terragni.
Nel 1928 Libera organizza a Roma la prima Esposizione italiana
di architettura razionale, ove sono presenti i giovani razionalisti
di Milano, Torino e Roma. Tre anni dopo, sempre a Roma si
apre la seconda Esposizione di architettura razionale, organizzata
dal MIAR (Movimento italiano per l'architettura razionale)
ed inagurata da Mussolini che dichiara l'architettura razionalista
la vera espressione del fascismo. L'anno successivo per celebrare
il X anniversario della marcia su Roma, viene allestita nella
città eterna la Mostra della rivoluzione fascista.
Fra il 1936 e il 1937, la svolta impressa da Mussolini con
la conquista dell'Etiopia e la fondazione dell'Impero (9 maggio
1936), l'alleanza con la Germania di Hitler (1937) e la guerra
di Spagna (1937) impone a questi architetti di interpretare
in maniera più aulica il nuovo supposto ruolo dell'Italia
in Europa, legandosi direttamente alla tradizione di Roma
antica.
La preparazione dell'Esposizione a Roma prevista per il 1942,
prende il via con la costruzione dell'E42 (EUR), in cui il
linguaggio classicista si afferma come meglio rispondente
alle ambizioni imperialistiche del paese.
Marcello Piacentini diviene l'architetto più noto del
Regime e dirige l'intera operazione nel disporre centinaia
di colonne e di archi romani sulle facciate degli edifici,
in maniera non dissimile da quanto avviene contemporaneamente
in altre capitali, da Washington a Parigi, da Berlino a Mosca.
Nella seconda metà degli anni trenta trionfano, dunque,
i classicismi più retorici e i monumentalismi, segno
di regimi totalitari, che pur con differenti espressioni politiche
sentono il bisogno di affermare, in un momento critico, la
propria autorità e stabilità. Infatti, in architettura
ne risulta un enfatico monumentalismo che ricorda, proprio,
quelle monarchie assolute e quella dittatura fascista che
contrassegna quel periodo storico. Alcuni edifici e ambienti
urbani sono concepiti come scenario di celebrazioni di riti,
atti ad esaltare i fasti del nazional-socialismo e del fascismo.
Molte fabbriche architettoniche si richiamano senza originalità,
ai soliti modelli classici, con un rigoroso rispetto della
simmetria, l'uso di materiali comuni, come il travertino e
i mattoni, facciate caratterizzate da lastre piane, fredde
superfici marmoree e forme essenziali, finestre di predeterminate
dimensioni, particolari ricorrenti, quali l'attacco a terra
dell'edificio e il suo coronamento.
La nuova città fascista, pertanto, diviene testimonianza
di ciò che è perenne e non contingente, proiettando
il cittadino in una concezione di vita eroica e collettiva
da contrapporre a quell'individualista borghese.
L'impianto urbano è impostato su uno schema radiocentrico,
con la grande piazza centrale, la casa comunale affiancata
dall'alta torre littoria, la chiesa, il mercato coperto, le
scuole, i campi sportivi, la fascia periferica delle borgate
e la zona dei villini residenziali.
L'Urbanistica
e l'Architettura a Nola nel periodo fascista.
Regolamenti
Edilizi dal 1930 al 1939
La città di Nola, così
come l'intero agro nolano, conosce un periodo di intensa attività
urbanistica ed architettonica durante il regime fascista,
numerose sono le sistemazioni dei centri abitati, pavimentazioni
di strade, costruzioni di edifici pubblici, centri assistenziali,
interventi di consolidamento e restauro di edifici preesistenti.
Basti pensare alle Case del Fascio e alle Colonie Elioterapiche
realizzate a Marigliano, Roccarainola, Visciano, Castelcisterna,
Cicciano.
In particolar modo per la città di Nola, l'esame delle
Delibere Comunali dagli anni trenta agli anni quaranta ci
consente di delineare il quadro urbanistico delle trasformazioni
del territorio, sulle indicazioni prescritte dai Regolamenti
Edilizi Comunali.
La delibera del 7 ottobre 1930 (DGC 134) prescrive il Regolamento
Edilizio da applicarsi "... al perimetro dell'abitato,
nelle vie esterne di circonvallazione, a quelle di comunicazione
con Saviano, Cimitile, San Paolo Belsito, fatta eccezione
per le norme di nuova costruzione da applicarsi per tutte
le opere che si eseguono nel territorio del Comune
".
La Commissione Edilizia presieduta dal Podestà, e costituita
dall'Ingegnere comunale, dall'Ufficiale sanitario, da un legale,
da un Ingegnere civile o Architetto e da un Geometra , tiene
conto dell'approvazione di progetti che devono rispondere
a determinate norme:
"... Chiunque voglia costruire, ricostruire e modificare
sostanzialmente edifici nei siti suindicati dovrà presentare
denunzia in carta libera. Alla denunzia nel caso di nuove
costruzioni, dovrà essere allegata una planimetria
generale della località a piccola scala e una planimetria
a scala 1:100, per ogni piano, oltre il prospetto della facciata
principale alla stessa scala 1:100 e questa con l'indicazione
dei laterali livelli di cornici e vani se all'erigendo casamento
ce ne sono altri contigui. Nel caso in cui si tratta di restauro
o ampliamento necessita corredare la denunzia della planimetria
del solo piano o dei diversi piani ove si eseguirà
l'opera, oltre il prospetto principale nel quale con diverse
tinte deve essere precisata la parte che va ricostruita ed
aumentata rispetto a quella che resta inalterata...
... Ogni proprietario che voglia costruire, restaurare il
suo edificio nell'ambito dell'articolo 1, è tenuto
al rispetto delle seguenti norme nonché a quelle degli
articolo seguenti:
a) l'estetica del fabbricato deve essere in armonia con la
sua destinazione e non contraddire ai precetti elementari
dell' architettura,
b) i coloramenti esterni dovranno eseguirsi con tinte secondarie
e pallide, escludendo quelli che possono offendere la vista
o riuscire indecorosi,
c) i vani saranno su una medesima verticale con opportuna
distribuzione sul fronte dell'edificio, che sarà terminato
superiormente, da cornicioni di coronamento, in armonia con
l'importanza, destinazione e stile del fabbricato,
d) l'altezza dei fabbricati deve essere di regola uguale a
due volte la larghezza delle strade. Per gli edifici prospicienti
sulle piazze pubbliche e strade di rimarchevole larghezza
l'altezza degli stessi non deve superare i metri 18. Per gli
edifici prospicienti sui vicoli è concessa un'altezza
massima di m. 9. Nelle vie in pendenza le misure d'altezza
saranno fatte sull'asse verticale centrale del fabbricato
da costruirsi. Per gli edifici ad angolo fra piazza e via
e fra due strade sarà permesso che la casa possa raggiungere
l'altezza consentita in proporzione alla via più larga
anche sul fronte prospettante quella più angusta per
una estensione che non oltrepassi il terzo della lunghezza
del corpo di fabbrica costruito sulla via più larga.
e) gli ambienti tutti debbono ricevere aria e luce direttamente
dall'esterno a mezzo di regolari vani di balcone o finestre
o mai a mezzo di lanternini superiori o pozzi di luce, i quali
sono permessi per le sole scale e acquai o latrine...
f) i fabbricati si svilupperanno in corpo di fabbrica, atti
a permettere il libero gioco del sole all'interno...
...Al confine della pubblica via, le intercapedini fra due
casamenti contigui non saranno permesse, se non hanno la larghezza
minima di m.4 tra il vivo delle mura opposte, in maniera che
per due zone contigue ciascuno dei proprietari deve distanziarsi
m.2 dalla linea di confine. Tali intercapedini devono essere
munite di inferriate verso la strada e piazza.
... E' vietato nelle facciate verso la pubblica via o piazza
qualsiasi condotto per cessi, acqua di Serino, fumo ed acqua
lurida o anche semplicemente di ventilazione. Le grondaie
debbono essere risaltate ed in metallo, e la parte inferiore,
per l'altezza di m. 2.50, di ghisa o di ferro e debbono versare
con appositi rametti nella pubblica fogna.
Nessuno potrà, senza licenza del Podestà, abbassare,
alzare o in altro modo alterare il lastricato o il suolo delle
strade, ne piantarvi colonnine, scansaruote, scalini ed altri
simili ingombri.
... E' vietato costruire edifici sul ciglio o al piede degli
appicchi, su terreni franosi o comunque atti a scoscendere,
sul confine fra terreni di natura o resistenza diversa, o
sopra un suolo a forte pendio, salvo il caso che le fondazioni
appoggino su roccia viva o compatta.
... Le murature debbono essere eseguite secondo le migliori
regole d'arte con buoni materiali e con accurata manodopera...
Quando il pietrame non presenti piano di posa regolari dovrà
prescriversi che la muratura stessa venga interrotta da corsi
orizzontali di mattoni a due filari a da fasce continue di
calcestruzzo di cemento dello spessore non inferiore a cm.
12 estesi a tutta la larghezza del muro, e che la distanza
reciproca di tali corsi o fasce non sia superiore a m. 1.50.
... Nei piani superiori a quello terreno dovranno essere vietate
le strutture spingenti contro i muri ove non siano munite
di robuste catene. I tetti dovranno essere costruiti in modo
da escludere ogni spinta orizzontale. Le travature dei solai
dovranno essere incastrate nei muri perimetrali per non meno
di m. 0.25.
... Nelle strutture di cemento armato dovranno essere strettamente
osservate le prescrizioni per l'accettazione degli aggiornamenti
idraulici e per l'esecuzione delle opere di conglomerato cementizio
semplice ed armato approvato con D. R. presidenziale 15-6-1925
ed eventuali successive modificazioni.
... I proprietari, per i lavori edilizi da eseguirsi fuori
delle località indicate all'art.1, hanno l'obbligo
di presentare la denunzia prima che siano iniziate le opere,
al Podestà, il quale procederà agli opportuni
accertamenti a mezzo dell'Ufficio Tecnico Comunale.
Salve le disposizioni vigenti in materia non potrà
eseguirsi alcun lavoro negli edifici aventi pregio artistico
o storico senza darne previo avviso al Podestà presentandogli
ove occorra il progetto. Il Podestà, udito il parere
della Commissione edilizia, può impedire l'esecuzione
di quelle opere che fossero riconosciute contrarie al decoro
pubblico e alle regole d'arte. Se nel restaurare o nel demolire
un edificio qualsiasi si venisse a scoprire qualche avanzo
di pregio artistico o storico, il Podestà ordinerà
i provvedimenti che siano richiesti dalle urgenti necessità
della conservazione del monumento o oggetto scoperto.
Quando l'ampiezza della strada, a parere della Commissione
edilizia, lo consente, sono permessi i tavoloni di balconi,
con lo sporto maggiore del normale e mai superiore a m. 0.70,
ma dovranno essere costruiti con la dovuta solidità
e d'altezza minima non inferiore a m. 5 dal livello del suolo
per gli esistenti casamenti. Detti tavoloni debbono essere
o con voltino a gattoni di ferro o essere di marmo spesso
cent.4 poggianti su appositi gattoni a telaio di ferro, se
di sporto maggiore di m.0.60 debbono essere rafforzati con
squadri.
E' vietata l'apertura delle porte delle case o botteghe verso
le vie e piazze pubbliche, tutti gli infissi devono spiegare
negli interni dei vani.
Le Amministrazioni ed i privati debbono collocare a loro cura
e spese i numeri plateali accanto i vani dei loro edifici
prospicienti sulle pubbliche vie con l'ordine e modelli prescritti
dal Municipio.
...Non possono collocarsi tende sporgenti sopra il suolo pubblico
senza lo speciale permesso dell'autorità comunale.
Le tende dovranno essere disposte con sostegni pensili metallici,
dovranno essere di forma e stoffa decorata e sotto nessun
aspetto disdicevole al pubblico ornato e non dovranno mai
discendere con le loro parti più basse ad un'altezza
minore di m. 2.20 dal piano del marciapiede o della strada
sottostante.
... Il Podestà, per ragioni di decenza e d'igiene pubblica,
può costringere i proprietari a restaurare, intonacare
ed attintare tanto le facciate esterne degli edifici, le mure
di cinta degli orti e dei giardini che danno sulle pubbliche
vie, nonché a quelle facciate laterali dell'edificio
visibili dal suolo pubblico. All'obbligo della tinteggiatura
fanno eccezione quegli edifici il cui stile non comporti una
speciale coloritura e cioè per quelli costruiti in
pietra a vista od in laterali a lavori quadri...
... Se un edificio è posseduto da più proprietari
la tinta della facciata dev'essere uniforme e generale e non
indicare il modo onde è distribuita la proprietà.
La scelta della tinta, se tutti non sono d'accordo, spetterà
di diritto a colui o a coloro che ne posseggono la maggior
parte.
... I proprietari di fabbricati, ovunque situati, non potranno
per qualsiasi motivo o pretesto rifiutarsi all'apposizione
dei numeri civici nel punto indicato dall'Autorità
Municipale nonché dalle tabelle indicando il nome delle
vie e piazze.
Le località in cui da privati o da pubbliche Amministrazioni
si eseguono le opere edilizie sono sempre accessibili alle
Autorità Municipali, al personale tecnico da queste
all'uopo ed agli agenti di polizia urbana, ogni volta che
occorre verificare l'osservanza delle disposizioni del presente
regolamento... ".
Questo Regolamento Edilizio, approvato dal Comune con la suddetta
deliberazione, e sottoposto al vaglio dell'Alto Commissariato
per la Provincia di Napoli in data 13 marzo 1931, N°28629,
è restituito dal Ministero dei Lavori Pubblici senza
omologazione perché alcune disposizioni in esso contenute
sono: " ...contrarie alle massime che secondo la dottrina,
la giurisprudenza e la prassi amministrativa formano la materia...".
La modifica, riguarda la disposizione relativa all'altezza
dei fabbricati, indicata all'art.5, lettera d, del presente
Regolamento Edilizio. Questi è ulteriormente rivisto
nella deliberazione del 2 luglio 1932 N° 112 con l'aggiunta
di altre norme: "
qualunque sia la larghezza della
strada e tranne pei vicoli molto ristretti e non superiore
a m. 3 - è sempre consentito la sopraelevazione fino
a tre piani, compresi il pianterreno. In questo caso l'altezza
minima della facciata e dei prospetti della fabbrica non devono
superare i metri 14. Tutte le sopra richiamate misure d'altezza
vanno fatte per la linea della gronda dell'edificio e il piano
o marciapiede stradale nell'immediata vicinanza dell' edificio
stesso...".
Il Regolamento Edilizio del 1932 è approvato dal G.P.A.
(Giunta Provinciale Amministrativa) nella seduta del 20 gennaio
1933 N° 74695 fermo restante la modifica degli articoli
5 e 8.
L'aumento della popolazione e la necessità di provvedere
a creare strutture rispondenti alle nuove esigenze di un centro
in espansione, fa sì che nel 1933, venga redatto il
progetto del Piano Regolatore per l'ampliamento e la sistemazione
della città, mai reso esecutivo, ma tuttavia importante,
perché rispondente a quei criteri dell'urbanistica
razionalista che nel ventennio fascista diventa il simbolo
dell'ideologia del Regime.
Il progetto prevede l'espansione della città verso
la periferia e la creazione di un efficiente sistema viario
per meglio defluire l'intenso traffico cittadino, nonché
la realizzazione di sotto servizi, quali, fognature ed acquedotti.
Redatto dall'Ing. Luigi Galeone il Piano Regolatore è
ispirato a criteri di urbanistica moderna " ... è
pregevole per dati statici e statistici...e si adegua altresì
alla conservazione di alcune caratteristiche della città
di Nola che ha tradizioni pre-romane...".
Pertanto, il Galeone riceve, con la delibera del 2 settembre
del 1933 N° 185, l'incarico di completare in ogni sua
parte il progetto.
Il Piano Regolatore del 1933, purtroppo, non è mai
stato reso esecutivo, né la documentazione ci consente
di sapere se il progetto è stato mai ultimato, poiché
le delibere successive per quanto riguardano le sistemazioni
urbanistiche fanno riferimento al precedente Regolamento Edilizio
del '32, al quale vengono apportate delle modifiche nelle
deliberazioni dal 1935 al 1937.
La fase conclusiva di questa intensa attività di assetto
e di trasformazione urbanistica della città nel ventennio
fascista, si concretizza con il Regolamento Edilizio del 1939
che rappresenta la piena attuazione di quei principi dell'Architettura
razionalista, che troveranno, poi, piena applicazione negli
edifici, simbolo del Regime, quali la Casa del Fascio e la
Colonia Elioterapica.
Nel Testo Unico di suddetto Regolamento emergono delle disposizioni
ben precise, anche, riguardo alla tariffa di bollo per ottenere
l'autorizzazione ad eseguire i lavori: "
Tale domanda
essendo diretta a promuovere un vero e proprio provvedimento
o concessione amministrativa, assume carattere di ordinaria
istanza o petizione ed è soggetta alla tassa di bollo
di £ 4,00
dall'art. 6 lett. B della tariffa del
bollo. Gli allegati sono soggetti al bollo, secondo la loro
misura
in quanto compilati per quella tassa dalla tariffa
A annessa alla legge tributaria 30 -12-1923 N° 3268. Anche
in carta da bollo di £ 4,00 e sempre a carico dell'interessato
deve essere compilato il nulla osta del Podestà
".
Inoltre il Regolamento del 1939 si caratterizza, per l'uso
di un linguaggio più scientifico, rispondente alle
nuove tecniche e norme costruttive, che si diffondono in questi
anni in Italia. Si delinea anche, la presenza di figure professionali
che rivestono ruoli e responsabilità ben precise durante
l'esecuzione delle opere.
"
1-Prima di iniziare i lavori l'interessato, pur
avendo già ottenuto il nulla osta di concessione, è
espressamente tenuto a comunicare al Podestà l'impresa
appaltatrice, il suo numero di posizione assicuratrice ed
il tecnico cui è affidata la direzione dei lavori che
controfirmerà la comunicazione per accettazione. 2-
Nel caso che i lavori si eseguissero
detta comunicazione
conterrà il nome del committente con la sua posizione
assicurativa e quella del direttore dei lavori. 3- Per tutta
la durata dei lavori il committente dovrà tener esposta
in fronte visibile, all'esterno del cantiere una tabella con
l'indicazione del suo nome, dell'impresa appaltatrice e del
direttore dei lavori. 4- Qualora durante l'esecuzione dell'opera
risulti che il direttore dei lavori non presta effettivamente
la sua opera sarà senz'altro revocata la licenza e
disposta la sospensione dei lavori
".
I progetti devono essere sempre redatti e firmati da un professionista
autorizzato ai sensi della legge 1213 del 29 luglio 1933,
concernente i leganti idraulici e la realizzazione di strutture
in conglomerato cementizio.
Il richiamo ai principi dell'architettura razionalista, alle
sue linee essenziali e ai criteri di ordine, semplicità,
decoro ed igiene, è chiaramente espresso nel documento:
"
c) Le aperture di passaggio di aria e luce, nei
vari piani del fronte dell'edificio si ubicheranno in verticale,
salvo per ragione di architettura razionale. L'edificio terminerà
superiormente con cornicioni di coronamento, in armonia, con
l'importanza, destinazione e stile del fabbricato, salvo che
per ragioni di architettura razionale. d) L'elevazione delle
facciate e dei prospetti delle fabbriche non deve sorpassare
una volta e mezzo la larghezza del tratto di strada e piazza
sul quale fronteggiano, da non sorpassare il limite massimo
di metri venti. In caso di trasformazione, modificazione e
miglioramenti importanti di vecchi stabili siti in strade
antiche nell'interesse dell'estetica cittadina, dell'igiene
e del miglioramento edilizio, è permesso deroga dai
limiti d'altezza predetti
".
Le indicazioni per i lavori da apportarsi ai vecchi fabbricati,
già prescritte nella deliberazione del 24 febbraio
del 1936, vengono ulteriormente specificate riguardo la sporgenza
dei balconi in rapporto all'ampiezza della strada che per
i nuovi fabbricati non è mai superiore 0,70: "
fatta eccezione per i vecchi fabbricati per i quali tale sporgenza
può essere anche superata, quando i tavoloni ed i balconi
già esistenti nello stesso stabile superano tale dimensione.
I tavoloni in parte devono essere costruiti con la dovuta
solidità ed all'altezza minima non inferiore di metri
quattro dal livello stradale, devono inoltre essere o di soletta
di cemento armato o di lastra di marmo bianco, di spessore
non inferiore a centimetri quattro, sostenuti da appositi
gattoni di ghisa o ferro, in conformità d'ogni buona
regola di statica
".
Nella costruzione delle fabbriche, si devono tener presenti
delle precise norme igienico sanitarie: "
prescritte
dal R.D. del 27 -7-1934 N°1265 T.U. delle leggi sanitarie,
nonché le norme tutte del regolamento in vigore di
igiene del Comune. Le prescrizioni di tali norme nei progetti
che vengono presentati al Comune e la sorveglianza della loro
esecuzione spetta di diritto all'Ufficiale Sanitario, membro
della Commissione edilizia.".
Un'ultima disposizione aggiuntiva del Regolamento del 1939
riguarda le prescrizioni a cui è soggetto il proprietario,
qualora non si attenga al progetto approvato dalla Commissione
Edilizia e alle norme stabilite dal Regolamento Comunale:
"
Il Podestà fatti gli accertamenti del caso,
ne ordina la sospensione. Contro l'ordinanza del Podestà
da notificarsi al proprietario nel domicilio detto sulla domanda
di autorizzazione è ammesso il ricorso al Prefetto,
il quale decide su provvedimento definitivo. Il ricorso non
ha effetto sospensivo. Qualora vengono iniziati i lavori senza
autorizzazione ovvero vengono proseguiti questi per i quali
sia stata notificata l'ordinanza di sospensione, il Podestà
ordina la demolizione a spese del contravventore
L'ordinanza
ha carattere di provvedimento definitivo".
Interventi urbanistici e sistemazioni di edifici
Come si è detto con l'avvento
del Regime fascista, comincia per la città di Nola
un periodo di riordino e sviluppo urbanistico, nonché
una serie di interventi di consolidamento statico, manutenzione
ed abbellimento di edifici preesistenti. D'altro canto la
città assume un ruolo storico importante, anche in
considerazione del suo prestigioso passato e delle sue numerose
testimonianze storico-artistiche ed archeologiche.
Non bisogna dimenticare, poi, che l'ideologia fascista è
legata, proprio, all'esaltazione dei fasti della Roma augustea,
e che proprio in quegli anni inizia, per la città eterna,
un'intensa attività archeologica tesa a riportare alla
luce le antiche testimonianze del passato, che tornano a giganteggiare
come espressione del nuovo Regime. Essendo Nola una tra le
più importanti città dell'Impero Romano ed essendovi,
secondo alcuni storici, morto Ottaviano Augusto, è
naturale che questa rappresenti il centro più importante
dell'Agro nolano durante il ventennio fascista. Non a caso
il 1 maggio del 1938 viene inaugurato il monumento ad: "Ottaviano
Augusto / simbolo / dell'Italia Imperiale / nella città
millenaria / ov'egli chiuse la sua vita radiosa. / Dono del
Duce / maggio 1938 - XVI e.f.".
Fra le prime opere inaugurate, nella città il 21 settembre
1924, sono da ricordare: il Monumento ai Caduti, in Piazza
Vittoria (oggi Piazza Matteotti) e il Monumento a Tommaso
Vitale, nella Villa comunale.
Il Palazzo Comunale, poi, è stato più volte,
oggetto di interventi eseguiti sia per il completamento della
struttura, sia per la rifinitura di alcune sale interne, che
per la pavimentazione del cortile. I lavori di sistemazione
dell'edificio sono affidati alla ditta Iorio Gennaro. Durante
l'esecuzione vengono apportate alcune modifiche al progetto,
specialmente riguardo la demolizione: "
delle ritirate
pensili esistenti nel cortile del palazzo municipale che rappresentavano
un'offesa al decoro e alla decenza
". I lavori della
pavimentazione del cortile su progetto dell'Ufficio Tecnico
Comunale vengono affidati con trattativa privata al signor
Moriseo Carmine, con l'obbligo del completamento in 30 giorni.
La sistemazione dei pavimenti di alcune sale d'aspetto del
Comune, è resa necessaria, perchè questi risultano
sconnessi. Pertanto, si dispone di sovrapporre a quelli attuali
una pavimentazione in Linoleum, sicuramente più solida,
più duratura e più economica. L'esecuzione dei
lavori è affidata alla ditta Agenzia Italiana sul Commercio
di Linoleum.
Nel 1936 vengono eseguiti dei lavori di restauro e di adattamento
di alcuni locali a pianterreno del Palazzo Municipale, adibiti
a sede del Fascio, affidati all'Impresa di Carmine Morisco
per la somma di £. 5.500.
