PUBBLICAZIONI MERIDIES  


A cura di:
Angelo Amato de Serpis, Carmine Minieri,
Pio Natalizio, Antonia Solpietro


Interventi di:
Franco Manganelli, Mario Palma, Vincenzo Quindici, Aristide La Rocca, Antonio Minieri, Paolo Minieri, Luigi Rossi, Guido D'Agostino, Filippo Renato de Luca, Giovanni Russo, Luigi Simonetti e Ugo Tebaldini



Nola 1943:
un'epoca
ed il suo tramonto


In ricordo del Presidente Luigi Agostino Rossi

"L'esigenza di dare un contributo culturale alla Festa dei Gigli è una delle prerogative dei maestri di festa del Giglio del Sarto 1998.
Con entusiasmo abbiamo, pertanto, aderito alla pubblicazione del meticoloso e frenetico lavoro svolto da valenti giovani, che hanno raccolto scritti e testimonianze- anche inedite - relative ad un periodo storico della nostra città ed, in particolare, ad un evento tristissimo non solo per Nola, ma per tutta l'umanità.
E' un contributo che si è inteso dare per la ricerca della verità di un fatto controverso e poco conosciuto dai più."

I maestri di festa del Giglio del Sarto 1998
Gugliemo Del Piano, Antonio Vassallo,
Giuseppe Greco, Agostino Morisco.


Introduzione

Il pretesto per arricchire l'opuscolo realizzato nel gennaio di quest'anno, riguardante un episodio importante della storia della nostra città, quale l'Eccidio di Nola del 1943, è scaturito dalla considerazione che aprire "l'obiettivo" e focalizzare un intero periodo della nostra storia, può avere una valenza sicuramente non trascurabile.
A tale pretesto si è aggiunta la disponibilità dei maestri di festa del Giglio del Sarto 1998, che hanno creduto fermamente in un simile progetto, tanto da riuscire a superare tutte le difficoltà d'organizzazione, di tempi e di costi.
Il nostro obiettivo è stato quello, di riunire in un unico volume diverse testimonianze e giudizi autorevoli, che nel loro complesso hanno tracciato un profilo, da diversi punti di vista, di un'epoca storica non tanto lontana dalla nostra, poiché, spesse volte alcune testimonianze possono essere raccolte direttamente da coloro che le hanno vissute in prima persona.
L'Eccidio di Nola, perpetuato in Piazza d'Armi l'11 settembre del 1943, diviene così il punto di partenza intorno al quale sono evidenziati numerosi aspetti noti o meno noti di quei terribili giorni che vanno dall'armistizio alla liberazione alleata.
Le voci diverse inserite in tale lavoro possono anche non coincidere e lasciare interrogativi inevasi, ma il nostro obiettivo è di poter ascoltare pareri diversi ed opinioni anche a volte contrastanti. Non abbiamo voluto dare risposta, anzi abbiamo cercato di disegnare un quadro di quei giorni, il più possibile variegato, proprio per far riflettere il lettore e stimolare la formulazione di opinioni personali.
Abbiamo provato a far rivivere quegli anni difficili, che hanno portato l'Italia, prima in guerra, poi alla catastrofe ed infine, a numerosi lutti. Vogliamo inoltre, parlare ancora dell'Eccidio di Nola, come un episodio che ha segnato la storia della nostra città e che, in ogni modo, nonostante, qualche opinione contraria, è stato in pratica dimenticato. Uno dei primi atti di guerra contro l'occupazione nazista in Italia, quale l'Eccidio di Nola, se fosse avvenuto in qualunque posto, sarebbe stato probabilmente conosciuto da tutti. Non basta che pochi studiosi locali sappiano cosa sia avvenuto l'11 settembre a Nola, è invece, necessario che siano tutti consapevoli che la nostra città è stata protagonista di una vicenda che ha segnato non poco la vita dell'intera nazione.
La strage di Marzabotto, l'Eccidio delle Fosse Ardeatine, il sacrificio di Salvo D'Acquisto e tanti altri episodi della storia di quegli anni sono conosciuti ai più, l'Eccidio di Nola invece no. Non abbiamo, certamente, la pretesa di poter colmare questa lacuna con una semplice pubblicazione, a noi basta comunque l'aver lanciato un sassolino che possa però provocare tante e tali onde da poter essere da stimolo per una maggiore coscienza civile e storica delle nostre genti. L'Eccidio di Piazza d'Armi, la sofferenza ed i drammi che hanno vissuto le popolazioni in quelle tragiche giornate, devono essere di monito per chi, come la nostra generazione, non conosce tali stenti che potrebbero però ricomparire senza nemmeno avere il tempo di accorgercene.
Sentiamo il dovere di ringraziare tutti coloro che hanno accolto con grande entusiasmo il nostro invito e che, sacrificando un po' del loro tempo hanno reso possibile questa pubblicazione. Tale lavoro, non volendo essere un punto d'arrivo, e solo un invito a guardare alle nostre spalle per scoprire le cose positive, ma anche gli errori commessi da chi ci ha preceduto, proprio per puntare ad una società con meno sofferenze ed ingiustizie.
Ringraziamo i maestri di festa del Giglio del Sarto 1998; Guglielmo Del Piano, Giuseppe Greco, Agostino Morisco, Antonio Vassallo, gli autori; Guido D'Agostino, Filippo Renato de Luca, Aristide La Rocca, Franco Manganelli, Paolo ed Antonio Minieri, Mario Palma, Vincenzo Quindici, Luigi Agostino Rossi, Giovanni Russo, Luigi Simonetti, Ugo Tebaldini; hanno, inoltre, contribuito; Leonardo Avella, Salvatore Broda, P. Oreste Casaburo, Nicola Castaldo, Italia Paternostro de Luca, Giacomo De Sena, Guido Galdi, Giuseppe Mollo, Raffaele Napolitano, Antonio Silvestri, Luigi Vecchione, l'Istituto Italiano per la Storia della Resistenza, l'Ufficio di Segreteria del Comune di Nola, i Verdi di Nola.

Angelo Amato de Serpis, Carmine Minieri,
Pio Natalizio, Antonia Solpietro


Il ventennio fascista

Gli anni del fascismo a Nola

La città di Nola non ha avuto dei trascorsi prettamente fascisti. Infatti, nella cittadina dei gigli, nei primi anni dell'avvento del regime, vi era una certa tendenza nazionalista che si fece, sentire con manifestazioni varie, e che ebbero una notevole influenza sull'amministrazione in carica all'epoca. Nonostante ciò fin dall'Ottobre del 1922 fu istituita nella città una "sede circondariale dei fasci di combattimento", nella quale confluirono tutte le sezioni del circondario: le più agguerrite furono soprattutto quelle di Saviano, Marigliano, Cicciano, Camposano, San Paolo Belsito, Palma C.
Tutte queste agitazioni portarono alla fusione, l'8 agosto 1923, tra nazionalisti (cioè i seguaci dell'onorevole Greco), e i fascisti di Padovani (che perì tragicamente a Napoli in seguito al crollo di un balcone).
Venne anche stampato un giornale fascista "Gente Nostra" diretto da un nolano: Bruno Spampanato che in seguito si trasferì nella capitale. Il fatto curioso era che questo giornale dichiaratamene fascista (come del resto il suo direttore), sulla testata portava: "Organo dei Nazionalisti di Nola".
D'altra parte, tutto quello che non facevano i fascisti a Nola, era svolto dai paesi del circondario, che fin dal 1926 cercavano di svolgere una loro azione combinata, onde imporre l'adesione di tutti i cittadini al nuovo credo fascista; infatti, fissarono per la fine del 1926 un convegno di tutti i podestà. Il fiduciario del comprensorio nolano il dottor Luigi Manzi, quale nuovo comandante della Federazione Provinciale Fascista, pronunziò per l'occasione un vibrante discorso inneggiando alla patria, al Fascismo ed alla concordia di tutti i cittadini (si ricorda che a Nola vi era sempre la lotta politica tra Bianchi e Neri).
Il convegno si svolse nell'Aula Magna del Comune di Nola alla fine di gennaio del 1927 (la riunione del 1926 fu rimandata per ragioni contingenti). A quest'importante convegno (si ricorda che era il 1° incontro che l'Agro Nolano abbia avuto con il Fascismo) aderirono anche le sezioni nolane dei combattenti e reduci mutilati di guerra.
In quell'occasione parlò il presidente, l'avvocato Antonio de Luca, che inneggiò "al giubilo di vittoria, poiché l'ultima roccaforte e la più tenace della socialdemocrazia era smantellata nel nostro circondario… poiché il fascismo nolano, con un'opera fervida e costante, aveva combattuto e vinto la nobile e santa battaglia…".
Da questo discorso si rileva come a Nola non fu abbastanza facile l'opera di convincimento e di propaganda del regime fascista!
Mentre una nota del "Roma" informava che a Nola la cittadinanza attendeva la nomina del podestà (la corrispondenza datava 24 febbraio 1927), nell'aprile dello stesso anno, dopo molte richieste avanzate dal prefetto di Napoli, poiché il circondario di Nola cessasse di appartenere alla provincia di Caserta, cosiddetta "Terra di lavoro", e passasse a quella di Napoli, fu deliberato il 24 giugno 1927 che il comune di Nola facesse parte a tutti gli effetti della provincia di Napoli.
A Nola, poi, solo il 18 maggio 1928, dopo ben sei anni dalla fatidica "Marcia su Roma", fu nominato un podestà nella persona del Generale G.B. Raimondo; infatti, la città fu uno degli ultimi comuni italiani a vedersi assegnarsi tale carica.
Questa nomina fu inoltre preceduta da un manifesto, una sorta di lettera aperta a Benito Mussolini da parte di cittadini nolani, in cui si lamentava che da due anni in Italia era stato istituita la carica di podestà, mentre il comune di Nola subiva ancora l'onta dei commissari.
Ritornando al discorso precedente, l'opera del primo "sindaco fascista" fu molto intensa sotto tutti i punti di vista, ricordiamo il riattamento degli edifici scolastici, l'ampliamento del cimitero.
Nel '31 lo sostituì Luciano De Santis, del quale vanno ricordate, tra le sue opere, la costruzione e la sistemazione di molte strade e piazze di Nola, e l'approvazione del progetto riguardante Piazza Duomo (reso effettivo nel '36).
Sembra strano, ma un vero e proprio fervore fascista si delinea proprio negli anni trenta. Dal 1933 vi fu una continua "adunata fascista", anche per la fattiva opera del segretario del fascio, il centurione Spampanato, che in una riunione di maggio aveva elogiato l'opera del suo predecessore, il preside Pietro Mundo, specialmente in campo organizzativo. Per la cronaca al tempo (come risulta dalla relazione del camerata Spampanato) la federazione giovanile di Nola contava circa 200 iscritti, l'Opera Nazionale Balilla quasi mille, il Nucleo Fascisti Universitari (N.U.F. che in seguito prese il nome G.U.F.) circa 220 iscritti e l'opera nazionale dopolavoro più di 250 iscritti.
Ma chi sovrintendeva a tutto ciò era il gerarca Ciccone di Saviano, che aveva sotto il suo controllo tutte le organizzazioni circondariali del regime fascista.
Come accennato già in precedenza, gli anni che seguirono il 1933 furono tutti caratterizzati dallo sforzo comune di porre Nola e dintorni all'avanguardia in ogni campo: sociale, organizzativo e finanche sportivo, poiché verso la fine di quello stesso anno fu nominato ispettore sportivo della zona il camerata Felice Spampanato che, oltre al calcio, dette nuovo impulso al campo motoristico e ciclistico, fece installare perfino un "ring" per una palestra di pugilato.
Gli anni trenta per Nola ebbero come momento di maggiore splendore il 1935, quando le donne nolane donarono alla patria le loro fedi nuziali d'oro e d'argento. Furono versati, per la cronaca, anelli d'oro per kg. 4,400 e d'argento per Kg. 20,500.
Nello stesso anno, con un gesto simbolico, il nuovo podestà di Nola, Luigi Ronga (che sostituì De Santis), partì volontario per l'Africa orientale (fece le sue veci il vice-podestà Spizuoco); allo stesso tempo il Vescovo di Nola tenne un vibrante discorso che inneggiava al Duce, al Re Imperatore d'Etiopia ed ai giovani nolani che avevano sacrificato la vita in terra d'Africa, basti ricordare, tra questi, la medaglia d'oro Geremia Trinchese.
Certamente gli anni che precedettero la seconda guerra mondiale (i podestà furono: nel 1938 Celestino De Sena; nel 1940 Eduardo Contieri) si ricordano come anni di intenso lavoro e fervore di opere. Infatti, vi fu la realizzazione del campo sportivo in località "Stella", la creazione della "Colonia Elioterapica" (o "Colonia Solare") in Via Seminario per i bambini orfani e gli indigenti dell'agro nolano, l'incremento delle linee ferroviarie mercè, il servizio delle "Littorine" che, per mezzo delle ferrovie dello stato, raggiungevano Napoli in 32 minuti, ed infine la costruzione della "Casa del Fascio", terminata soltanto nel 1941.
Ci fu, poi, l'inaugurazione (non ufficiale) del monumento ad Ottaviano Augusto il 1 maggio 1938. Questo dono di Mussolini alla città di Nola era la risoluzione di una polemica sorta tra Nola ed Ottaiano circa la residenza dell'imperatore. Ma il Duce, pose fine alle polemiche, cambiando l'antico nome della cittadina d'Ottaiano in Ottaviano e donando la statua d'Augusto a Nola. L'inaugurazione ufficiale non avvenne mai ed un lenzuolo, una volta bianco, copriva ancora la statua il 1 ottobre 1943 all'arrivo delle truppe alleate a Nola, i nolani si affrettarono insieme con gli alleati a far sparire quel grigio mantello. Sono inoltre da ricordare: la realizzazione dei monumenti ai caduti ed a Tommaso Vitale, per opera dello scultore Pellegrini, e l'approvazione del nuovo regolamento edilizio in data 10 novembre 1939. Proprio nell'anno in cui il Duce doveva venire a Nola (a luglio del 1940 per l'anniversario dei moti carbonari) vi fu la dichiarazione di guerra il 10 giugno.
Gli anni del fascismo furono tutto sommato anni positivi per Nola; certamente, dopo la lettura di questo capitolo, qualcuno potrebbe considerare, in modo ironico, questa una piccola isola felice nell'Italia fascista. Ciò non lo fu senz'altro, infatti, episodi d'intolleranza si registrarono anche nella città dei gigli nei confronti dei non pochi antifascisti nolani.
Purtroppo, senza voler dare alcuna giustificazione, i regimi dittatoriali (di qualsiasi colore politico) hanno, tra le tante cose, come lato negativo, quello di reprime
re le libertà. C'è sembrato superfluo soffermarci su questi fatti che, in ogni caso, ci sono stati e non vanno dimenticati, perché la libertà è un bene che va tutelato. Nel descrivere la cronaca di quegli anni si è preferito evidenziare gli aspetti più concreti, per non rischiare di essere considerati retorici e ripetitivi.

Antonio e Carmine Minieri

Bibliografia
AVELLA L., Nola 1926-43, in "Documenti - Cronaca, libro VII, Napoli 1980.
DE ANTONELLIS G., La fine del fascismo a Napoli, Ares, Milano 1967.
MINIERI A., Compendio della Terra di Nola, Nola, 1973.
MINIERI A., Testimonianze ed opere, Nola 1990.
MINIERI G., Storia di Nola, Nola 1983.
PRETI L., Giovinezza, giovinezza, Mondadori, Milano 1964.