Dall'esame delle delibere di Giunta Comunale dagli anni trenta
agli anni quaranta emerge che sono stati realizzati, più
volte interventi su edifici religiosi, aventi un certa importanza
storica; quali la Chiesa di S. Chiara, la Chiesa di S. Maria
La Nova e l'ex Convento delle Rocchettine.
Nello stesso periodo si eseguono i lavori per le Carceri Mandamentali,
del Cimitero, nonché per alcuni edifici scolastici,
in particolare il Liceo Ginnasio.
Il progetto per la realizzazione del Campo sportivo in località
Stella, ha seguito, invece, un lungo iter burocratico prima
di essere approvato.
"
Considerato che, malgrado fossero stati a tale
oggetto praticati appositi stanziamenti nei bilanci del 1928-29,
la costruzione non si effettuò, perché si pensò
ad un impianto più completo mediante la creazione di
un Campo Polisportivo su una vasta zona di terreno
La
ritardata concessione da parte del Ministero della Guerra
non rese possibile l'immediata attuazione del piano progettato.
la privata iniziativa si sostituì al Comune e
dotò la Città di un Campo sportivo provvisorio
che a distanza di tre anni funziona ancora mirabilmente e
rappresenta l'unica palestra presente in queste contrade,
dove le manifestazioni sportive hanno assunto uno sviluppo
meravigliato
". Nel 1939 viene deliberato un nuovo
progetto per la costruzione del Campo sportivo, che rappresenta
una nobile ed antica aspirazione degli sportivi nolani. Questo
viene realizzato dall'Ing. Carlo Minieri che si impegna a
completarlo in ogni sua parte. Il Comune mette a disposizione
sei ettari di terreno e con nuova deliberazione vengono affidati
i lavori all'Ing., De Sena che procede alla stesura di un
nuovo progetto in conformità a quello analogo realizzato
dall'Ing. Minieri per l'ammontare delle spese a £.171.600.
Il progetto prevede la costruzione di: "
un muro
di cinta di pietrame calcareo in fondazione e di pietre di
tufo fuori terra,
e attintato sulle due facce e con
l'orlo superiore ricoperto da un bauletto di cemento
costruzione del prospetto esterno verso l'ingresso come risulta
dal disegno allegato
Sistemazione e livellamento del
campo per il giuoco del calcio. Costruzione della pista per
corse a piedi a sei corsie di m.ti 25 di lunghezza per m.
7.50 di larghezza
costruzione della recinzione regolamentare
composta di rete di ferro di m. 2 d'altezza
costruzione
delle righe, fosse e pedane per i salti in alto e con l'asta
in lungo
e pel lancio dei pesi. Costruzione del porticato
per spogliatoi, composto di un unico terraneo della lunghezza
di m. 19.80 e largo internamente m. 4
".
Sicuramente gli interventi che contribuiscono a migliorare
l'estetica, il decoro e l'igiene della città sono la
sistemazione di strade e di piazze, nonché la realizzazione
di impianti di illuminazione pubblica.
Riportiamo, soltanto, alcuni interventi tra i più significativi.
Nel 1929 vengono deliberati i lavori di pavimentazione in
basolato del vicolo Ottaviano Augusto, affidati all'Imprenditore
Ferrara Eugenio e del viale adiacente al Teatro Umberto I.
"
Considerato che l'esecuzione è della massima
urgenza, non essendo possibile rimandare la inaugurazione
del Teatro, già fissata. Riconosciuta pertanto la convenienza
e l'opportunità di eseguire i lavori mediante conferimento
a trattativa privata.
il progetto compilato dall'Ufficio
Tecnico (Ing. Piciocchi)
fa scendere la spesa a £.1993,20.
Vista, inoltre, l'offerta presentata dal signor Ferrara il
quale accetta di eseguire i lavori con il ribasso del 5 %
e in un termine non superiore a 10 giorni
". La
sistemazione dei marciapiedi di Piazza Principe Umberto su
progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale, viene affidata all'appaltatore
De Falco Biagio "
il quale giusta verbale di licitazione
privata del 29 ottobre 1929 ebbe ad offrire il ribasso del
22,75 %. Letta la misura finale redatta dall'Ing. Comunale
Andrea Piciocchi dalla quale rilevasi che la spesa è
scesa a £. 6.158,85 ridotta a £. 4.758,50 con
la deduzione del ribasso di asta
". Successivamente
vengono eseguiti i lavori di sistemazione e pavimentazione
della suddetta Piazza "
Considerato che i lavori
come sopra progettati rispondono a necessità impellenti
riconosciute dal detto Ufficio Tecnico
Si autorizza
l'esecuzione dei lavori occorrenti alla sistemazione e pavimentazione
della Piazza Principe Umberto in base a progetto dell'Ufficio
Tecnico per £. 6.722. Si affida l'esecuzione di tale
lavoro mediante licitazione privata con l'obbligo dell'esecuzione
in giorni 30 e con l'applicazione della multa di £.5
per ogni giorno di ritardo
".
Nel 1932 vengono approvati i lavori di pavimentazione e smaltimento
delle acque del vicolo Marciano su progetto dell'Ufficio Tecnico
Comunale per £ 11.542,30 ridotte a £ 7.733,30
con il ribasso del 33% ed affidati all'impresa di Vitale Felice.
Ancora l'intervento di sistemazione di Piazza Collegio e del
prolungamento di via Ambrogio Leone. "
Riconosciuta
la necessità di provvedere con la maggiore urgenza
alla esecuzione dei lavori
della Piazza del Collegio
e ciò sia per ragione d'igiene, perché attualmente
il pavimento è completamente sterrato e in tempo di
pioggia si rende un pantano, sia per ragioni di decenza perché
detta piazza è prospiciente all'edificio scolastico
di recente costruzione
". Su progetto dell'Ufficio
Tecnico Comunale si autorizza, pertanto, l'esecuzione dei
lavori, per l'ammontare di £. 52.538,50.
Nel 1937 si procede, poi, alla sistemazione delle vie comunali
esterne mediante una squadra di operai reclutati tramite l'Ufficio
di Collocamento, che esegue i lavori sotto il controllo del
Direttore dell'Ufficio Tecnico Comunale.
Nello stesso periodo si eseguono le pavimentazioni dei marciapiedi
di Piazza Principe Umberto e di Piazza Principe di Napoli,
su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per la spesa di
£.25.512,25. Successivamente si realizzano, ulteriori,
interventi sistemazione e ampliamento della suddetta Piazza
Principe di Napoli.
Importante, poi, è, la pavimentazione di Piazza Geremia
Trinchese, per l'imminente visita "
a Nola del
Capo del Governo Duce del Fascismo per l'inaugurazione di
una stele marmorea a ricordo dei precursori nolani del Risorgimento
italiano
".
Sistemazioni di Piazza Duomo e di Piazza Giordano Bruno
La prima deliberazione relativa alla
sistemazione della principale area della città, risale
al 16 febbraio 1933. "
è una piazza che
è una offesa all'edilizia e un attentato all'igiene
stessa, infatti, è di forma irregolare, con pavimentazione
sconnessa, con adiacenza di vicoli luridi ed antigienici,
mentre il monumentale Duomo e il Palazzo di Città,
due costruzioni moderne di gran valore, sono nascosti e deturpati
dai fabbricati dall'aspetto indecente o antiestetico
",
pertanto per ridare decoro all'antica e storica città
di Nola è necessario trasformare radicalmente l'area,
con provvedimento di estrema urgenza: "
rappresentata
dalla costruzione del Monumento ai Precursori Nolani che è
un ordine del Duce e della costruzione della Torre Littoria
che tutti i comuni sono obbligati ad erigere
Riconosciuta
pertanto l'opportunità d'iniziare le pratiche perché
quest'opera di evidente necessità pubblica diventi
un fatto compiuto prima del maggio 1935 epoca fissata dal
Duce per l'inaugurazione del ricordo marmoreo. Vista la deliberazione
del 30 luglio e 29 novembre 1924 approvata dal G.P.A: il 26
marzo 1925 N° 76802
il cessato consiglio Comunale
provvedette all'approvazione di un progetto di sistemazione
di Piazza Duomo e alla contrattazione di un mutuo di £.
1.100.000 col Banco di Napoli, che aveva anche approvato la
relativa concessione, la quale non ebbe seguito perché
la sistemazione deliberata si limitava al solo abbattimento
degli stabili ingombranti, senza alcuna cosa che eliminasse
gli inconvenienti creatisi, o migliorasse la piazza dal lato
estetico, che anzi la condizione si aggravava mediante lo
scoprimento dei vicoli luridi adiacenti. Considerato che
i
prezzi del mercato edilizio rende possibile con la stessa
spesa, forse anche ridotta, non solo di sopprimere i fabbricati,
ma di costruire sul suolo di risulta, opportunamente delimitato,
la Torre Littoria, e due edifici di cui uno da destinarsi
come sede del Fascio Locale.". Si affida, pertanto, all'Ing.
Arch. Adolfo Avena di realizzare con la collaborazione dell'Ufficio
Tecnico Comunale un progetto di sistemazione di Piazza Duomo.
Il 15 luglio 1933 viene approvato dall'Ufficio Comunale il
progetto definitivo dell'opera che prevede l'abbattimento
dei vecchi fabbricati esistenti, con una spesa, compresa l'espropriazione,
di £.546.156,10, la costruzione di un corpo di fabbrica
da destinarsi ad uffici ed abitazioni per l'ammontare di £.
330.000 e la creazione della Casa del Fascio con annessa Torre
Littoria per l'ammontare di £. 270.000 con un complessivo
di £. 1.259.382,07 compreso le spese di direzione dei
lavori. Sul fronte della Torre Littoria, poi, si sarebbe dovuto
ubicare il bassorilievo dei Martiri del 1820. Il progetto
definitivo prevede l'utilizzo di materiale di origine meridionale,
nonché la pavimentazione della piazza, che grazie alla
nuova sistemazione acquisterà un'ampiezza di circa
700 metri quadri, permettendo ai vicoli adiacenti di acquistare
un maggior decoro.
Il Corpo Reale del Genio Civile di Caserta (12 agosto 1933,
N°11789) e l'Alto Commissariato per la Provincia di Napoli
(22 agosto 1933) deliberano di apportare delle modifiche relative
alle strutture in cemento armato, alla determinazione del
peso della Torre Littoria, ai calcoli di stabilità
e alle modalità dell'appalto mediante licitazione privata,
tra ditte che possono fornire garanzie di carattere tecnico
ed economico, "
e che risultino iscritte nello speciale
elenco dell'albo Commissariato di Napoli per le ditte ammesse
alle licitazioni private
"
Nella deliberazione del 20 gennaio 1934 si evidenzia la necessità
di realizzare delle sottofondazioni di sostegno e costipamento,
che determinano un aumento della spesa della fabbrica da £.589.568,00
a £. 625.996,95, per un totale di £. 1.306.509,40.
Dalla deliberazione del 13 aprile 1934 emerge la necessità
da parte del Comune di chiedere un mutuo al Banco di Napoli
per la sistemazione della suddetta piazza, che dovrà
essere: "
concesso per la somma di £. 1.250.000
al tasso del 4%, oltre ai diritti accessori, con un periodo
di ammortamento di 30 anni estensibili a 35 e con prima ipoteca
sul fondo Boscofangone e sugli altri stabili che saranno indicati
dal Banco mutuante a completamento della garanzia
".
In seguito all'ispezione fatta nel 1934 dall'Alto Commissariato
di Napoli "
si rileva l'opportunità di provvedere
alla modificazione del progetto, (già approvato da
tempo) nel senso di eliminare la costruzione del fabbricato
in prossimità del Duomo e di limitare la spesa alla
costruzione della Torre Littoria e della Casa del Fascio mettendo
a disposizione della iniziativa privata il suolo disponibile
e la necessità di mantenere quella organica armonia
fra le diverse costruzioni progettate, così che all'iniziativa
privata sia da imporsi l'esecuzione della costruenda opera
secondo la linea esterna del progetto, liberi di dividere
gli interni a seconda della migliore convenienza e ciò
anche perché più che alle esistenti costruzioni
prive di ogni elemento d'arte la Torre Littoria e le altre
nuove costruzioni devono riferirsi alla bellezza artistica
del rinnovato Duomo
" . Le disposizioni, pertanto,
prevedono l'espropriazione di tutti i fabbricati compresi
fra via G. Bruno, Corso T. Vitale e Piazza Duomo, nonché
di un nuovo preventivo di spesa redatto dall'Ufficio Tecnico
(fig. p. 6)
Inoltre, il mutuo richiesto al Banco di Napoli di L.1.250.000
viene approvato per sole £.1.000.000. "
Considerato
che
si è venuti alla decisione di eseguire solo
parzialmente i lavori di cui al progetto approvato per un
preventivo di £.850.000
", si riconosce la
necessità di contrattare con la Sezione dei Prestiti
Fondiari del Banco di Napoli un mutuo di £.850.000 con
l'interesse del 4% all'anno, da estinguersi in trent'anni
e con la garanzia ipotetica sul fondo di Boscofangone di proprietà
del Comune.
Viene, inoltre, modificato il Capitolato dell'11 agosto 1934,
approvato il 10 settembre dello stesso anno, che fissava il
termine di sei mesi per l'esecuzione dei lavori: "
Ritenuto a tal riguardo che trattasi di una costruzione in
cemento armato, che deve essere eseguita da ditta specializzata
che per l'attrezzatura necessaria e i fondi disponibili per
provvedere alla esecuzione con la necessaria rapidità,
il termine massimo per l'esecuzione, tenendo specialmente
presente che le demolizioni possono eseguirsi in brevissimo
tempo, può essere ridotta a giorni 135
il tempo
utile per l'ultimazione dei lavori
".
La sistemazione dell'area include, come previsto già
nel primo progetto, la pavimentazione della piazza che deve
essere realizzata contemporaneamente a quella di via Anfiteatro
Laterizio. Si delibera: "
1) di autorizzare l'esecuzione
dei lavori per la nuova pavimentazione di Piazza Duomo giusta
progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per l'ammontare di
£.117.366,85- 2) di autorizzare l'esecuzione dei lavori
di riparazione del basolato in via Anfiteatro Laterizio giusta
progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per l'ammontare di
£.74.533- 3) di riunire i due progetti con un unico
capitolato e con un unico appalto
5)
l'obbligo
di eseguire prima i lavori in Piazza Duomo per i quali il
termine è fissato in giorni 75
".
In seguito alla definitiva approvazione del progetto, viene
conferito all'Ing. Adolfo Avena l'incarico di provvedere alla
costruzione di un plastico in gesso della Casa del Fascio
con annessa Torre Littoria, "
e ciò in conformità
del parere dell'ingegnere progettista e direttore dei lavori,
dovendo tale modello servire per la consegna alla ditta fornitrice
della pietra da taglio delle precise dimensioni dei blocchi,
dei profili delle cornici, delle mensole e di quanto il disegno
non potrà
dare con questa esattezza assoluta
che l'importanza dell'opera richiede e che soltanto il plastico
in gesso può dare
". L'Amministrazione delibera,
pertanto, la spesa di £. 3.349,40 da destinarsi alla
realizzazione del plastico.
Nel 1937 il Comune approva la misura fiscale dei lavori di
sistemazione di Piazza Duomo che ammontano a £.14723,35
al netto del ribasso d'asta di £. 266.90,2 e liquida
a favore dell'impresa dell'Ing. Ugo Milone la differenza di
£. 389,75 dovuta a saldo dell'indennità corrisposta
per la risoluzione del contratto.
E' interessante, infine, rilevare la controversia sorta tra
l'Amministrazione Comunale e l'Ing. Arch. Giovanni Sepe, circa
la realizzazione di un progetto che questi afferma di aver
realizzato su incarico ricevuto: "
di fare un progettino
di massima per un edificio che avrebbe dovuto sorgere in Piazza
Duomo
Considerato che la pretesa dell'Ing. Sepe non ha
fondamento principalmente perché l'incarico a cui accenna
non è stato mai né deliberato né tantomeno
conferito, e non poteva esserlo perché il Comune data
l'esistenza di un altro ingegnere regolarmente nominato per
la sistemazione di Piazza Duomo, non poteva revocare questo
incarico senza incorrere in responsabilità verso l'Ing.
Avena
". Il malinteso sarebbe scaturito dal fatto
che l'Ingegnere Direttore dell'Ufficio Tecnico Comunale avrebbe
prospettato al Sepe l'eventualità di una collaborazione
con il suddetto ufficio nel caso che il Comune avesse revocato
l'incarico all'Ingegnere Avena. Pertanto, l'Amministrazione
per porre fine alla controversia, decide di acquistare il
progetto completo dall'Ingegnere Sepe e di rimborsare a costui
le spese.
In realtà la sistemazione di Piazza Duomo, non è
mai stata realizzata, secondo quanto previsto dal progetto,
ma si è limitata all'abbattimento del fabbricato in
prossimità del Duomo e alla pavimentazione della piazza,
mentre la costruzione della Casa del Fascio con annessa Torre
Littoria non è mai stata realizzata, perché
circostanze particolari, rendevano, sicuramente, più
idonea l'area di Piazza Giordano Bruno per edificare una struttura
che rispondesse ad una precisa ideologia del Regime.
Come si è detto, l'altra importante sistemazione urbanistica
del periodo fascista è quella di Piazza Giordano Bruno.
I primi interventi realizzati in quest'area sono effettuati
nel 1932, in occasione dell'arrivo in città dei Principi
di Piemonte, per la festività di San Paolino, per cui
si provvede a restaurare l'Arco del Gesù, che si trova
in condizioni precarie. I lavori vengono affidati all'imprenditore
Agostino De Sena per la spesa di £. 1912,45. Nel 1939
L'Ingegnere Capo del Genio Civile di Caserta predispone degli
accertamenti tecnici per i lavori di sistemazione che si devono
eseguire in Piazza Principe di Napoli e Piazza Giordano Bruno,
dove si trova: "
l'antico monumentale palazzo
adibito a sede del Distretto Militare, (l'area) trovasi ancora
poco curata, in quanto i piazzali principali sono pavimentati
molto superficialmente con detrito calcareo e la via che la
circonda in tre lati è ancora pavimentata molto superficialmente
con detrito calcareo ed sminuzzato
Visto che in tale
località è in corso di costruzione la Casa del
Fascio con annessa Torre Littoria, dove saranno raccolte tutte
le istituzioni del Regime. Riconosciuta pertanto tale necessità
di procedere ad una radicale sistemazione della piazza stessa
rendendola adatta e preparata ai nuovi usi a cui è
destinata e rispondente ai requisiti urbanistici ed estetici
",
si provvede a stilare il progetto da parte dell'Ufficio Tecnico
Comunale per la spesa di £. 163.162,95 con ribasso d'asta
a £. 152.485,00 da stanziarsi nei bilanci del 1940-41-42,
inoltre i lavori devono essere affidati a licitazione privata.
Si prevede, inoltre, lo sbancamento generale con il taglio
della massicciata stradale e del battuto di detrito calcareo,
e la realizzazione di piazzali con quadrati di cemento e di
strade con basoli vesuviani. Gli articoli del Capitolato riportano
le norme a cui attenersi per l'esecuzione dei lavori, in particolare
l'art. 19 riguarda i materiali da utilizzarsi e le modalità
di messa in opera: "
I lavori tutti saranno portati
innanzi a perfetta regola d'arte secondo le prescrizioni che
verranno impartite volta per volta dalla Direzione la quale
avrà la facoltà di non accettare quelle opere
e quei materiali che a suo giudizio non siano rispondenti
alle condizioni tutte del presente contratto. Le malte da
adoperarsi nelle varie specie di opere saranno le seguenti:
1) malta comune costituita da 0.50 di calce in parte, 0.50
di arena e 0.50 di pozzolana di cava; 2) la malta semi idraulica
sarà costituita da terzi uguali di calce idraulica,
sabbia e pozzolana; 3) malta per intonaco, sarà costituita
da 0.50 di calce in parte e 0.80 di arena o pozzolana; 4)
malta di cemento, costituita da 0.65 di sabbia e pozzolana
e Kg. 600 di cemento a lenta presa. Lo spegnimento della calce
viva e la manipolazione della malta si farà con i migliori
metodi suggeriti dall'arte. Gli impasti della malta saranno
adoperati nello stesso giorno della loro formazione. Le murature
di pietrame calcareo in fondazione saranno eseguite con ogni
diligenza, con malta semi idraulica e scapoli di cava delle
maggiori dimensioni consentite dalla grossezza delle murature
e di forma meno irregolare che sia possibile. Ogni pietra
dev'essere bene assestata cantonandola con schegge e ben avviluppate
di malta, in modo che la muratura si faccia perfettamente
compatta ed omogenea. Le murature in tufo saranno eseguite
a perfetta regola d'arte. Le pietre dovranno essere avviluppate
con piccole scaglie negli interstizi per riempire qualsiasi
vuoto
I solai saranno del sistema misto di laterizio
e cemento armato
Nelle pavimentazioni con basoli di
2ª classe, otto basoli che saranno perfettamente lavorati,
formeranno la superficie con misure di due mq. Ogni basolo
senza essere spezzato, né incavato, avrà la
grossezza in coda non meno di cm.20. Gli assetti di eguale
altezza in tutti i lati saranno di cm.11 di cm 8 perfettamente
lavorati a scalpello, con sotto squadro non eccedente i mm.5.
La faccia superiore di ogni basolo sarà
perfetta
e lavorata accuratamente di sabbia
I basoli tutti proverranno
solo ed esclusivamente dalle cave di Villa Inglese,
saranno messi in opera sopra abbondante letto di ottima malta,
la quale salirà a ribocco, ricoprendo tutto il sotto
squadro e gli assetti. Nelle pavimentazioni di pietrini detti
cementite
ogni pezzo dev'essere a forma rettangolare
di lati intorno a 0.18 x 0.36 e di spessore da mm.33 x 35
tutto lo spessore deve essere costituito da impasto unico
di arena e cemento in proporzioni regolamentari. Saranno posti
in opera con malta comune o cemento
ogni pietrino dovrà
avere lo spessore di cm.3 e per lo meno cm.11/2 dev'essere
di impasto di arena e cemento
".
Nella deliberazione dell'8 gennaio 1940 si ribadisce che i
lavori di sistemazione della suddetta piazza devono essere
ultimati entro il mese di aprile dello stesso anno, perché
prossimamente ci sarà l'inaugurazione della Casa Littoria,
cui presenzierà il Capo del Governo.
Nonostante ciò, difficoltà di carattere economico
impediscono l'inizio dei lavori, perché le imprese
che avrebbero dovuto partecipare alla gara d'appalto disertano
l'asta a causa dei prezzi troppo bassi previsti dal progetto.
Riconosciuta, pertanto, la necessità che i lavori siano
completati entro i termini sopra indicati, l'Amministrazione
Comunale non ha altro rimedio se non quello di migliorare
i prezzi del 20%, in modo da indurre le imprese a partecipare
alla nuova gara d'appalto, che, tuttavia, viene nuovamente
disertata. Si decide, pertanto, di provvedere ad appalti parziali
mediante stralci dal progetto principale, affidando i lavori
a trattativa privata e ad imprese locali. La parte riguardante
la pavimentazione dei piazzali innanzi al Distretto Militare
viene commissionata all'Impresa di Carmine D'Amore per la
spesa di £. 23.854,00, mentre la sistemazione delle
fognature in muratura, intonaco e copertura dei fognoli, viene
affidata all'Impresa di Gennaro Iorio per l'ammontare di £.
26,087,70.
Una singolare testimonianza a
ricordo del patriottismo risorgimentale è offerta dall'altorilievo
raffigurante i "Precursori Nolani", realizzato negli
anni trenta dallo scultore Francesco Parente.
Con la deliberazione del 13 novembre 1934, viene affidato
all'artista l'incarico di eseguire l'opera marmorea, da ultimare
entro il 24 maggio 1935, per l'occasione dell'inaugurazione
della Casa del Fascio a piazza Duomo, cui presenzierà
il Capo del Governo. Il bozzetto eseguito dal Parente, di
sua spontanea iniziativa, trova il consenso dell'Ing. Arch.
Avena, progettista della Casa del Fascio con annessa Torre
Littoria, sulla cui facciata deve essere collocato il gruppo
scultoreo.