L'urbanistica e l'architettura fascista

Il ventennio fascista ha promosso la realizzazione di un elevato numero di opere pubbliche che costituiscono vere e proprie testimonianze della sua presenza concreta, capillare ed innovativa nel tessuto territoriale nazionale.
Fin dal discorso proclamato in Campidoglio da Benito Mussolini il 31 dicembre 1925 vengono enucleati i punti cardine del programma di trasformazione urbana di Roma in capitale del fascismo:
"Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo: vasta, ordinata, potente come fu nei tempi del primo impero di Augusto. Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora l'aduggia...Tutto ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza deve scomparire...i monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine".
L'intento di affermare un modello ideale di città nella quale si sarebbe dovuto armonizzare il "vecchio" con il "nuovo", le metropoli, con i borghi rurali, fa si che in Italia si diffonda una nuova cultura architettonica ed urbanistica, che risente negli anni trenta del secolo della diretta influenza delle idee di Le Corbusier, il cui interesse per l'Italia fascista deriva dalla convinzione che nel paese vi è un'autorità realmente interessata a dare spazio all'architettura moderna.
Quest'idea si rafforza negli anni fra il 1933 e il 1936, quando in Italia si afferma l'architettura razionalista.
Il razionalismo, infatti, nasce nel nostro paese fra il 1926 e il 1927 a opera di giovani architetti che a Milano fondano il Gruppo 7 alcuni di questi come, Giuseppe Terragni, Luigi Figini, Gino Pollini, Adalberto Libera diventano negli anni successivi le figure di spicco della nuova architettura italiana, e a loro non mancano occasioni di lavoro da parte del partito nazionale fascista, per il quale realizzano numerose costruzioni di edifici pubblici: scuole, colonie marine, stazioni, uffici postali e Case del fascio, la più nota, delle quali, è quella di Giuseppe Terragni.
Nel 1928 Libera organizza a Roma la prima Esposizione italiana di architettura razionale, ove sono presenti i giovani razionalisti di Milano, Torino e Roma. Tre anni dopo, sempre a Roma si apre la seconda Esposizione di architettura razionale, organizzata dal MIAR (Movimento italiano per l'architettura razionale) ed inagurata da Mussolini che dichiara l'architettura razionalista la vera espressione del fascismo. L'anno successivo per celebrare il X anniversario della marcia su Roma, viene allestita nella città eterna la Mostra della rivoluzione fascista.
Fra il 1936 e il 1937, la svolta impressa da Mussolini con la conquista dell'Etiopia e la fondazione dell'Impero (9 maggio 1936), l'alleanza con la Germania di Hitler (1937) e la guerra di Spagna (1937) impone a questi architetti di interpretare in maniera più aulica il nuovo supposto ruolo dell'Italia in Europa, legandosi direttamente alla tradizione di Roma antica.
La preparazione dell'Esposizione a Roma prevista per il 1942, prende il via con la costruzione dell'E42 (EUR), in cui il linguaggio classicista si afferma come meglio rispondente alle ambizioni imperialistiche del paese.
Marcello Piacentini diviene l'architetto più noto del Regime e dirige l'intera operazione nel disporre centinaia di colonne e di archi romani sulle facciate degli edifici, in maniera non dissimile da quanto avviene contemporaneamente in altre capitali, da Washington a Parigi, da Berlino a Mosca.
Nella seconda metà degli anni trenta trionfano, dunque, i classicismi più retorici e i monumentalismi, segno di regimi totalitari, che pur con differenti espressioni politiche sentono il bisogno di affermare, in un momento critico, la propria autorità e stabilità. Infatti, in architettura ne risulta un enfatico monumentalismo che ricorda, proprio, quelle monarchie assolute e quella dittatura fascista che contrassegna quel periodo storico. Alcuni edifici e ambienti urbani sono concepiti come scenario di celebrazioni di riti, atti ad esaltare i fasti del nazional-socialismo e del fascismo.
Molte fabbriche architettoniche si richiamano senza originalità, ai soliti modelli classici, con un rigoroso rispetto della simmetria, l'uso di materiali comuni, come il travertino e i mattoni, facciate caratterizzate da lastre piane, fredde superfici marmoree e forme essenziali, finestre di predeterminate dimensioni, particolari ricorrenti, quali l'attacco a terra dell'edificio e il suo coronamento.
La nuova città fascista, pertanto, diviene testimonianza di ciò che è perenne e non contingente, proiettando il cittadino in una concezione di vita eroica e collettiva da contrapporre a quell'individualista borghese.
L'impianto urbano è impostato su uno schema radiocentrico, con la grande piazza centrale, la casa comunale affiancata dall'alta torre littoria, la chiesa, il mercato coperto, le scuole, i campi sportivi, la fascia periferica delle borgate e la zona dei villini residenziali.

L'Urbanistica e l'Architettura a Nola nel periodo fascista.

Regolamenti Edilizi dal 1930 al 1939

La città di Nola, così come l'intero agro nolano, conosce un periodo di intensa attività urbanistica ed architettonica durante il regime fascista, numerose sono le sistemazioni dei centri abitati, pavimentazioni di strade, costruzioni di edifici pubblici, centri assistenziali, interventi di consolidamento e restauro di edifici preesistenti. Basti pensare alle Case del Fascio e alle Colonie Elioterapiche realizzate a Marigliano, Roccarainola, Visciano, Castelcisterna, Cicciano.
In particolar modo per la città di Nola, l'esame delle Delibere Comunali dagli anni trenta agli anni quaranta ci consente di delineare il quadro urbanistico delle trasformazioni del territorio, sulle indicazioni prescritte dai Regolamenti Edilizi Comunali.
La delibera del 7 ottobre 1930 (DGC 134) prescrive il Regolamento Edilizio da applicarsi "... al perimetro dell'abitato, nelle vie esterne di circonvallazione, a quelle di comunicazione con Saviano, Cimitile, San Paolo Belsito, fatta eccezione per le norme di nuova costruzione da applicarsi per tutte le opere che si eseguono nel territorio del Comune… ". La Commissione Edilizia presieduta dal Podestà, e costituita dall'Ingegnere comunale, dall'Ufficiale sanitario, da un legale, da un Ingegnere civile o Architetto e da un Geometra , tiene conto dell'approvazione di progetti che devono rispondere a determinate norme:
"... Chiunque voglia costruire, ricostruire e modificare sostanzialmente edifici nei siti suindicati dovrà presentare denunzia in carta libera. Alla denunzia nel caso di nuove costruzioni, dovrà essere allegata una planimetria generale della località a piccola scala e una planimetria a scala 1:100, per ogni piano, oltre il prospetto della facciata principale alla stessa scala 1:100 e questa con l'indicazione dei laterali livelli di cornici e vani se all'erigendo casamento ce ne sono altri contigui. Nel caso in cui si tratta di restauro o ampliamento necessita corredare la denunzia della planimetria del solo piano o dei diversi piani ove si eseguirà l'opera, oltre il prospetto principale nel quale con diverse tinte deve essere precisata la parte che va ricostruita ed aumentata rispetto a quella che resta inalterata...
... Ogni proprietario che voglia costruire, restaurare il suo edificio nell'ambito dell'articolo 1, è tenuto al rispetto delle seguenti norme nonché a quelle degli articolo seguenti:
a) l'estetica del fabbricato deve essere in armonia con la sua destinazione e non contraddire ai precetti elementari dell' architettura,
b) i coloramenti esterni dovranno eseguirsi con tinte secondarie e pallide, escludendo quelli che possono offendere la vista o riuscire indecorosi,
c) i vani saranno su una medesima verticale con opportuna distribuzione sul fronte dell'edificio, che sarà terminato superiormente, da cornicioni di coronamento, in armonia con l'importanza, destinazione e stile del fabbricato,
d) l'altezza dei fabbricati deve essere di regola uguale a due volte la larghezza delle strade. Per gli edifici prospicienti sulle piazze pubbliche e strade di rimarchevole larghezza l'altezza degli stessi non deve superare i metri 18. Per gli edifici prospicienti sui vicoli è concessa un'altezza massima di m. 9. Nelle vie in pendenza le misure d'altezza saranno fatte sull'asse verticale centrale del fabbricato da costruirsi. Per gli edifici ad angolo fra piazza e via e fra due strade sarà permesso che la casa possa raggiungere l'altezza consentita in proporzione alla via più larga anche sul fronte prospettante quella più angusta per una estensione che non oltrepassi il terzo della lunghezza del corpo di fabbrica costruito sulla via più larga.
e) gli ambienti tutti debbono ricevere aria e luce direttamente dall'esterno a mezzo di regolari vani di balcone o finestre o mai a mezzo di lanternini superiori o pozzi di luce, i quali sono permessi per le sole scale e acquai o latrine...
f) i fabbricati si svilupperanno in corpo di fabbrica, atti a permettere il libero gioco del sole all'interno...
...Al confine della pubblica via, le intercapedini fra due casamenti contigui non saranno permesse, se non hanno la larghezza minima di m.4 tra il vivo delle mura opposte, in maniera che per due zone contigue ciascuno dei proprietari deve distanziarsi m.2 dalla linea di confine. Tali intercapedini devono essere munite di inferriate verso la strada e piazza.
... E' vietato nelle facciate verso la pubblica via o piazza qualsiasi condotto per cessi, acqua di Serino, fumo ed acqua lurida o anche semplicemente di ventilazione. Le grondaie debbono essere risaltate ed in metallo, e la parte inferiore, per l'altezza di m. 2.50, di ghisa o di ferro e debbono versare con appositi rametti nella pubblica fogna.
Nessuno potrà, senza licenza del Podestà, abbassare, alzare o in altro modo alterare il lastricato o il suolo delle strade, ne piantarvi colonnine, scansaruote, scalini ed altri simili ingombri.
... E' vietato costruire edifici sul ciglio o al piede degli appicchi, su terreni franosi o comunque atti a scoscendere, sul confine fra terreni di natura o resistenza diversa, o sopra un suolo a forte pendio, salvo il caso che le fondazioni appoggino su roccia viva o compatta.
... Le murature debbono essere eseguite secondo le migliori regole d'arte con buoni materiali e con accurata manodopera... Quando il pietrame non presenti piano di posa regolari dovrà prescriversi che la muratura stessa venga interrotta da corsi orizzontali di mattoni a due filari a da fasce continue di calcestruzzo di cemento dello spessore non inferiore a cm. 12 estesi a tutta la larghezza del muro, e che la distanza reciproca di tali corsi o fasce non sia superiore a m. 1.50.
... Nei piani superiori a quello terreno dovranno essere vietate le strutture spingenti contro i muri ove non siano munite di robuste catene. I tetti dovranno essere costruiti in modo da escludere ogni spinta orizzontale. Le travature dei solai dovranno essere incastrate nei muri perimetrali per non meno di m. 0.25.
... Nelle strutture di cemento armato dovranno essere strettamente osservate le prescrizioni per l'accettazione degli aggiornamenti idraulici e per l'esecuzione delle opere di conglomerato cementizio semplice ed armato approvato con D. R. presidenziale 15-6-1925 ed eventuali successive modificazioni.
... I proprietari, per i lavori edilizi da eseguirsi fuori delle località indicate all'art.1, hanno l'obbligo di presentare la denunzia prima che siano iniziate le opere, al Podestà, il quale procederà agli opportuni accertamenti a mezzo dell'Ufficio Tecnico Comunale.
Salve le disposizioni vigenti in materia non potrà eseguirsi alcun lavoro negli edifici aventi pregio artistico o storico senza darne previo avviso al Podestà presentandogli ove occorra il progetto. Il Podestà, udito il parere della Commissione edilizia, può impedire l'esecuzione di quelle opere che fossero riconosciute contrarie al decoro pubblico e alle regole d'arte. Se nel restaurare o nel demolire un edificio qualsiasi si venisse a scoprire qualche avanzo di pregio artistico o storico, il Podestà ordinerà i provvedimenti che siano richiesti dalle urgenti necessità della conservazione del monumento o oggetto scoperto.
Quando l'ampiezza della strada, a parere della Commissione edilizia, lo consente, sono permessi i tavoloni di balconi, con lo sporto maggiore del normale e mai superiore a m. 0.70, ma dovranno essere costruiti con la dovuta solidità e d'altezza minima non inferiore a m. 5 dal livello del suolo per gli esistenti casamenti. Detti tavoloni debbono essere o con voltino a gattoni di ferro o essere di marmo spesso cent.4 poggianti su appositi gattoni a telaio di ferro, se di sporto maggiore di m.0.60 debbono essere rafforzati con squadri.
E' vietata l'apertura delle porte delle case o botteghe verso le vie e piazze pubbliche, tutti gli infissi devono spiegare negli interni dei vani.
Le Amministrazioni ed i privati debbono collocare a loro cura e spese i numeri plateali accanto i vani dei loro edifici prospicienti sulle pubbliche vie con l'ordine e modelli prescritti dal Municipio.
...Non possono collocarsi tende sporgenti sopra il suolo pubblico senza lo speciale permesso dell'autorità comunale. Le tende dovranno essere disposte con sostegni pensili metallici, dovranno essere di forma e stoffa decorata e sotto nessun aspetto disdicevole al pubblico ornato e non dovranno mai discendere con le loro parti più basse ad un'altezza minore di m. 2.20 dal piano del marciapiede o della strada sottostante.
... Il Podestà, per ragioni di decenza e d'igiene pubblica, può costringere i proprietari a restaurare, intonacare ed attintare tanto le facciate esterne degli edifici, le mure di cinta degli orti e dei giardini che danno sulle pubbliche vie, nonché a quelle facciate laterali dell'edificio visibili dal suolo pubblico. All'obbligo della tinteggiatura fanno eccezione quegli edifici il cui stile non comporti una speciale coloritura e cioè per quelli costruiti in pietra a vista od in laterali a lavori quadri...
... Se un edificio è posseduto da più proprietari la tinta della facciata dev'essere uniforme e generale e non indicare il modo onde è distribuita la proprietà. La scelta della tinta, se tutti non sono d'accordo, spetterà di diritto a colui o a coloro che ne posseggono la maggior parte.
... I proprietari di fabbricati, ovunque situati, non potranno per qualsiasi motivo o pretesto rifiutarsi all'apposizione dei numeri civici nel punto indicato dall'Autorità Municipale nonché dalle tabelle indicando il nome delle vie e piazze.
Le località in cui da privati o da pubbliche Amministrazioni si eseguono le opere edilizie sono sempre accessibili alle Autorità Municipali, al personale tecnico da queste all'uopo ed agli agenti di polizia urbana, ogni volta che occorre verificare l'osservanza delle disposizioni del presente regolamento... ".
Questo Regolamento Edilizio, approvato dal Comune con la suddetta deliberazione, e sottoposto al vaglio dell'Alto Commissariato per la Provincia di Napoli in data 13 marzo 1931, N°28629, è restituito dal Ministero dei Lavori Pubblici senza omologazione perché alcune disposizioni in esso contenute sono: " ...contrarie alle massime che secondo la dottrina, la giurisprudenza e la prassi amministrativa formano la materia...". La modifica, riguarda la disposizione relativa all'altezza dei fabbricati, indicata all'art.5, lettera d, del presente Regolamento Edilizio. Questi è ulteriormente rivisto nella deliberazione del 2 luglio 1932 N° 112 con l'aggiunta di altre norme: "…qualunque sia la larghezza della strada e tranne pei vicoli molto ristretti e non superiore a m. 3 - è sempre consentito la sopraelevazione fino a tre piani, compresi il pianterreno. In questo caso l'altezza minima della facciata e dei prospetti della fabbrica non devono superare i metri 14. Tutte le sopra richiamate misure d'altezza vanno fatte per la linea della gronda dell'edificio e il piano o marciapiede stradale nell'immediata vicinanza dell' edificio stesso...".
Il Regolamento Edilizio del 1932 è approvato dal G.P.A. (Giunta Provinciale Amministrativa) nella seduta del 20 gennaio 1933 N° 74695 fermo restante la modifica degli articoli 5 e 8.
L'aumento della popolazione e la necessità di provvedere a creare strutture rispondenti alle nuove esigenze di un centro in espansione, fa sì che nel 1933, venga redatto il progetto del Piano Regolatore per l'ampliamento e la sistemazione della città, mai reso esecutivo, ma tuttavia importante, perché rispondente a quei criteri dell'urbanistica razionalista che nel ventennio fascista diventa il simbolo dell'ideologia del Regime.
Il progetto prevede l'espansione della città verso la periferia e la creazione di un efficiente sistema viario per meglio defluire l'intenso traffico cittadino, nonché la realizzazione di sotto servizi, quali, fognature ed acquedotti.
Redatto dall'Ing. Luigi Galeone il Piano Regolatore è ispirato a criteri di urbanistica moderna " ... è pregevole per dati statici e statistici...e si adegua altresì alla conservazione di alcune caratteristiche della città di Nola che ha tradizioni pre-romane...".
Pertanto, il Galeone riceve, con la delibera del 2 settembre del 1933 N° 185, l'incarico di completare in ogni sua parte il progetto.
Il Piano Regolatore del 1933, purtroppo, non è mai stato reso esecutivo, né la documentazione ci consente di sapere se il progetto è stato mai ultimato, poiché le delibere successive per quanto riguardano le sistemazioni urbanistiche fanno riferimento al precedente Regolamento Edilizio del '32, al quale vengono apportate delle modifiche nelle deliberazioni dal 1935 al 1937.
La fase conclusiva di questa intensa attività di assetto e di trasformazione urbanistica della città nel ventennio fascista, si concretizza con il Regolamento Edilizio del 1939 che rappresenta la piena attuazione di quei principi dell'Architettura razionalista, che troveranno, poi, piena applicazione negli edifici, simbolo del Regime, quali la Casa del Fascio e la Colonia Elioterapica.
Nel Testo Unico di suddetto Regolamento emergono delle disposizioni ben precise, anche, riguardo alla tariffa di bollo per ottenere l'autorizzazione ad eseguire i lavori: "… Tale domanda essendo diretta a promuovere un vero e proprio provvedimento o concessione amministrativa, assume carattere di ordinaria istanza o petizione ed è soggetta alla tassa di bollo di £ 4,00 … dall'art. 6 lett. B della tariffa del bollo. Gli allegati sono soggetti al bollo, secondo la loro misura… in quanto compilati per quella tassa dalla tariffa A annessa alla legge tributaria 30 -12-1923 N° 3268. Anche in carta da bollo di £ 4,00 e sempre a carico dell'interessato deve essere compilato il nulla osta del Podestà…".
Inoltre il Regolamento del 1939 si caratterizza, per l'uso di un linguaggio più scientifico, rispondente alle nuove tecniche e norme costruttive, che si diffondono in questi anni in Italia. Si delinea anche, la presenza di figure professionali che rivestono ruoli e responsabilità ben precise durante l'esecuzione delle opere.
"… 1-Prima di iniziare i lavori l'interessato, pur avendo già ottenuto il nulla osta di concessione, è espressamente tenuto a comunicare al Podestà l'impresa appaltatrice, il suo numero di posizione assicuratrice ed il tecnico cui è affidata la direzione dei lavori che controfirmerà la comunicazione per accettazione. 2- Nel caso che i lavori si eseguissero… detta comunicazione conterrà il nome del committente con la sua posizione assicurativa e quella del direttore dei lavori. 3- Per tutta la durata dei lavori il committente dovrà tener esposta in fronte visibile, all'esterno del cantiere una tabella con l'indicazione del suo nome, dell'impresa appaltatrice e del direttore dei lavori. 4- Qualora durante l'esecuzione dell'opera risulti che il direttore dei lavori non presta effettivamente la sua opera sarà senz'altro revocata la licenza e disposta la sospensione dei lavori…".
I progetti devono essere sempre redatti e firmati da un professionista autorizzato ai sensi della legge 1213 del 29 luglio 1933, concernente i leganti idraulici e la realizzazione di strutture in conglomerato cementizio.
Il richiamo ai principi dell'architettura razionalista, alle sue linee essenziali e ai criteri di ordine, semplicità, decoro ed igiene, è chiaramente espresso nel documento: "…c) Le aperture di passaggio di aria e luce, nei vari piani del fronte dell'edificio si ubicheranno in verticale, salvo per ragione di architettura razionale. L'edificio terminerà superiormente con cornicioni di coronamento, in armonia, con l'importanza, destinazione e stile del fabbricato, salvo che per ragioni di architettura razionale. d) L'elevazione delle facciate e dei prospetti delle fabbriche non deve sorpassare una volta e mezzo la larghezza del tratto di strada e piazza sul quale fronteggiano, da non sorpassare il limite massimo di metri venti. In caso di trasformazione, modificazione e miglioramenti importanti di vecchi stabili siti in strade antiche nell'interesse dell'estetica cittadina, dell'igiene e del miglioramento edilizio, è permesso deroga dai limiti d'altezza predetti…".
Le indicazioni per i lavori da apportarsi ai vecchi fabbricati, già prescritte nella deliberazione del 24 febbraio del 1936, vengono ulteriormente specificate riguardo la sporgenza dei balconi in rapporto all'ampiezza della strada che per i nuovi fabbricati non è mai superiore 0,70: "… fatta eccezione per i vecchi fabbricati per i quali tale sporgenza può essere anche superata, quando i tavoloni ed i balconi già esistenti nello stesso stabile superano tale dimensione. I tavoloni in parte devono essere costruiti con la dovuta solidità ed all'altezza minima non inferiore di metri quattro dal livello stradale, devono inoltre essere o di soletta di cemento armato o di lastra di marmo bianco, di spessore non inferiore a centimetri quattro, sostenuti da appositi gattoni di ghisa o ferro, in conformità d'ogni buona regola di statica…".
Nella costruzione delle fabbriche, si devono tener presenti delle precise norme igienico sanitarie: "…prescritte dal R.D. del 27 -7-1934 N°1265 T.U. delle leggi sanitarie, nonché le norme tutte del regolamento in vigore di igiene del Comune. Le prescrizioni di tali norme nei progetti che vengono presentati al Comune e la sorveglianza della loro esecuzione spetta di diritto all'Ufficiale Sanitario, membro della Commissione edilizia.".
Un'ultima disposizione aggiuntiva del Regolamento del 1939 riguarda le prescrizioni a cui è soggetto il proprietario, qualora non si attenga al progetto approvato dalla Commissione Edilizia e alle norme stabilite dal Regolamento Comunale: "…Il Podestà fatti gli accertamenti del caso, ne ordina la sospensione. Contro l'ordinanza del Podestà da notificarsi al proprietario nel domicilio detto sulla domanda di autorizzazione è ammesso il ricorso al Prefetto, il quale decide su provvedimento definitivo. Il ricorso non ha effetto sospensivo. Qualora vengono iniziati i lavori senza autorizzazione ovvero vengono proseguiti questi per i quali sia stata notificata l'ordinanza di sospensione, il Podestà ordina la demolizione a spese del contravventore … L'ordinanza … ha carattere di provvedimento definitivo".