La successiva realizzazione della Casa del Fascio in piazza
G. Bruno, fa sorgere il problema di una nuova collocazione
dell'altorilievo che: "
avrebbe dovuto, secondo
il primitivo progetto, essere addossato alla facciata del
Palazzo, attuale sede del Distretto Militare; che a tal riguardo
la R. Soprintendenza all'arte medioevale e moderna, pur esprimendo
parere favorevole sul valore artistico dell'altorilievo e
alla progettata approvazione di esso sul prospetto del Palazzo
Orsini, rilevò che ciò avrebbe alterato le linee
architettoniche del monumentale edificio ed avrebbe reso necessaria
la esportazione di grosse marmoree con danno dell'immobile
per cui esprimeva l'avviso di collocare la targa su di uno
stelo; Che in seguito ad insistenza del Comune, la Soprintendenza
dette il nulla osta senza riserve; Che prima di iniziare la
messa in opera della targa, venne accertata la grande difficoltà
della incastonatura di essa sul prospetto e la cui non sicurezza
dell'addossamento da farsi ad una altezza di metri 3 che avrebbe
richiesto altri mensoloni e delle grosse staffe di bronzo
con una spesa rilevante; Che in queste condizioni si ritiene
opportuno di indire
una riunione dei membri della Consulta,
del Direttorio del Fascio, dei Tecnici e Critici d'arte e
si ebbe da questa il suggerimento di attenersi al primitivo
parere della Soprintendenza e cioè quello di collocare
la targa su di uno stelo
alto sei metri con regolare
zoccolatura, fusto con pilastri, lapide centrale con iscrizione
sistemazione
della targa sul fusto con plinto ed infine coronamento in
cima della targa
".
Nel 1940 l'altorilievo è stato incastonato sul prospetto
frontale dell'attuale Torre Littoria dove tuttora si trova.
Iconograficamente riproduce il moto rivoluzionario che scoppiò
nel luglio del 1820 a Nola. In primo piano sono raffigurati
un gruppo di civili: uomini, donne e bambini che aderirono
all'insurrezione, fra questi grandeggiano le figure a cavallo
dei due sottotenenti Morelli e Silvati e dell'abate Minichini.
Sullo sfondo, invece, si intravedono alcuni civili e soldati
del reggimento cavalleria Real Borbone di stanza nel Distretto
Militare, che si unirono ai rivoltosi.
Stilisticamente l'altorilievo è caratterizzato da un
vivo risalto plastico-volumetrico delle figure che esprimono
nei volti e negli atteggiamenti un sincero e profondo patriottismo.
L'episodio è costruito intorno ai tre protagonisti
principali allineati su di un unico piano e leggermente disposti
in prospettiva, intorno a questi si concentrano altrettanti
gruppi di personaggi costruiti secondo uno schema triangolare,
mentre sullo sfondo si intravedono appena accennate le figure
di soldati e di cittadini.
Tipico edificio realizzato per assolvere a funzioni sociali,
la Colonia Elioterapica di via Seminario costituisce un esempio
di architettura razionalista e funzionale.
Immersa nel verde, circondata da un ameno paesaggio collinare,
caratterizzato dalla presenza di pregevoli esempi di architettura
religiosa, la colonia accoglieva nei periodi estivi i fanciulli
che in questo luogo potevano beneficiare degli effetti della
elioterapia. Oggi l'area è completamente alterata,
gran parte del verde è scomparso per far posto all'edilizia
sia residenziale, che pubblica. Basti ricordare che adiacente
alla suddetta struttura sorge l'Ospedale Civile.
L'edificio progettato e realizzato dall'Ing. Paolino De Sena,
originariamente ad un unico piano, presenta un impianto planimetrico
quadrangolare, dagli angoli smussati. La facciata di forme
essenziali è definita da una rigorosa simmetria, dall'apertura
di finestre squadrate e prive di ornamenti e da un prospetto
caratterizzato da due corpi di fabbrica simmetricamente disposti
ed avanzati rispetto a quello centrale.
L'inaugurazione della "Colonia Solare" risale agli
anni 40, un articolo del "Roma", riporta la celebrazione
dell'avvenimento: "
Con una semplice ed austera
cerimonia si è inaugurata la Colonia Elioterapica Permanente
"Maria Gabriella di Savoia" alla presenza del Reggente
federale avv. Staly, dell'Ecc. il Vescovo Mons. Camerlengo,
dell'Ispettore Federale, Commissario al Fascio dott. Arcangelo
de Sarno, del comm. Prefettizio cav. Edoardo Contieri,
del Ten. Col. Mascolo in rappresentanza del Comandante il
Presidio dell'Ispettrice Federale Femminile della zona nolana
sig.ra Nappi, della segretaria del FF.FF. dott.sa Rina Arienzo,
dello comandante dei reparti Femminili dott.sa Emanuela Borromeli
,
dei Segretari politici della zona e di un forte nucleo di
lavoratori pronti per partire alla volta della Germania con
a capo l'Ispettore Pilotta. Il Vescovo ha celebrato la Messa
al campo. Hanno rivolto brevi parole ai piccoli il Vescovo
e il Reggente Federale dicendosi lieti di rivederli dopo la
sana vita che svolgeranno in seno alla colonia. Dopo il saluto
al Duce ordinato dal Reggente Staly, il Vescovo si è
accomiato dai bambini impartendo la benedizione
Era
presente all'inaugurazione l'ideatore di questa superba opera
del Regime che resterà a dimostrare l'azione propulsiva
che il Fascismo va svolgendo in questa zona, il camerata ing.
Paolino De Sena, il quale era lieto di poter vedere compiuta
un'opera da lui voluta e creata. Opera che sarà incrementata
e potenziata nella zona per lo sviluppo della razza come vuole
il Duce."
Primo Direttore della Colonia Elioterapica è stato
il dott. Luigi Vecchione, mentre nel luglio 1942, la prof.ssa
Italia Paternostro de Luca ha sostituito il direttore assente,
Erasmo Caccavale. Nel giugno del 1943 viene eletta direttrice
Enrichetta Taurisano e vice direttrice la prof.ssa Paternostro
de Luca. La colonia cessa la sua attività a metà
del luglio del '43 per i continui bombardamenti.
Certamente l'edificio più rappresentativo del Regime
è la Casa del Fascio, oggi sede dell'Ufficio del Registro.
Nella deliberazione del 7 luglio 1938 e nella successiva del
10 dicembre dello stesso anno, si mette in evidenza la: "
necessità
di modificare in parte il primitivo progetto, sia a riguardo
dell'entità della costruzione; sia a riguardo della
sua ubicazione; che infatti, secondo la primitiva concessione,
la Casa del Fascio avrebbe dovuto sorgere quasi alla periferia
della Città, in località poco adatta in una
piazza non lastricata, brutta dal lato estetico e poco decente
dal lato edilizio, che avrebbe richiesto una spesa di sistemazione
di oltre 300mila lire a carico del Comune, senza per questo
soddisfare per nulla le esigenze del Fascio che ha bisogno
di una sede decorosa, centrale facilmente accessibile e con
il prospetto principale su di una piazza; Che dopo diligenti
ricerche si è finalmente trovata la località
adatta, che risponde al criterio della centralità,
della capacità e anche del decoro perché sorge
nella migliore piazza della Città storicamente importante,
esteticamente bella e rispondente a tali esigenze. Che S.E.
il Vescovo possessore dello stabile sito in piazza Giordano
Bruno, attualmente adibito a "Casa dei Preti " è
disposto a cedere il locale perché si possa adattarlo
e trasformarlo in guisa da farne una Casa Littoria ideale,
ma reclama un altro stabile per destinarlo allo stesso uso;
che in seguito a trattative svolte S.E il Vescovo accetterebbe
la permuta del locale con un altro di proprietà del
Comune attualmente adibito come succursale del Liceo Ginnasio
e per rendere possibile l'attuazione immediata della permuta
accetterebbe di consegnare subito il locale di sua proprietà
ottenendo il tempo necessario perché il Comune possa
consegnargli l'altro locale, dopo di aver provveduto ad allocare
le classi che attualmente occupano alcune aule del locale
stesso; che in queste condizioni si presenta al Comune l'opportunità
di dare il suo concorso per la costruenda Casa del Fascio,
una forma più concreta e consistente, nel senso che,
oltre alla somma già deliberata sia fatta alla Federazione
il dono dello stabile che dovrà trasformarsi in una
Casa Littoria della importanza e delle tradizioni della storica
Città di Nola; considerato a tal riguardo che il progetto
risponde al triplice concetto della opportunità, della
convenienza e della spiritualità, della opportunità
perché la Casa del Fascio per ubicazione e per bellezza
sarà una delle prime della Provincia e conferirà
maggior decoro alla piazza sulla quale sorgerà; della
convenienza perché non occorrono tutti quei lavori
di miglioramento edilizio, igienico ed estetico che sarebbero
occorsi nell'altra località, della spiritualità
perché consente al Comune di fare un dono al Partito
e conferisce alla Città l'orgoglio di provvedere una
Casa Littoria che per grandiosità gareggia con tutte
le altre finora costruite; Ritenuto per quanto riguarda più
specificamente la permuta dei locali che il Comune pur facendo
un dono che è ragione di legittimo orgoglio consegue
una grande utilità, perché acquista uno stabile
che ha il pregio della ubicazione al centro ed è in
ottimo stato di conservazione e lo cambia con un locale pressoché
inservibile, che però conviene agli acquirenti unicamente
perché essendo situato alla periferia
lontano
dai rumori si presta bene per l'uso religioso a cui dev'essere
destinato; Ritenuto d'altro canto che non tutto il locale
ma soltanto una parte di esso dev'essere trasformato ed utilizzato
per la Casa del Fascio, mentre il lato posteriore sarà
lasciato a disposizione del Comune
Con la progettata
permuta il Comune fa un buon affare, in quanto, pur dovendo
alla Federazione la parte del locale di cui si ha bisogno
per la costruzione della Casa del Fascio, migliora la sua
rendita e compie insieme un atto di doveroso omaggio; Accertato,
dunque, che condizioni morali, economiche e spirituali concorrono
a dare alla determinazione del Comune il carattere di utilità
resta da esaminare tale determinazione dal lato strettamente
amministrativo e giuridico; Ritenuto a tal riguardo che lo
stabile di cui si è convenuti l'acquisto in base a
perizia compilata dall'Ufficio Tecnico Comunale ha il valore
di 195mila di fronte al valore di 183.243,10 attribuito dalla
stessa perizia allo stabile di proprietà Comunale e
quindi la permuta pura e semplice
è a tutto
vantaggio del Comune
Ritenuto che essendo pienamente
garantita la provenienza, la proprietà e la libertà
del fabbricato nulla si oppone, anche da lato giuridico, che
si provvede alla prospettata permuta. Riconosciuta la convenienza
della permuta che consente l'acquisto di un fabbricato utilissimo
in cambio di un locale inservibile e che rende possibile e
sollecita l'attuazione del programma della Federazione che
si propone di dotare la Città di una Casa del Fascio
e che a parte il lato spirituale concorre a migliorare l'edilizia
cittadina; Riconosciuto che nulla si oppone nè dal
lato giuridico, nè dal lato economico all'attuazione
di tale programma, che anzi il Comune, come si è dimostrato
pur facendo dono alla Federazione di una parte del fabbricato
realizza vantaggi immensi rappresentati dall'utilizzazione
della parte del fabbricato che non sarà occupato dalle
organizzazione del Regime; Delibera: 1) Di autorizzare la
permuta del locale di proprietà del Comune denominato
Palazzo Piccolo Marchese della Schiava con l'altro locale
di proprietà di S.E. Egisto Domenico Melchiori, già
Vescovo di Nola, e che la permuta sia fatta senza alcun corrispettivo
né da una parte né d'altra, con l'assunzione
reciproca degli oneri che gravano sui fabbricati e che il
locale del Vescovo sia immediatamente occupato mentre quello
del Comune sarà consegnato fra tre anni; 2) Di donare
alla Federazione Provinciale Fascista la parte del fabbricato
dal lato della Piazza G. Bruno che occorre per la creazione
della Casa del Fascio con annessa Torre Littoria e ricordo
marmoreo dei precursori nolani, con che il locale sia destinato
a sede di tutte le organizzazioni del Regime; 3) Di assumere
a carico del Comune il canone di £. 720,00 da corrispondersi
alla Confraternita della Misericordia e gravante sulla parte
del fabbricato che resterà a disposizione del Comune;
4) Di limitare la donazione al solo fabbricato che si riceverà
in permuta e alla parte di essi che dovrà essere occupata
per la erigenda Casa del Fascio, rimanendo estraneo il Comune
all'acquisto di altri bassi, non compresi nel fabbricato che
eventualmente occorressero per lo sviluppo della costruzione;
5) Di provvedere
alla traslazione del monumento ai precursori
nolani con i criteri che saranno adottati col progetto della
Federazione Provinciale Fascista; 6) Di provvedere anche con
separati atti all'assunzione della spesa per l'affitto del
locale del Comune durante il triennio di proroga stabilito
per la consegna; 7) Di ripartire le spese occorrenti per il
contratto di permuta in parti uguali tra S.E. il Vescovo e
il Comune.".
Stabilito, pertanto, che la Casa Littoria sarà edificata
in Piazza Giordano Bruno, su una parte dell'area dove sorge
l'antico Convento dei PP. Minori Conventuali, si delibera
che vengano iniziati al più presto i lavori che devono
essere ultimati entro il mese di maggio del 1940, in occasione
della visita del Capo del Governo. La Federazione Fascista
fa richiesta al Comune che la erigenda fabbrica sia rispondente
a tutti i requisiti di bellezza estetica e di funzionalità:
"
con tutti gli accessori necessari, fra i quali
la palestra di ginnastica per la gioventù italiana
del Littorio; Riconosciuta pertanto la necessità e
l'opportunità di aderire alla richiesta della Federazione
per l'allargamento della zona occorrente per la costruzione,
non importa se da questa nuova concessione deriva la riduzione
dei locali che il Comune si proponeva di utilizzare
".
Di conseguenza, si modifica e completa la deliberazione del
10 dicembre 1938, specificando che la donazione debba intendersi
estesa non solo a tutto il cortile, ma anche a parte del corpo
di fabbrica esistente (e non pertinente al cortile), stabilendo
che la nuova linea di confine, sia quella determinata dalle
due camere, cucina e refettorio, attualmente prospicienti
sulla terrazza, e prolungata dall'antico Campanile della Chiesa
di S. Biagio fino al fabbricato Vincenti. Si provvederà,
pertanto, all'effettiva divisione delle due proprietà
mediante la creazione di un nuovo muro "
a tutto
spessore e a tutta altezza secondo la linea come sopra specificata,
da costruirsi a cura e a spesa della Federazione, restando
di proprietà del Comune tutta la parte posteriore al
nuovo muro divisorio a costruirsi tanto in pianterreno quanto
per l'altezza dei piani superiori
".
Vengono, pertanto, realizzati ingressi separati con un nuovo
cortile per disimpegnare gli spazi di pertinenza del Comune
da quelli della Federazione Provinciale Fascista. "
Considerato
che in seguito all'effettuato distacco del locale rimasto
al Comune, vari ambienti sono restati incompleti, mentre le
fabbriche degli altri ambienti, molto antiche e poco utilizzate,
hanno bisogno di restauri e di adattamenti
" , si
provvede mediante licitazione privata a realizzare gli opportuni
lavori di restauro su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale.
Nonostante i Regolamenti Edilizi impedissero di alterare edifici
di valore storico ed artistico, viene abbattuto il Convento
dei PP. Minori Conventuali, uno dei più pregevoli esempi
dell'architettura trecentesca, per far posto ad una struttura
moderna, rispondente per funzionalità ed estetica ai
canoni del razionalismo. D'altro canto la scelta del sito
rientra nell'ambito di una ben precisa pianificazione urbanistica,
tesa ad esaltare l'ideologia fascista. Infatti piazza Giordano
Bruno costituiva uno dei luoghi più belli della città,
per testimonianze storiche ed artistiche, oltre ad essere
sede del Distretto Militare (fig. p. 58)
L'incarico di realizzare il progetto e l'esecuzione dell'opera
viene affidato all'Ing. Francesco Saverio De Sena, il quale
procede all'abbattimento del suddetto Convento e allo scavo
delle fondamenta, che portano alla luce resti di una struttura
termale di età romana (fig. p. 58)
L'edificio presenta un impianto volumetrico quadrangolare,
svuotato nella parte centrale da una corte interna. La facciata
di forme essenziali, è definita da una rigorosa simmetria
e dall'alternanza di pieni e di vuoti. Al centro s'innalza
la Torre Littoria su base quadrangolare e leggermente avanzata,
rispetto ai due corpi di fabbrica laterali. Su di essa sono
collocati, l'altorilievo dei Precursori Nolani, l'Aquila Littoria
con la scritta: A. XVIII, ed in alto l'orologio. La facciata
un tempo, era rivestita da lastre di travertino, che sono
state rimosse in seguito ai recenti lavori di sistemazione
dell'edificio.
Al piano inferiore, un tempo, erano collocate la sala conferenze
e la palestra, nonché gli ambienti destinati, al G.I.L
(Gioventù Italiana Littoria) e al dopolavoro fascista.
Al piano superiore, invece, erano allocati gli uffici: del
Segretario del Fascio, dell'Ispettore Federale di zona, del
tesseramento e dell'Amministrazione, in corrispondenza del
balcone centrale vi era una saletta per le riunioni, mentre
un altro ambiente verso la chiesa di S. Francesco ospitava
il Nucleo Universitario Fascista (N.U.F.) con la sala scherma
e la sala biliardo.
La Casa Littoria viene inaugurata nel 1940 in occasione del
Convegno di cultura Fascista, tenutosi il 14 e 15 di settembre
di quell'anno.
Infatti da una deliberazione del 26 novembre 1940 si evince
che: "
si dovette provvedere d'urgenza alla sistemazione
di parte della pubblica piazza G. Bruno, e precisamente del
rampante d'ingresso alla nuova Casa Littoria, per l'occasione
del Congresso Culturale Fascista. Visto che i lavori vennero
affidati d'urgenza all'impresa Ruggiero Antonio fu Domenico
si delibera di approvare il conto finale dei lavori di che
trattasi per l'importo di £. 3.044, 45
".
Antonia Solpietro, Pio Natalizio
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I fatti del '43
L'Italia nel '43
"Qualsiasi scrupolo sentimentale
del soldato tedesco nei confronti delle bande badogliane recante
l'uniforme degli ex compagni d'arme è del tutto fuori
luogo. Chi tra costoro ha combattuto contro i soldati tedeschi,
ha perso ogni diritto ad essere rispettato e deve essere trattato
con la durezza che si addice alla canaglia che improvvisamente
ha rivolto le proprie armi contro il suo amico. Questo punto
di vista deve divenire rapidamente patrimonio comune delle
truppe tedesche".
Questo laconico e minaccioso comunicato fu emanato, poco dopo
l'annuncio dell'armistizio con gli alleati da parte del Governo
Badoglio, dal XIV Corpo Corazzato della Wehrmacht e fu in
pratica messo in atto immediatamente dalla divisione Hermann
Göring nella Piazza d'Armi di Nola. E' stato, l'Eccidio
di Nola, solo il primo atto di una strategia che causerà
tanti lutti e tante sofferenze in tutta Italia.
La resa dell'Italia Fascista, con la destituzione di Benito
Mussolini da parte del Gran Consiglio, era l'evidente risultato
di una situazione militare disastrosa e di uno stato d'animo
al colmo dell'esasperazione, poiché la guerra si stava
ormai svolgendo sul suolo italiano. I continui bombardamenti
alleati, la sensazione della maggioranza degli italiani che
ormai la guerra si era persa ed il desiderio di riprendere
al più presto una vita normale, fece sì che
la notizia del rovesciamento del fascismo fosse accolta con
manifestazioni di gioia in tutta Italia, ancor più
dello sbarco in Sicilia il 10 luglio della VII Armata U.S.A.
e della VII Britannica.
Purtroppo, con gli alleati in buona parte del sud Italia (il
9 settembre gli americani e i britannici sbarcarono a Salerno
ed a Brindisi), con i tedeschi che, prevedendo già
da tempo il cedimento italiano, continuavano ad infoltire
il numero degli effettivi in Italia, gli alti gradi dell'esercito
ed il Governo Badoglio commisero una serie infinita di errori,
tanto da far sbandare le truppe italiane, lasciandole senza
valide indicazioni su come comportarsi nei confronti dei tedeschi
e degli alleati. I comunicati diramati nelle giornate che
precedettero e susseguirono il fatidico annuncio dell'8 settembre
della capitolazione italiana, sono una conferma dell' approssimazione
e dell'incapacità direzionale degli alti comandi.
Già all'indomani della caduta del fascismo il generale
Roatta comunicava alle truppe italiane con una circolare di
aprire subito il fuoco contro manifestanti e facinorosi (che
festeggiavano la caduta del fascismo, sperando che la guerra
stesse sul punto di terminare) "anche con mortai e artiglierie
come se si procedesse contro truppe nemiche
Non è
ammesso il tiro in aria
Si fucilino sul posto gli istigatori
di disordini
".
Ancora più assurda ed indecifrabile la comunicazione
radiofonica di Badoglio dalla sede dell'EIAR (la radio di
stato) che indicava all'esercito di non deporre le armi, per
adoperarle contro "gli attacchi da qualsiasi altra provenienza".
Perché non dire esplicitamente di difendersi contro
i tedeschi? Perché non programmare un piano di difesa
che, vista l'enorme superiorità di mezzi e d'uomini
dell'esercito italiano, avrebbe sicuramente portato alla capitolazione
tedesca in Italia, forse risparmiando altre numerose sofferenze
e lutti causati dall'occupazione nazista? Indubbiamente non
era facile fare delle scelte in quelle indescrivibili e confuse
giornate, di certo però l'atteggiamento degli alti
comandi, militari e civili, è apparso quantomeno discutibile
ed approssimativo.
I tedeschi adottarono subito la politica del terrore, spesse
volte razziando e seminando morte, spinti dalle difficoltà
della lotta, quasi disperata, contro gli alleati e dall'odio
verso gli italiani traditori. La popolazione civile diventava
così protagonista, prima attraverso atti isolati o
bande improvvisate, poi con la lunga serie di gruppi partigiani,
fino alla costituzione del C.L.N. (Comitato di Liberazione
Nazionale), di pagine divenute memorabili di lotta e di sacrificio
per restituire l'Italia agli italiani. Le forze tedesche opposero
una strenua resistenza, infatti, i comandi della Wehrmacht
ordinarono deportazioni e stragi, e divisero i soldati italiani
in tre gruppi: il primo composto da coloro che erano rimasti
fedeli all'alleato germanico; il secondo da coloro che non
intendevano partecipare più al conflitto; il terzo
da chi opponeva resistenza e combatteva contro i tedeschi.
Per quest'ultimo gruppo gli ordini erano di fucilare gli ufficiali
e di deportare i soldati sul fronte orientale per essere sfruttati
come manodopera. Questo è stato probabilmente l'ordine
che ha causato la strage di Nola e le altre simili avvenute
in tutta Italia.
La fine del 1942 e tutto il 1943 segnarono in pratica l'epilogo
della guerra a favore degli alleati, che sbaragliarono le
truppe dell'Asse in Africa con la capitolazione del 15 maggio
1943. Il passo dall'Africa all'Italia fu breve con lo sbarco
in Sicilia, in luglio e quello a Salerno il 9 settembre. Con
l'Italia divisa in due iniziò una lunga e cruenta guerra
civile che vide opposti gli italiani fra loro, al fianco degli
alleati da una parte e dei tedeschi dall'altra. La guerra
entra così materialmente nelle case degli italiani,
non solo con i frequenti e disastrosi bombardamenti, ma anche
con le razzie e le deportazioni tedesche, la fame, le consuete
malattie e le difficoltà di chi viveva praticamente
al fronte. La resistenza iniziò quindi prima con l'ostilità
al nazifascismo, per un conflitto che molti avevano voluto,
ma che nel '43 tutti maledicevano, per poi proseguire con
veri atti di guerra fino alla liberazione. Probabilmente,
con maggiore accortezza, con la predisposizione del piano
"Memoria 44 O.P." e la sua attuazione (il piano
doveva prevedere proprio le misure da adottare in caso d'armistizio
al fine di arginare la stessa reazione delle truppe tedesche),
si sarebbero potuti forse accorciare i tempi della guerra
e far patire minori sofferenze al popolo italiano. Al contrario
i tedeschi già dall'inizio di luglio avevano predisposto
il piano "Asse", che prevedeva l'occupazione dei
principali punti strategici dell'Italia in caso di cedimento
delle truppe di Mussolini, anche se, ancora alla vigilia del
colpo di mano del Gran Consiglio, Hitler non riteneva possibile
una caduta del fascismo.
La linea Gustav, la Linea Hitler e la linea gotica divisero
l'Italia in due facendo pagare alle popolazioni civili un
pesante tributo di sangue, rimarranno, infatti, nella memoria
le distruzioni di Cassino, Marzabotto, S. Anna di Versilia
e Boves, solo per citare alcune.