Interventi urbanistici e sistemazioni di edifici

Come si è detto con l'avvento del Regime fascista, comincia per la città di Nola un periodo di riordino e sviluppo urbanistico, nonché una serie di interventi di consolidamento statico, manutenzione ed abbellimento di edifici preesistenti. D'altro canto la città assume un ruolo storico importante, anche in considerazione del suo prestigioso passato e delle sue numerose testimonianze storico-artistiche ed archeologiche.
Non bisogna dimenticare, poi, che l'ideologia fascista è legata, proprio, all'esaltazione dei fasti della Roma augustea, e che proprio in quegli anni inizia, per la città eterna, un'intensa attività archeologica tesa a riportare alla luce le antiche testimonianze del passato, che tornano a giganteggiare come espressione del nuovo Regime. Essendo Nola una tra le più importanti città dell'Impero Romano ed essendovi, secondo alcuni storici, morto Ottaviano Augusto, è naturale che questa rappresenti il centro più importante dell'Agro nolano durante il ventennio fascista. Non a caso il 1 maggio del 1938 viene inaugurato il monumento ad: "Ottaviano Augusto / simbolo / dell'Italia Imperiale / nella città millenaria / ov'egli chiuse la sua vita radiosa. / Dono del Duce / maggio 1938 - XVI e.f.".
Fra le prime opere inaugurate, nella città il 21 settembre 1924, sono da ricordare: il Monumento ai Caduti, in Piazza Vittoria (oggi Piazza Matteotti) e il Monumento a Tommaso Vitale, nella Villa comunale.
Il Palazzo Comunale, poi, è stato più volte, oggetto di interventi eseguiti sia per il completamento della struttura, sia per la rifinitura di alcune sale interne, che per la pavimentazione del cortile. I lavori di sistemazione dell'edificio sono affidati alla ditta Iorio Gennaro. Durante l'esecuzione vengono apportate alcune modifiche al progetto, specialmente riguardo la demolizione: "… delle ritirate pensili esistenti nel cortile del palazzo municipale che rappresentavano un'offesa al decoro e alla decenza…". I lavori della pavimentazione del cortile su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale vengono affidati con trattativa privata al signor Moriseo Carmine, con l'obbligo del completamento in 30 giorni. La sistemazione dei pavimenti di alcune sale d'aspetto del Comune, è resa necessaria, perchè questi risultano sconnessi. Pertanto, si dispone di sovrapporre a quelli attuali una pavimentazione in Linoleum, sicuramente più solida, più duratura e più economica. L'esecuzione dei lavori è affidata alla ditta Agenzia Italiana sul Commercio di Linoleum.
Nel 1936 vengono eseguiti dei lavori di restauro e di adattamento di alcuni locali a pianterreno del Palazzo Municipale, adibiti a sede del Fascio, affidati all'Impresa di Carmine Morisco per la somma di £. 5.500.
Dall'esame delle delibere di Giunta Comunale dagli anni trenta agli anni quaranta emerge che sono stati realizzati, più volte interventi su edifici religiosi, aventi un certa importanza storica; quali la Chiesa di S. Chiara, la Chiesa di S. Maria La Nova e l'ex Convento delle Rocchettine.
Nello stesso periodo si eseguono i lavori per le Carceri Mandamentali, del Cimitero, nonché per alcuni edifici scolastici, in particolare il Liceo Ginnasio.
Il progetto per la realizzazione del Campo sportivo in località Stella, ha seguito, invece, un lungo iter burocratico prima di essere approvato.
"…Considerato che, malgrado fossero stati a tale oggetto praticati appositi stanziamenti nei bilanci del 1928-29, la costruzione non si effettuò, perché si pensò ad un impianto più completo mediante la creazione di un Campo Polisportivo su una vasta zona di terreno… La ritardata concessione da parte del Ministero della Guerra non rese possibile l'immediata attuazione del piano progettato. …la privata iniziativa si sostituì al Comune e dotò la Città di un Campo sportivo provvisorio… che a distanza di tre anni funziona ancora mirabilmente e rappresenta l'unica palestra presente in queste contrade, dove le manifestazioni sportive hanno assunto uno sviluppo meravigliato…". Nel 1939 viene deliberato un nuovo progetto per la costruzione del Campo sportivo, che rappresenta una nobile ed antica aspirazione degli sportivi nolani. Questo viene realizzato dall'Ing. Carlo Minieri che si impegna a completarlo in ogni sua parte. Il Comune mette a disposizione sei ettari di terreno e con nuova deliberazione vengono affidati i lavori all'Ing., De Sena che procede alla stesura di un nuovo progetto in conformità a quello analogo realizzato dall'Ing. Minieri per l'ammontare delle spese a £.171.600. Il progetto prevede la costruzione di: "…un muro di cinta di pietrame calcareo in fondazione e di pietre di tufo fuori terra,… e attintato sulle due facce e con l'orlo superiore ricoperto da un bauletto di cemento… costruzione del prospetto esterno verso l'ingresso come risulta dal disegno allegato… Sistemazione e livellamento del campo per il giuoco del calcio. Costruzione della pista per corse a piedi a sei corsie di m.ti 25 di lunghezza per m. 7.50 di larghezza… costruzione della recinzione regolamentare composta di rete di ferro di m. 2 d'altezza… costruzione delle righe, fosse e pedane per i salti in alto e con l'asta in lungo… e pel lancio dei pesi. Costruzione del porticato per spogliatoi, composto di un unico terraneo della lunghezza di m. 19.80 e largo internamente m. 4…".
Sicuramente gli interventi che contribuiscono a migliorare l'estetica, il decoro e l'igiene della città sono la sistemazione di strade e di piazze, nonché la realizzazione di impianti di illuminazione pubblica.
Riportiamo, soltanto, alcuni interventi tra i più significativi. Nel 1929 vengono deliberati i lavori di pavimentazione in basolato del vicolo Ottaviano Augusto, affidati all'Imprenditore Ferrara Eugenio e del viale adiacente al Teatro Umberto I. "… Considerato che l'esecuzione è della massima urgenza, non essendo possibile rimandare la inaugurazione del Teatro, già fissata. Riconosciuta pertanto la convenienza e l'opportunità di eseguire i lavori mediante conferimento a trattativa privata. …il progetto compilato dall'Ufficio Tecnico (Ing. Piciocchi) …fa scendere la spesa a £.1993,20. Vista, inoltre, l'offerta presentata dal signor Ferrara il quale accetta di eseguire i lavori con il ribasso del 5 % e in un termine non superiore a 10 giorni…". La sistemazione dei marciapiedi di Piazza Principe Umberto su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale, viene affidata all'appaltatore De Falco Biagio "… il quale giusta verbale di licitazione privata del 29 ottobre 1929 ebbe ad offrire il ribasso del 22,75 %. Letta la misura finale redatta dall'Ing. Comunale Andrea Piciocchi dalla quale rilevasi che la spesa è scesa a £. 6.158,85 ridotta a £. 4.758,50 con la deduzione del ribasso di asta…". Successivamente vengono eseguiti i lavori di sistemazione e pavimentazione della suddetta Piazza "… Considerato che i lavori come sopra progettati rispondono a necessità impellenti riconosciute dal detto Ufficio Tecnico… Si autorizza l'esecuzione dei lavori occorrenti alla sistemazione e pavimentazione della Piazza Principe Umberto in base a progetto dell'Ufficio Tecnico per £. 6.722. Si affida l'esecuzione di tale lavoro mediante licitazione privata con l'obbligo dell'esecuzione in giorni 30 e con l'applicazione della multa di £.5 per ogni giorno di ritardo…".
Nel 1932 vengono approvati i lavori di pavimentazione e smaltimento delle acque del vicolo Marciano su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per £ 11.542,30 ridotte a £ 7.733,30 con il ribasso del 33% ed affidati all'impresa di Vitale Felice.
Ancora l'intervento di sistemazione di Piazza Collegio e del prolungamento di via Ambrogio Leone. "… Riconosciuta la necessità di provvedere con la maggiore urgenza alla esecuzione dei lavori… della Piazza del Collegio e ciò sia per ragione d'igiene, perché attualmente il pavimento è completamente sterrato e in tempo di pioggia si rende un pantano, sia per ragioni di decenza perché detta piazza è prospiciente all'edificio scolastico di recente costruzione…". Su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale si autorizza, pertanto, l'esecuzione dei lavori, per l'ammontare di £. 52.538,50.
Nel 1937 si procede, poi, alla sistemazione delle vie comunali esterne mediante una squadra di operai reclutati tramite l'Ufficio di Collocamento, che esegue i lavori sotto il controllo del Direttore dell'Ufficio Tecnico Comunale.
Nello stesso periodo si eseguono le pavimentazioni dei marciapiedi di Piazza Principe Umberto e di Piazza Principe di Napoli, su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per la spesa di £.25.512,25. Successivamente si realizzano, ulteriori, interventi sistemazione e ampliamento della suddetta Piazza Principe di Napoli.
Importante, poi, è, la pavimentazione di Piazza Geremia Trinchese, per l'imminente visita "… a Nola del Capo del Governo Duce del Fascismo per l'inaugurazione di una stele marmorea a ricordo dei precursori nolani del Risorgimento italiano…".


Sistemazioni di Piazza Duomo e di Piazza Giordano Bruno

La prima deliberazione relativa alla sistemazione della principale area della città, risale al 16 febbraio 1933. "… è una piazza che è una offesa all'edilizia e un attentato all'igiene stessa, infatti, è di forma irregolare, con pavimentazione sconnessa, con adiacenza di vicoli luridi ed antigienici, mentre il monumentale Duomo e il Palazzo di Città, due costruzioni moderne di gran valore, sono nascosti e deturpati dai fabbricati dall'aspetto indecente o antiestetico…", pertanto per ridare decoro all'antica e storica città di Nola è necessario trasformare radicalmente l'area, con provvedimento di estrema urgenza: "… rappresentata dalla costruzione del Monumento ai Precursori Nolani che è un ordine del Duce e della costruzione della Torre Littoria che tutti i comuni sono obbligati ad erigere… Riconosciuta pertanto l'opportunità d'iniziare le pratiche perché quest'opera di evidente necessità pubblica diventi un fatto compiuto prima del maggio 1935 epoca fissata dal Duce per l'inaugurazione del ricordo marmoreo. Vista la deliberazione del 30 luglio e 29 novembre 1924 approvata dal G.P.A: il 26 marzo 1925 N° 76802…il cessato consiglio Comunale provvedette all'approvazione di un progetto di sistemazione di Piazza Duomo e alla contrattazione di un mutuo di £. 1.100.000 col Banco di Napoli, che aveva anche approvato la relativa concessione, la quale non ebbe seguito perché la sistemazione deliberata si limitava al solo abbattimento degli stabili ingombranti, senza alcuna cosa che eliminasse gli inconvenienti creatisi, o migliorasse la piazza dal lato estetico, che anzi la condizione si aggravava mediante lo scoprimento dei vicoli luridi adiacenti. Considerato che …i prezzi del mercato edilizio rende possibile con la stessa spesa, forse anche ridotta, non solo di sopprimere i fabbricati, ma di costruire sul suolo di risulta, opportunamente delimitato, la Torre Littoria, e due edifici di cui uno da destinarsi come sede del Fascio Locale.". Si affida, pertanto, all'Ing. Arch. Adolfo Avena di realizzare con la collaborazione dell'Ufficio Tecnico Comunale un progetto di sistemazione di Piazza Duomo.
Il 15 luglio 1933 viene approvato dall'Ufficio Comunale il progetto definitivo dell'opera che prevede l'abbattimento dei vecchi fabbricati esistenti, con una spesa, compresa l'espropriazione, di £.546.156,10, la costruzione di un corpo di fabbrica da destinarsi ad uffici ed abitazioni per l'ammontare di £. 330.000 e la creazione della Casa del Fascio con annessa Torre Littoria per l'ammontare di £. 270.000 con un complessivo di £. 1.259.382,07 compreso le spese di direzione dei lavori. Sul fronte della Torre Littoria, poi, si sarebbe dovuto ubicare il bassorilievo dei Martiri del 1820. Il progetto definitivo prevede l'utilizzo di materiale di origine meridionale, nonché la pavimentazione della piazza, che grazie alla nuova sistemazione acquisterà un'ampiezza di circa 700 metri quadri, permettendo ai vicoli adiacenti di acquistare un maggior decoro.
Il Corpo Reale del Genio Civile di Caserta (12 agosto 1933, N°11789) e l'Alto Commissariato per la Provincia di Napoli (22 agosto 1933) deliberano di apportare delle modifiche relative alle strutture in cemento armato, alla determinazione del peso della Torre Littoria, ai calcoli di stabilità e alle modalità dell'appalto mediante licitazione privata, tra ditte che possono fornire garanzie di carattere tecnico ed economico, "…e che risultino iscritte nello speciale elenco dell'albo Commissariato di Napoli per le ditte ammesse alle licitazioni private…"
Nella deliberazione del 20 gennaio 1934 si evidenzia la necessità di realizzare delle sottofondazioni di sostegno e costipamento, che determinano un aumento della spesa della fabbrica da £.589.568,00 a £. 625.996,95, per un totale di £. 1.306.509,40.
Dalla deliberazione del 13 aprile 1934 emerge la necessità da parte del Comune di chiedere un mutuo al Banco di Napoli per la sistemazione della suddetta piazza, che dovrà essere: "… concesso per la somma di £. 1.250.000 al tasso del 4%, oltre ai diritti accessori, con un periodo di ammortamento di 30 anni estensibili a 35 e con prima ipoteca sul fondo Boscofangone e sugli altri stabili che saranno indicati dal Banco mutuante a completamento della garanzia…".
In seguito all'ispezione fatta nel 1934 dall'Alto Commissariato di Napoli "… si rileva l'opportunità di provvedere alla modificazione del progetto, (già approvato da tempo) nel senso di eliminare la costruzione del fabbricato in prossimità del Duomo e di limitare la spesa alla costruzione della Torre Littoria e della Casa del Fascio mettendo a disposizione della iniziativa privata il suolo disponibile… e la necessità di mantenere quella organica armonia fra le diverse costruzioni progettate, così che all'iniziativa privata sia da imporsi l'esecuzione della costruenda opera secondo la linea esterna del progetto, liberi di dividere gli interni a seconda della migliore convenienza e ciò anche perché più che alle esistenti costruzioni prive di ogni elemento d'arte la Torre Littoria e le altre nuove costruzioni devono riferirsi alla bellezza artistica del rinnovato Duomo…" . Le disposizioni, pertanto, prevedono l'espropriazione di tutti i fabbricati compresi fra via G. Bruno, Corso T. Vitale e Piazza Duomo, nonché di un nuovo preventivo di spesa redatto dall'Ufficio Tecnico (fig. p. 6)
Inoltre, il mutuo richiesto al Banco di Napoli di L.1.250.000 viene approvato per sole £.1.000.000. "… Considerato che … si è venuti alla decisione di eseguire solo parzialmente i lavori di cui al progetto approvato per un preventivo di £.850.000…", si riconosce la necessità di contrattare con la Sezione dei Prestiti Fondiari del Banco di Napoli un mutuo di £.850.000 con l'interesse del 4% all'anno, da estinguersi in trent'anni e con la garanzia ipotetica sul fondo di Boscofangone di proprietà del Comune.
Viene, inoltre, modificato il Capitolato dell'11 agosto 1934, approvato il 10 settembre dello stesso anno, che fissava il termine di sei mesi per l'esecuzione dei lavori: "… Ritenuto a tal riguardo che trattasi di una costruzione in cemento armato, che deve essere eseguita da ditta specializzata che per l'attrezzatura necessaria e i fondi disponibili per provvedere alla esecuzione con la necessaria rapidità, il termine massimo per l'esecuzione, tenendo specialmente presente che le demolizioni possono eseguirsi in brevissimo tempo, può essere ridotta a giorni 135…il tempo utile per l'ultimazione dei lavori…".
La sistemazione dell'area include, come previsto già nel primo progetto, la pavimentazione della piazza che deve essere realizzata contemporaneamente a quella di via Anfiteatro Laterizio. Si delibera: "… 1) di autorizzare l'esecuzione dei lavori per la nuova pavimentazione di Piazza Duomo giusta progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per l'ammontare di £.117.366,85- 2) di autorizzare l'esecuzione dei lavori di riparazione del basolato in via Anfiteatro Laterizio giusta progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale per l'ammontare di £.74.533- 3) di riunire i due progetti con un unico capitolato e con un unico appalto… 5) … l'obbligo di eseguire prima i lavori in Piazza Duomo per i quali il termine è fissato in giorni 75…".
In seguito alla definitiva approvazione del progetto, viene conferito all'Ing. Adolfo Avena l'incarico di provvedere alla costruzione di un plastico in gesso della Casa del Fascio con annessa Torre Littoria, "… e ciò in conformità del parere dell'ingegnere progettista e direttore dei lavori, dovendo tale modello servire per la consegna alla ditta fornitrice della pietra da taglio delle precise dimensioni dei blocchi, dei profili delle cornici, delle mensole e di quanto il disegno non potrà … dare con questa esattezza assoluta che l'importanza dell'opera richiede e che soltanto il plastico in gesso può dare…". L'Amministrazione delibera, pertanto, la spesa di £. 3.349,40 da destinarsi alla realizzazione del plastico.
Nel 1937 il Comune approva la misura fiscale dei lavori di sistemazione di Piazza Duomo che ammontano a £.14723,35 al netto del ribasso d'asta di £. 266.90,2 e liquida a favore dell'impresa dell'Ing. Ugo Milone la differenza di £. 389,75 dovuta a saldo dell'indennità corrisposta per la risoluzione del contratto.
E' interessante, infine, rilevare la controversia sorta tra l'Amministrazione Comunale e l'Ing. Arch. Giovanni Sepe, circa la realizzazione di un progetto che questi afferma di aver realizzato su incarico ricevuto: "…di fare un progettino di massima per un edificio che avrebbe dovuto sorgere in Piazza Duomo…Considerato che la pretesa dell'Ing. Sepe non ha fondamento principalmente perché l'incarico a cui accenna non è stato mai né deliberato né tantomeno conferito, e non poteva esserlo perché il Comune data l'esistenza di un altro ingegnere regolarmente nominato per la sistemazione di Piazza Duomo, non poteva revocare questo incarico senza incorrere in responsabilità verso l'Ing. Avena…". Il malinteso sarebbe scaturito dal fatto che l'Ingegnere Direttore dell'Ufficio Tecnico Comunale avrebbe prospettato al Sepe l'eventualità di una collaborazione con il suddetto ufficio nel caso che il Comune avesse revocato l'incarico all'Ingegnere Avena. Pertanto, l'Amministrazione per porre fine alla controversia, decide di acquistare il progetto completo dall'Ingegnere Sepe e di rimborsare a costui le spese.
In realtà la sistemazione di Piazza Duomo, non è mai stata realizzata, secondo quanto previsto dal progetto, ma si è limitata all'abbattimento del fabbricato in prossimità del Duomo e alla pavimentazione della piazza, mentre la costruzione della Casa del Fascio con annessa Torre Littoria non è mai stata realizzata, perché circostanze particolari, rendevano, sicuramente, più idonea l'area di Piazza Giordano Bruno per edificare una struttura che rispondesse ad una precisa ideologia del Regime.
Come si è detto, l'altra importante sistemazione urbanistica del periodo fascista è quella di Piazza Giordano Bruno.
I primi interventi realizzati in quest'area sono effettuati nel 1932, in occasione dell'arrivo in città dei Principi di Piemonte, per la festività di San Paolino, per cui si provvede a restaurare l'Arco del Gesù, che si trova in condizioni precarie. I lavori vengono affidati all'imprenditore Agostino De Sena per la spesa di £. 1912,45. Nel 1939 L'Ingegnere Capo del Genio Civile di Caserta predispone degli accertamenti tecnici per i lavori di sistemazione che si devono eseguire in Piazza Principe di Napoli e Piazza Giordano Bruno, dove si trova: "…l'antico monumentale palazzo … adibito a sede del Distretto Militare, (l'area) trovasi ancora poco curata, in quanto i piazzali principali sono pavimentati molto superficialmente con detrito calcareo e la via che la circonda in tre lati è ancora pavimentata molto superficialmente con detrito calcareo ed sminuzzato… Visto che in tale località è in corso di costruzione la Casa del Fascio con annessa Torre Littoria, dove saranno raccolte tutte le istituzioni del Regime. Riconosciuta pertanto tale necessità di procedere ad una radicale sistemazione della piazza stessa rendendola adatta e preparata ai nuovi usi a cui è destinata e rispondente ai requisiti urbanistici ed estetici…", si provvede a stilare il progetto da parte dell'Ufficio Tecnico Comunale per la spesa di £. 163.162,95 con ribasso d'asta a £. 152.485,00 da stanziarsi nei bilanci del 1940-41-42, inoltre i lavori devono essere affidati a licitazione privata. Si prevede, inoltre, lo sbancamento generale con il taglio della massicciata stradale e del battuto di detrito calcareo, e la realizzazione di piazzali con quadrati di cemento e di strade con basoli vesuviani. Gli articoli del Capitolato riportano le norme a cui attenersi per l'esecuzione dei lavori, in particolare l'art. 19 riguarda i materiali da utilizzarsi e le modalità di messa in opera: "…I lavori tutti saranno portati innanzi a perfetta regola d'arte secondo le prescrizioni che verranno impartite volta per volta dalla Direzione la quale avrà la facoltà di non accettare quelle opere e quei materiali che a suo giudizio non siano rispondenti alle condizioni tutte del presente contratto. Le malte da adoperarsi nelle varie specie di opere saranno le seguenti: 1) malta comune costituita da 0.50 di calce in parte, 0.50 di arena e 0.50 di pozzolana di cava; 2) la malta semi idraulica sarà costituita da terzi uguali di calce idraulica, sabbia e pozzolana; 3) malta per intonaco, sarà costituita da 0.50 di calce in parte e 0.80 di arena o pozzolana; 4) malta di cemento, costituita da 0.65 di sabbia e pozzolana e Kg. 600 di cemento a lenta presa. Lo spegnimento della calce viva e la manipolazione della malta si farà con i migliori metodi suggeriti dall'arte. Gli impasti della malta saranno adoperati nello stesso giorno della loro formazione. Le murature di pietrame calcareo in fondazione saranno eseguite con ogni diligenza, con malta semi idraulica e scapoli di cava delle maggiori dimensioni consentite dalla grossezza delle murature e di forma meno irregolare che sia possibile. Ogni pietra dev'essere bene assestata cantonandola con schegge e ben avviluppate di malta, in modo che la muratura si faccia perfettamente compatta ed omogenea. Le murature in tufo saranno eseguite a perfetta regola d'arte. Le pietre dovranno essere avviluppate con piccole scaglie negli interstizi per riempire qualsiasi vuoto…I solai saranno del sistema misto di laterizio e cemento armato… Nelle pavimentazioni con basoli di 2ª classe, otto basoli che saranno perfettamente lavorati, formeranno la superficie con misure di due mq. Ogni basolo senza essere spezzato, né incavato, avrà la grossezza in coda non meno di cm.20. Gli assetti di eguale altezza in tutti i lati saranno di cm.11 di cm 8 perfettamente lavorati a scalpello, con sotto squadro non eccedente i mm.5. La faccia superiore di ogni basolo sarà… perfetta… e lavorata accuratamente di sabbia… I basoli tutti proverranno solo ed esclusivamente dalle cave di Villa Inglese,… saranno messi in opera sopra abbondante letto di ottima malta, la quale salirà a ribocco, ricoprendo tutto il sotto squadro e gli assetti. Nelle pavimentazioni di pietrini detti cementite… ogni pezzo dev'essere a forma rettangolare di lati intorno a 0.18 x 0.36 e di spessore da mm.33 x 35 tutto lo spessore deve essere costituito da impasto unico di arena e cemento in proporzioni regolamentari. Saranno posti in opera con malta comune o cemento… ogni pietrino dovrà avere lo spessore di cm.3 e per lo meno cm.11/2 dev'essere di impasto di arena e cemento…".
Nella deliberazione dell'8 gennaio 1940 si ribadisce che i lavori di sistemazione della suddetta piazza devono essere ultimati entro il mese di aprile dello stesso anno, perché prossimamente ci sarà l'inaugurazione della Casa Littoria, cui presenzierà il Capo del Governo.
Nonostante ciò, difficoltà di carattere economico impediscono l'inizio dei lavori, perché le imprese che avrebbero dovuto partecipare alla gara d'appalto disertano l'asta a causa dei prezzi troppo bassi previsti dal progetto. Riconosciuta, pertanto, la necessità che i lavori siano completati entro i termini sopra indicati, l'Amministrazione Comunale non ha altro rimedio se non quello di migliorare i prezzi del 20%, in modo da indurre le imprese a partecipare alla nuova gara d'appalto, che, tuttavia, viene nuovamente disertata. Si decide, pertanto, di provvedere ad appalti parziali mediante stralci dal progetto principale, affidando i lavori a trattativa privata e ad imprese locali. La parte riguardante la pavimentazione dei piazzali innanzi al Distretto Militare viene commissionata all'Impresa di Carmine D'Amore per la spesa di £. 23.854,00, mentre la sistemazione delle fognature in muratura, intonaco e copertura dei fognoli, viene affidata all'Impresa di Gennaro Iorio per l'ammontare di £. 26,087,70.
Una singolare testimonianza a ricordo del patriottismo risorgimentale è offerta dall'altorilievo raffigurante i "Precursori Nolani", realizzato negli anni trenta dallo scultore Francesco Parente.
Con la deliberazione del 13 novembre 1934, viene affidato all'artista l'incarico di eseguire l'opera marmorea, da ultimare entro il 24 maggio 1935, per l'occasione dell'inaugurazione della Casa del Fascio a piazza Duomo, cui presenzierà il Capo del Governo. Il bozzetto eseguito dal Parente, di sua spontanea iniziativa, trova il consenso dell'Ing. Arch. Avena, progettista della Casa del Fascio con annessa Torre Littoria, sulla cui facciata deve essere collocato il gruppo scultoreo.