La Seconda Guerra mondiale alla fine ha presentato un conto
spaventoso con circa cinquantacinque milioni di morti (il
50% civili), quasi due milioni d'attacchi aerei, cinque -
sei milioni d'ebrei morti, quasi trenta milioni di civili
uccisi nei campi di concentramento, fra cui Russi (7 milioni),
Cinesi (5,4 milioni), Polacchi (4,2 milioni) e Tedeschi (3,8
milioni). Tutto ciò deve far molto riflettere. La storia
insegna che oggi, a più di cinquant'anni di distanza
da quelle terribili giornate, si deve lottare strenuamente
per costruire un mondo dove le armi, le guerre, gli odi di
classe e di razza siano messi da parte e conosciuto solo attraverso
i libri di storia affinché non siano più ripetuti.
Bisogna che la cultura della non-violenza finalmente trionfi,
insieme al progresso scientifico e tecnologico vero, al servizio
di tutti gli uomini e non solo di pochi.
Angelo Amato de Serpis
Bibliografia e Fonti
AA. VV. La Resistenza Italiana - Mondadori - Verona 1975
E. Biagi. La Seconda Guerra Mondiale - Fabbri - Milano 1980
M. Rendina. Italia 1943/45 - Newton - Roma 1995
R. Battaglia. Storia della Resistenza Italiana - Einaudi -
Torino 1953
M. Bendiscioli. Antifascismo e Resistenza - Studium - Roma
1964
H.F - La Wehrmack in Italia - ed. Riuniti - 1997.
German Foreign Ministry Archives - Stanford California
Bundesarchiv Koblenz - Germania
Bundesarchiv Friburg - Germania
Istituto Campano per la Storia della Resistenza
Lo specchio
dei tempi
Quelle giornate del settembre del 1943
sono state per noi nolani tristissime. Ebbene, dopo tanti
anni, la tristezza ci prende ancora, perché, se andiamo
in Piazza d'Armi, vediamo il "48" (la caserma dell'ex
deposito d'artiglieria del 48° Reggimento) ancora sfregiato,
ma non distrutto: anche le mine tedesche non riuscirono a
distruggerlo.
Purtroppo però, ciò che ha distrutto la nostra
caserma, è stata l'incuria di tutti: che cosa abbiamo
fatto in 54 anni per ricostruirla? E' una bocca aperta che
grida aiuto o che ci rinfaccia l'incuria. Nell' angiporto
della Casa del Mutilato (il sacrario di guerra fondato da
Raffaele Cantalupo) c'è un cannone, credo che sia un
75-81 della I Guerra Mondiale, ed alcuni altri pezzi che venivano
trascinati per le vie di Nola dai cavalli dell' artiglieria
sferragliando, e non si sa se abbiano mai sparato o colpito
qualcuno. Nola era sede di un distretto militare, e noi nolani
eravamo orgogliosi di affermare che la competenza del nostro
distretto arrivava fino alla penisola sorrentina ed a Capri.
Il comandante del distretto di Nola era il Colonnello Amedeo
Ruberto, mentre il comandante di un altro distaccamento di
artiglieria era il Colonnello De Pasqua, due dei dieci ufficiali
che furono uccisi quella mattina di settembre. In quell'anno,
a maggio, in Piazza d'Armi si tenevano saggi ginnici e non
si fecero esami.
Andavamo a scuola con qualche libro sotto il braccio e qualche
quaderno, portavamo il pezzo di ferro (si diceva) "per
la patria" e speravamo che non avvenissero bombardamenti,
perché, quando vi erano bombardamenti alleati, di notte
vagavamo per le campagne di Nola, però la mattina andavamo
lo stesso a scuola. Il giornale costava meno di una terza
parte di una lira, le radio erano rarissime e monumentali
e servivano per ascoltare il bollettino di guerra. Avevamo,
nella nostra cerchia di amici, un alunno, figlio di un ufficiale
che scampò per miracolo all'eccidio del '43, che mandavamo
in caserma per comprare le sigarette della truppa, sigarette
che costavano, un pacchetto da dieci, mezza lira, però
se si tenevano per più di una giornata in tasca, si
scomponevano in fattori primi: da una parte le cartine e dall'altra
parte il tabacco, tanta era la grossolanità del trinciato.
Questa era l'epoca, poi dopo abbiamo imparato a fumare le
americane con filtro, a parlare un po' l'inglese, però
siamo stati deliziosamente mortificati da Renato Carosone
con "Tu vuò fa l'americano".
Aristide la Rocca
L'Eccidio
di Nola: i fatti
Nola nel 1943 poteva disporre, oltre
al Distretto Militare nella Reggia Orsini, anche di truppe
a riposo del 12° Reggimento di Artiglieria che erano ospitate
nella palazzina di Campostella. A Casamarciano inoltre vi
era un comando del 19° Corpo d'Armata, da cui dipendevano
sia il 48° che il 12° Reggimento. E' importante ricordare
che il 9 settembre gli Alleati sbarcarono con gran difficoltà
a Salerno e l'armata Kesselring richiamò le forze tedesche
disponibili, perché confluissero verso Salerno; alcuni
autoblindi della grande armata Hermann Goring passarono per
Nola per difendere le posizioni in direzione di Salerno. Le
truppe alleate trovarono molta difficoltà nello spostamento,
infatti, i 54 chilometri di distanza tra Salerno e Napoli
verranno compiuti in 22 giorni, ciò significa che la
resistenza tedesca fu massiccia nella zona. Il 10 settembre,
in Via Principessa Margherita a Nola, transitò una
motocarrozzetta tedesca (secondo una relazione del 6 ottobre
del 1943 redatta dal Tenente Comandante della Compagnia di
Nola dei Carabinieri Giuseppe Pecorari, quindi a pochi giorni
dall' accadimento dei fatti), i soldati del Führer cercarono
di disarmare alcuni soldati italiani ed uno di loro si rifiutò.
I tedeschi cominciarono a sparare, i soldati italiani reagirono
e reagirono sicuramente anche dei civili perché, dalle
15 alle 18 (tutto accadde in quest'arco di tempo) la reazione
fu furibonda e caddero al suolo un tedesco ed un civile, tal
Giuseppe De Luca, mentre l'altro tedesco venne catturato e
portato in caserma. A questo punto furono inviati, verso i
tedeschi posti nei pressi della stazione ferroviaria Nola-Baiano,
un gruppo di soldati, tra cui Aldo Carelli, che conosceva
il tedesco. Il Carelli mostrava il fazzoletto bianco, erano
quindi disarmati i sei italiani quando, giunti nei pressi
dei tedeschi, una sventagliata di mitra uccise il povero Carelli
che stramazzò al suolo, mentre un altro soldato italiano
ferito venne portato in ospedale. Contemporaneamente, nei
pressi del Ponte di Ciccione, alcuni civili, tra cui Umberto
Mercogliano, Maretti e Giuseppe Napolitano, fecero fuoco su
alcuni automezzi che transitavano con truppe tedesche. La
mattina dell'11, alle 11.30 circa, alcuni carri armati tedeschi
giunsero nella piazza antistante la Caserma, i tedeschi disarmarono
i soldati, li posero in fila ed un ufficiale tedesco, rivolgendosi
al gruppo disarmato, impose che 10 ufficiali abbandonassero
la fila nella quale erano stati schierati e si mettessero
da parte rispetto al resto della truppa. Tra questi vi era
anche il Tenente Enrico Forzati che, secondo una versione
non da tutti accolta, si offrì al posto di un altro
ufficiale pari grado. Carbone, che scrive una relazione il
23 ottobre, quindi dopo quella del comandante Pecorari, afferma
che il Forzati non sapeva di dover andare al massacro, e quindi,
la Medaglia d'Oro riconosciutagli, gli era stata attribuita
per un gesto estremo non voluto. Comunque i dieci soldati
italiani massacrati furono: Amedeo Ruberto, Michele De Pasqua,
Roberto Berninzoni, Mario De Emanuele, Enrico Forzati, Alberto
Pesce, Gino Iacovoni, Luigi Sidoli, Pietro Nizzi, Consolato
Benedetto. Il maggiore De Gennaro, che era stato inviato da
Casamarciano alla Caserma Principe Amedeo, venne risparmiato
perché l'ufficiale tedesco si accorse che aveva il
distintivo della croce di ferro tedesca, per fatti d'arme
accaduti in Africa settentrionale. Il De Gennaro venne salvato
e tutti gli altri ufficiali vennero portati nel campo di concentramento
di Frasso Telesino in provincia di Benevento. Circa dieci
giorni dopo, Gaetano e Raffaele Santaniello e Antonio Mercogliano
tagliarono i fili telefonici dei tedeschi della stazione ferroviaria
statale, i soldati di Hitler li scoprirono ed uccisero Gaetano
Santaniello. Il 1 ottobre emerse la figura del sacerdote Angelo
D'Alessio che insegnava nel Liceo Carducci di Nola il quale,
ricorda il Pecorari, fece aprire la caserma dei carabinieri
e distribuì i moschetti per i gruppi che si andarono
a collocare in Via Madonna delle Grazie ed in via Montetto
delle Croci, per contrastare i tedeschi che, questa volta,
stavano scappando via. E' importante che di questi eventi
si continui ancora a parlare, perché i giovani non
dimentichino atti così crudeli per il bene della comunità
e delle generazioni future.
Giovanni Russo
Fine
della secolare presenza dei militari a Nola
L' 11 settembre del '43 cessò,
in maniera tragica e definitiva, la presenza dei militari
a Nola. In quel giorno, i tedeschi disarmarono le casermette
di Campo Stella, il Distretto militare e la caserma Principe
Amedeo, davanti alle cui mura vennero trucidati 10 ufficiali
italiani.
Da allora, Nola non è stata più sede di distaccamenti
militari. La caserma Principe Amedeo, rimasta abbandonata
per oltre mezzo secolo, continua ad essere un monumento alla
grettezza dell'Amministrazione statale e alla insipienza dei
dirigenti locali, che finora non sono stati capaci di trovare
una qualsiasi soluzione per il suo completo restauro e la
sua destinazione a usi civili.
La presenza dei militari a Nola, risalente alla fine del 700,
ha costituito una forte spinta per il suo progresso civile
e per la sua modernizzazione, specie quando è stata
sede di unità di cavalleria, i cui ufficiali erano
quasi tutti di nobile discendenza.
Gli amministratori di Nola si sono sempre adoperati per rendere
per rendere il più piacevole possibile il soggiorno
alle loro famiglie e di accogliere degnamente le Autorità
civili e militari frequentemente presenti per manifestazioni
militari.
Nelle sale del circolo Giordano Bruno spesso si tenevano,
in onore, serate da ballo e ricevimenti. Nella Villa comunale,
di domenica e nei giorni di festa, suonava il concerto bandistico
comunale.
I militari hanno portato a Nola idee moderne in tutti i campi
e uno stile di vita improntato all'ordine, alla civiltà
e al gusto personale, diventato patrimonio anche di molti
nolani.
Il calcio, il tennis e la pallacanestro, grazie alla presenza
tra i militari di atleti e di appassionati di sport, si sono
diffusi a Nola ancor prima che in diverse grandi città
italiane. Già dagli anni 30, per l'iniziativa del circolo
ufficiali, erano sorti, davanti al maneggio, ben due campi
da tennis. Anche durante gli anni del Fascismo le autorità
civili e i militari collaborarono attivamente per rendere
sempre più accogliente la città.
La partecipazione spontanea dei civili accanto ai militari,
il 10 settembre del '43, ai combattimenti contro i tedeschi
è la prova di quanto fosse solido e sentito il legame
tra la città e la Caserma.
L'episodio va ricordato anche come il primo atto di reazione
all'aggressione tedesca contro le nostre Forze Armate, appena
dopo l'Armistizio con gli Angloamericani.
All'ora in cui si verifico, il Comandante del Reggimento e
quasi tutti gli ufficiali superiori non erano in caserma.
Non vennero dati ordini, ma, al tentativo dei tedeschi di
disarmare alcuni ufficiali in Piazza D'Armi, fu data una risposta
immediata e forte, tanto che l'autoblindo dalla quale erano
discesi, fu costretta a ritirarsi.
A Nola, nonostante gli equivoci e le reticenze del comunicato
di Badoglio, dell'8 settembre, la gente aveva subito capito
che gli ex alleati tedeschi erano diventati nemici da combattere
e ricacciare fuori dai nostri confini.
Oltre ai 10 inermi ufficiali trucidati, al tenente Carrelli
e al civile Vincenzo De Luca, caduti durante lo scontro a
fuoco, del giorno precedente, ci furono, nelle settimane successive,
altri morti e dispersi fra i civili. I loro nomi vanno scritti
tra i primi nel lunghissimo elenco dei caduti della Resistenza
italiana.
Finora questi avvenimenti sono rimasti nella penombra della
storia cittadina, quasi che, per la loro tragicità,
nell'animo dei nolani ci sia stata l'inconscio desiderio di
dimenticarli.
L'Eccidio di Nola è stato ufficialmente rievocato,
per la prima volta, nel 1971, dal sindaco di allora Alfonso
Ambrosino, davanti alla caserma Principe Amedeo.
Nel manifesto del Comune si leggeva anche questo bellissimo
passaggio: "Divennero giganteschi nel coraggio alcuni
cittadini di Nola che affrontarono con mezzi inadeguati l'impari
lotta insieme con pochi militari della caserma del 48°,
carabinieri e finanzieri, nelle epiche giornate del 10 settembre
e 1-2 ottobre 1943, e pagarono il tragico tributo di tre giovani
vite cadute per la libertà".
Da allora è in atto un difficile processo di ricostruzione
dello svolgimento dei fatti e d'approfondimento del loro significato
storico.
Non mancano sull'argomento opuscoli, relazioni, testimonianze
personali e indirette riportate in vari scritti. Al quadro
ancora impreciso e frammentato degli avvenimenti di quel periodo,
aggiungo il modesto contributo dei ricordi personali, alcune
considerazioni e qualche nuova testimonianza.
A chi volesse svolgere ulteriori ricerche sul tema vanno segnalati:
- "L'Eccidio di Nola" del Generale Pietro Manzi,
- "Le tragiche Vicende di Nola del 10-11 Settembre 1943"
del Colonnello Achille Carbone, - "L'Eccidio di Nola"
di Giovanni Fiumara, e "L'Eccidio di Nola del '43 "
curato da Angelo Amato de Serpis e Pio Natalizio, con gli
atti del convegno promosso dai Verdi di Nola, nell'ambito
del progetto "Apriti Sesamo" del 1997.
La
scheda dei fatti
10 SETTEMBRE 1943
Ore 15.00 circa: transita per Piazza Marconi una colonna motorizzata
tedesca.
In Piazza D'Armi: soldati tedeschi, discesi da un'autoblindo,
tentano di disarmare tre Ufficiali italiani. Si scatena un
conflitto a fuoco, tra tedeschi e civili e militari italiani.
Ore 15.15-15.20: Pausa del combattimento.
Ore 16.00 circa: Riprende il conflitto, nei pressi della Villa
Del Piano, tra autoblinde tedesche, civili e militari italiani
dalla cavallerizza "Capitano Caprilli". Un motociclista
tedesco rimane ferito mortalmente. Viene fatto fuoco su una
pattuglia italiana con bandiera bianca: cade il Tenente Odoardo
Carrelli. Viene colpito a morte il giovane Vincenzo De Luca.
Ore 18.00-18,30 circa: cessa il combattimento.
11 SETTEMBRE 1943
Ore 10.30 circa: I tedeschi disarmano la caserma di Campo
Stella: viene prelevato il Comandante delle truppe al Deposito
del 12° Artiglieria, Col. Cattaneo.
Ore 11.00-12.00 circa: Un'auto tedesca con a bordo anche il
Col. Cattaneo entra nella Caserma Principe Amedeo, seguita
da due carri armati. Altri mezzi corazzati circondano l'edificio.
Giunge a bordo di un'auto mimetizzata il Col Ruberto, insieme
al Maggiore De Gennaro e al Maresciallo Buonomo, provenienti
dal Distretto, anch'esso già disarmato dai Tedeschi.
Soldati e Ufficiali vengono fatti uscire in Piazza D'Armi.
Gli Ufficiali, Cap. Roberto Berilnzone, Cap. Luigi Sidoli,
Cap. Mario De Manuele, Ten. Pietro Nizzi, Ten. Benedetto Consolato,
Ten. Alberto Pesce, Ten. Enrico Forzati, S.T. Gino Iacovone
vengono trucidati insieme al Col. Michele De Pasqua e al Col.
Amedeo Ruberto La truppa viene dispersa. Gli Ufficiali superstiti
sono condotti nel campo di concentramento in località
Fasso-Dugenta.
FINE SETTEMBRE - 1 / 2 OTTOBRE 1943
Si formano gruppi armati di civili. Nelle azioni contro i
tedeschi cadono Antonio Mercogliano, Gaetano Santaniello,
Giovanni Franzese di Antonio e Giuseppe Napolitano. In Piazza
Marconi, il gruppo capeggiato dal prete D'Alessio e da Fiumara
attacca la retroguardia tedesca dal palazzo dell' Aversano.
Arrivo degli Alleati in Piazza Duomo.
I giorni
del terrore e del coraggio
(10-11 Settembre; 1 - 2 Ottobre del '43)
Che cosa accadde esattamente a Nola,
tra settembre e ottobre del 1943?
Secondo il rapporto del sottotenente dei CC. Pecoraro, al
quale ha fatto riferimento anche Enzo Biagi, nella Storia
della IIª Guerra Mondiale, sarebbero insorti contro i
tedeschi 71 civili di cui 24 operai, 20 studenti e 27, tra
commercianti, impiegati, carabinieri e professionisti. I capi
riconosciuti sarebbero stati, oltre al Pecoraro, il prete
don Angelo D'Alessio e il popolano Umberto Mercogliano.
Il documento però riguarda, in particolare, il periodo
durante il quale si costituì spontaneamente un nucleo
di partigiani, che scontro con i tedeschi nel centro di Nola
e nella località Ponte di Ciccione.
Contestando il mio articolo su "Il Mattino" del
6 settembre 1970, edizione della Provincia, dal titolo "
Sarà degnamente celebrato a Nola il 27° anniversario
dell'Eccidio", il Colonnello Achille Carbone, che, al
tempo dei fatti, era relatore e comandate del Deposito 48°
Reggimento di Artiglieria, escluse qualsiasi apporto dei civili
allo scontro a fuoco con i tedeschi, avvenuto il 10 settembre
del '43.
Il Carbone mi fece pervenire, il 16 dello stesso mese, anche
un suo lungo dattiloscritto sugli avvenimenti, nel quale,
fra l'altro, si sosteneva, con velata ironia: "Come mai
gli ardimentosi civili, armati, riunitisi in Piazza Marconi
di fronte alla trattoria dell'Aversana, non credettero riversarsi
nel campo ostacoli "Capitano Caprilli" per dar man
forte agli artiglieri combattenti? Preferirono piuttosto aspettare
al varco il tedesco invasore o che questo fosse andato loro
incontro? O Stimarono prudentemente, almeno per il momento,
tenersi abbastanza lontano dalla danza delle pallottole per
irrompere a tempo opportuno nella zona del conflitto? Durante
il combattimento, né da me, né dal collega Pacia,
furono scorti civili, sia pure sparsi tra le fila degli artiglieri,
per mimetizzarsi. Ma poniamo il caso che il tedesco avesse
avvertito la presenza dei civili a lato dei militari o confusi
tra questi, stia certo, egregio avvocato, che molte abitazioni
di Nola sarebbero state messe a soqquadro con prelievo di
ostaggi da destinare al massacro in aggiunta agli ufficiali
trucidati l'11 settembre 1943".
In un'altra lettera di precisazione, relativa ad un mio precedente
articolo su "Il Mattino" il Colonnello Carbone aveva
già categoricamente affermato: "Non furono i partigiani,
egregio avvocato, a scontrarsi con la colonna corazzata germanica"
aggiungendo che, "Allo scontro avvenuto nelle ore del
pomeriggio del 10 settembre 1943 nella zona della Cavallerizza,
nessuno, dico, nessun civile vi partecipò. Questa la
realtà inoppugnabile. Di fatti reali accaduti è
fatta la Storia. Essa non accetta di registrare argomenti
ed episodi alterati, in netta contraddizione con la vera portata
di essa". Ma non fu così!
Il Carbone che, nella lettera, si autodefiniva "testimone
oculare" di quegli avvenimenti e garantiva l'autenticità
del suo racconto, si riferiva sicuramente alla seconda fase
dello scontro, quella svoltasi nella zona della cavallerizza.
Lo scontro, infatti, ebbe inizio e si svolse nella zona di
Piazza D'Armi, adiacente a Piazza Marconi senza che il Carbone
vi assistesse o vi partecipasse.
Fiumara, infatti, racconta e lo scrisse anche nella lettera
inviata il 23 luglio del 73, al Carbone e, per conoscenza,
anche al Generale Manzi, che quel pomeriggio, mentre infuriava
la sparatoria, nella zona di Piazza Marconi, il Carbone si
era rifugiato sotto il portone del marmista Vellella, in via
Morelli e Silvati. Da quel luogo egli, effettivamente, non
avrebbe potuto vedere ciò che stava accadendo nella
vicina Piazza Marconi né in Piazza D'Armi, ma udire
soltanto gli spari. Egli infatti apprese l'accaduto da alcuni
soldati di guardia al varco d'accesso a Piazza D'Armi.
Il giorno seguente, com'è noto, la caserma Principe
Amedeo fu disarmata dai tedeschi; la truppa fu dispersa; gli
archivi saccheggiati e gli ufficiali, sopravvissuti ai dieci
colleghi trucidati furono condotti, a bordo di un camion,
in una piccola località della provincia di Benevento.
Mancò il tempo materiale per un rapporto dettagliato
sullo svolgimento dei fatti, da parte dell'Autorità
militare e, pertanto, sono ancora molte le imprecisioni, le
lacune nella ricostruzione della vicenda. Finora, infatti,
non si è ancora accertato chi sparò e ferì
a morte il tedesco a bordo della moto, nella zona dei combattimenti,
né il punto in cui fu colpito, se in via Roma, in Piazza
D'Armi o in via Abate Minichini, né il percorso compiuto.
Tra le versioni circolate su questa circostanza vi è
anche quella che si trattava di un portaordini che avrebbe
erroneamente imboccato via Abate Minichini, dove poi sarebbe
stato investito dal fuoco di una mitragliatrice. Né
è da escludere che sia stato colpito da proiettili
vaganti.
Fiumara lo avrebbe avuto nella mira del suo fucile, dal portone
dell'Aversano, ma afferma soltanto di non essere riuscito
a sparargli per l'eccessiva mobilità del bersaglio.
Nessuno poi ha mai rivendicato quell'uccisione, né
i civili né i militari, quasi a voler esorcizzare la
responsabilità morale della rappresaglia che ne seguì
il giorno successivo.
Carbone poi si trovava all'ingresso principale della caserma,
quando alcuni soldati vi condussero l'altro tedesco a bordo
della moto, rimasto leggermente ferito e catturato, ma nulla
riferisce su dove venne ferito, né sulle modalità
del fatto.
Come mai? Eppure gli artiglieri che lo catturarono qualcosa
pur dovettero riferire.
Né si è mai saputo ciò che il prigioniero
tedesco rispose agli Ufficiali che lo interrogarono alla presenza
del Colonnello De Pasqua, nella saletta a destra dell'ingresso.
Per quanto riguarda il coinvolgimento dei civili, Fiumara,
nel suo "L'Eccidio di Nola" pubblicato nel 1980,
indica come partecipanti un gruppo piuttosto esiguo di persone.
E probabilmente così fu, sia perché il conflitto
rimase circoscritto alla zona di Piazza D'Armi - Via Roma,
sia perché, considerata la severità delle leggi,
solo pochissimi civili avrebbero osato detenere un'arma da
fuoco, e sia, infine, perché lo scontro fu talmente
violento e improvviso che la gente badò soprattutto
a chiudersi dentro le case.
Lo stesso Fiumara afferma di aver usato vecchio un moschetto
da collezione, appartenuto a suo nonno, garibaldino. Ma su
questa circostanza, se riferita alla sparatoria del 10 settembre,
credo che abbia introdotto un'innocente variante. Ho motivo
di ritenere che quando venne aperto il fuoco, lui si trovasse
dal suo barbiere Enricuccio Trinchese, nei pressi di Piazza
Marconi e che avesse con sé un fucile da caccia.
Persona stimata e benvoluta per l'onestà personale,
la competenza nel suo lavoro di vicesegretario comunale e
la generosità d'animo, il rag. Giovanni Fiumara rimane,
nonostante alcune imprecisioni, la fonte più attendibile
e disinteressata della cronistoria dei fatti.
Quel pomeriggio del 10 settembre 1943, egli, riparato e accovacciato
all'angolo del muretto di cinta del giardino Palma, in Piazza
Marconi, sparò ripetutamente in direzione di Piazza
D'Armi, da dove proveniva un intenso crepitio di spari.
In Piazza Marconi il sibilo delle pallottole era terrificate.