La successiva realizzazione della Casa del Fascio in piazza G. Bruno, fa sorgere il problema di una nuova collocazione dell'altorilievo che: "… avrebbe dovuto, secondo il primitivo progetto, essere addossato alla facciata del Palazzo, attuale sede del Distretto Militare; che a tal riguardo la R. Soprintendenza all'arte medioevale e moderna, pur esprimendo parere favorevole sul valore artistico dell'altorilievo e alla progettata approvazione di esso sul prospetto del Palazzo Orsini, rilevò che ciò avrebbe alterato le linee architettoniche del monumentale edificio ed avrebbe reso necessaria la esportazione di grosse marmoree con danno dell'immobile per cui esprimeva l'avviso di collocare la targa su di uno stelo; Che in seguito ad insistenza del Comune, la Soprintendenza dette il nulla osta senza riserve; Che prima di iniziare la messa in opera della targa, venne accertata la grande difficoltà della incastonatura di essa sul prospetto e la cui non sicurezza dell'addossamento da farsi ad una altezza di metri 3 che avrebbe richiesto altri mensoloni e delle grosse staffe di bronzo con una spesa rilevante; Che in queste condizioni si ritiene opportuno di indire… una riunione dei membri della Consulta, del Direttorio del Fascio, dei Tecnici e Critici d'arte e si ebbe da questa il suggerimento di attenersi al primitivo parere della Soprintendenza e cioè quello di collocare la targa su di uno stelo…alto sei metri con regolare zoccolatura, fusto con pilastri, lapide centrale con iscrizione…sistemazione… della targa sul fusto con plinto ed infine coronamento in cima della targa…".
Nel 1940 l'altorilievo è stato incastonato sul prospetto frontale dell'attuale Torre Littoria dove tuttora si trova.
Iconograficamente riproduce il moto rivoluzionario che scoppiò nel luglio del 1820 a Nola. In primo piano sono raffigurati un gruppo di civili: uomini, donne e bambini che aderirono all'insurrezione, fra questi grandeggiano le figure a cavallo dei due sottotenenti Morelli e Silvati e dell'abate Minichini. Sullo sfondo, invece, si intravedono alcuni civili e soldati del reggimento cavalleria Real Borbone di stanza nel Distretto Militare, che si unirono ai rivoltosi.
Stilisticamente l'altorilievo è caratterizzato da un vivo risalto plastico-volumetrico delle figure che esprimono nei volti e negli atteggiamenti un sincero e profondo patriottismo. L'episodio è costruito intorno ai tre protagonisti principali allineati su di un unico piano e leggermente disposti in prospettiva, intorno a questi si concentrano altrettanti gruppi di personaggi costruiti secondo uno schema triangolare, mentre sullo sfondo si intravedono appena accennate le figure di soldati e di cittadini.
Tipico edificio realizzato per assolvere a funzioni sociali, la Colonia Elioterapica di via Seminario costituisce un esempio di architettura razionalista e funzionale.
Immersa nel verde, circondata da un ameno paesaggio collinare, caratterizzato dalla presenza di pregevoli esempi di architettura religiosa, la colonia accoglieva nei periodi estivi i fanciulli che in questo luogo potevano beneficiare degli effetti della elioterapia. Oggi l'area è completamente alterata, gran parte del verde è scomparso per far posto all'edilizia sia residenziale, che pubblica. Basti ricordare che adiacente alla suddetta struttura sorge l'Ospedale Civile.
L'edificio progettato e realizzato dall'Ing. Paolino De Sena, originariamente ad un unico piano, presenta un impianto planimetrico quadrangolare, dagli angoli smussati. La facciata di forme essenziali è definita da una rigorosa simmetria, dall'apertura di finestre squadrate e prive di ornamenti e da un prospetto caratterizzato da due corpi di fabbrica simmetricamente disposti ed avanzati rispetto a quello centrale.
L'inaugurazione della "Colonia Solare" risale agli anni 40, un articolo del "Roma", riporta la celebrazione dell'avvenimento: "…Con una semplice ed austera cerimonia si è inaugurata la Colonia Elioterapica Permanente "Maria Gabriella di Savoia" alla presenza del Reggente federale avv. Staly, dell'Ecc. il Vescovo Mons. Camerlengo, dell'Ispettore Federale, Commissario al Fascio dott. Arcangelo de Sarno, del comm. Prefettizio cav. Edoardo Con
tieri, del Ten. Col. Mascolo in rappresentanza del Comandante il Presidio dell'Ispettrice Federale Femminile della zona nolana sig.ra Nappi, della segretaria del FF.FF. dott.sa Rina Arienzo, dello comandante dei reparti Femminili dott.sa Emanuela Borromeli…, dei Segretari politici della zona e di un forte nucleo di lavoratori pronti per partire alla volta della Germania con a capo l'Ispettore Pilotta. Il Vescovo ha celebrato la Messa al campo. Hanno rivolto brevi parole ai piccoli il Vescovo e il Reggente Federale dicendosi lieti di rivederli dopo la sana vita che svolgeranno in seno alla colonia. Dopo il saluto al Duce ordinato dal Reggente Staly, il Vescovo si è accomiato dai bambini impartendo la benedizione… Era presente all'inaugurazione l'ideatore di questa superba opera del Regime che resterà a dimostrare l'azione propulsiva che il Fascismo va svolgendo in questa zona, il camerata ing. Paolino De Sena, il quale era lieto di poter vedere compiuta un'opera da lui voluta e creata. Opera che sarà incrementata e potenziata nella zona per lo sviluppo della razza come vuole il Duce."
Primo Direttore della Colonia Elioterapica è stato il dott. Luigi Vecchione, mentre nel luglio 1942, la prof.ssa Italia Paternostro de Luca ha sostituito il direttore assente, Erasmo Caccavale. Nel giugno del 1943 viene eletta direttrice Enrichetta Taurisano e vice direttrice la prof.ssa Paternostro de Luca. La colonia cessa la sua attività a metà del luglio del '43 per i continui bombardamenti.
Certamente l'edificio più rappresentativo del Regime è la Casa del Fascio, oggi sede dell'Ufficio del Registro. Nella deliberazione del 7 luglio 1938 e nella successiva del 10 dicembre dello stesso anno, si mette in evidenza la: "…necessità di modificare in parte il primitivo progetto, sia a riguardo dell'entità della costruzione; sia a riguardo della sua ubicazione; che infatti, secondo la primitiva concessione, la Casa del Fascio avrebbe dovuto sorgere quasi alla periferia della Città, in località poco adatta in una piazza non lastricata, brutta dal lato estetico e poco decente dal lato edilizio, che avrebbe richiesto una spesa di sistemazione di oltre 300mila lire a carico del Comune, senza per questo soddisfare per nulla le esigenze del Fascio che ha bisogno di una sede decorosa, centrale facilmente accessibile e con il prospetto principale su di una piazza; Che dopo diligenti… ricerche si è finalmente trovata la località adatta, che risponde al criterio della centralità, della capacità e anche del decoro perché sorge nella migliore piazza della Città storicamente importante, esteticamente bella e rispondente a tali esigenze. Che S.E. il Vescovo possessore dello stabile sito in piazza Giordano Bruno, attualmente adibito a "Casa dei Preti " è disposto a cedere il locale perché si possa adattarlo e trasformarlo in guisa da farne una Casa Littoria ideale, ma reclama un altro stabile per destinarlo allo stesso uso; che in seguito a trattative svolte S.E il Vescovo accetterebbe la permuta del locale con un altro di proprietà del Comune attualmente adibito come succursale del Liceo Ginnasio e per rendere possibile l'attuazione immediata della permuta accetterebbe di consegnare subito il locale di sua proprietà ottenendo il tempo necessario perché il Comune possa consegnargli l'altro locale, dopo di aver provveduto ad allocare le classi che attualmente occupano alcune aule del locale stesso; che in queste condizioni si presenta al Comune l'opportunità di dare il suo concorso per la costruenda Casa del Fascio, una forma più concreta e consistente, nel senso che, oltre alla somma già deliberata sia fatta alla Federazione il dono dello stabile che dovrà trasformarsi in una Casa Littoria della importanza e delle tradizioni della storica Città di Nola; considerato a tal riguardo che il progetto risponde al triplice concetto della opportunità, della convenienza e della spiritualità, della opportunità perché la Casa del Fascio per ubicazione e per bellezza sarà una delle prime della Provincia e conferirà maggior decoro alla piazza sulla quale sorgerà; della convenienza perché non occorrono tutti quei lavori di miglioramento edilizio, igienico ed estetico che sarebbero occorsi nell'altra località, della spiritualità perché consente al Comune di fare un dono al Partito e conferisce alla Città l'orgoglio di provvedere una Casa Littoria che per grandiosità gareggia con tutte le altre finora costruite; Ritenuto per quanto riguarda più specificamente la permuta dei locali che il Comune pur facendo un dono che è ragione di legittimo orgoglio consegue una grande utilità, perché acquista uno stabile che ha il pregio della ubicazione al centro ed è in ottimo stato di conservazione e lo cambia con un locale pressoché inservibile, che però conviene agli acquirenti unicamente perché essendo situato alla periferia… lontano dai rumori si presta bene per l'uso religioso a cui dev'essere destinato; Ritenuto d'altro canto che non tutto il locale ma soltanto una parte di esso dev'essere trasformato ed utilizzato per la Casa del Fascio, mentre il lato posteriore sarà lasciato a disposizione del Comune…Con la progettata permuta il Comune fa un buon affare, in quanto, pur dovendo alla Federazione la parte del locale di cui si ha bisogno per la costruzione della Casa del Fascio, migliora la sua rendita e compie insieme un atto di doveroso omaggio; Accertato, dunque, che condizioni morali, economiche e spirituali concorrono a dare alla determinazione del Comune il carattere di utilità resta da esaminare tale determinazione dal lato strettamente amministrativo e giuridico; Ritenuto a tal riguardo che lo stabile di cui si è convenuti l'acquisto in base a perizia compilata dall'Ufficio Tecnico Comunale ha il valore di 195mila di fronte al valore di 183.243,10 attribuito dalla stessa perizia allo stabile di proprietà Comunale e quindi la permuta pura e semplice … è a tutto vantaggio del Comune…Ritenuto che essendo pienamente garantita la provenienza, la proprietà e la libertà del fabbricato nulla si oppone, anche da lato giuridico, che si provvede alla prospettata permuta. Riconosciuta la convenienza della permuta che consente l'acquisto di un fabbricato utilissimo in cambio di un locale inservibile e che rende possibile e sollecita l'attuazione del programma della Federazione che si propone di dotare la Città di una Casa del Fascio e che a parte il lato spirituale concorre a migliorare l'edilizia cittadina; Riconosciuto che nulla si oppone nè dal lato giuridico, nè dal lato economico all'attuazione di tale programma, che anzi il Comune, come si è dimostrato pur facendo dono alla Federazione di una parte del fabbricato realizza vantaggi immensi rappresentati dall'utilizzazione della parte del fabbricato che non sarà occupato dalle organizzazione del Regime; Delibera: 1) Di autorizzare la permuta del locale di proprietà del Comune denominato Palazzo Piccolo Marchese della Schiava con l'altro locale di proprietà di S.E. Egisto Domenico Melchiori, già Vescovo di Nola, e che la permuta sia fatta senza alcun corrispettivo né da una parte né d'altra, con l'assunzione reciproca degli oneri che gravano sui fabbricati e che il locale del Vescovo sia immediatamente occupato mentre quello del Comune sarà consegnato fra tre anni; 2) Di donare alla Federazione Provinciale Fascista la parte del fabbricato dal lato della Piazza G. Bruno che occorre per la creazione della Casa del Fascio con annessa Torre Littoria e ricordo marmoreo dei precursori nolani, con che il locale sia destinato a sede di tutte le organizzazioni del Regime; 3) Di assumere a carico del Comune il canone di £. 720,00 da corrispondersi alla Confraternita della Misericordia e gravante sulla parte del fabbricato che resterà a disposizione del Comune; 4) Di limitare la donazione al solo fabbricato che si riceverà in permuta e alla parte di essi che dovrà essere occupata per la erigenda Casa del Fascio, rimanendo estraneo il Comune all'acquisto di altri bassi, non compresi nel fabbricato che eventualmente occorressero per lo sviluppo della costruzione; 5) Di provvedere… alla traslazione del monumento ai precursori nolani con i criteri che saranno adottati col progetto della Federazione Provinciale Fascista; 6) Di provvedere anche con separati atti all'assunzione della spesa per l'affitto del locale del Comune durante il triennio di proroga stabilito per la consegna; 7) Di ripartire le spese occorrenti per il contratto di permuta in parti uguali tra S.E. il Vescovo e il Comune.".
Stabilito, pertanto, che la Casa Littoria sarà edificata in Piazza Giordano Bruno, su una parte dell'area dove sorge l'antico Convento dei PP. Minori Conventuali, si delibera che vengano iniziati al più presto i lavori che devono essere ultimati entro il mese di maggio del 1940, in occasione della visita del Capo del Governo. La Federazione Fascista fa richiesta al Comune che la erigenda fabbrica sia rispondente a tutti i requisiti di bellezza estetica e di funzionalità: "…con tutti gli accessori necessari, fra i quali la palestra di ginnastica per la gioventù italiana del Littorio; Riconosciuta pertanto la necessità e l'opportunità di aderire alla richiesta della Federazione per l'allargamento della zona occorrente per la costruzione, non importa se da questa nuova concessione deriva la riduzione dei locali che il Comune si proponeva di utilizzare…".
Di conseguenza, si modifica e completa la deliberazione del 10 dicembre 1938, specificando che la donazione debba intendersi estesa non solo a tutto il cortile, ma anche a parte del corpo di fabbrica esistente (e non pertinente al cortile), stabilendo che la nuova linea di confine, sia quella determinata dalle due camere, cucina e refettorio, attualmente prospicienti sulla terrazza, e prolungata dall'antico Campanile della Chiesa di S. Biagio fino al fabbricato Vincenti. Si provvederà, pertanto, all'effettiva divisione delle due proprietà mediante la creazione di un nuovo muro "…a tutto spessore e a tutta altezza secondo la linea come sopra specificata, da costruirsi a cura e a spesa della Federazione, restando di proprietà del Comune tutta la parte posteriore al nuovo muro divisorio a costruirsi tanto in pianterreno quanto per l'altezza dei piani superiori…".
Vengono, pertanto, realizzati ingressi separati con un nuovo cortile per disimpegnare gli spazi di pertinenza del Comune da quelli della Federazione Provinciale Fascista. "…Considerato che in seguito all'effettuato distacco del locale rimasto al Comune, vari ambienti sono restati incompleti, mentre le fabbriche degli altri ambienti, molto antiche e poco utilizzate, hanno bisogno di restauri e di adattamenti…" , si provvede mediante licitazione privata a realizzare gli opportuni lavori di restauro su progetto dell'Ufficio Tecnico Comunale.
Nonostante i Regolamenti Edilizi impedissero di alterare edifici di valore storico ed artistico, viene abbattuto il Convento dei PP. Minori Conventuali, uno dei più pregevoli esempi dell'architettura trecentesca, per far posto ad una struttura moderna, rispondente per funzionalità ed estetica ai canoni del razionalismo. D'altro canto la scelta del sito rientra nell'ambito di una ben precisa pianificazione urbanistica, tesa ad esaltare l'ideologia fascista. Infatti piazza Giordano Bruno costituiva uno dei luoghi più belli della città, per testimonianze storiche ed artistiche, oltre ad essere sede del Distretto Militare (fig. p. 58)
L'incarico di realizzare il progetto e l'esecuzione dell'opera viene affidato all'Ing. Francesco Saverio De Sena, il quale procede all'abbattimento del suddetto Convento e allo scavo delle fondamenta, che portano alla luce resti di una struttura termale di età romana (fig. p. 58)
L'edificio presenta un impianto volumetrico quadrangolare, svuotato nella parte centrale da una corte interna. La facciata di forme essenziali, è definita da una rigorosa simmetria e dall'alternanza di pieni e di vuoti. Al centro s'innalza la Torre Littoria su base quadrangolare e leggermente avanzata, rispetto ai due corpi di fabbrica laterali. Su di essa sono collocati, l'altorilievo dei Precursori Nolani, l'Aquila Littoria con la scritta: A. XVIII, ed in alto l'orologio. La facciata un tempo, era rivestita da lastre di travertino, che sono state rimosse in seguito ai recenti lavori di sistemazione dell'edificio.
Al piano inferiore, un tempo, erano collocate la sala conferenze e la palestra, nonché gli ambienti destinati, al G.I.L (Gioventù Italiana Littoria) e al dopolavoro fascista. Al piano superiore, invece, erano allocati gli uffici: del Segretario del Fascio, dell'Ispettore Federale di zona, del tesseramento e dell'Amministrazione, in corrispondenza del balcone centrale vi era una saletta per le riunioni, mentre un altro ambiente verso la chiesa di S. Francesco ospitava il Nucleo Universitario Fascista (N.U.F.) con la sala scherma e la sala biliardo.
La Casa Littoria viene inaugurata nel 1940 in occasione del Convegno di cultura Fascista, tenutosi il 14 e 15 di settembre di quell'anno.
Infatti da una deliberazione del 26 novembre 1940 si evince che: "…si dovette provvedere d'urgenza alla sistemazione di parte della pubblica piazza G. Bruno, e precisamente del rampante d'ingresso alla nuova Casa Littoria, per l'occasione del Congresso Culturale Fascista. Visto che i lavori vennero affidati d'urgenza all'impresa Ruggiero Antonio fu Domenico… si delibera di approvare il conto finale dei lavori di che trattasi per l'importo di £. 3.044, 45…".

Antonia Solpietro, Pio Natalizio

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I fatti del '43


L'Italia nel '43

"Qualsiasi scrupolo sentimentale del soldato tedesco nei confronti delle bande badogliane recante l'uniforme degli ex compagni d'arme è del tutto fuori luogo. Chi tra costoro ha combattuto contro i soldati tedeschi, ha perso ogni diritto ad essere rispettato e deve essere trattato con la durezza che si addice alla canaglia che improvvisamente ha rivolto le proprie armi contro il suo amico. Questo punto di vista deve divenire rapidamente patrimonio comune delle truppe tedesche".
Questo laconico e minaccioso comunicato fu emanato, poco dopo l'annuncio dell'armistizio con gli alleati da parte del Governo Badoglio, dal XIV Corpo Corazzato della Wehrmacht e fu in pratica messo in atto immediatamente dalla divisione Hermann Göring nella Piazza d'Armi di Nola. E' stato, l'Eccidio di Nola, solo il primo atto di una strategia che causerà tanti lutti e tante sofferenze in tutta Italia.
La resa dell'Italia Fascista, con la destituzione di Benito Mussolini da parte del Gran Consiglio, era l'evidente risultato di una situazione militare disastrosa e di uno stato d'animo al colmo dell'esasperazione, poiché la guerra si stava ormai svolgendo sul suolo italiano. I continui bombardamenti alleati, la sensazione della maggioranza degli italiani che ormai la guerra si era persa ed il desiderio di riprendere al più presto una vita normale, fece sì che la notizia del rovesciamento del fascismo fosse accolta con manifestazioni di gioia in tutta Italia, ancor più dello sbarco in Sicilia il 10 luglio della VII Armata U.S.A. e della VII Britannica.
Purtroppo, con gli alleati in buona parte del sud Italia (il 9 settembre gli americani e i britannici sbarcarono a Salerno ed a Brindisi), con i tedeschi che, prevedendo già da tempo il cedimento italiano, continuavano ad infoltire il numero degli effettivi in Italia, gli alti gradi dell'esercito ed il Governo Badoglio commisero una serie infinita di errori, tanto da far sbandare le truppe italiane, lasciandole senza valide indicazioni su come comportarsi nei confronti dei tedeschi e degli alleati. I comunicati diramati nelle giornate che precedettero e susseguirono il fatidico annuncio dell'8 settembre della capitolazione italiana, sono una conferma dell' approssimazione e dell'incapacità direzionale degli alti comandi.
Già all'indomani della caduta del fascismo il generale Roatta comunicava alle truppe italiane con una circolare di aprire subito il fuoco contro manifestanti e facinorosi (che festeggiavano la caduta del fascismo, sperando che la guerra stesse sul punto di terminare) "anche con mortai e artiglierie come se si procedesse contro truppe nemiche… Non è ammesso il tiro in aria … Si fucilino sul posto gli istigatori di disordini…".
Ancora più assurda ed indecifrabile la comunicazione radiofonica di Badoglio dalla sede dell'EIAR (la radio di stato) che indicava all'esercito di non deporre le armi, per adoperarle contro "gli attacchi da qualsiasi altra provenienza".
Perché non dire esplicitamente di difendersi contro i tedeschi? Perché non programmare un piano di difesa che, vista l'enorme superiorità di mezzi e d'uomini dell'esercito italiano, avrebbe sicuramente portato alla capitolazione tedesca in Italia, forse risparmiando altre numerose sofferenze e lutti causati dall'occupazione nazista? Indubbiamente non era facile fare delle scelte in quelle indescrivibili e confuse giornate, di certo però l'atteggiamento degli alti comandi, militari e civili, è apparso quantomeno discutibile ed approssimativo.
I tedeschi adottarono subito la politica del terrore, spesse volte razziando e seminando morte, spinti dalle difficoltà della lotta, quasi disperata, contro gli alleati e dall'odio verso gli italiani traditori. La popolazione civile diventava così protagonista, prima attraverso atti isolati o bande improvvisate, poi con la lunga serie di gruppi partigiani, fino alla costituzione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale), di pagine divenute memorabili di lotta e di sacrificio per restituire l'Italia agli italiani. Le forze tedesche opposero una strenua resistenza, infatti, i comandi della Wehrmacht ordinarono deportazioni e stragi, e divisero i soldati italiani in tre gruppi: il primo composto da coloro che erano rimasti fedeli all'alleato germanico; il secondo da coloro che non intendevano partecipare più al conflitto; il terzo da chi opponeva resistenza e combatteva contro i tedeschi. Per quest'ultimo gruppo gli ordini erano di fucilare gli ufficiali e di deportare i soldati sul fronte orientale per essere sfruttati come manodopera. Questo è stato probabilmente l'ordine che ha causato la strage di Nola e le altre simili avvenute in tutta Italia.
La fine del 1942 e tutto il 1943 segnarono in pratica l'epilogo della guerra a favore degli alleati, che sbaragliarono le truppe dell'Asse in Africa con la capitolazione del 15 maggio 1943. Il passo dall'Africa all'Italia fu breve con lo sbarco in Sicilia, in luglio e quello a Salerno il 9 settembre. Con l'Italia divisa in due iniziò una lunga e cruenta guerra civile che vide opposti gli italiani fra loro, al fianco degli alleati da una parte e dei tedeschi dall'altra. La guerra entra così materialmente nelle case degli italiani, non solo con i frequenti e disastrosi bombardamenti, ma anche con le razzie e le deportazioni tedesche, la fame, le consuete malattie e le difficoltà di chi viveva praticamente al fronte. La resistenza iniziò quindi prima con l'ostilità al nazifascismo, per un conflitto che molti avevano voluto, ma che nel '43 tutti maledicevano, per poi proseguire con veri atti di guerra fino alla liberazione. Probabilmente, con maggiore accortezza, con la predisposizione del piano "Memoria 44 O.P." e la sua attuazione (il piano doveva prevedere proprio le misure da adottare in caso d'armistizio al fine di arginare la stessa reazione delle truppe tedesche), si sarebbero potuti forse accorciare i tempi della guerra e far patire minori sofferenze al popolo italiano. Al contrario i tedeschi già dall'inizio di luglio avevano predisposto il piano "Asse", che prevedeva l'occupazione dei principali punti strategici dell'Italia in caso di cedimento delle truppe di Mussolini, anche se, ancora alla vigilia del colpo di mano del Gran Consiglio, Hitler non riteneva possibile una caduta del fascismo.
La linea Gustav, la Linea Hitler e la linea gotica divisero l'Italia in due facendo pagare alle popolazioni civili un pesante tributo di sangue, rimarranno, infatti, nella memoria le distruzioni di Cassino, Marzabotto, S. Anna di Versilia e Boves, solo per citare alcune.
La Seconda Guerra mondiale alla fine ha presentato un conto spaventoso con circa cinquantacinque milioni di morti (il 50% civili), quasi due milioni d'attacchi aerei, cinque - sei milioni d'ebrei morti, quasi trenta milioni di civili uccisi nei campi di concentramento, fra cui Russi (7 milioni), Cinesi (5,4 milioni), Polacchi (4,2 milioni) e Tedeschi (3,8 milioni). Tutto ciò deve far molto riflettere. La storia insegna che oggi, a più di cinquant'anni di distanza da quelle terribili giornate, si deve lottare strenuamente per costruire un mondo dove le armi, le guerre, gli odi di classe e di razza siano messi da parte e conosciuto solo attraverso i libri di storia affinché non siano più ripetuti. Bisogna che la cultura della non-violenza finalmente trionfi, insieme al progresso scientifico e tecnologico vero, al servizio di tutti gli uomini e non solo di pochi.