Il canale di ferro vicino al salone del barbiere Giovanni
Guida, veniva frequentemente colpito, ad altezza d'uomo.
La signora Palma, mia madre, gridando come forsennata da dietro
la persiana della finestra che dava sul giardino, scongiurava
Giovanni Fiumara a riparare nel nostro studio fotografico.
Fiumara rasentando il muricciolo del giardino si spostò
verso il palazzo dell'Aversano.
Il fuoco si protraeva da un bel po' di tempo quando qualcuno,
da Via Morelli e Silvati, allora via Piazza D'Armi, cominciò
a gridare fortissimo: "Per ordine del colonnello comandante
De Pasqua, cessate il fuoco". "A tutti i militari
e i civili, cessate il fuoco per ordine del Colonnello De
Pasqua". A gridare il cessate il fuoco era il caporale
Giovanni Pigna, ma, è da ritenere, per ordine del Carbone
che si trovava nel portone del laboratorio, Vellella, e voleva
rientrare in caserma. Il messaggio fu ripetuto più
volte in vari punti di Piazza Marconi e, dopo alcuni minuti,
gli spari cessarono. Le porte dei negozi riaprirono a metà
e alcune persone attraversarono in tutta fretta la piazza.
Transitò anche un'auto con a bordo il Col. De Pasqua
che abitava a San Paolo Belsito. Un sottotenente e due soldati
armati di fucile, nascostisi dietro la capanna del glicine
del nostro giardino interno, tornarono in strada, dirigendosi
verso la caserma.
Poco prima degli spari, una colonna tedesca, formata da sei,
sette automezzi blindati, con qualche carro armato, era transitata
per Piazza Marconi, lungo il lato del giardino De Simone,
inboccando via Principessa Margherita.
Tutto ciò l'ho visto e l'ho udito personalmente, quel
pomeriggio, e lo ricordo come fosse ieri. Così come
ricordo che poco prima del combattimento il finanziere Santoro,
uno dei primi partecipanti allo scontro, aveva attraversato
Piazza Marconi, in abiti civili, con un fucile da caccia in
spalla. L'appuntato Santoro, che fra l'altro conoscevo bene,
perché abitava all'ultimo piano del palazzo Vanorio,
in confine con la terrazza di casa mia, si recava spesso a
caccia nella vicinissima campagna.
Il fuoco inizialmente sviluppatosi fu di tale intensità
che l'autoblinda tedesca fu costretta a ritirarsi in direzione
del passaggio a livello della Vesuviana, in via Roma.
Oltre alla mitragliatrice piazzata, fin dai primi di agosto,
in Via Abate Minichini e a quella nella cavallerizza, dovette
sicuramente far fuoco anche il drappello di guardia all'ingresso
di Piazza D'Armi, composto da artiglieri e carabinieri, fra
i quali, c'era l'appuntato Rizzello. Nei pressi della villa
Del Piano erano ferme o sopraggiunsero altre autoblindo tedesche
e, dopo una breve pausa, la sparatoria riprese ancora più
violenta.
I nostri artiglieri rispondevano al fuoco dalla cavallerizza
"Capitano Caprilli", da una mitragliatrice anch'essa
fatta installare, da diversi giorni prima, evidentemente per
motivi di sicurezza.
Il bilancio del nuovo scontro fu di tre morti: il civile Vincenzo
De Luca, il motociclista tedesco e il tenente Odoardo Carrelli,
falciato da una raffica di mitra, mentre alla testa di una
pattuglia con bandiera bianca, si recava, per disposizione
del colonnello De Pasqua, a parlamentare con i tedeschi. I
due militari che l'accompagnavano, un sergente e un soldato
rimasero leggermente feriti e le loro generalità non
si sono mai conosciute.
Ecco invece il racconto del Carbone sulla prima fase dello
scontro: "Giunto verso le ore 15.15 nei pressi della
trattoria detta dell'Aversano, sita in Piazza Marconi, diretto
in caserma, appresi da alcuni carabinieri e artiglieri di
guardia all'imbocco d'accesso alla Piazza D'Armi l'aggressione
di cui sopra ai tre ufficiali. I predetti militari m'informarono
pure che essendo partiti alcuni colpi d'arma da fuoco da parte
dei tedeschi contro i detti ufficiali, questi avevano reagito
unitamente alla truppa".
Nella lettera recapitata al mio ufficio di corrispondenza,
il 23 luglio del '73, Giovanni Fiumara, nell'inviarmi in visione
il manoscritto del suo opuscolo su quei fatti, scriveva fra
l'altro: "
il Colonnello Carbone ha atteso che fossero
morti i suoi colleghi militari per inondare la nostra povera
città di bugie. Gli ho scritto che se vuole veramente
bene alla Patria dovrebbe rinunziare alla qualifica di combattente
che si è fatto attribuire per i fatti di Nola. Non
sparò un sol colpo. Non si espose per nulla.
".
Il Fiumara ha sempre sostenuto che il Col. Carbone ebbe un
ruolo molto marginale nella vicenda, senza tuttavia partecipare
all'azione.
D'altra parte, il volume del fuoco, appena dopo la provocazione
tedesca fu di una tale intensità da non poter consistere
assolutamente nella sola reazione spontanea del carabiniere
Rizzello, del finanziere Santoro, del milite fascista Raiola
e dello stesso Fiumara. Nei paraggi di Piazza Immacolata furono,
infatti, notati dal Fiumara stesso diversi altri animosi civili:
Delle Femmine, Umberto Tomaselli, Vincenzo De Beo e Adelchi
Del Cappellano, persone che qualche settimana dopo si ritrovarono
in un gruppo combattente che si scontrò più
volte con i tedeschi, e inoltre il giovane legatore Felice
Cassese, militare in permesso, Pasquale Russo detto "sciuscella"
e Luigi Corcione. Questi ultimi avrebbero caricato su di un
carrettino a mano il tenente Carrelli, morente.E ciò
nonostante il rischio di un improvviso riaccendersi dello
scontro. Ricordo però di aver intravisto, adagiato
su di un carrettino a mano, proveniente all'angolo di via
Principe di Napoli, non un militare. ma un civile, sicuramente
il De Luca, che perdeva sangue. Luigi Corcione, noto commerciante
nolano, da me interpellato, non ricordava l'episodio del carrettino.
Il Tenente Carrelli, offertosi volontario, per andare a parlamentare
con gli aggressori, fu falciato dai tedeschi perché,
nonostante la bandiera bianca, gli uomini che l'accompagnavano
erano armati.
Quella che ritenni e considero la motivazione di fondo e il
valore della partecipazione dei civili, le evidenziai nella
lettera inviata al Colonnello Carbone, il 18 aprile 1971:
"Illustre Colonnello, io apprezzo quanto lei fa per difendere
e mettere in luce l'operato dei soldati di Nola in quelle
circostanze. Io, però, ritengo altrettanto doveroso
e preminente sottolineare il contributo di lotta e di coraggio,
dato nella stessa circostanza, da un pugno di ardimentosi
cittadini di Nola. E non tanto per la consistenza e l'intensità
della partecipazione ai fatti d'arme, quanto per il valore
d'esempio e di testimonianza che quella partecipazione significò.
Anche a Nola, il Fascismo non era riuscito a piegare tutti
i cittadini alle sue idee. Qui, come in molti altri comuni
grandi e piccoli d'Italia, era sopravvissuta la parte libera
e coraggiosa dell'anima della città, che ne salvò
la dignità non appena si presentò l'occasione.
Di fronte allo sfaldamento del nostro esercito e alla fuga
dei suoi capi, i pochi civili antifascisti nolani, che presero
le armi contro i tedeschi, seppero istintivamente scegliere
la via dell'onore della nostra città e della nostra
Patria. Questo, secondo me, è l'aspetto più
esaltante della vicenda"
Tra quei cittadini presenti in Piazza Immacolata e in via
Roma durante il combattimento c'erano, infatti, diversi antifascisti.
Umberto Tomaselli era stato nel mirino della polizia fascista
e aveva subito diverse perquisizioni domiciliari perché,
insieme al prof. Enrico Avolio, più volte interrogato
e poi arrestato dall'Ovra, e al prof. Domenico Manni, frequentava
lo studio dell'avvocato La Rocca, antifascista noto in campo
nazionale. Tomaselli avrebbe nascosto in casa sua libri compromettenti
appartenenti a Vincenzo La Roca.
L'artigiano, riparatore di biciclette, Vincenzo De Beo subì,
nella sua piccola officina nel vicolo del Duomo, ripetute
angherie, da parte di gerarchi locali e non fu assunto all'Alfa
Romeo di Pomigliano, nonostante la brillante prova d'arte,
perché si rifiutò di prendere la tessera del
Fascio. Fece parte del gruppo partigiano di Nola e successivamente
si arruolò nel ricostituito esercito italiano partecipando
a combattimenti, insieme agli Alleati, nella pianura padana.
La famiglia di Umberto Mercogliano invece vantava la partecipazione
di un'antenato a una battaglia garibaldina. Era di idee antifasciste
e il fratello, Clemente, era stato licenziato dalle Ferrovie
dello Stato per Antifascismo.
La sera del 10 settembre 1943, Nola era avvolta in un silenzio
totale; tutta la zona di Piazza D'Armi era illuminata a giorno
dalla luna piena. Verso le ore 21.30 una voce metallica, proveniente
dalla zona di via Crocifisso, probabilmente amplificata da
un megafono a imbuto, ripeteva, a intervalli di pochi secondi,
sempre lo stesso messaggio: "Pattuglia rientrate",
"pattuglia rientrate", "Pattuglia dove siete?",
"pattuglia rientrate". Ero fuori al balcone di casa,
al terzo piano, in Piazza Marconi, e quella voce, dopo i sanguinosi
fatti del pomeriggio, mi fece temere che stesse accadendo
di nuovo qualcosa di grave.
All'indomani corse la voce della scomparsa di una pattuglia
48°, ma si pensò soprattutto ad un episodio di
diserzione. Più probabilmente però la pattuglia
fu catturata dai tedeschi che già preparavano la rappresaglia
del giorno dopo.
Ai primi di settembre 1943, nella Caserma Principe Amedeo
c'erano un migliaio di uomini, tra truppa, sottufficiali e
ufficiali; al Deposito del 12° Artiglieria Divisione Fanteria
Savona, con sede al Campo Stella, gli uomini erano meno della
metà. I pochissimi soldati in forza al Distretto Militare
erano scritturali, in servizio sedentario. L'armamento delle
caserme era costituito prevalentemente da fucili, da pochi
vecchi cannoni, usati per l'addestramento, da alcune mitragliatrici
Breda, anch'esse di vecchio tipo e non tutte perfettamente
funzionanti e da un limitato quantitativo di munizioni.
A Casamarciano era stato trasferito, da Napoli, il Comando
del XIX° Corpo d'Armata con a capo il Generale Riccardo
Pentimalli, dal quale dipendevano tutte le altre unità
militari dislocate nelle zone interne e costiere della Campania.
La proclamazione dell'armistizio, l'8 settembre, lasciò
improvvisamente l'esercito italiano senza ordini e direttive.
Fu caos dovunque e ciò che accadde a Nola, qualche
giorno dopo soltanto, ne fu la naturale e immediata conseguenza.
I tedeschi, ormai sicuri dell'uscita dell'Italia dal conflitto,
avevano cominciato gia a prepararsi per l'applicazione del
"Piano Asse" che, fra l'altro, prevedeva il disarmo
e la dispersione della Forze Armate italiane.
I Tedeschi, già da alcune settimane prima, avevano
più volte chiesto notizie al Distretto sulla consistenza
delle forze e delle armi della caserme di Nola. Le informazioni
erano state date sempre previa autorizzazione del Comando
di Casamarciano.
La professoressa Livia Mascolo, figlia del Colonnello Mascolo,
Vicecomandante del Distretto militare, capo dell'ufficio comunicazioni,
ricorda che prima dell'Armistizio, presente anche suo padre,
il Colonnello Ruberto, fortemente preoccupato per la già
evidente tensione tra le Forze Armate italiane e quelle tedesche,
chiese ad un Ufficiale dello Stato Maggiore del generale Pentimalli
se fosse stato opportuno reagire in caso di provocazione da
parte dei Tedeschi. Dopo avergli esposto sommariamente la
situazione militare di Nola ebbe come risposta una significativa
alzata di spalle.
Il Colonnello Mascolo rimase talmente colpito da quel gesto
che, tornato a casa, pretese che la famiglia si allontanasse
da Nola il giorno dopo.
L'11 settembre, fra i soldati disarmati e poi fatti inginocchiare
con le mani in testa perché assistessero al barbaro
rito della rappresaglia, c'era anche uno dei miei fratelli.
Dopo l'eccidio degli Ufficiali, i soldati vennero lasciati
liberi. Molti di essi ricevettero abiti civili dalle famiglie
nolane per poter tornare alle loro case.
Mio fratello ci raggiunse, insieme ad un commilitone calabrese,
nella falegnameria di Mastro Peppe Santaniello, in Piazza
Paolo Maggio, un ampio locale a piano terra in un palazzo
antico, dalle mura spesse e dai soffitti a volta, usato come
ricovero durante i bombardamenti aerei. Lungo la strada, all'andata,
udimmo una raffica di mitra e tememmo che i tedeschi stessero
passando per le armi tutti i militari. Quando mio padre vide
arrivare il figlio, prima ebbe una crisi di pianto e poi svenne.
Tornati a casa, Zumpano, l'amico di mio fratello, ci ripeteva
in continuazione ciò che era accaduto. "Signora",
disse più di una volta a mia madre, "se avessero
ammazzato me, la mia famiglia forse non l'avrebbe saputo nemmeno.
Ma, per voi, vedere vostro figlio ucciso a due passi dalla
casa, sarebbe stato veramente atroce. Piangevo più
per Voi che per noi".
Anche per quanto riguarda l'assalto alla caserma e il disarmo
della truppa ci sono versioni contrastanti.
E' certo che non ci fu alcun assedio, da parte dei tedeschi,
né tantomeno qualche segno di reazione da parte dei
militari italiani. Tutto avvenne di sorpresa e si concluse
nel giro di qualche ora, strage degli Ufficiali compresa.
In questi termini, e in omaggio alla verità, andrebbe
corretta almeno la prima parte della motivazione della medaglia
d'oro alla Memoria del Tenente Enrico Forzati.
Zumpano e mio fratello raccontarono che la truppa, per ordine
degli stessi militari italiani, venne radunata, disarmata,
nel cortile grande della caserma dove si trovò circondata
da soldati tedeschi armati di mitra. C'era anche un carro
armato appena dopo l'androne dell'ingresso. Gli Ufficiali,
insieme con il Colonnello De Pasqua si disposero in un sol
gruppo. Dopo alcuni minuti di confusione e senza che nessuno
riuscisse a capire bene ciò che il Comandante tedesco
voleva sapere dagli Ufficiali italiani, la truppa, fu fatta
uscire e messa in riga, in Piazza D'Armi, frontalmente alla
caserma. Il gruppo degli Ufficiali rimase, invece, con le
spalle alla caserma, a destra guardando. Dopo poco, a sinistra,
si formò un altro gruppo d'Ufficiali. Trascorsero ancora
pochi minuti. Si udirono alcune voci indistinte dalla zona
dove si trovavano gli ufficiali e qualche attimo dopo le raffiche
di mitra trucidarono quelli che si trovavano sulla sinistra.
Uno di essi rimase illeso o venne soltanto ferito leggermente.
Si alzò, ma fu finito subito dopo. Per un attimo pensammo
che le mitragliatrici che ci tenevano sotto tiro dai blindati
avessero fatto fuoco anche su di noi. Invece i soldati tedeschi
ci fecero segno di andar via.
Il tenente Forzati fu, senza volerlo, lui stesso causa della
sua morte. Il racconto del Colonnello Carbone sul modo in
cui venne a trovarsi nel gruppo degli Ufficiali giustiziati
conferma come nelle tragedie non manchi mai la mano del destino:
"...tra il gruppo degli Ufficiali subalterni venne additato
dall'Ufficiale tedesco un Tenente del quale, a distanza di
anni, non mi sovvengono le generalità, il quale stava
già per distaccarsi dalla prima fila, ove era capitato,
allorché si verificò l'intervento del Tenente
Forzati il quale, trovavasi in seconda fila, direttamente
dietro il collega additato. Il Tenente Forzati, con moto subitaneo,
fermò il collega che stava avviandosi verso il lato
sinistro, pronunciando ad alta voce la seguente frase che
raccolsi, distando circa due metri unitamente agli Ufficiali
superiori dal detto Ufficiale subalterno:" Non ha chiamato
te, ha chiamato me" e si mosse raggiungendo glia altri
Ufficiali e i due Colonnelli, a sinistra dell'ingresso principale
della caserma.
Da questo lato infatti vennero fatti disporre il Colonnello
De Pasqua e il Colonnello Ruberto, Comandate del Distretto,
fatto prelevare dalla caserma di Piazza Giordano Bruno, e
gli otto Ufficiali indicati col dito da un Ufficiale tedesco.
Furono tutti falciati da una raffica di mitra appena dopo
che fu comunicata loro la sentenza di morte, in segno di rappresaglia.
Il tedesco morto, il giorno prima, valeva dieci Ufficiali.
Mentre veniva preparato il massacro, i tedeschi trucidarono
all'interno della caserma anche un soldato ammalato, rimasto
nell'infermeria. Venne, poi, sepolto insieme agli ufficiali
in una fossa comune. Si chiamava Domenico Russo, ed era rientrato
da casa appena tre giorni prima. Il suo nome è rimasto
ignoto per molti anni. Nel 1986 con il trasferimento dei suoi
resti a Prata Sannita, suo paese nativo, si compiva l'ultimo
pietoso atto di quella lontana tragedia.
Dopo l'arrivo degli Alleati e il ritorno a Nola delle numerose
famiglie sfollate nei paesi vicini, l'opinione pubblica, ancora
fortemente scossa dal barbaro eccidio e certamente delusa
per la mancanza di un qualsiasi reazione all'attacco tedesco,
addebitò il massacro di quei dieci Ufficiali alla fuga
del Re, del Governo e delle più importanti cariche
militari.
Gli Alti Comandi del nostro esercito, difatti, non si sono
mai preoccupati molto della sorte dei loro subordinati, sia
che si trattasse di ufficiali o di semplici soldati.
Durante la Iª Guerra Mondiale, Cadorna e i suoi Generali,
incuranti del numero dei morti, lanciavano ondate umane contro
le mitragliatrici austriache fino a quando non fosse stata
vinta la loro potenza di fuoco e conquistata la posizione
assaltata. Alle loro spalle, i carabinieri sparavano su chi
si fermasse o indietreggiasse. E se qualche reparto esitava
ad andare all'attacco ne veniva puntualmente ordinata la decimazione.
Sono addirittura passate alla storia, per il loro altissimo
numero, le fucilazioni, durante la rotta di Caporetto, di
soldati sbandati o abbandonati dai loro comandanti.
Il 9 settembre 1943, poche ore dopo l'annuncio dell' Armistizio,
il Capo del Governo, Badoglio, il Re e gli altri Capi del
nostro esercito, temendo di essere catturati dai tedeschi,
abbandonarono Roma, lasciando senza ordini un milione di soldati
in Italia e nei Balcani. L'unica direttiva era quella contenuta
nel comunicato letto da Badoglio dai microfoni dell'Eiar:
"Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane
deve cessare, da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi
altra provenienza".
I comandi territoriali avrebbero dovuto organizzarsi autonomamente
per rintuzzare eventuali e prevedibili attacchi dei tedeschi.
Ma, nel nostro esercito vige anche la regola non scritta che
gli ordini vengono dati dai Comandi superiori, mentre quelli
subordinati si limitano solo a darvi esecuzione. Era perciò
inevitabile che, per mancanza d'iniziativa di molti Comandi
locali, il nostro esercito si dissolvesse in poche settimane,
anche se non mancarono episodi di eroica resistenza.
A Nola, nonostante i gravi fatti di sangue accaduti, nel pomeriggio
del 10, non risulta che i comandanti dei Depositi e del Distretto
si siano consultati su come contrastasse la prevedibile rappresaglia
dei tedeschi, né addirittura che se l'aspettassero.
Il Colonnello De Pasqua, in occasione dello scontro, aveva
tentato la via della trattativa, inviando a parlamentare il
povero Tenente Carrelli. Aveva poi fatto medicare, rinfocillare
e rilasciare il tedesco catturato, ritenendo, in tal modo,
di dare all'accaduto il carattere di un deplorevole equivoco.
La sera, prima di lasciare la caserma, aveva solo dato disposizioni
per rafforzare i servizi di guardia.
Per introdursi nella caserma con i mezzi corazzati, senza
far uso delle armi, i tedeschi ricorsero al trucco della benzina.
E prepararono bene la trappola, traendo forse in inganno lo
stesso Comando del XIX Corpo d'Armata, sicuramente contattato
dai Tedeschi la sera stessa della sparatoria o al massimo
nelle prime ore del giorno seguente. Difatti, l'irruzione
nella caserma Principe Amedeo fu preceduta dall'arrivo, verso
le 9, di un ufficiale - rimasto sconosciuto - appartenente
allo Stato Maggiore del XIX° Corpo d'Armata, che raccomandò
di accogliere aventuali richieste di carburante o di viveri,
da parte dei tedeschi.
Un altro Ufficiale, il Maggiore De Gennaro, anch'egli in servizio
presso il Commando XIX° C.d.A. con il compito di Ufficiale
di collegamento tra il Comando stesso e le Autorità
militari tedesche, si era portato al Distretto ed era presente
quando arrivarono i tedeschi.
Quale era la sua missione? Sarebbe estremamente interessante
conoscerlo. E' strano infatti che si accompagnò al
Colonnello Ruberto quando fu prelevato dai tedeschi e che,
giunto alla caserma Principe Amedeo, si voleva interporre,
tra Tedeschi e Italiani, per chiarire la situazione. Il De
Gennaro fu poi liberato dopo appena un giorno di permanenza
nel campo di concentramento di Fossa, mentre gli altri ufficiali
dovettero attendere alcuni giorni ancora. Si potrebbe, a questo
punto, sospettare che egli, o il suo Comando, abbia avuto
un ruolo di involontario appoggio alla sorpresa tedesca.
La caserma Principe Amedeo e gli altri due presidi militari,
disponendo di poche ed antiquate armi, non avrebbero potuto
opporre alcuna valida resistenza in caso d'attacco da parte
dei tedeschi. Del problema, almeno per quanto riguarda la
caserma Principe Amedeo sicuramente se ne sarebbe parlato
nella consueta riunione del Colonnello De Pasqua con i suoi
Ufficiali, che stava cominciando proprio quando si verificò
l'irruzione tedesca.
Relativamente alla Caserma del 12°, l'eventualità
di un attacco tedesco non fu proprio presa in considerazione.
Prova ne sia che il Colonnello comandante, Cattaneo si allontanò
per recarsi al Distretto di Nola e non diede alcuna particolare
disposizione.
Al Distretto, in Piazza Giordano Bruno, si presentò
invece un'auto mimetizzata e un carro armato. I tedeschi sapevano
bene che nel Distretto c'erano soltanto pochi fucili e che
non ci sarebbe stata alcuna reazione da parte dei soldati.
Nel giro di pochi minuti, il personale fu fatto radunare nel
cortile. In un primo momento non si capì bene che cosa
volessero. Ai soldati fu detto soltanto che per loro la guerra
era finita e che potevano tornarsene a casa, dopo aver ammucchiato
le armi nel cortile. Solo ad alcuni Ufficiali fu chiesto di
consegnare la pistola. Nessuno pensò che si trattasse
di un'aggressione.
Non fu fatta nessuna telefonata al Comando del 48° perché
venisse data della benzina ai tedeschi (secondo l'affermazione
del Carbone invece sarebbe giunta proprio mentre i tedeschi
irrompevano nella caserma).
Lo hanno escluso a suo tempo i Marescialli Pelaia, Capo, Buonomo
ed il soldato scritturale Antonio Menna da Palma Campania,
da me interpellati in proposito. Il Colonnello Mascolo, dal
quale dipendevano le comunicazioni, non ne ha mai fatto cenno,
nel racconto dei fatti ai familiari. I tedeschi, è
sicuro, si presentarono al Distretto dopo avere già
disarmato il 12° e il 48° e probabilmente solo per
prelevare il Colonnello Ruberto al quale, come Comandante
del Presidio, addebitavano la responsabilità del combattimento
del giorno prima.
I tedeschi lo invitarono a recarsi con loro alla caserma Principe
Amedeo, dove si trovava il loro Comandante, il Col. Ruberto,
per quanto incuriosito, non ebbe alcuna esitazione. Era calmo
e disteso. Pregò il Colonnello Mascolo che non era
stato neanche disarmato, di accompagnarlo, ma, mentre questi
stava salendo in macchina, gli disse: "No, mi chiami
il Maresciallo Buonomo. E' meglio che venga lui che parla
un po' di tedesco. Lei mi farà la cortesia di avvertire
mia moglie che tornerò fra qualche ora e di non preoccuparsi."
L'abitazione del Colonnello Ruberto si trovava nel vicolo
Duomo, a brevissima distanza dal Distretto, e dalla casa del
Mascolo.
Informata la signora Ruberto, e giunto dopo qualche minuto,
all'altezza del ristorante Grappolo d'Oro, nel vicolo del
Collegio, il Col. Mascolo fu messo a corrente dal titolare,
Attilio Mancusi, dell' occupazione della caserma Principe
Amedeo e delle raffiche esplose. Gli fu anche consigliato
di mettersi subito in abiti civili e di nascondere la pistola.
Qualche ora dopo, il Colonnello Mascolo, insieme al figlio,
rientrato proprio quella mattina dalla Puglia dove faceva
il servizio militare, partirono per raggiungere la famiglia
in Ciociaria.
Percorsero parte di via Principessa Margherita, attraversarono
Piazza Marconi e via Roma e presero un treno della Vesuviana
che funzionava regolarmente. Seppero della morte degli Ufficiali
solo alcuni mesi dopo, quando ritornarono a Nola con la famiglia.
A molta gente quell' 11 settembre sembrava una giornata come
le altre. La notizia della tragedia cominciò a diffondersi
solo nel primo pomeriggio.
La professoressa Mascolo apprese poi, dalla sig.ra Diva, la
vedova del Colonnello Ruberto, che il marito, poche settimane
prima, doveva essere promosso Generale e trasferito ad altro
Comando. La nomina rimase bloccata per un cavillo burocratico.
Ancora un tiro del destino!
Se non è il caso di andare alla ricerca di responsabilità,
tanto più che due dei tre Comandanti, De Pasqua e Ruberto
pagarono con la vita, va sottolineata comunque la totale chiusura
dei militari verso i civili che già da qualche giorno
avevano chiesto armi e munizioni per la loro difesa personale
e della città. Se ciò fosse avvenuto, il pomeriggio
del 10 settembre, a dare man forte ai militari, certamente
ci sarebbero stati molti altri nolani. E gli eventi successivi
avrebbero sicuramente avuto un corso diverso.
Nell'incendio delle caserme, seguito al loro disarmo, andarono
distrutti quasi tutti i fascicoli personali e gli incartamenti
contenuti negli scaffali di sicurezza.
Alla fine dell'ottobre del '43, però, il Distretto
Militare riprese a funzione in via Cimitile, nel fabbricato
di proprietà del geometra Raffaele Giugliano. Fu anche
ricostituito il Deposito del 12° Artiglieria e alloggiato,
con i pochi militari rimasti in forza, nel Convento dei Cappuccini.
I soldati, frugando tra le macerie delle caserme, riuscirono
a recuperare una parte dei documenti, risparmiati dall'incendio.
A cominciare da questo periodo, fu anche possibile, per disposizione
ministeriale, inserire nei fogli matricolari, in base alle
dichiarazioni degli interessati, anche la partecipazione ad
operazioni belliche contro i tedeschi dopo l'8 settembre 1943.
Oltre all'aggiornamento della propria posizione matricolare,
era possibile conseguire anche qualche beneficio connesso
alla qualifica di combattente. Furono in parecchi a "ricostruire",
a fini di carriera pregressa e futura, gli avvenimenti del
10 e 11 settembre del '43, a Nola.
Nel dicembre del '43, gli Ufficiali, Pacia, Vacchiano e Carbone
si riunirono a Nola, nell'abitazione del Pacia, e decisero
di raccogliere in uno scritto la sequenza degli avvenimenti
di Nola, sui quali il Carbone aveva già inviato alle
Autorità militari due relazioni, rispettivamente il
26 d'ottobre e il 3 dicembre. Era opportuno quindi che la
nuova versione dei fatti non se ne discostasse. Ma si trovarono
in disaccordo su vari episodi e la cosa non ebbe seguito.
Secondo ciò che il Carbone, anni dopo, confidò
al suo amico, Capitano Antonio Ricco, il Vacchiano e il Pacia,
nel '55 o '56 avrebbero fornito ad influenti uomini politici
dichiarazioni di comodo per mitizzare la figura del Tenente
Forzati, che invece era andato inconsciamente incontro alla
morte. Gli stessi avrebbero dato anche al Generale Manzi informazioni
inattendibili per il suo opuscolo sui fatti.
Appartengono invece alla storia civile di Nola i fatti accaduti
fino all'arrivo degli Alleati, i cui protagonisti, contadini,
operai, impiegati e intellettuali, non hanno mai chiesto riconoscimenti
o ricompense di nessun genere. Il rapporto del Tenente Pecoraro
purtroppo non li riporta tutti.
Dalla metà di settembre, Nola fu occupata dai tedeschi
che fecero saltare in aria diversi edifici pubblici e privati
per bloccare le strade principali e rallentare l'avanzata
degli Angloamericani. A San Paolo Belsito la villa Montesano,
nella quale il marchese Filangieri, per "sicurezza",
aveva fatto trasferire da Napoli una parte dei documenti dell'Archivio
di Stato, fu incendiata per l'uccisione di un soldato tedesco
avvenuta nei suoi paraggi, mentre conduceva via il maiale
di cui si era impossessato. Furono rastrellati dieci civili,
per essere fucilati, se non si fosse presentato il responsabile.
Tra di loro vi era un invalido della Grande Guerra, Giuseppe
Riccio. Si distingueva dagli altri per la sua figura alta
e imponente e per la lunga barba bianca che gli nascondeva
una ferita di guerra alla bocca. Al caporale tedesco che dirigeva
l'operazione disse che si sarebbe accusato lui del fatto se
avessero rilasciato gli altri ostaggi, ma, grazie all'intervento
del parroco Quaranta, furono tutti mandati a casa. Giuseppe
Riccio però, il giorno appresso era di nuovo al suo
posto, seduto su di uno sgabello, nei pressi del "Pozzo
di Mezzo" caso mai i tedeschi ci avessero ripensato.
Sotto l'effetto della rabbia e anche della paura, per i numerosi
furti d'oggetti di valore e di provviste nelle case e per
le deportazioni dei giovani, a Nola e nella zona, il grosso
della popolazione si rifugiò sulle colline circostanti
e nei paesetti del Circondario e si cominciarono a formare
bande armate di civili.
La mattina del 26 settembre, i fratelli Raffaele e Gaetano
Santaniello di 14 e 21 anni e Antonio Mercogliano furono sorpresi
a tagliare le linee telefoniche tedesche, nella stazione centrale.
Il fuoco delle sentinelle causò la morte del Mercogliano
e di Gaetano Santaniello. Il fratello rimase leggermente ferito.
Nella zona di via San Massimo, un gruppo formato da Antonio
Franzese fu Nunzio e dai suoi giovani figli Gennaro e Giovanni
si scontrò con una pattuglia tedesca. Giovanni, militare
del Genio, cadde ferito mortalmente. Gennaro invece riportò
una ferita di striscio. Un altro gruppo, composto dai fratelli
Antonio e Paolino Franzese di Andrea, da Salvatore Franzese
di Francesco, da Aniello Franzese fu Salvatore e da Antonio
e Andrea Caliendo ebbe uno scontro a fuoco con un'altra pattuglia
tedesca. Il gruppo capeggiato da Giuseppe Napolitano, armato
di fucili da caccia e di bombe a mano, impegnò un'autoblindo
in transito. Il corpo del Napolitano crivellato di pugnalate
rimase esposto per tre giorni.
Gli ultimi scontri tra civili e tedeschi avvennero in Piazza
Marconi, il 2 ottobre ad opera del gruppo armato, capeggiato
dal sacerdote Don Angelo D'Alessio.
L'1 e il 2 di ottobre, dal palazzo dell'Aversana, fu aperto
il fuoco in tre riprese sugli automezzi tedeschi in ritirata.
Sopraggiunsero alcuni carri armati, uno dei quali cominciò
a cannoneggiare l'edificio, colpendo, invece, la retrostante
chiesa dell'Immacolata. Del gruppo di fuoco, facevano parte
Fiumara, Domenico Veneruso e suo padre, Vincenzo De Beo, Giacomo
D'amico, Preti, il sottotenente dei CC. Pecoraro e l'appuntato
Feramonti.
In via San Massimo rimasero feriti altri civili, ma i loro
nomi e di altri civili che imbracciarono il fucile non furono
rilevati o sono stati dimenticati. Il gruppo di Attilio Mancusi,
denominato "Brigata Garibaldi" in seguito combattè
a Cassino, a fianco degli Alleati.
Gli inglesi giunsero da Saviano in Piazza Duomo, il 2 ottobre.
I carri armati proseguirono nell'inseguimento dei tedeschi
in direzione di Cancello. Tra i tanti giovani che li accolsero
c'era uno studente armato di fucile. Si chiamava Ennio, ed
era figlio del Maresciallo Buonomo. Saltò su di un
carro armato per combattere anche lui. Non s'è più
saputo niente della sorte.
Mario Palma
1ª APPENDICE
Lettera
di Giovanni Fiumara al Colonnello Carbone
Nola 23/07/73
Sig. Colonnello Achille Carbone
Via Ponte do Tappia 47
Napoli
e p.c. Al Sig. Generale Pietro Manzi
Roccarainola (Napoli)
Avete inondato Nola di Vostre pubblicazioni
di 4 specie - concernenti gli eventi del 10 settembre 1943
- 1 e 2 ottobre stesso anno in questa Città, le quali
non mi piacciono proprio. In una di esse - "Un omaggio
alla Verità" avete citato il mio nome sostenendo
che il 10 settembre nessun civile aveva preso parte alla sparatoria.
Ebbene, vediamo se Vi ricordate. Io sono quel civile armato
di moschetto 1870/87 che dalle 15.00 circa sparava da sotto
il portone dell'Aversano, in Piazza Marconi, insieme col carabiniere
Rizziello Salvatore ed al finanziere Santoro Evangelista,
contro le autoblindo tedesche, avendo l'equipaggio di una
di esse malmenato un capitano di Artiglieria che si era rifiutato
di consegnare la pistola.
Voi, dopo le 16.00 senza attraversare Piazza d'Armi, Vi ricoveraste
sotto il portone del marmista Vellella in Via Morelli e Silvati,
da dove a mezzo del caporale Pigna Giovanni faceste gridare
a noi che sparavamo: "Per ordine del Colonnello Cessate
il fuoco".
Corsi da Voi - fui notato da parecchi - compresi i sigg. Palma
per chiedervi di farci entrare nella Caserma, rispondeste:
"Via i civili, Voglio sapere, aggiungeste, perché
i tedeschi ci sparano addosso".
E guardando sul palazzo di fronte, dove abitavano i sigg.
Rubimo - sfollati - scambiando gli scoppi delle pallottole
Dum - Dum - sparate dalle autoblindo, per colpi di fucile
o pistole civili, diceste ancora "smettetela anche voi
lassù di sparare.
La casa era vuota.
Ricordo come fosse oggi, avevate una pistola col laccio al
collo e non usciste dal portone, mentre io, il carabiniere
ed il finanziere tornammo in Piazza Marconi a rispondere al
fuoco delle autoblindo che erano presso la villa Del Piano.
Nel maneggio scoperto vi era una sola mitragliatrice, manovrata
da un ufficiale e da un soldato, che malamente funzionava.
Faccio, per amor di Patria, sulla morte del Tenente Carelli
che, cadendo, gridò: " Viva l'Italia".
Il mattino successivo un capitano tedesco si portò
dal podestà - Carmine Minieri - ancora vivente, per
conoscere il numero dei civili ed i nomi di quelli che avevano
partecipato alla sparatoria. Il Podestà disse di non
saper nulla. Fu chiamato il Maresciallo dei Vigili Simonetti
- che sotto la minaccia della pistola che il Capitano tedesco
aveva messo sul tavolo del Podestà negò.
Sig. Colonnello, la storia, gli eventi, non possono essere
cambiati.
La verità vera la disse il Generale Pietro Manzi, nell'
"Eccidio di Nola".
Giovanni Fiumara
Una definitiva
sistemazione della lapide dei
Partigiani Nolani?
Affinché rimanesse vivo il ricordo degli avvenimenti
del settembre/ottobre 1943, venne murata, per iniziativa della
Sezione A.N.P.I. di Nola, una piccola lapide sulla facciata
del vecchio fabbricato De Simone, in Piazza Marconi. Il marmo
sul quale era incisa fu successivamente trasferito sul prospetto
della villetta De Simone, sorta al posto dell'originaria costruzione.
Questo il testo dell'epigrafe, dettata da Giovanni Fiumara:
In questo stesso punto
di dove
nel 1820 partirono
i primi moti del nostro Risorgimento
il 10 settembre 1943
pochi animosi insorsero contro
la barbarie teutonica
iniziando
il nuovo Risorgimento d'Italia.
Nel 1973, in previsione della demolizione anche della villetta
De Simone, Fiumara si preoccupò di far dare una nuova
e degna sistemazione all lapide. Essa, dopo una forte campagna
di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, venne collocata,
sempre in Piazza Marconi sul retro della base del monumento
a Morelli e Silvati, donato dalla provincia alla città
di Nola, nella ricorrenza del Centenario dell'Unità
d'Italia.
Si conservò intatta per tutto il tempo in cui il monumento
rimase protetto da un'inferriata.
Lo spiazzo su cui insisteva il monumento venne successivamente
destinato all'uso pubblico e la lapide fu ben presto ricoperta
di scritte e danneggiata unitamente agli altri marmi del monumento.
Una sera, due giovanotti alti e robusti, discesi da un'auto,
sotto gli occhi divertiti degli amici, ne effettuarono il
distacco dal muretto, provocandone la rottura.
I pezzi rimasero abbandonati a terra per diversi mesi, finché
il dipendente comunale, Raffaele Napolitano, si preoccupò,
in qualità di buon cittadino, di far raccogliere e
trasportare, a proprie spese, i cocci nel Comando dei Vigili
Urbani. La lastra di marmo, in tal modo, poté essere
ricomposta, incollata e rimessa allo stesso posto.
Qualche mese dopo però era stata di nuovo imbrattata
di scritte e danneggiata, in più punti.
Sarebbe doveroso, da parte delle Autorità comunali,
dare alla lapide una sistemazione definitiva, al riparo dagli
atti di vandalismo sempre più audaci e volgari che
vengono compiuti, di giorno e di notte, in Piazza Marconi.
Mario Palma
La
lunga estate del 1943
Dopo l'8 settembre 1943, giorno della
proclamazione dell' armistizio con gli "Alleati"
da parte del maresciallo Pietro Badoglio, capo del nuovo governo
costituitosi il 27 luglio 1943, del quale faceva parte anche
il nolano Antonio Sorice, in qualità di Ministro della
guerra, si determinò in Italia una situazione confusa
e pericolosa dato il permanere sul nostro territorio delle
divisioni tedesche, bene agguerrite ed ostinatamente decise
ad opporsi all'avanzata delle truppe angloamericane. A differenza
dei soldati italiani che erano tutti impreparati quando giunse
la comunicazione di Badoglio, in quanto nessuno si aspettava
la notizia di un possibile armistizio, i tedeschi non furono
colti di sorpresa, in quanto essi avevano predisposto fin
dal 1941 un piano, denominato con parola convenzionale "Asse",
che prevedeva l'adozione di misure di sicurezza e di difesa
delle loro truppe. D'altra parte Hitler fin dal 23 agosto
era certo di possedere le prove del prossimo cedimento dell'Italia.
Nella città di Nola si determinò un clima di
incertezza carico di tensione, considerato anche il fatto
che la Campania ed, in particolare, l'area nolana vennero
a trovarsi al centro di uno scontro fra le truppe germaniche
e quelle alleate che sbarcate a Salerno puntavano verso il
Nord.
Scaramucce e sparatorie si verificarono tra civili, soldati
italiani e soldati tedeschi, facenti parte della divisione
corazzata "H. Göring", che in ritirata da Battipaglia
risaliva la penisola per attestarsi a Montecassino.
A seguito della sparatoria, ci scappò la morte di un
soldato tedesco, che fece scattare la immancabile rappresaglia.
I fatti del 10 settembre 1943 che precedettero quelli relativi
all'eccidio dei 10 ufficiali italiani del giorno 11 settembre
sono riportati, nella loro drammatica successione, dal sacerdote
Angelo D'Alessio, nativo di Serre (SA), docente di storia
e filosofia del liceo "Carducci" di Nola, in un
circostanziato rapporto al Tenente Comandante della Compagnia
dei Carabinieri, Giuseppe Pecorari (rapporto reperibile presso
la biblioteca del dott. Luigi Vecchione).
Nel pomeriggio del 10 settembre, verso le ore 16.00, accesasi
un furibonda sparatoria nei pressi di piazza d'Armi, un ufficiale
tedesco, sopraggiunto da Via Principessa Margherita a bordo
di una motocicletta con un soldato che in posizione retrostante
mitragliava all'impazzata, cadde ucciso ad opera di un gruppo
di civili che, appostato dietro al Palazzo Vanorio, aveva
aperto il fuoco.
Seguì un aspro combattimento che si protrasse un paio
di ore.
Il Colonnello Michele De Pasqua, comandante del Deposito del
48° Reggimento di Artiglieria presso la caserma "Principe
Amedeo", visto che lo scontro non accennava a terminare,
consapevole della scarsità delle armi e munizioni a
sua disposizione, appena giunto in caserma, resosi conto della
gravità della situazione, tentò la strada della
trattativa, inviando un ufficiale, il tenente Odoardo Carrelli,
uomo intelligente e colto, il quale, issando bandiera bianca,
alla testa di un piccolo drappello di sei uomini, avanzava
con il compito di chiarire le cose per porre termine all'azione
militare.
Ma il tentativo era destinato a fallire tragicamente, perché
il Carrelli non ebbe neanche il tempo di poter rappresentare
la propria proposta di pacificazione e, benché disarmato,
cadde crivellato di colpi mortalmente. Quello che accadde
il giorno dopo (11 settembre) è ben noto per doverlo
descrivere dettagliatamente. I tedeschi mettono in atto un
piano ben architettato. Prendono in consegna il colonnello
Cattaneo comandante del 12° Deposito del Reggimento di
Artiglieria presso le casermette in Via S. Paolo Belsito,
con uno stratagemma (richiesta di medicinali). Poi con un
altro stratagemma (richiesta di carburante) fanno irruzione
nella caserma di Piazza d'Armi e si impossessano del Deposito
del 48° Reggimento di Artiglieria, disarmando 700 soldati,
80 ufficiali, ne fucilano 10, tra cui il colonnello Amedeo
Ruberto, comandante del Presidio dislocato presso il Distretto
Militare di Palazzo Orsini.
E proprio nell'atrio di Palazzo Orsini, oggi sede del Tribunale,
è visibile un'epigrafe che ricorda gli undici ufficiali
trucidati alle ore 12 circa dell'11 settembre 1943 dai tedeschi
agli ordini di un maggiore privo di un braccio, che non mi
risulta sia stato né perseguito né giudicato.
In tale epigrafe, in cui è compreso anche il nome del
tenente Carrelli caduto il giorno prima, è incisa l'espressione:
"CADDERO CON ONORE". Certo, non tutti sono disposti
a sottoscrivere una tale espressione, in quanto si chiedono
come poté accadere che un intero reggimento composto
da 80 ufficiali e da oltre 700 soldati si arrendesse senza
colpo ferire senza opporre resistenza ad un manipolo di soldati
tedeschi per quanto ben forniti di mezzi e di armi.
Eppure non me la sento di condividere una tale opinione, perché
sono convinto che a determinare l'atteggiamento dei soldati
italiani fu un'errata valutazione delle reali intenzioni dei
tedeschi oppure uno sbandamento dovuto all'isolamento in cui
il reggimento era venuto a trovarsi dopo la proclamazione
dell'armistizio (la memoria 44 non fu portata a conoscenza
dei generali e dei comandanti del nostro esercito).
Certo i caduti non possono essere considerati eroi, in quanto
l'eroe è colui che sceglie deliberatamente di sacrificare
per gli altri il bene più prezioso in suo possesso:
la vita, e non perché costretto dalla necessità
(vedi il sacrificio di Salvo D'Acquisto).
Ma indubbiamente in essi furono dei " martiri",
cioè testimoni dell'assurdità della guerra,
della sua inutile tragicità. E' comunque un episodio
rilevante, anche se poco noto rispetto ad altri analoghi,
come per esempio quello delle Fosse Ardeatine, anche perché
verificatosi a distanza di appena tre giorni dalla proclamazione
dell'armistizio (8 settembre).
Oggi, dopo 55 anni, è possibile esprimere un giudizio
storico sereno ed equilibrato oltre che imparziale.
Si può dunque ragionevolmente affermare, alla luce
dei fatti storicamente accertati, che a Nola ebbe inizio,
come del resto in tante altre città del Sud, quel fenomeno
che passa sotto il nome di "resistenza".
Esso è riscontrabile nel comportamento di quei civili
che, come Umberto Mercogliano, Giuseppe Napolitano (contadino),
il prof. Angelo D'Alessio (sacerdote), Pasquale Raiola (o
stizzatore), Giovanni Fiumara, i fratelli Santaniello, Attilio
Mancusi ed altri ancora, ardimentosamente, armati solo del
loro coraggio, osarono sfidare l'intransigenza tedesca. Mi
piace, a tale proposito, ricordare un episodio da me vissuto
personalmente nell'estate del '43, nella mia infanzia.
Fui infatti testimone di una rappresaglia di due soldati tedeschi
avvenuta presso Castelcicala, dinanzi alla chiesetta di S.
Lucia, dove molte famiglie nolane si erano rifugiate per sfuggire
ai pericoli della guerra.
Ci fu un rastrellamento di dieci cittadini nolani, tra cui
l'avvocato Testa, Pasquale Russo (detto Pasquale 'e sciuscelle),
Nicola e Giovanni Natalizio ed altri di cui non ricordo i
nomi, che scovati dai loro nascondigli a suon di bombe a mano
e fatti prigionieri, vennero incolonnati e portati via in
direzione di San Paolo Belsito. I superstiti, per lo più
donne e bambini, mentre gli altri erano riusciti a sottrarsi
alla cattura, avventurandosi su per le colline, restarono
sul posto in preda allo spavento ed alla costernazione, convinti
che le dieci persone catturate dai tedeschi non avrebbero
fatto mai più ritorno. Sennonché, nel tardo
pomeriggio, le videro ritornare sane e salve, rilasciate grazie
all'intervento di una donna che, parlando in tedesco, riuscì
a liberarle in cambio di un maiale.
Concludendo, vorrei sottolineare che
se il passato passa, la memoria resta, ed è questa
che segna e rende possibile la vita dell'uomo in comunità;
senza la memoria non c'è convivenza civile, non c'è
civiltà, non c'è la storia.
Perciò non possiamo, né dobbiamo dimenticare.
L'Eccidio di Nola, per quanto dimenticato o poco celebrato
nelle cronache nazionali, è una pagina importante della
storia di Nola e costituisce un momento significativo della
Resistenza nell'Italia Meridionale.
Ci aiuta a capire il corso degli avvenimenti, ci fa comprendere
come Mussolini ed Hitler non ebbero il senso della storia,
come ha affermato il dott. La Rocca nel suo intervento, allorché
pensarono di poter portare impunemente divisione e guerra
in Europa e nel Mondo.
Questo, oggi a distanza di più di mezzo secolo, lo
possiamo affermare con certezza, in quanto, testimoni di una
ben diversa temperie storica, sappiamo di essere proiettati
verso l'integrazione europea, verso l'unità spirituale,
culturale e politica del vecchio Continente.
Una nuova temperie che trova le sue origini in quelle che
furono le scelte di uomini di stato di ben diverso orientamento
e formazione, quali De Gaspari, Adenauer, Monnet che ebbero
la grande idea di istituire la CECA (Comunità Europea
del Carbone e dell'Acciaio) nel lontano 1951, dando così
inizio ad un nuovo e più esaltante corso politico.
Vincenzo Quindici
Sull'Eccidio
di Nola
Non ero a Nola in quel settembre del
1943, quando vi rientrai, nel giugno 1944, mi furono subito
raccontati i fatti accaduti. Mi resi allora conto che gli
eventi si arricchivano di particolari a secondo di chi me
li narrava. Accade, infatti, che quando siamo protagonisti
o testimoni di fatti importanti, nel raccontarli, senza rendercene
conto, tendiamo ad evidenziare il nostro comportamento, a
pensare e a dire cose che avremmo voluto fare e, anche se
non fatte, a credere di aver effettivamente compiuto quei
gesti e quelle azioni.