Angelo Amato de Serpis

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Bundesarchiv Koblenz - Germania
Bundesarchiv Friburg - Germania
Istituto Campano per la Storia della Resistenza


Lo specchio dei tempi

Quelle giornate del settembre del 1943 sono state per noi nolani tristissime. Ebbene, dopo tanti anni, la tristezza ci prende ancora, perché, se andiamo in Piazza d'Armi, vediamo il "48" (la caserma dell'ex deposito d'artiglieria del 48° Reggimento) ancora sfregiato, ma non distrutto: anche le mine tedesche non riuscirono a distruggerlo.
Purtroppo però, ciò che ha distrutto la nostra caserma, è stata l'incuria di tutti: che cosa abbiamo fatto in 54 anni per ricostruirla? E' una bocca aperta che grida aiuto o che ci rinfaccia l'incuria. Nell' angiporto della Casa del Mutilato (il sacrario di guerra fondato da Raffaele Cantalupo) c'è un cannone, credo che sia un 75-81 della I Guerra Mondiale, ed alcuni altri pezzi che venivano trascinati per le vie di Nola dai cavalli dell' artiglieria sferragliando, e non si sa se abbiano mai sparato o colpito qualcuno. Nola era sede di un distretto militare, e noi nolani eravamo orgogliosi di affermare che la competenza del nostro distretto arrivava fino alla penisola sorrentina ed a Capri.
Il comandante del distretto di Nola era il Colonnello Amedeo Ruberto, mentre il comandante di un altro distaccamento di artiglieria era il Colonnello De Pasqua, due dei dieci ufficiali che furono uccisi quella mattina di settembre. In quell'anno, a maggio, in Piazza d'Armi si tenevano saggi ginnici e non si fecero esami.
Andavamo a scuola con qualche libro sotto il braccio e qualche quaderno, portavamo il pezzo di ferro (si diceva) "per la patria" e speravamo che non avvenissero bombardamenti, perché, quando vi erano bombardamenti alleati, di notte vagavamo per le campagne di Nola, però la mattina andavamo lo stesso a scuola. Il giornale costava meno di una terza parte di una lira, le radio erano rarissime e monumentali e servivano per ascoltare il bollettino di guerra. Avevamo, nella nostra cerchia di amici, un alunno, figlio di un ufficiale che scampò per miracolo all'eccidio del '43, che mandavamo in caserma per comprare le sigarette della truppa, sigarette che costavano, un pacchetto da dieci, mezza lira, però se si tenevano per più di una giornata in tasca, si scomponevano in fattori primi: da una parte le cartine e dall'altra parte il tabacco, tanta era la grossolanità del trinciato. Questa era l'epoca, poi dopo abbiamo imparato a fumare le americane con filtro, a parlare un po' l'inglese, però siamo stati deliziosamente mortificati da Renato Carosone con "Tu vuò fa l'americano".

Aristide la Rocca


L'Eccidio di Nola: i fatti

Nola nel 1943 poteva disporre, oltre al Distretto Militare nella Reggia Orsini, anche di truppe a riposo del 12° Reggimento di Artiglieria che erano ospitate nella palazzina di Campostella. A Casamarciano inoltre vi era un comando del 19° Corpo d'Armata, da cui dipendevano sia il 48° che il 12° Reggimento. E' importante ricordare che il 9 settembre gli Alleati sbarcarono con gran difficoltà a Salerno e l'armata Kesselring richiamò le forze tedesche disponibili, perché confluissero verso Salerno; alcuni autoblindi della grande armata Hermann Goring passarono per Nola per difendere le posizioni in direzione di Salerno. Le truppe alleate trovarono molta difficoltà nello spostamento, infatti, i 54 chilometri di distanza tra Salerno e Napoli verranno compiuti in 22 giorni, ciò significa che la resistenza tedesca fu massiccia nella zona. Il 10 settembre, in Via Principessa Margherita a Nola, transitò una motocarrozzetta tedesca (secondo una relazione del 6 ottobre del 1943 redatta dal Tenente Comandante della Compagnia di Nola dei Carabinieri Giuseppe Pecorari, quindi a pochi giorni dall' accadimento dei fatti), i soldati del Führer cercarono di disarmare alcuni soldati italiani ed uno di loro si rifiutò. I tedeschi cominciarono a sparare, i soldati italiani reagirono e reagirono sicuramente anche dei civili perché, dalle 15 alle 18 (tutto accadde in quest'arco di tempo) la reazione fu furibonda e caddero al suolo un tedesco ed un civile, tal Giuseppe De Luca, mentre l'altro tedesco venne catturato e portato in caserma. A questo punto furono inviati, verso i tedeschi posti nei pressi della stazione ferroviaria Nola-Baiano, un gruppo di soldati, tra cui Aldo Carelli, che conosceva il tedesco. Il Carelli mostrava il fazzoletto bianco, erano quindi disarmati i sei italiani quando, giunti nei pressi dei tedeschi, una sventagliata di mitra uccise il povero Carelli che stramazzò al suolo, mentre un altro soldato italiano ferito venne portato in ospedale. Contemporaneamente, nei pressi del Ponte di Ciccione, alcuni civili, tra cui Umberto Mercogliano, Maretti e Giuseppe Napolitano, fecero fuoco su alcuni automezzi che transitavano con truppe tedesche. La mattina dell'11, alle 11.30 circa, alcuni carri armati tedeschi giunsero nella piazza antistante la Caserma, i tedeschi disarmarono i soldati, li posero in fila ed un ufficiale tedesco, rivolgendosi al gruppo disarmato, impose che 10 ufficiali abbandonassero la fila nella quale erano stati schierati e si mettessero da parte rispetto al resto della truppa. Tra questi vi era anche il Tenente Enrico Forzati che, secondo una versione non da tutti accolta, si offrì al posto di un altro ufficiale pari grado. Carbone, che scrive una relazione il 23 ottobre, quindi dopo quella del comandante Pecorari, afferma che il Forzati non sapeva di dover andare al massacro, e quindi, la Medaglia d'Oro riconosciutagli, gli era stata attribuita per un gesto estremo non voluto. Comunque i dieci soldati italiani massacrati furono: Amedeo Ruberto, Michele De Pasqua, Roberto Berninzoni, Mario De Emanuele, Enrico Forzati, Alberto Pesce, Gino Iacovoni, Luigi Sidoli, Pietro Nizzi, Consolato Benedetto. Il maggiore De Gennaro, che era stato inviato da Casamarciano alla Caserma Principe Amedeo, venne risparmiato perché l'ufficiale tedesco si accorse che aveva il distintivo della croce di ferro tedesca, per fatti d'arme accaduti in Africa settentrionale. Il De Gennaro venne salvato e tutti gli altri ufficiali vennero portati nel campo di concentramento di Frasso Telesino in provincia di Benevento. Circa dieci giorni dopo, Gaetano e Raffaele Santaniello e Antonio Mercogliano tagliarono i fili telefonici dei tedeschi della stazione ferroviaria statale, i soldati di Hitler li scoprirono ed uccisero Gaetano Santaniello. Il 1 ottobre emerse la figura del sacerdote Angelo D'Alessio che insegnava nel Liceo Carducci di Nola il quale, ricorda il Pecorari, fece aprire la caserma dei carabinieri e distribuì i moschetti per i gruppi che si andarono a collocare in Via Madonna delle Grazie ed in via Montetto delle Croci, per contrastare i tedeschi che, questa volta, stavano scappando via. E' importante che di questi eventi si continui ancora a parlare, perché i giovani non dimentichino atti così crudeli per il bene della comunità e delle generazioni future.

Giovanni Russo

Fine della secolare presenza dei militari a Nola

L' 11 settembre del '43 cessò, in maniera tragica e definitiva, la presenza dei militari a Nola. In quel giorno, i tedeschi disarmarono le casermette di Campo Stella, il Distretto militare e la caserma Principe Amedeo, davanti alle cui mura vennero trucidati 10 ufficiali italiani.
Da allora, Nola non è stata più sede di distaccamenti militari. La caserma Principe Amedeo, rimasta abbandonata per oltre mezzo secolo, continua ad essere un monumento alla grettezza dell'Amministrazione statale e alla insipienza dei dirigenti locali, che finora non sono stati capaci di trovare una qualsiasi soluzione per il suo completo restauro e la sua destinazione a usi civili.
La presenza dei militari a Nola, risalente alla fine del 700, ha costituito una forte spinta per il suo progresso civile e per la sua modernizzazione, specie quando è stata sede di unità di cavalleria, i cui ufficiali erano quasi tutti di nobile discendenza.
Gli amministratori di Nola si sono sempre adoperati per rendere per rendere il più piacevole possibile il soggiorno alle loro famiglie e di accogliere degnamente le Autorità civili e militari frequentemente presenti per manifestazioni militari.
Nelle sale del circolo Giordano Bruno spesso si tenevano, in onore, serate da ballo e ricevimenti. Nella Villa comunale, di domenica e nei giorni di festa, suonava il concerto bandistico comunale.
I militari hanno portato a Nola idee moderne in tutti i campi e uno stile di vita improntato all'ordine, alla civiltà e al gusto personale, diventato patrimonio anche di molti nolani.
Il calcio, il tennis e la pallacanestro, grazie alla presenza tra i militari di atleti e di appassionati di sport, si sono diffusi a Nola ancor prima che in diverse grandi città italiane. Già dagli anni 30, per l'iniziativa del circolo ufficiali, erano sorti, davanti al maneggio, ben due campi da tennis. Anche durante gli anni del Fascismo le autorità civili e i militari collaborarono attivamente per rendere sempre più accogliente la città.
La partecipazione spontanea dei civili accanto ai militari, il 10 settembre del '43, ai combattimenti contro i tedeschi è la prova di quanto fosse solido e sentito il legame tra la città e la Caserma.
L'episodio va ricordato anche come il primo atto di reazione all'aggressione tedesca contro le nostre Forze Armate, appena dopo l'Armistizio con gli Angloamericani.
All'ora in cui si verifico, il Comandante del Reggimento e quasi tutti gli ufficiali superiori non erano in caserma. Non vennero dati ordini, ma, al tentativo dei tedeschi di disarmare alcuni ufficiali in Piazza D'Armi, fu data una risposta immediata e forte, tanto che l'autoblindo dalla quale erano discesi, fu costretta a ritirarsi.
A Nola, nonostante gli equivoci e le reticenze del comunicato di Badoglio, dell'8 settembre, la gente aveva subito capito che gli ex alleati tedeschi erano diventati nemici da combattere e ricacciare fuori dai nostri confini.
Oltre ai 10 inermi ufficiali trucidati, al tenente Carrelli e al civile Vincenzo De Luca, caduti durante lo scontro a fuoco, del giorno precedente, ci furono, nelle settimane successive, altri morti e dispersi fra i civili. I loro nomi vanno scritti tra i primi nel lunghissimo elenco dei caduti della Resistenza italiana.
Finora questi avvenimenti sono rimasti nella penombra della storia cittadina, quasi che, per la loro tragicità, nell'animo dei nolani ci sia stata l'inconscio desiderio di dimenticarli.
L'Eccidio di Nola è stato ufficialmente rievocato, per la prima volta, nel 1971, dal sindaco di allora Alfonso Ambrosino, davanti alla caserma Principe Amedeo.
Nel manifesto del Comune si leggeva anche questo bellissimo passaggio: "Divennero giganteschi nel coraggio alcuni cittadini di Nola che affrontarono con mezzi inadeguati l'impari lotta insieme con pochi militari della caserma del 48°, carabinieri e finanzieri, nelle epiche giornate del 10 settembre e 1-2 ottobre 1943, e pagarono il tragico tributo di tre giovani vite cadute per la libertà".
Da allora è in atto un difficile processo di ricostruzione dello svolgimento dei fatti e d'approfondimento del loro significato storico.
Non mancano sull'argomento opuscoli, relazioni, testimonianze personali e indirette riportate in vari scritti. Al quadro ancora impreciso e frammentato degli avvenimenti di quel periodo, aggiungo il modesto contributo dei ricordi personali, alcune considerazioni e qualche nuova testimonianza.
A chi volesse svolgere ulteriori ricerche sul tema vanno segnalati: - "L'Eccidio di Nola" del Generale Pietro Manzi, - "Le tragiche Vicende di Nola del 10-11 Settembre 1943" del Colonnello Achille Carbone, - "L'Eccidio di Nola" di Giovanni Fiumara, e "L'Eccidio di Nola del '43 " curato da Angelo Amato de Serpis e Pio Natalizio, con gli atti del convegno promosso dai Verdi di Nola, nell'ambito del progetto "Apriti Sesamo" del 1997.


La scheda dei fatti

10 SETTEMBRE 1943
Ore 15.00 circa: transita per Piazza Marconi una colonna motorizzata tedesca.
In Piazza D'Armi: soldati tedeschi, discesi da un'autoblindo, tentano di disarmare tre Ufficiali italiani. Si scatena un conflitto a fuoco, tra tedeschi e civili e militari italiani.
Ore 15.15-15.20: Pausa del combattimento.
Ore 16.00 circa: Riprende il conflitto, nei pressi della Villa Del Piano, tra autoblinde tedesche, civili e militari italiani dalla cavallerizza "Capitano Caprilli". Un motociclista tedesco rimane ferito mortalmente. Viene fatto fuoco su una pattuglia italiana con bandiera bianca: cade il Tenente Odoardo Carrelli. Viene colpito a morte il giovane Vincenzo De Luca.
Ore 18.00-18,30 circa: cessa il combattimento.

11 SETTEMBRE 1943
Ore 10.30 circa: I tedeschi disarmano la caserma di Campo Stella: viene prelevato il Comandante delle truppe al Deposito del 12° Artiglieria, Col. Cattaneo.
Ore 11.00-12.00 circa: Un'auto tedesca con a bordo anche il Col. Cattaneo entra nella Caserma Principe Amedeo, seguita da due carri armati. Altri mezzi corazzati circondano l'edificio. Giunge a bordo di un'auto mimetizzata il Col Ruberto, insieme al Maggiore De Gennaro e al Maresciallo Buonomo, provenienti dal Distretto, anch'esso già disarmato dai Tedeschi. Soldati e Ufficiali vengono fatti uscire in Piazza D'Armi. Gli Ufficiali, Cap. Roberto Berilnzone, Cap. Luigi Sidoli, Cap. Mario De Manuele, Ten. Pietro Nizzi, Ten. Benedetto Consolato, Ten. Alberto Pesce, Ten. Enrico Forzati, S.T. Gino Iacovone vengono trucidati insieme al Col. Michele De Pasqua e al Col. Amedeo Ruberto La truppa viene dispersa. Gli Ufficiali superstiti sono condotti nel campo di concentramento in località Fasso-Dugenta.

FINE SETTEMBRE - 1 / 2 OTTOBRE 1943
Si formano gruppi armati di civili. Nelle azioni contro i tedeschi cadono Antonio Mercogliano, Gaetano Santaniello, Giovanni Franzese di Antonio e Giuseppe Napolitano. In Piazza Marconi, il gruppo capeggiato dal prete D'Alessio e da Fiumara attacca la retroguardia tedesca dal palazzo dell' Aversano.
Arrivo degli Alleati in Piazza Duomo.