Nel Dicembre 1944, il Comando Presidio di Nola (presso il
quale prestavo servizio) raccolse - per ordine superiore -
le testimonianze dei presenti a quegli eventi. Dall'esame
di tali dichiarazioni mi parve di considerare come la più
vicina alla realtà quella rilasciata dal Maggiore Camillo
Nicoletti, per cui me ne feci una copia per il mio archivio
personale e reputo opportuno pubblicarla integralmente.
Mi si chiede un mio giudizio ma penso che siamo ancora troppo
vicini ai fatti per poter dare un giudizio sereno. Oggi ancora
giudichiamo gli eventi mettendoci dalla parte dei vincitori.
Per cui parliamo dell'Eccidio di Nola, delle Fosse Ardeatine
e non ricordiamo i bambini mitragliati dai piloti americani
su una giostra un lunedì di Pasqua in una città
toscana; ricordiamo gli ebrei eliminati nei campi di concentramento
e non parliamo dei giapponesi sterminati dalle bombe atomiche;
stigmatizziamo i crimini di Hitler e non ricordiamo quelli
Stalin.
Il giudizio lo darà la storia (quella con la s maiuscola)
quando il tempo avrà lenito le ferite e assopiti i
rancori e si userà un unico metro per misurare le azioni
degli uni e degli altri.
Filippo Renato de Luca
2ª
APPENDICE
Dall'Archivio di F. R.de Luca, Nola
"Il deposito del 48° Regg. Art. D.F. "Taro"
ha regolarmente funzionato fino al giorno 11 Settembre 1943,
giorno in cui dovette tragicamente chiudere la sua vita e
la propria attività militare. Il giorno precedente
- 10 settembre le truppe del Deposito dovettero reagire con
le armi alle prepotenze delle truppe tedesche che, dopo di
aver cercato di disarmare degli ufficiali nei pressi della
Caserma, aprirono il fuoco sulla caserma stessa. I nostri
risposero col fuoco e il conflitto armato si protrasse per
più ore, concludendosi con la perdita da parte nostra
di un ufficiale e di un soldato e due militari feriti; da
parte tedesca con un soldato morto e uno ferito. Il mattino
successivo - 11 settembre - verso le ore 11 la Caserma fu
circondata da numerose truppe tedesche che con carri armati,
artiglieria ecc. fecero irruzione nella caserma stessa. L'occupazione
fu così repentina ed impreveduta che impossibile fu
ideare od attuare alcun opposizione o resistenza all'azione
nemica; è da notare che in quel momento era convinzione
del Comandate e di noi tutti che i tedeschi si sarebbero solamente
limitati ad asportate materiali e principalmente benzina di
cui ne avevano molto bisogno. Infatti il Colonnello De Pasqua
Michele, Comandante le Truppe al Deposito, nel rapporto tenuto
a tutti gli ufficiali del Deposito qualche minuto prima dell'occupazione
tedesca ebbe a riferirci che il Tenente Colonnello Sottocapo
di Stato Maggiore del Comando del 19° Corpo d'Armata,
dal quale dipendevano le truppe di Nola, gli aveva poco prima
quel mattino stesso comunicato che i tedeschi andavano in
giro per le Caserme in cerca di carburante e che tale visita
l'avremmo certamente avuta anche noi e che, quindi dato lo
scopo, avremo dovuto accogliere i tedeschi senza ostilità
e opposizione anche se, come era loro uso, avessero a scopo
intimidatorio, ricorso ad uno spiegamento di forze. E in tale
errata convinzione quindi ai tedeschi presentatisi in Caserma
non fu sollevata minima obbiezione ed ostilità. Atro
però era il mandato delle truppe occupanti e lo scopo
della loro irruzione armata: esse dovevano punirci dell'uccisione
del loro soldato, avvenuto il giorno precedente per mano nostra.
.tutti i militari di truppa e gli ufficiali presenti
nella Caserma fummo fatti uscire disarmati sul piazzale esterno
di essa, ivi avvenne la tragica barbara fucilazione di dieci
ufficiali preso a caso fra di noi dal Maggior Comandante le
truppe tedesche, appartenenti alla Divisione " E. Göring".
Fra i fucilati furono i Colonnelli Ruberto Amedeo, Comandante
il Presidio Militare di Nola e De Pasqua Michele Comandate
le Truppe al Deposito 48° Artiglieria. Dopo tale infame
strage i militari di Truppa ed i Sottufficiali furono lasciati
il libertà mentre gli ufficiali superstiti (circa 70)
(settanta) fummo deportati in ostaggio dai tedeschi in località
campestre sita in provincia di Benevento. Ivi rimanemmo per
tre giorni; il 13 settembre fummo lasciati liberi con l'ingiunzione
di non ripresentarci in caserma. Ne sarebbe stato possibile
diversamente perché l'11 stesso tutte le caserme erano
state militarmente occupate dai tedeschi che iniziarono subito
una nefasta opera di distruzione e di saccheggio col fuoco
e la dinamite. Come Dio volle, tra il pericolo continuo di
essere riacciuffato dai tedeschi che già avevano iniziata
la loro nuova ingloriosa azione di deportazione di civili,
e le difficoltà di un lungo viaggio a piedi, il giorno
successivo potessi rientrare in Nola, nella cui zona sono
sempre rimasto riuscendo a sfuggire ai tedeschi. Il giorno
2 ottobre Nola fu liberata dalle truppe alleate e da quel
giorno tutti gli ufficiali e sottufficiali rimasti in Nola
ci riorganizzammo agli ordini dell'ufficiale più elevato
in grado presente: Colonnello Cattaneo già comandante
il Deposito 12° Reggimento Artiglieria D.F. "Savona".
Il 1 novembre successivo con la ricostituzione degli enti
militari, fui dal Comando Militare della Campania trasferito
dal disciolto Deposito 48° al Distretto Militare di Nola
ove tuttora presto servizio".
Domicilio e telefono: Nola - Via Cimitile N°4
Firma
F/to Magg. Camillo Nicoletti
Data, 28 Dicembre 1944
Testimonianza
di Paolo Minieri figlio dell'ultimo Podestà di Nola
I miei ricordi di guerra
Correva l'anno 1942, e avevo all'incirca
sette anni. Una sera all'imbrunire mi trovavo nel cortile
di casa mia in corso Tommaso Vitale, mio padre e mio zio Gaetano
stavano nell'ufficio del proprio negozio di ferramenta, e
ad un certo punto abbiamo visto entrare una sagoma di un uomo
in divisa, era il comandante dei vigili urbani di Nola. Si
diresse verso mio padre e con voce ferma gli disse: "Don
Carmine siete desiderato dal Podestà". Mio padre
rispose un po' titubante, molto pensieroso disse " Va
bene, ci andrò". Nella serata stessa mio padre
si recò dal Podestà Eduardo Contieri, compare
di cresima di mio zio Gaetano. Il colloquio fu molto cordiale,
il Podestà rivolgendosi a mio padre gli disse che lo
doveva sostituire per pochi giorni, in quanto aveva un problema
ad un molare. Successivamente la malattia di Don Eduardo Contieri
peggiorò, e nel giro di pochi giorni, questi morì.
Dopo qualche giorno mio padre da Vicepodestà ricevette
la nomina di Podestà., tutto questo mentre i bombardamenti
degli "alleati" si facevano sempre più fitti,
per cui prese la decisione di portare la famiglia via da Nola.
Molto probabilmente nella primavera del 1943 partimmo alla
volta di Campobasso (paese nativo di mia madre), per poi ritornare
pochi giorni prima dell'armistizio. I giorni che seguirono
furono i più terribili. Il 10 settembre si ebbe uno
scontro tra i soldati italiani e quelli tedeschi. Mi ricordo
di un giovane tutto sanguinante portato su di un carrettino
da un uomo alto e magro che cercava qualcuno che lo aiutasse.
Passò nel corso trascinando il carrettino con il giovane
morente e poi portarlo forse all'ospedale civile.
Mio padre si trovava sul comune di Nola, mentre svolgeva i
suoi uffici di Podestà, quando si presentò un
ufficiale tedesco, per accertamenti a seguito della morte
del suo soldato, pose la pistola sul tavolo chiedendo, alla
presenza di un interprete, chiarimenti ulteriori sulla partecipazione
o meno di civili all' agguato. Mio padre con molta calma e
molto sangue freddo, sostenuto anche dal maresciallo delle
guardie di Nola Santino Simonetti , affermò la completa
estraneità dei civili al fatto. L'ufficiale tedesco
chiese come mai ne fosse così sicuro. Allora, egli,
sempre con molta sicurezza, lo invitò ad andare all'ospedale
civile per controllare se sul cadavere ci fossero segni di
pallottole sparate da militari o colpi di fucile da caccia.
Tutto ciò accadeva in poco tempo, e mio padre, mentre
l'ufficiale tedesco si metteva in moto con la camionetta per
recarsi all'ospedale, incaricò il maresciallo Simonetti
di precederlo e di inscenare una sorta di "sceneggiata"
sistemando intorno al corpo, fiori e candele, accompagnate
dalla presenza di alcune popolane di Piazza S. Antonio Abate,
che fingessero di piangere per lui.
Il Simonetti che era un tipo intraprendente riuscì
nel suo intento, sfruttando lo scarso orientamento nelle strade
di Nola dell'ufficiale tedesco. Quest'ultimo, vista la scena
si calmò alquanto e si rivolse al primario dell'ospedale,
che gli fece vedere le pallottole estratte dal corpo del soldato
morto. Erano pallottole militari appartenenti ad una Breda
37, mitragliatrice in dotazione all'esercito italiano. Quest'ultimo
episodio scagionò definitivamente i civili, evitando
un coinvolgimento che poteva anche costare la vita a non pochi.
Il giorno che fucilarono gli ufficiali davanti alla caserma
del 48, io e mia madre stavamo affacciati al balcone della
nostra abitazione al secondo piano in Corso Tommaso Vitale,
preoccupati per il ritardo di mio padre. Io assistevo alla
disperazione di mia madre che non vedeva arrivare il marito
dalla piazza. Mentre succedeva questo vidi sbucare dall'incrocio
tra Via G. Bruno e il corso, due motociclisti tedeschi, appresso
una camionetta mimetizzata, su cui avanti vi erano un soldato
e un graduato, e dietro il maresciallo Buonomo, il maggiore
De Gennaro e in mezzo il Colonnello Ruberto comandante del
presidio di Nola. Mi colpì il volto del colonnello
Ruberto. Non potrò mai dimenticarlo, in quanto era
amico di mio padre, con cui era solito prendere una granita
al bar sotto al comune, quindi lo conoscevo bene, perché
accompagnavo sempre mio padre, conoscevo i suoi modi. Mi ricordo
che portava sempre una sciabola, un sigaro tra le labbra,
ed era filotedesco. Dietro la camionetta vi era un carro armato
tipo Tigre su cui vi erano due soldati, uno indossava una
cuffia e l'altro era appostato ad una mitragliatrice sulla
botola d'ingresso del carro armato.
Si diressero verso l'attuale Piazza d'Armi, li seguii con
lo sguardo finché fu possibile. A questo punto dopo
poco, vidi mio padre arrivare dalla piazza, rincuorando mia
madre che riprese colorito.
Del momento cruciale dell'eccidio ho ancora vivo il rumore
delle mine che distrussero buona parte della caserma, del
resto di quello che accadde non posso conoscere i particolari,
ma ricordo la grossa confusione che ci fu successivamente.
Soldati italiani correvano verso la villa comunale, liberandosi
delle divise e lanciandoli sui balconi. Qualche giorno dopo,
io e la mia famiglia ci rifugiammo sulla collina di Cappuccini
ospiti del principe De la Tour, perché nel centro di
Nola non era più possibile abitare per la presenza
di sodati tedeschi. Con l'arrivo degli alleati mio padre lasciò
definitivamente la carica di Podestà senza alcuna ripercussione,
apprezzato da tutti per il suo comportamento, tanto è
vero che gli fu proposto dal Town Major di rimanere al suo
posto come Commissario Prefettizio, ma rifiutò, dicendo
che aveva ben altro a cui pensare.
Paolo Minieri
3ª
APPENDICE
Documento
redatto dal Maresciallo
Buonomo Ermanno
" Verso le ore 11,15 dell'11 settembre
1943 venni chiamato nel corridoio del distretto dal signor
colonnello Ruberto il quale mi disse di tenermi pronto ad
accompagnarlo quando sarebbero venuti i tedeschi a prenderlo
per condurlo a parlare con il loro comandante. Di fatti pochi
minuti dopo giunsero 4 soldati tedeschi su di una macchina
blindata aperta. Due di essi scesero dalla macchina e giunti
nel corridoio dove si trovavano riuniti tutti gli ufficiali
del distretto invitarono il signor colonnello Ruberto quale
comandante del presidio di Nola a seguirli. Il signor colonnello
a fronte alta e serena, subito senza frapporre indugi prese
posto nella macchina dopo aver ordinato a me di accompagnarlo
per essergli da interprete con il comandante tedesco. Giunti
nella caserma del 48° Artiglieria dove i tedeschi avevano
preso stanza vidi gli ufficiali e truppa del reggimento inquadrati
e disarmati. Cercai di chiedere all'ufficiale tedesco che
cosa volesse dal signor colonnello del nostro presidio ma
egli rispose che era li non per discutere ma per comandare.
Ordinò così di uscire fuori a tutti e poi scelto
10 ufficiali compreso il colonnello Ruberto li fece fucilare
a lato dell'ingresso della caserma. Io che ero con la truppa,
all'atto della fucilazione al centro del campo vidi i dieci
ufficiali immobili a fronte alta di fronte al plotone di esecuzione
sino al momento in cui una raffica di mitraglia li abbatteva
al suolo, immediatamente dopo i rimanenti ufficiali furono
portati in ostaggio e la truppa messa in libertà compreso
lo scrivente."
Nola 8 maggio 1946
Aiutante di battaglia Buonomo Ermanno
Memoria
lunga o memoria corta?
Ho visto entrando, con sorpresa (pensavo
che la Chiesa dell'Immacolata fosse sconsacrata), che a Nola
c'è la possibilità di ospitare una manifestazione
come questa in un luogo di culto: si vede che stanno cambiando
tante cose, cambia anche con APRITI SESAMO la mentalità
di tutti noi. Comunque vorrei partire dalla considerazione
di come sia paradossalmente difficile, a distanza di quasi
mezzo secolo, ricostruire l'episodio. Sono stati ricordati
i lavori scritti da Manzi, da Carbone, la memoria del D'Alessio.
Ho visto esposte anche delle recentissime testimonianze, quelle
per esempio occasionate dal grosso convegno sull'olocausto
che si è tenuto all'Istituto per gli Studi Filosofici
a Napoli. Dunque a distanza di 54 anni da quegli eventi, noi
ci troviamo di fronte a delle rievocazioni, che si sono sviluppate
via via nel tempo non uniformi, parecchio polemiche le une
con le altre e con accuse, che si rincorrono, dall'uno all'altro
lavoro, di essere stati poco diligenti o poco sereni nel raccogliere
le prove.
Una cosa che mi ha colpito è la rievocazione di quegli
eventi, come di qualche cosa in cui la popolazione civile
sarebbe stata rigorosamente assente. Si trattò cioè
di un episodio di resistenza, ma compiuto esclusivamente da
militari, questo nel solco di una tradizione militare che,
nella piazzaforte nolana, aveva antichi e prestigiosi precedenti.
Ora vorrei, se possibile, sollevare tale questione: non è
tanto importante, in verità, sapere se il Carbone o
il Manzi avessero ragione o volessero raccontare le cose in
un certo modo o avessero qualche interesse a farlo, vorrei
invece sottolineare di come si tratti di una memoria tutto
sommato debole, abbastanza sfocata, abbastanza incerta. Aristide
La Rocca in principio ha detto una cosa molto severa: il peggio
lo ha fatto l'incuria, l'incuria degli uomini. Egli parlava
della caserma, devo dire che ho l'impressione netta che la
memoria debole sia determinata da un atteggiamento complice
della classe dirigente.
Perché questo? Perché nel Mezzogiorno la classe
dirigente di quegli anni lasciò, in quei momenti certamente
difficili (ma una classe dirigente è tale soprattutto
nei momenti difficili), completamente allo sbando le popolazioni
civili.
Devo inoltre dire che fenomeni di altrettanto disinvolta condotta
ebbero anche i quadri militari, soprattutto gli alti gradi,
parecchi dei quali, letteralmente, sparirono dalla circolazione,
in un momento che era difficile, difficilissimo, il più
difficile della nostra storia; ma sono i momenti in cui si
può chiedere, e si deve chiedere, alla classe dirigente,
di dimostrarsi all'altezza delle difficoltà. Così
non fu, e, per colmo di cattivo comportamento, questa classe
dirigente ha anche fatto di tutto, riciclandosi più
o meno rapidamente e ritornando sulla cresta dell'onda, affinché
non vi fosse una memoria forte che avrebbe aperto anche il
discorso sulle responsabilità.
E' dunque straordinariamente opportuno, utile e civilmente
impegnato, ciò che stiamo facendo in questo momento.
Io non ho vissuto quelle vicende, le ho ripercorse attraverso
lo studio, certo, ma ritengo che sia dunque il primo dei nostri
compiti, quello al quale stiamo cercando di assolvere questa
sera. Sono trascorsi 54 anni, non fa niente, tantissimi dei
testimoni non ci sono più o hanno anche loro qualche
acciacco o qualche défaillance; noi li aiuteremo a
ricordare, perché ricordare è di straordinario
interesse per tutti.
Ricordare, trasformare questa memoria debole in memoria forte,
e la memoria forte, penso, non è solo quella della
celebrazione, non è semplice, o sola trasmissione,
pure utilissima, doverosa e civile, tra le generazioni del
ricordo di quegli avvenimenti, rendendo omaggio a chi li ha
vissuti, rendendo omaggio ai caduti per quelle vicende, ma
la memoria forte è soprattutto la memoria come progetto.
Perché parliamo di queste cose, perché le ricordiamo,
perché c'è un istituto che si occupa della storia
della resistenza?
A distanza di 54 anni, leggevo quel titolo: "L'Antifascismo
è finito"; invece l'antifascismo non è
finito, non può essere finito, così come è
scandaloso dover ascoltare, o vedere libri che vanno in circolazione,
nei quali si mette in discussione l'olocausto, nei quali si
nega che ci siano stati milioni e milioni di ebrei mandati
a morte.
Qualcuno osa dire che tutto questo è un'invenzione,
che tutto questo non è mai successo. Ebbene io dico
evviva Nola, che è capace a 54 anni di distanza di
voler ancora con tenacia ricostruire la verità, ricostruire
quella memoria corta che ho detto in principio, perché
c'è una ragione in più: l'idea comune è
che la resistenza sia qualche cosa che riguardi il centro,
ma ancor di più il nord del nostro paese, l'idea cioè
che la resistenza sia esclusivamente la lotta armata partigiana
che è avvenuta sull'Appenino, che è avvenuta
nelle valli alpine; questa è un'idea dura a morire
ed ha a che vedere con la memoria debole di cui ho parlato
prima.
Vorrei che fosse chiaro il concetto che la resistenza, l'antifascismo,
la lotta contro il nazifascismo, la lotta contro la tracotanza
dei tedeschi, iniziò ben prima che arrivassero gli
alleati. Le popolazioni civili o militari italiane si batterono
contro un esercito strapotente ed inviperito, giustamente
inviperito. Male fu infatti ragionato e calcolato l'8 settembre
dichiarando l'armistizio avendo i tedeschi in casa. I tedeschi,
da un minuto all'altro, si rivoltano contro di noi come iene:
ciò andava calcolato, andava considerato.
Ebbene la Resistenza, l'Antifascismo, il moto popolare spontaneo
e poco armato è un processo che riguarda tutta l'Italia,
che riguarda interamente il nostro paese, dalla Sicilia, all'ultimo
lembo alpino ai confini con la Francia e con l'Austria, è
qualche cosa che ha mobilitato la coscienza di tutti, solo
che ognuno via ha concorso con una sua specifica modalità,
con una sua identità. Ci sono diversità, ci
sono differenze che non sono né offensive, né
indebolisco la forza di questa idea, di questo concetto e
di questa straordinaria mobilitazione popolare. Bene fa la
storiografia quando parla e riscopre la categoria della prima
resistenza, ecco, forse ci potremmo arrivare per questa strada:
c'è una prima resistenza subito dopo l'8 settembre,
un'altra che va avanti fino alla fine della guerra, mentre
altrove continua, e va avanti fino al 25 aprile del '45.
La resistenza riguarda tutta l'Italia, alla faccia di chi
oggi si diletta in esercitazioni allo sfascio, non solo civile
e morale, ma che intacca il senso della nostra unità
civile, geografica, patriottica e territoriale. Allora la
resistenza c'insegna anche questo: viva Nola!
Guido D'Agostino
Presidente Istituto Campano
sulla Storia della Resistenza.
Una testimonianza "oculare"
Sono uno dei pochi testimoni che presero
parte alla seconda fase della resistenza. Non era difficile
capire che i tedeschi avrebbero fatto vendetta ed allora ci
presentammo armati di pistole in Piazza d'Armi.
C'era Vincenzo De Beo, Umberto Tommaselli, Giovanni Fiumara,
e c'era, soprattutto, Mario Pace. Essendo Pace figlio di un
colonnello, lo mandammo dal padre per dare la nostra disponibilità.
Noi li conoscevamo bene i tedeschi, i nostri genitori avevano
fatto la guerra contro di loro.
Mario Pace ritornò e disse che il padre gli aveva riferito
che questo era una affare prettamente militare e che i civili
non dovevano intervenire.
Mentre noi raccoglievamo questa risposta, dalla strada della
stazione vesuviana entrò in Nola una colonna tedesca,
credo che ci fosse un solo carro armato, mente per il resto
erano blindati e motocarrozzette. Una parte di questa colonna
ci sorpassò e l'altra si fermò, come per volerci
catturare e prendere come ostaggi.
Le cose però andarono diversamente, perché i
tedeschi, senza aver trovato resistenza, entrarono nell'edificio
del 48, invasero tutte le stanze, fecero alzare i malati e
piantonarono i punti nevralgici della caserma. L'ufficiale
che comandava i tedeschi mandò a chiamare il colonnello
italiano, il quale chiese al soldato di guardia quale fosse
il grado dell'ufficiale tedesco, il soldato rispose: "
E' un maggiore". "Allora è lui che deve venire
da me" disse il colonnello.
In seguito i tedeschi fecero scendere tutti i soldati facendoli
inginocchiare, mentre una cinepresa li riprendeva per poterli
far vedere ad Hitler. Gli ufficiali invece furono chiamati
a sorte per la decimazione.
Voglio sottolineare che gli ufficiali morirono con grande
dignità, il colonnello si accese un sigaro e morì
dicendo: "Viva l'Italia!". Uno solo chiese compassione
e disse: " Sono giovane, ho un figlio piccolo a Napoli,
risparmiatemi". Tutto ciò perché il maggiore
tedesco aveva tenuto prima un breve discorso che l'interprete
aveva così tradotto: "E' legge della divisione
Göring che, per ogni soldato tedesco ucciso, muoiano
dieci ufficiali italiani". Il maggiore rispose all'ufficiale
italiano dicendo che anche lui aveva figli e moglie a Berlino
ed ordinò la fucilazione.
Dopo di ciò ci fu una tale confusione, infatti quando
i tedeschi andarono via, noi entrammo nel "48",
dove c'era un cannone anticarro, diverse mitragliatrici, tra
cui quella russa a 72 colpi, ed un po' tutti si impadronirono
di queste armi.
I fatti dunque andarono così, come li ha visti un testimone,
come si suol dire, oculare.
Purtroppo ancora oggi si sente parlare di naziskin e si vedono
svastiche, io spero che queste persone possano realmente comprendere
cos'è il nazismo.
Luigi Rossi
Presidente di Corte di Cassazione
L'irrazionalità
della guerra
Vorrei fare alcune riflessioni sulla
tragicità della guerra, perché la guerra è
disumana, la guerra sconvolge l'ordine esistenziale della
vita, la guerra è negativa soprattutto perché
semina terrore, semina angoscia.
Nel rievocare i martiri della barbarie nazista, che si abbatté
su Nola nel settembre del 1943, provo un'angoscia terribile,
sento turbare profondamente la mia anima, per l'ingiustizia
violenta e disumana che da secoli contamina la vita della
terra e getta un'ombra bruttissima sulle vicende della storia
nel cielo purissimo della libertà, che nasce dal lavoro
e dalla solidarietà, che unisce il genio dei popoli
e le vicissitudini del tempo umano, della vita e della morte,
dell'essere e del nulla.
La mia coscienza morale ripercorre lo spazio, attraversato
da un mesto corteo, che accompagna le salme dei dieci martiri
fucilati dai tedeschi, e quindi nella mia memoria si scrive
questa particolare commozione di quelli che io definirei "fiori
legati al ventre della terra", perché la guerra
è qualcosa che distrugge la libertà e crea l'antagonismo
fra il passato ed il presente, e crea l'ambiguità,
la contraddizione, l'equivoco e la paura.
Equivoco e paura che ancora oggi impediscono alla vita democratica
della nostra terra di decollare compiutamente, prima l'equivoco
di un qualunquismo ammantato di libertà, quindi la
paura di un presunto comunismo, e quindi la paura della verità
e quindi la contraffazione storiografica di un evento.
Non a caso Giuliano Procacci nella "Storia degli italiani"
afferma che, il periodo compreso tra il 25 luglio del '43
e l'8 settembre di quello stesso anno, è la prova della
insipienza più acuta della nostra classe dirigente.
Aristide La Rocca giustamente parla dell'incuria che, dal
'43 ad oggi, ha sepolto nelle macerie, senza distruggerlo
però, il "48".
Sono quindi le contraddizioni di un'epoca come la nostra,
che si perde il più delle volte nella demagogia dell'utile
e dimentica la continuità storica di un presente e
di un passato che ha bisogno di essere ricordata, ma non ricordata
astrattamente per fare l'esercizio retorico e verbalistico
di affermazioni demagogiche, bensì per dare alle giovani
generazioni il monito di un evento, la cui significatività,
ancora oggi, deve esprimersi nella continuità dialettica
tra il presente del passato ed il futuro del nostro presente.
Luigi Simonetti
Filosofo
Uomini e Superuomini
La regola dell'"occhio per occhio"
stabilita nel Vecchio Testamento - ovviamente del tutto diversa
da quella del "perdonare fino a settanta volte sette"
del Nuovo - costituisce comunque un freno alla possibile reazione
violenta ad un'offesa ricevuta. Essa prevede, infatti, una
punizione che procuri un danno che non sia superiore di quello
che si ritiene di aver subito.
È il caso specifico della "faida" praticata
dai clan mafiosi e camorristici, in base alla quale ogni membro
del proprio clan ammazzato va vendicato con l'uccisione di
un membro del clan autore del delitto. In tal modo si afferma
anche la cosiddetta "legge del sangue o del clan"
secondo la quale la colpa di un soggetto ricade su tutti i
membri della sua parentela o del suo gruppo. Vale, comunque,
il principio dell'equivalenza fra i soggetti appartenenti
a clan diversi. Abbiamo, quindi che 1 / 1, ossia che un camorrista
"vale" quanto un altro camorrista.
La "legge del sangue" vigeva, com'è noto,
anche nel nazismo appunto perché per un delitto commesso
dal membro di un gruppo potevano essere chiamati a rispondere
altri membri dello stesso gruppo. C'era, però, una
rilevante differenza, in quanto era previsto - come emerse
chiaramente nel massacro delle "Fosse Ardeatine"
- che per ogni tedesco ucciso dovessero essere eliminati almeno
dieci della collettività di cui faceva parte l'uccisore.
Sembrerebbe, allora, che l'equivalenza 1 (tedesco) /10 (non
tedeschi) sia soltanto una questione di quantità. In
realtà, sul piano simbolico, l'equivalenza 1/10 sta
ad indicare anche un salto di qualità, in quanto il
passaggio dall'unità alla decina sta a significare
che si ricomincia dall'unità ma accompagnata dallo
zero, per cui ci si colloca su un diverso piano. (Su questo
argomento, è interessante quanto sostiene Carlo Suarès
sui nove archetipi dei numeri che vanno da 1 a 9 e sui loro
multipli che vanno da 10 a 90 e da 100 e 900).
In questo contesto, è plausibile ammettere che con
l'eccidio delle Fosse Ardeatine sia stato praticato, in certo
modo, un "rito sacrificale" che, mentre ha mirato
a far pagare il prezzo d'espiazione - il fio -, nel contempo
ha fondato una differenza radicale di status fra gli offesi
- considerati "superuomini" se non addirittura dèi
- e gli offensori- collocati sul piano di semplici e poveri
uomini. Il "meccanismo" che consente la compensazione
è, come si è visto, il "sacrificio"
di dieci "uomini" per ogni "superuomo"
ucciso. È superfluo osservare la distanza abissale
che separa questo tipo di "sacrificio" da quello
del Figlio di Dio che si lascia uccidere per "salvare"
gli uomini.
D'altra parte, risulta particolarmente interessante rilevare
come, in certe condizioni, il tipo di "rito sacrificale"
adottato dai nazisti possa subire una tale contraffazione
da diventare una vera e propria parodia di se stesso. È
quanto sembra sia avvenuto a Nola, allorquando - come ha riferito
il preside prof. Vincenzo Quindici nel corso della presentazione
degli Atti del Convegno "L'Eccidio di Nola del '43"
del 14-03-1998, in seguito all'uccisione di un soldato tedesco,
i commilitoni di questi arrestarono dieci nolani con l'intenzione
di fucilarli nei pressi di Castel Cicala. Sennonché,
grazie alla mediazione di una signora di San Paolo Bel Sito
che parlava il tedesco, i prigionieri furono riscattati con
l'offerta di un maiale. Ne consegue che, forse per la condizione
di estremo disagio in cui ormai si trovavano i tedeschi, si
verificò una sorta di processo logico del seguente
tipo: 1 nazista / 10 nolani, 10 nolani / 1 maiale, dunque
1 nazista / 1 maiale!
A parte queste situazioni paradossali, resta il fatto che
nell' Eccidio delle Fosse Ardeatine sono riscontrabili aspetti
ben più sconcertanti rispetto alle faide tra camorristi
e tra mafiosi.
Ma lo sconcerto s'intensifica se si porta la riflessione sull'Eccidio
di Nola del '43. In questo caso, i dieci soggetti da sacrificare
per un ufficiale tedesco ucciso, non furono presi a caso.
Essi vennero, infatti, scelti fra oltre un centinaio di ufficiali
italiani, i quali furono separati da circa 3400 reclute e
2300 anziani, dopo che tutti furono costretti ad inginocchiarsi.
Il metodo della selezione degli ufficiali fu quello della
"decimazione". In tal modo, la scelta di un "capo
espiatorio" ogni dieci ufficiali, fece sì che
per ogni soggetto destinato alla fucilazione, ve ne furono
altri nove che la evitarono, oltre le reclute e gli anziani
che erano stati esclusi dalla decimazione. Ebbene, non è
azzardato ritenere che i circa 99 ufficiali contati ma non
fucilati, insieme con gli anziani e le reclute, nel liberarsi
dall'angoscia, dovettero avvertire, appunto perché
erano scampati alla morte, un vago senso di gratitudine per
la Provvidenza o per il loro "destino" o perfino
per gli stessi tedeschi, soprattutto quando un ufficiale nazista
si rivolse, col megafono, ad essi con le seguenti parole (ricordate
dal sottufficiale Ugo Tebaldini, testimone diretto dell'eccidio):
"Soldati, ora potete raggiungere le vostre case. Ad un
nostro ordine, a gruppi di quattro alla volta, vi allontanerete
da questa piazza". E così fu.
In tale contesto, emerge una sorta di ambivalenza del "rito
sacrificale" dei nazisti: da un lato si rileva un'attuazione
pratica del principio sostenitore della diversa dignità
delle persone umane facendo pagare un prezzo pari a dieci
volte (ed anche più) l'offesa ricevuta; dall'altra
si concede -si fa per dire, naturalmente - la "grazia"
alla restante parte della "sostanza sacrificale",
suscitandone la gratitudine.
Ma la gratitudine, a sua volta, comporta la rimozione della
tendenza alla reazione, alla protesta, alla rivolta. Ne consegue
che, a Nola così come altrove, il metodo della decimazione
consentiva ai tedeschi di scoraggiare il diffondersi della
resistenza e, nello stesso tempo, di alimentare la mansuetudine,
la docilità e, soprattutto, l'innoffensività.
Intanto, c'è ancora oggi qualcuno che, di fronte all'inumanità
dei meccanismi diabolici usati dai nazisti, preferisce sospendere
il giudizio e puntare il dito accusatore su colui o su coloro
che, pur conoscendo la "severità" della regola:
"1 tedesco ucciso /10 italiani sacrificati", volle
o vollero ugualmente ribellarsi con le armi al dominio nazista,
assumendosi così la responsabilità dell'applicazione
di quella regola nei confronti dei propri concittadini! È
come dire che coloro che si ribellano al male sono responsabili
delle sue reazioni.
Sulla base del meccanismo adottato dai nazisti nel '43 a Nola
per fare espiare l'uccisione dell'"individuo tedesco",
sarebbe estremamente interessante sottoporre i più
convinti liberal-individualisti di oggi ad un'indagine psicanalista
mirante a stabilire se la loro tendenza a sostenere decisamente
il licenziamento dei lavoratori non sia per caso dovuta, oltre
ad una legittima esigenza di efficienza aziendale, anche al
desiderio inconscio (ma in qualche caso forse perfino cosciente),
da un lato, di sacrificare dei "capri espiatori"
a quel "dio-individuo economico" che, soprattutto
fino a qualche anno fa, è stato tanto bistrattato in
nome della "classe operaia" o della cooperazione
o della socializzazione o dell' associazionismo o della comunità
solidale o del bene comune, e, dall'altro lato, di suscitare,
nel contempo, la docilità e la mansuetudine di coloro
che, conservando ancora il loro posto di lavoro in una situazione
generale di precarietà per il capitale umano (ma non
per il capitale finanziario), si sentono dei privilegiati
dalla sorte.
Franco Manganelli
Lettura
Uno dei fatti di guerra più
tragici, a cui una persona può assistere, accadde proprio
davanti ai miei occhi. Siamo al 9 o al 10 settembre del 1943:
verso le prime ore del mattino la nostra caserma (ndr. : Caserma
Principe Amedeo di Nola) viene circondata dai soldati tedeschi.
Siamo pressoché disarmati: qualche decina di fucili,
una o due mitragliatrici: due o trecento anziani, tre o quattrocento
reclute ancora in borghese, e inoltre un centinaio di ufficiali
che erano giunti in quei giorni al deposito del mio reggimento.
Questa era la nostra forza. Ma nessuno di noi pensava minimamente
a qualsiasi atto di guerra. Con altoparlanti il comando tedesco
ci ingiunge più volte di arrenderci: da parte nostra
non viene data alcuna risposta. Ore angosciose trascorrono:
noi tutti siamo di vedetta alle finestre. Ad un tratto dal
portone della caserma escono alcuni nostri soldati guidati
da un sergente: è una delegazione che il nostro comando
manda a parlamentare coi tedeschi. Un soldato innalza un drappo
bianco: sono disarmati. Avanza un centinaio di metri nell'immensa
Piazza d'Armi che si estende davanti alla caserma, dove un
paio di carri armati tedeschi ed un folto numero di soldati
di Hitler staziona in attesa. Siamo tutti in ansia, trattenendo
il respiro. Il parlamentare del nostro drappello col nemico
è iniziato solo da un paio di minuti quando si sente
una secca detonazione: Dio mio, cosa succede?! Il nostro sergente
si è piegato in due sorretto a stento dai nostri soldati,
i quali piano piano retrocedono verso il portone accogliente
della caserma che viene immediatamente sbarrato. La risposta,
ad alcuni chiarimenti, che il nostro comando chiedeva ai tedeschi
è stata dell'estrema cinica brutalità. Hanno
sparato ad un povero ragazzo che non faceva altro che eseguire
un ordine superiore sentendosi protetto da un drappo bianco,
sicuro che gli avrebbe assicurato l'immunità! Per ordine
di qualche nostro ufficiale, appena la nostra pattuglia fu
al sicuro, venne dato ordine di far fuoco sui tedeschi. Poca
cosa: una breve raffica, qualche colpo isolato di fucile;
in tutto forse una cinquantina di colpi. Dalle finestre notammo
un certo fermento fra il gruppo di tedeschi al centro della
piazza. Ci parve che uno dei loro soldati fosse rimasto ferito;
e forse fu così, tutto poi cadde nel più profondo
silenzio. Si avvicinava il mezzogiorno e nel silenzio più
tragico si pensò di distribuire il rancio. Ad un tratto
udimmo un rumore assordante di ferraglia: un polverone si
sollevò all'interno del primo cortile. Ci affacciammo
al loggiato del primo piano dove erano poste le camerate e
un enorme carro armato, dopo aver abbattuto il portone
della caserma si trovava già al centro del cortile
coi cannoni minacciosamente puntati verso di noi. Dall'alto
della sua torretta un mitragliere brandeggiava la sua mitragliatrice:
soldati tedeschi armati di tutto punto erano già appostati
dietro le colonne del loggiato del cortile. Rimanemmo esterrefatti:
non avremmo mai creduto ad una fine simile. Un altoparlante
ci invita ad arrenderci
e che possiamo fare??! Faccio
del mio meglio per rincuorare i miei compagni: io sono un
esperto in materia. Ho già provato in Libia questa
esperienza! Seguendo il mio consiglio ci riempiamo ognuno
una borraccia d'acqua: non si sa mai. Scendiamo le scale quasi
pungolati dalle baionette inastate dei nostri ex "alleati".
Nel giro di mezz'ora la caserma è vuota e veniamo tutti
ammassati e fatti inginocchiare al centro della Piazza d'Armi
antistante. Siamo un migliaio circa: gli ufficiali sono tenuti
in disparte. I capi tedeschi parlottano tra di loro, ma nulla
ci viene comunicato. Ora sono due i carri armati che puntano
le armi contro di noi. Le bocche delle mitragliatrici ci tengono
sotto tiro. Il lento brandeggiare di queste armi accresce
in noi l'angoscia e l'incertezza del nostro destino. Ad un
tratto un rombo alto nel cielo attira la nostra attenzione.
Su, altissimo nell'azzurro, fra alcuni cirri bianchi, un ricognitore
americano passa lentamente alla ricerca di una preda. "Dio
mio! Fa che non ci veda: fa che quegli uomini lassù
pensino ad altro in questo momento! Se ci scorgessero, sarebbe
una carneficina quaggiù! In poco tempo potrebbero arrivare
su di noi altri aerei e
sarebbe finita per tutti".
Iddio ci ha ascoltati: il ricognitore americano si allontana,
ronfando, e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Il parlottare
dei tedeschi è finito: ora conosceremo il nostro destino.
Tutto avrei potuto immaginare ma non quanto fui costretto
ad assistere. La verità che sto per raccontare ha dell'incredibile.
Ancora oggi, a ripensarci, mi sembra di aver assistito ad
un film drammatico, un film dell'orrore che alla parola fine,
riportava tutto alla normale realtà della vita. Ed
invece
Un ufficiale tedesco si avvicina al gruppo degli
ufficiali italiani, che nel frattempo erano stati posti su
un'unica fila di fronte, e si mette a contare: ogni dieci
uno viene fatto uscire e disposto da una parte. Non riusciamo
a renderci conto ancora di ciò che sta succedendo.
Alla fine della conta una dozzina di nostri ufficiali sono
riuniti contro il muro della caserma a sinistra del portone.
L'ufficiale tedesco col solito megafono si rivolge a noi ed
in uno stentato italiano, ma tragicamente comprensibile, ci
annuncia: "Soldati, per ordine dei vostri ufficiali,
voi avete fatto fuoco sulle truppe della Wermacht, uccidendo
un soldato del grande Führer; ebbene ora noi ci vendicheremo
fucilando i dodici ufficiali che sono stati scelti dalla conta
che ho fatto
". "Dio santo aiutaci", dico
fra me, "non può essere vero: questo è
un tragico gioco di adulti! In fin dei conti sono stati loro
i primi a sparare ad un nostro povero sergente che era andato
a parlamentare, e per di più disarmato!
Noi abbiamo
solo risposto ad una loro azione vigliacca!
".
Ma non è un gioco! E' una realtà che ancora
oggi a distanza di oltre cinquant'anni mi fa accapponare la
pelle in un'angoscia struggente: Un cappellano militare si
avvicina al gruppo degli ufficiali prescelti a questo inumano
e drammatico sacrificio. Un crocifisso viene porto alle labbra
di questi poveri giovani
E' uno strazio: non si ode
un lamento, solo il mormorio delle preghiere del cappellano.
Un paio di giovani tenenti sono come svenuti: altri ufficiali
li sorreggono per le ascelle,
devono morire in piedi,
da eroi! È duro mostrare coraggio davanti alla morte
è comprensibile che un giovane non abbia coraggio di
morire così ingiustamente, (anche se ufficiale)
,
senza una colpa plausibile. Ma è la guerra! "Questa
è la guerra?!" mi domando. "No, questo è
un assassinio di massa". Ma ecco che due baldanzosi soldati
tedeschi si portano davanti ai dodici ufficiali imbracciando
ognuno una "machine pistole". L'allucinante scena
che si svolge davanti ai nostri occhi sta per raggiungere
il culmine della tragedia. L'angoscia che grava su tutta la
piazza è totale. Ognuno di noi ha gli occhi sbarrati,
qualche lacrima sta per inumidire le nostre guance. È
terribile! Il "film" prosegue. Ad un tratto un commando
rompe il silenzio totale che si era formato: alcune secche
raffiche lacerano l'aria
un grido uno solo sgorga dal
petto di un giovane ufficiale: "Viva l'Italia"!
E tutto ripiomba nel più tragico silenzio. Come marionette
a cui vengono improvvisamente recisi i fili, i dodici ufficiali
crollano a terra senza lamento. Noi tutti cerchiamo di coordinare
le idee: cerchiamo di uscire dall'allucinante situazione
ma non è ancora finita. Come si conviene all'abile
regia di qualsiasi film dell'orrore, ecco che un ufficiale
tedesco si avvicina al gruppo informe dei morti
estrae
dalla fondina una Mauser e si accinge a dare il colpo di grazia
a quei poveri corpi. Uno, due
tre
sette, otto
quando si abbassa per colpire alla nuca uno degli ultimi poveri
ufficiali
ecco che all'improvviso questo si alza, miracolosamente
indenne, e di scatto si dirige correndo verso il gruppo degli
altri ufficiali italiani che la fortuna aveva salvato da una
tragica conta, (e che nel frattempo erano stati caricati su
degli autocarri) gridando: "Vengo con voi
vengo
con voi
!", ma il boia inflessibile con la sua Mauser
alza il braccio e puntandola in direzione del povero
redivivo lo colpisce al volo come si colpisce un beccaccino,
con un solo colpo, abbattendolo sullo slancio verso una speranza
di una improbabile salvezza. In quel momento, sono certo,
la maggior parte di noi stava pensando che anche il nostro
destino era segnato. Alcuni sottufficiali italiani si stavano
strappando i gradi nel timore che dopo gli ufficiali toccasse
a loro la stessa sorte. Ricordo di un maresciallo che era
accosciato davanti a me e mi pregava di aiutarlo poiché
non riusciva a togliere i gradi dalle spalline. Era logico
ed umano
dopo quanto avevamo assistito, l'eroismo poteva
essere soltanto materia di una descrizione di romanzi. Il
parlottare dei tedeschi, che era ripreso, è cessato,
ed ecco il solito ufficiale con megafono che si rivolge a
noi. Si sta per decidere la nostra sorte. Pollice verso?
"Soldati"- dice -"ora voi potete raggiungere
le vostre case"
ma è vero quello che sento?
" ad un nostro ordine a gruppi di quattro alla volta
vi allontanerete da questa piazza
", e così
fu
Testimonianza diretta di Ugo Tebaldini,
sottufficiale di stanza a Nola. Da "Tra i reticolati"
- 1996, letta da Antonio Balletta durante il convegno.
Bibliografia
Avella L.- Documenti - Cronaca di Nola
1926/43 - L.E.R. Roma - Napoli 1980
Avella L.- Nola 1861 - 1943 - L.E.R. Roma - Napoli 1981
Avella L.- Fototeca nolana - I.G.E.I.- Napoli 1997-98
Carbone A.- Le tragiche vicende di Nola del 10-11 Settembre
del 1943 - Napoli 1973
Manzi P.- L'eccidio di Nola - Marigliano 1957
Minieri A.- Compendio della terra di Nola - Nola 1973
Minieri G.- Storia di Nola dalle origini ai nostri tempi -
Nola 1983
Avella L. - Nola 1926 -1943 ?-
Rubino C.- Nola d'altri tempi - Ferraro -Napoli 1994
Rubino C.- La Storia di Nola - I.G.E.I. - Napoli 1991
Nunziata M.- La Caserma Principe Amedeo - Nola 1995
Archivio Raffaele Napolitano - Nola
AA. VV.- La Resistenza Italiana - Mondadori - Verona 1975
Biagi E.- La Seconda Guerra Mondiale - Fabbri - Milano 1980
Rendina M.- Italia 1943/45 - Newton - Roma 1995
Battaglia R.- Storia della Resistenza Italiana - Einaudi -
Torino 1953
Bendiscioli M.- Antifascismo e Resistenza - Studium - Roma
1964
COMMENTI (Riceviamo e pubblichiamo)
Spett. Meridies,
navigando ho trovato il vostro sito ed ho letto i preziosi
resconti sul drammatico eccidio di Nola. Sono rimasto però
molto colpito nel leggere il seguente intervento del sig.
Filippo Renato de Luca:
"..parliamo dell'Eccidio di Nola,
delle Fosse Ardeatine e non ricordiamo i bambini mitragliati
dai piloti americani su una giostra un lunedì di Pasqua
in una città toscana; ricordiamo gli ebrei eliminati
nei campi di concentramento e non parliamo dei giapponesi
sterminati dalle bombe atomiche; stigmatizziamo i crimini
di Hitler e non ricordiamo quelli Stalin."
Vi prego, se possibile, di voler mettere
accanto alla sua dichiarazione la seguente replica.
Quelli citati mi sembrano sinceramente dei paragoni assolutamente
improponibili. Il sig. De Luca fa un minestrone di fatti storici
e, senza tenere in alcun conto i precedenti e la cronologia
dei fatti, pone sullo stesso piano questioni completamente
diverse soppesando i morti un tanto al chilo come fossero
pesci su una bilancia. I morti, dovrebbe essere chiaro, non
sono tutti uguali. Mai, come nella seconda guerra mondiale,
era chiaro chi fosse dalla parte del bene e chi dalla parte
del male. Sarebbe come equiparare il soldato tedesco ucciso
a Nola in combattimento con i nostri 10 ufficiali inermi che
vennero fucilati per rappresaglia.
Cosa hanno a che vedere i sei milioni di civili innocenti
provenienti da tutta Europa e condotti al macello da migliaia
di convogli ferroviari di una perfetta organizzazione di raccolta,
spoliazione e massacro a livello industriale, con uno dei
tanti bombardamenti su una città nemica?
C'è chi ancora oggi denuncia il massacro di Dresda
dimenticando che esso venne anni dopo quello di Varsavia,
Belgrado, Rotterdam operati senza alcuna discriminazione (e
senza alcuna dichiarazione di guerra), quando i tedeschi piegavano
l'Europa sperimentando sui civili i rivoluzionari metodi della
blitz krieg.
Anche nel caso delle bombe atomiche sul Giappone andrebbe
ricordato che esse avvennero successivamente non solo al proditorio
attacco a Pearl Harbour, ma soprattuto dopo i terribili ed
indiscrimati bombardamenti dei giapponesi sulla Cina: le migliaia
di bambini cinesi assassinati erano forse meno innocenti di
quelli toscani e di quelli di Hiroshima ?
Il signor De Luca dovrebbe avere almeno l'onestà di
ricordare che se gli americani bombardarono crudelmente l'Italia
fu perchè era stato il nostro paese a dichiar loro
la guerra nel dicembre del 1941. Dovrebbe sapere che ancor
prima che per liberarla, gli alleati sbarcarono nella nostra
penisola per combattere un nemico, per invadere e debellare
chi aveva loro dichiarato una guerra sperando di vincerla.
I crimini razziali di Hitler, non solo sei milioni di ebrei,
ma anche milioni di civili russi, polacchi, jugoslavi, francesi,
zingari, testimoni di Geova ecc. ecc., fatti in nome della
supremazia del popolo tedesco, la Herrenrasse, non possono
essere paragonati alle vittime politiche di un tiranno che
aveva stabilito una dittatura personale nel suo paese, massacrando
soprattutto chi a questo regime si opponeva in nome dell'utopia
comunista.
Sarà bene infine ricordare che se gli americani usarono
per primi l'arma atomica fu solo perchè gli scienziati
di Hitler non riuscirono ad approfondire gli studi per utilizzarla
prima di loro! Se Hitler avesse usato per primo la bomba atomica,
ed il Giappone fosse riuscito nel suoprogetto di dominio sull'Asia,
oggi non avremmo la storia vista dal punto di vista dei vincitori:
non avremmo proprio la storia! Nè tantomeno la possibilità,
come oggi stiamo facendo, di esprimere i nostri diversi pareri
su quella guerra che, per fortuna, hanno vinto i nostri nemici!
Distinti saluti,
Andrea Quinzi