I giorni del terrore e del coraggio
(10-11 Settembre; 1 - 2 Ottobre del '43)

Che cosa accadde esattamente a Nola, tra settembre e ottobre del 1943?
Secondo il rapporto del sottotenente dei CC. Pecoraro, al quale ha fatto riferimento anche Enzo Biagi, nella Storia della IIª Guerra Mondiale, sarebbero insorti contro i tedeschi 71 civili di cui 24 operai, 20 studenti e 27, tra commercianti, impiegati, carabinieri e professionisti. I capi riconosciuti sarebbero stati, oltre al Pecoraro, il prete don Angelo D'Alessio e il popolano Umberto Mercogliano.
Il documento però riguarda, in particolare, il periodo durante il quale si costituì spontaneamente un nucleo di partigiani, che scontro con i tedeschi nel centro di Nola e nella località Ponte di Ciccione.
Contestando il mio articolo su "Il Mattino" del 6 settembre 1970, edizione della Provincia, dal titolo " Sarà degnamente celebrato a Nola il 27° anniversario dell'Eccidio", il Colonnello Achille Carbone, che, al tempo dei fatti, era relatore e comandate del Deposito 48° Reggimento di Artiglieria, escluse qualsiasi apporto dei civili allo scontro a fuoco con i tedeschi, avvenuto il 10 settembre del '43.
Il Carbone mi fece pervenire, il 16 dello stesso mese, anche un suo lungo dattiloscritto sugli avvenimenti, nel quale, fra l'altro, si sosteneva, con velata ironia: "Come mai gli ardimentosi civili, armati, riunitisi in Piazza Marconi di fronte alla trattoria dell'Aversana, non credettero riversarsi nel campo ostacoli "Capitano Caprilli" per dar man forte agli artiglieri combattenti? Preferirono piuttosto aspettare al varco il tedesco invasore o che questo fosse andato loro incontro? O Stimarono prudentemente, almeno per il momento, tenersi abbastanza lontano dalla danza delle pallottole per irrompere a tempo opportuno nella zona del conflitto? Durante il combattimento, né da me, né dal collega Pacia, furono scorti civili, sia pure sparsi tra le fila degli artiglieri, per mimetizzarsi. Ma poniamo il caso che il tedesco avesse avvertito la presenza dei civili a lato dei militari o confusi tra questi, stia certo, egregio avvocato, che molte abitazioni di Nola sarebbero state messe a soqquadro con prelievo di ostaggi da destinare al massacro in aggiunta agli ufficiali trucidati l'11 settembre 1943".
In un'altra lettera di precisazione, relativa ad un mio precedente articolo su "Il Mattino" il Colonnello Carbone aveva già categoricamente affermato: "Non furono i partigiani, egregio avvocato, a scontrarsi con la colonna corazzata germanica" aggiungendo che, "Allo scontro avvenuto nelle ore del pomeriggio del 10 settembre 1943 nella zona della Cavallerizza, nessuno, dico, nessun civile vi partecipò. Questa la realtà inoppugnabile. Di fatti reali accaduti è fatta la Storia. Essa non accetta di registrare argomenti ed episodi alterati, in netta contraddizione con la vera portata di essa". Ma non fu così!
Il Carbone che, nella lettera, si autodefiniva "testimone oculare" di quegli avvenimenti e garantiva l'autenticità del suo racconto, si riferiva sicuramente alla seconda fase dello scontro, quella svoltasi nella zona della cavallerizza.
Lo scontro, infatti, ebbe inizio e si svolse nella zona di Piazza D'Armi, adiacente a Piazza Marconi senza che il Carbone vi assistesse o vi partecipasse.
Fiumara, infatti, racconta e lo scrisse anche nella lettera inviata il 23 luglio del 73, al Carbone e, per conoscenza, anche al Generale Manzi, che quel pomeriggio, mentre infuriava la sparatoria, nella zona di Piazza Marconi, il Carbone si era rifugiato sotto il portone del marmista Vellella, in via Morelli e Silvati. Da quel luogo egli, effettivamente, non avrebbe potuto vedere ciò che stava accadendo nella vicina Piazza Marconi né in Piazza D'Armi, ma udire soltanto gli spari. Egli infatti apprese l'accaduto da alcuni soldati di guardia al varco d'accesso a Piazza D'Armi.
Il giorno seguente, com'è noto, la caserma Principe Amedeo fu disarmata dai tedeschi; la truppa fu dispersa; gli archivi saccheggiati e gli ufficiali, sopravvissuti ai dieci colleghi trucidati furono condotti, a bordo di un camion, in una piccola località della provincia di Benevento.
Mancò il tempo materiale per un rapporto dettagliato sullo svolgimento dei fatti, da parte dell'Autorità militare e, pertanto, sono ancora molte le imprecisioni, le lacune nella ricostruzione della vicenda. Finora, infatti, non si è ancora accertato chi sparò e ferì a morte il tedesco a bordo della moto, nella zona dei combattimenti, né il punto in cui fu colpito, se in via Roma, in Piazza D'Armi o in via Abate Minichini, né il percorso compiuto. Tra le versioni circolate su questa circostanza vi è anche quella che si trattava di un portaordini che avrebbe erroneamente imboccato via Abate Minichini, dove poi sarebbe stato investito dal fuoco di una mitragliatrice. Né è da escludere che sia stato colpito da proiettili vaganti.
Fiumara lo avrebbe avuto nella mira del suo fucile, dal portone dell'Aversano, ma afferma soltanto di non essere riuscito a sparargli per l'eccessiva mobilità del bersaglio. Nessuno poi ha mai rivendicato quell'uccisione, né i civili né i militari, quasi a voler esorcizzare la responsabilità morale della rappresaglia che ne seguì il giorno successivo.
Carbone poi si trovava all'ingresso principale della caserma, quando alcuni soldati vi condussero l'altro tedesco a bordo della moto, rimasto leggermente ferito e catturato, ma nulla riferisce su dove venne ferito, né sulle modalità del fatto.
Come mai? Eppure gli artiglieri che lo catturarono qualcosa pur dovettero riferire.
Né si è mai saputo ciò che il prigioniero tedesco rispose agli Ufficiali che lo interrogarono alla presenza del Colonnello De Pasqua, nella saletta a destra dell'ingresso.
Per quanto riguarda il coinvolgimento dei civili, Fiumara, nel suo "L'Eccidio di Nola" pubblicato nel 1980, indica come partecipanti un gruppo piuttosto esiguo di persone. E probabilmente così fu, sia perché il conflitto rimase circoscritto alla zona di Piazza D'Armi - Via Roma, sia perché, considerata la severità delle leggi, solo pochissimi civili avrebbero osato detenere un'arma da fuoco, e sia, infine, perché lo scontro fu talmente violento e improvviso che la gente badò soprattutto a chiudersi dentro le case.
Lo stesso Fiumara afferma di aver usato vecchio un moschetto da collezione, appartenuto a suo nonno, garibaldino. Ma su questa circostanza, se riferita alla sparatoria del 10 settembre, credo che abbia introdotto un'innocente variante. Ho motivo di ritenere che quando venne aperto il fuoco, lui si trovasse dal suo barbiere Enricuccio Trinchese, nei pressi di Piazza Marconi e che avesse con sé un fucile da caccia.
Persona stimata e benvoluta per l'onestà personale, la competenza nel suo lavoro di vicesegretario comunale e la generosità d'animo, il rag. Giovanni Fiumara rimane, nonostante alcune imprecisioni, la fonte più attendibile e disinteressata della cronistoria dei fatti.
Quel pomeriggio del 10 settembre 1943, egli, riparato e accovacciato all'angolo del muretto di cinta del giardino Palma, in Piazza Marconi, sparò ripetutamente in direzione di Piazza D'Armi, da dove proveniva un intenso crepitio di spari.
In Piazza Marconi il sibilo delle pallottole era terrificate. Il canale di ferro vicino al salone del barbiere Giovanni Guida, veniva frequentemente colpito, ad altezza d'uomo.
La signora Palma, mia madre, gridando come forsennata da dietro la persiana della finestra che dava sul giardino, scongiurava Giovanni Fiumara a riparare nel nostro studio fotografico.
Fiumara rasentando il muricciolo del giardino si spostò verso il palazzo dell'Aversano.
Il fuoco si protraeva da un bel po' di tempo quando qualcuno, da Via Morelli e Silvati, allora via Piazza D'Armi, cominciò a gridare fortissimo: "Per ordine del colonnello comandante De Pasqua, cessate il fuoco". "A tutti i militari e i civili, cessate il fuoco per ordine del Colonnello De Pasqua". A gridare il cessate il fuoco era il caporale Giovanni Pigna, ma, è da ritenere, per ordine del Carbone che si trovava nel portone del laboratorio, Vellella, e voleva rientrare in caserma. Il messaggio fu ripetuto più volte in vari punti di Piazza Marconi e, dopo alcuni minuti, gli spari cessarono. Le porte dei negozi riaprirono a metà e alcune persone attraversarono in tutta fretta la piazza. Transitò anche un'auto con a bordo il Col. De Pasqua che abitava a San Paolo Belsito. Un sottotenente e due soldati armati di fucile, nascostisi dietro la capanna del glicine del nostro giardino interno, tornarono in strada, dirigendosi verso la caserma.
Poco prima degli spari, una colonna tedesca, formata da sei, sette automezzi blindati, con qualche carro armato, era transitata per Piazza Marconi, lungo il lato del giardino De Simone, inboccando via Principessa Margherita.
Tutto ciò l'ho visto e l'ho udito personalmente, quel pomeriggio, e lo ricordo come fosse ieri. Così come ricordo che poco prima del combattimento il finanziere Santoro, uno dei primi partecipanti allo scontro, aveva attraversato Piazza Marconi, in abiti civili, con un fucile da caccia in spalla. L'appuntato Santoro, che fra l'altro conoscevo bene, perché abitava all'ultimo piano del palazzo Vanorio, in confine con la terrazza di casa mia, si recava spesso a caccia nella vicinissima campagna.
Il fuoco inizialmente sviluppatosi fu di tale intensità che l'autoblinda tedesca fu costretta a ritirarsi in direzione del passaggio a livello della Vesuviana, in via Roma.
Oltre alla mitragliatrice piazzata, fin dai primi di agosto, in Via Abate Minichini e a quella nella cavallerizza, dovette sicuramente far fuoco anche il drappello di guardia all'ingresso di Piazza D'Armi, composto da artiglieri e carabinieri, fra i quali, c'era l'appuntato Rizzello. Nei pressi della villa Del Piano erano ferme o sopraggiunsero altre autoblindo tedesche e, dopo una breve pausa, la sparatoria riprese ancora più violenta.
I nostri artiglieri rispondevano al fuoco dalla cavallerizza "Capitano Caprilli", da una mitragliatrice anch'essa fatta installare, da diversi giorni prima, evidentemente per motivi di sicurezza.
Il bilancio del nuovo scontro fu di tre morti: il civile Vincenzo De Luca, il motociclista tedesco e il tenente Odoardo Carrelli, falciato da una raffica di mitra, mentre alla testa di una pattuglia con bandiera bianca, si recava, per disposizione del colonnello De Pasqua, a parlamentare con i tedeschi. I due militari che l'accompagnavano, un sergente e un soldato rimasero leggermente feriti e le loro generalità non si sono mai conosciute.
Ecco invece il racconto del Carbone sulla prima fase dello scontro: "Giunto verso le ore 15.15 nei pressi della trattoria detta dell'Aversano, sita in Piazza Marconi, diretto in caserma, appresi da alcuni carabinieri e artiglieri di guardia all'imbocco d'accesso alla Piazza D'Armi l'aggressione di cui sopra ai tre ufficiali. I predetti militari m'informarono pure che essendo partiti alcuni colpi d'arma da fuoco da parte dei tedeschi contro i detti ufficiali, questi avevano reagito unitamente alla truppa".
Nella lettera recapitata al mio ufficio di corrispondenza, il 23 luglio del '73, Giovanni Fiumara, nell'inviarmi in visione il manoscritto del suo opuscolo su quei fatti, scriveva fra l'altro: "…il Colonnello Carbone ha atteso che fossero morti i suoi colleghi militari per inondare la nostra povera città di bugie. Gli ho scritto che se vuole veramente bene alla Patria dovrebbe rinunziare alla qualifica di combattente che si è fatto attribuire per i fatti di Nola. Non sparò un sol colpo. Non si espose per nulla. …".
Il Fiumara ha sempre sostenuto che il Col. Carbone ebbe un ruolo molto marginale nella vicenda, senza tuttavia partecipare all'azione.
D'altra parte, il volume del fuoco, appena dopo la provocazione tedesca fu di una tale intensità da non poter consistere assolutamente nella sola reazione spontanea del carabiniere Rizzello, del finanziere Santoro, del milite fascista Raiola e dello stesso Fiumara. Nei paraggi di Piazza Immacolata furono, infatti, notati dal Fiumara stesso diversi altri animosi civili: Delle Femmine, Umberto Tomaselli, Vincenzo De Beo e Adelchi Del Cappellano, persone che qualche settimana dopo si ritrovarono in un gruppo combattente che si scontrò più volte con i tedeschi, e inoltre il giovane legatore Felice Cassese, militare in permesso, Pasquale Russo detto "sciuscella" e Luigi Corcione. Questi ultimi avrebbero caricato su di un carrettino a mano il tenente Carrelli, morente.E ciò nonostante il rischio di un improvviso riaccendersi dello scontro. Ricordo però di aver intravisto, adagiato su di un carrettino a mano, proveniente all'angolo di via Principe di Napoli, non un militare. ma un civile, sicuramente il De Luca, che perdeva sangue. Luigi Corcione, noto commerciante nolano, da me interpellato, non ricordava l'episodio del carrettino.
Il Tenente Carrelli, offertosi volontario, per andare a parlamentare con gli aggressori, fu falciato dai tedeschi perché, nonostante la bandiera bianca, gli uomini che l'accompagnavano erano armati.
Quella che ritenni e considero la motivazione di fondo e il valore della partecipazione dei civili, le evidenziai nella lettera inviata al Colonnello Carbone, il 18 aprile 1971:
"Illustre Colonnello, io apprezzo quanto lei fa per difendere e mettere in luce l'operato dei soldati di Nola in quelle circostanze. Io, però, ritengo altrettanto doveroso e preminente sottolineare il contributo di lotta e di coraggio, dato nella stessa circostanza, da un pugno di ardimentosi cittadini di Nola. E non tanto per la consistenza e l'intensità della partecipazione ai fatti d'arme, quanto per il valore d'esempio e di testimonianza che quella partecipazione significò. Anche a Nola, il Fascismo non era riuscito a piegare tutti i cittadini alle sue idee. Qui, come in molti altri comuni grandi e piccoli d'Italia, era sopravvissuta la parte libera e coraggiosa dell'anima della città, che ne salvò la dignità non appena si presentò l'occasione. Di fronte allo sfaldamento del nostro esercito e alla fuga dei suoi capi, i pochi civili antifascisti nolani, che presero le armi contro i tedeschi, seppero istintivamente scegliere la via dell'onore della nostra città e della nostra Patria. Questo, secondo me, è l'aspetto più esaltante della vicenda"
Tra quei cittadini presenti in Piazza Immacolata e in via Roma durante il combattimento c'erano, infatti, diversi antifascisti.
Umberto Tomaselli era stato nel mirino della polizia fascista e aveva subito diverse perquisizioni domiciliari perché, insieme al prof. Enrico Avolio, più volte interrogato e poi arrestato dall'Ovra, e al prof. Domenico Manni, frequentava lo studio dell'avvocato La Rocca, antifascista noto in campo nazionale. Tomaselli avrebbe nascosto in casa sua libri compromettenti appartenenti a Vincenzo La Roca.
L'artigiano, riparatore di biciclette, Vincenzo De Beo subì, nella sua piccola officina nel vicolo del Duomo, ripetute angherie, da parte di gerarchi locali e non fu assunto all'Alfa Romeo di Pomigliano, nonostante la brillante prova d'arte, perché si rifiutò di prendere la tessera del Fascio. Fece parte del gruppo partigiano di Nola e successivamente si arruolò nel ricostituito esercito italiano partecipando a combattimenti, insieme agli Alleati, nella pianura padana. La famiglia di Umberto Mercogliano invece vantava la partecipazione di un'antenato a una battaglia garibaldina. Era di idee antifasciste e il fratello, Clemente, era stato licenziato dalle Ferrovie dello Stato per Antifascismo.
La sera del 10 settembre 1943, Nola era avvolta in un silenzio totale; tutta la zona di Piazza D'Armi era illuminata a giorno dalla luna piena. Verso le ore 21.30 una voce metallica, proveniente dalla zona di via Crocifisso, probabilmente amplificata da un megafono a imbuto, ripeteva, a intervalli di pochi secondi, sempre lo stesso messaggio: "Pattuglia rientrate", "pattuglia rientrate", "Pattuglia dove siete?", "pattuglia rientrate". Ero fuori al balcone di casa, al terzo piano, in Piazza Marconi, e quella voce, dopo i sanguinosi fatti del pomeriggio, mi fece temere che stesse accadendo di nuovo qualcosa di grave.
All'indomani corse la voce della scomparsa di una pattuglia 48°, ma si pensò soprattutto ad un episodio di diserzione. Più probabilmente però la pattuglia fu catturata dai tedeschi che già preparavano la rappresaglia del giorno dopo.
Ai primi di settembre 1943, nella Caserma Principe Amedeo c'erano un migliaio di uomini, tra truppa, sottufficiali e ufficiali; al Deposito del 12° Artiglieria Divisione Fanteria Savona, con sede al Campo Stella, gli uomini erano meno della metà. I pochissimi soldati in forza al Distretto Militare erano scritturali, in servizio sedentario. L'armamento delle caserme era costituito prevalentemente da fucili, da pochi vecchi cannoni, usati per l'addestramento, da alcune mitragliatrici Breda, anch'esse di vecchio tipo e non tutte perfettamente funzionanti e da un limitato quantitativo di munizioni.
A Casamarciano era stato trasferito, da Napoli, il Comando del XIX° Corpo d'Armata con a capo il Generale Riccardo Pentimalli, dal quale dipendevano tutte le altre unità militari dislocate nelle zone interne e costiere della Campania.
La proclamazione dell'armistizio, l'8 settembre, lasciò improvvisamente l'esercito italiano senza ordini e direttive. Fu caos dovunque e ciò che accadde a Nola, qualche giorno dopo soltanto, ne fu la naturale e immediata conseguenza.
I tedeschi, ormai sicuri dell'uscita dell'Italia dal conflitto, avevano cominciato gia a prepararsi per l'applicazione del "Piano Asse" che, fra l'altro, prevedeva il disarmo e la dispersione della Forze Armate italiane.
I Tedeschi, già da alcune settimane prima, avevano più volte chiesto notizie al Distretto sulla consistenza delle forze e delle armi della caserme di Nola. Le informazioni erano state date sempre previa autorizzazione del Comando di Casamarciano.
La professoressa Livia Mascolo, figlia del Colonnello Mascolo, Vicecomandante del Distretto militare, capo dell'ufficio comunicazioni, ricorda che prima dell'Armistizio, presente anche suo padre, il Colonnello Ruberto, fortemente preoccupato per la già evidente tensione tra le Forze Armate italiane e quelle tedesche, chiese ad un Ufficiale dello Stato Maggiore del generale Pentimalli se fosse stato opportuno reagire in caso di provocazione da parte dei Tedeschi. Dopo avergli esposto sommariamente la situazione militare di Nola ebbe come risposta una significativa alzata di spalle.
Il Colonnello Mascolo rimase talmente colpito da quel gesto che, tornato a casa, pretese che la famiglia si allontanasse da Nola il giorno dopo.
L'11 settembre, fra i soldati disarmati e poi fatti inginocchiare con le mani in testa perché assistessero al barbaro rito della rappresaglia, c'era anche uno dei miei fratelli.
Dopo l'eccidio degli Ufficiali, i soldati vennero lasciati liberi. Molti di essi ricevettero abiti civili dalle famiglie nolane per poter tornare alle loro case.
Mio fratello ci raggiunse, insieme ad un commilitone calabrese, nella falegnameria di Mastro Peppe Santaniello, in Piazza Paolo Maggio, un ampio locale a piano terra in un palazzo antico, dalle mura spesse e dai soffitti a volta, usato come ricovero durante i bombardamenti aerei. Lungo la strada, all'andata, udimmo una raffica di mitra e tememmo che i tedeschi stessero passando per le armi tutti i militari. Quando mio padre vide arrivare il figlio, prima ebbe una crisi di pianto e poi svenne.
Tornati a casa, Zumpano, l'amico di mio fratello, ci ripeteva in continuazione ciò che era accaduto. "Signora", disse più di una volta a mia madre, "se avessero ammazzato me, la mia famiglia forse non l'avrebbe saputo nemmeno. Ma, per voi, vedere vostro figlio ucciso a due passi dalla casa, sarebbe stato veramente atroce. Piangevo più per Voi che per noi".
Anche per quanto riguarda l'assalto alla caserma e il disarmo della truppa ci sono versioni contrastanti.
E' certo che non ci fu alcun assedio, da parte dei tedeschi, né tantomeno qualche segno di reazione da parte dei militari italiani. Tutto avvenne di sorpresa e si concluse nel giro di qualche ora, strage degli Ufficiali compresa. In questi termini, e in omaggio alla verità, andrebbe corretta almeno la prima parte della motivazione della medaglia d'oro alla Memoria del Tenente Enrico Forzati.
Zumpano e mio fratello raccontarono che la truppa, per ordine degli stessi militari italiani, venne radunata, disarmata, nel cortile grande della caserma dove si trovò circondata da soldati tedeschi armati di mitra. C'era anche un carro armato appena dopo l'androne dell'ingresso. Gli Ufficiali, insieme con il Colonnello De Pasqua si disposero in un sol gruppo. Dopo alcuni minuti di confusione e senza che nessuno riuscisse a capire bene ciò che il Comandante tedesco voleva sapere dagli Ufficiali italiani, la truppa, fu fatta uscire e messa in riga, in Piazza D'Armi, frontalmente alla caserma. Il gruppo degli Ufficiali rimase, invece, con le spalle alla caserma, a destra guardando. Dopo poco, a sinistra, si formò un altro gruppo d'Ufficiali. Trascorsero ancora pochi minuti. Si udirono alcune voci indistinte dalla zona dove si trovavano gli ufficiali e qualche attimo dopo le raffiche di mitra trucidarono quelli che si trovavano sulla sinistra. Uno di essi rimase illeso o venne soltanto ferito leggermente. Si alzò, ma fu finito subito dopo. Per un attimo pensammo che le mitragliatrici che ci tenevano sotto tiro dai blindati avessero fatto fuoco anche su di noi. Invece i soldati tedeschi ci fecero segno di andar via.
Il tenente Forzati fu, senza volerlo, lui stesso causa della sua morte. Il racconto del Colonnello Carbone sul modo in cui venne a trovarsi nel gruppo degli Ufficiali giustiziati conferma come nelle tragedie non manchi mai la mano del destino: "...tra il gruppo degli Ufficiali subalterni venne additato dall'Ufficiale tedesco un Tenente del quale, a distanza di anni, non mi sovvengono le generalità, il quale stava già per distaccarsi dalla prima fila, ove era capitato, allorché si verificò l'intervento del Tenente Forzati il quale, trovavasi in seconda fila, direttamente dietro il collega additato. Il Tenente Forzati, con moto subitaneo, fermò il collega che stava avviandosi verso il lato sinistro, pronunciando ad alta voce la seguente frase che raccolsi, distando circa due metri unitamente agli Ufficiali superiori dal detto Ufficiale subalterno:" Non ha chiamato te, ha chiamato me" e si mosse raggiungendo glia altri Ufficiali e i due Colonnelli, a sinistra dell'ingresso principale della caserma.
Da questo lato infatti vennero fatti disporre il Colonnello De Pasqua e il Colonnello Ruberto, Comandate del Distretto, fatto prelevare dalla caserma di Piazza Giordano Bruno, e gli otto Ufficiali indicati col dito da un Ufficiale tedesco. Furono tutti falciati da una raffica di mitra appena dopo che fu comunicata loro la sentenza di morte, in segno di rappresaglia. Il tedesco morto, il giorno prima, valeva dieci Ufficiali.
Mentre veniva preparato il massacro, i tedeschi trucidarono all'interno della caserma anche un soldato ammalato, rimasto nell'infermeria. Venne, poi, sepolto insieme agli ufficiali in una fossa comune. Si chiamava Domenico Russo, ed era rientrato da casa appena tre giorni prima. Il suo nome è rimasto ignoto per molti anni. Nel 1986 con il trasferimento dei suoi resti a Prata Sannita, suo paese nativo, si compiva l'ultimo pietoso atto di quella lontana tragedia.
Dopo l'arrivo degli Alleati e il ritorno a Nola delle numerose famiglie sfollate nei paesi vicini, l'opinione pubblica, ancora fortemente scossa dal barbaro eccidio e certamente delusa per la mancanza di un qualsiasi reazione all'attacco tedesco, addebitò il massacro di quei dieci Ufficiali alla fuga del Re, del Governo e delle più importanti cariche militari.
Gli Alti Comandi del nostro esercito, difatti, non si sono mai preoccupati molto della sorte dei loro subordinati, sia che si trattasse di ufficiali o di semplici soldati.
Durante la Iª Guerra Mondiale, Cadorna e i suoi Generali, incuranti del numero dei morti, lanciavano ondate umane contro le mitragliatrici austriache fino a quando non fosse stata vinta la loro potenza di fuoco e conquistata la posizione assaltata. Alle loro spalle, i carabinieri sparavano su chi si fermasse o indietreggiasse. E se qualche reparto esitava ad andare all'attacco ne veniva puntualmente ordinata la decimazione. Sono addirittura passate alla storia, per il loro altissimo numero, le fucilazioni, durante la rotta di Caporetto, di soldati sbandati o abbandonati dai loro comandanti.
Il 9 settembre 1943, poche ore dopo l'annuncio dell' Armistizio, il Capo del Governo, Badoglio, il Re e gli altri Capi del nostro esercito, temendo di essere catturati dai tedeschi, abbandonarono Roma, lasciando senza ordini un milione di soldati in Italia e nei Balcani. L'unica direttiva era quella contenuta nel comunicato letto da Badoglio dai microfoni dell'Eiar: "Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare, da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
I comandi territoriali avrebbero dovuto organizzarsi autonomamente per rintuzzare eventuali e prevedibili attacchi dei tedeschi. Ma, nel nostro esercito vige anche la regola non scritta che gli ordini vengono dati dai Comandi superiori, mentre quelli subordinati si limitano solo a darvi esecuzione. Era perciò inevitabile che, per mancanza d'iniziativa di molti Comandi locali, il nostro esercito si dissolvesse in poche settimane, anche se non mancarono episodi di eroica resistenza.
A Nola, nonostante i gravi fatti di sangue accaduti, nel pomeriggio del 10, non risulta che i comandanti dei Depositi e del Distretto si siano consultati su come contrastasse la prevedibile rappresaglia dei tedeschi, né addirittura che se l'aspettassero.
Il Colonnello De Pasqua, in occasione dello scontro, aveva tentato la via della trattativa, inviando a parlamentare il povero Tenente Carrelli. Aveva poi fatto medicare, rinfocillare e rilasciare il tedesco catturato, ritenendo, in tal modo, di dare all'accaduto il carattere di un deplorevole equivoco. La sera, prima di lasciare la caserma, aveva solo dato disposizioni per rafforzare i servizi di guardia.
Per introdursi nella caserma con i mezzi corazzati, senza far uso delle armi, i tedeschi ricorsero al trucco della benzina. E prepararono bene la trappola, traendo forse in inganno lo stesso Comando del XIX Corpo d'Armata, sicuramente contattato dai Tedeschi la sera stessa della sparatoria o al massimo nelle prime ore del giorno seguente. Difatti, l'irruzione nella caserma Principe Amedeo fu preceduta dall'arrivo, verso le 9, di un ufficiale - rimasto sconosciuto - appartenente allo Stato Maggiore del XIX° Corpo d'Armata, che raccomandò di accogliere aventuali richieste di carburante o di viveri, da parte dei tedeschi.
Un altro Ufficiale, il Maggiore De Gennaro, anch'egli in servizio presso il Commando XIX° C.d.A. con il compito di Ufficiale di collegamento tra il Comando stesso e le Autorità militari tedesche, si era portato al Distretto ed era presente quando arrivarono i tedeschi.
Quale era la sua missione? Sarebbe estremamente interessante conoscerlo. E' strano infatti che si accompagnò al Colonnello Ruberto quando fu prelevato dai tedeschi e che, giunto alla caserma Principe Amedeo, si voleva interporre, tra Tedeschi e Italiani, per chiarire la situazione. Il De Gennaro fu poi liberato dopo appena un giorno di permanenza nel campo di concentramento di Fossa, mentre gli altri ufficiali dovettero attendere alcuni giorni ancora. Si potrebbe, a questo punto, sospettare che egli, o il suo Comando, abbia avuto un ruolo di involontario appoggio alla sorpresa tedesca.
La caserma Principe Amedeo e gli altri due presidi militari, disponendo di poche ed antiquate armi, non avrebbero potuto opporre alcuna valida resistenza in caso d'attacco da parte dei tedeschi. Del problema, almeno per quanto riguarda la caserma Principe Amedeo sicuramente se ne sarebbe parlato nella consueta riunione del Colonnello De Pasqua con i suoi Ufficiali, che stava cominciando proprio quando si verificò l'irruzione tedesca.
Relativamente alla Caserma del 12°, l'eventualità di un attacco tedesco non fu proprio presa in considerazione. Prova ne sia che il Colonnello comandante, Cattaneo si allontanò per recarsi al Distretto di Nola e non diede alcuna particolare disposizione.
Al Distretto, in Piazza Giordano Bruno, si presentò invece un'auto mimetizzata e un carro armato. I tedeschi sapevano bene che nel Distretto c'erano soltanto pochi fucili e che non ci sarebbe stata alcuna reazione da parte dei soldati.
Nel giro di pochi minuti, il personale fu fatto radunare nel cortile. In un primo momento non si capì bene che cosa volessero. Ai soldati fu detto soltanto che per loro la guerra era finita e che potevano tornarsene a casa, dopo aver ammucchiato le armi nel cortile. Solo ad alcuni Ufficiali fu chiesto di consegnare la pistola. Nessuno pensò che si trattasse di un'aggressione.
Non fu fatta nessuna telefonata al Comando del 48° perché venisse data della benzina ai tedeschi (secondo l'affermazione del Carbone invece sarebbe giunta proprio mentre i tedeschi irrompevano nella caserma).
Lo hanno escluso a suo tempo i Marescialli Pelaia, Capo, Buonomo ed il soldato scritturale Antonio Menna da Palma Campania, da me interpellati in proposito. Il Colonnello Mascolo, dal quale dipendevano le comunicazioni, non ne ha mai fatto cenno, nel racconto dei fatti ai familiari. I tedeschi, è sicuro, si presentarono al Distretto dopo avere già disarmato il 12° e il 48° e probabilmente solo per prelevare il Colonnello Ruberto al quale, come Comandante del Presidio, addebitavano la responsabilità del combattimento del giorno prima.
I tedeschi lo invitarono a recarsi con loro alla caserma Principe Amedeo, dove si trovava il loro Comandante, il Col. Ruberto, per quanto incuriosito, non ebbe alcuna esitazione. Era calmo e disteso. Pregò il Colonnello Mascolo che non era stato neanche disarmato, di accompagnarlo, ma, mentre questi stava salendo in macchina, gli disse: "No, mi chiami il Maresciallo Buonomo. E' meglio che venga lui che parla un po' di tedesco. Lei mi farà la cortesia di avvertire mia moglie che tornerò fra qualche ora e di non preoccuparsi."
L'abitazione del Colonnello Ruberto si trovava nel vicolo Duomo, a brevissima distanza dal Distretto, e dalla casa del Mascolo.
Informata la signora Ruberto, e giunto dopo qualche minuto, all'altezza del ristorante Grappolo d'Oro, nel vicolo del Collegio, il Col. Mascolo fu messo a corrente dal titolare, Attilio Mancusi, dell' occupazione della caserma Principe Amedeo e delle raffiche esplose. Gli fu anche consigliato di mettersi subito in abiti civili e di nascondere la pistola. Qualche ora dopo, il Colonnello Mascolo, insieme al figlio, rientrato proprio quella mattina dalla Puglia dove faceva il servizio militare, partirono per raggiungere la famiglia in Ciociaria.
Percorsero parte di via Principessa Margherita, attraversarono Piazza Marconi e via Roma e presero un treno della Vesuviana che funzionava regolarmente. Seppero della morte degli Ufficiali solo alcuni mesi dopo, quando ritornarono a Nola con la famiglia. A molta gente quell' 11 settembre sembrava una giornata come le altre. La notizia della tragedia cominciò a diffondersi solo nel primo pomeriggio.
La professoressa Mascolo apprese poi, dalla sig.ra Diva, la vedova del Colonnello Ruberto, che il marito, poche settimane prima, doveva essere promosso Generale e trasferito ad altro Comando. La nomina rimase bloccata per un cavillo burocratico. Ancora un tiro del destino!
Se non è il caso di andare alla ricerca di responsabilità, tanto più che due dei tre Comandanti, De Pasqua e Ruberto pagarono con la vita, va sottolineata comunque la totale chiusura dei militari verso i civili che già da qualche giorno avevano chiesto armi e munizioni per la loro difesa personale e della città. Se ciò fosse avvenuto, il pomeriggio del 10 settembre, a dare man forte ai militari, certamente ci sarebbero stati molti altri nolani. E gli eventi successivi avrebbero sicuramente avuto un corso diverso.
Nell'incendio delle caserme, seguito al loro disarmo, andarono distrutti quasi tutti i fascicoli personali e gli incartamenti contenuti negli scaffali di sicurezza.
Alla fine dell'ottobre del '43, però, il Distretto Militare riprese a funzione in via Cimitile, nel fabbricato di proprietà del geometra Raffaele Giugliano. Fu anche ricostituito il Deposito del 12° Artiglieria e alloggiato, con i pochi militari rimasti in forza, nel Convento dei Cappuccini. I soldati, frugando tra le macerie delle caserme, riuscirono a recuperare una parte dei documenti, risparmiati dall'incendio.
A cominciare da questo periodo, fu anche possibile, per disposizione ministeriale, inserire nei fogli matricolari, in base alle dichiarazioni degli interessati, anche la partecipazione ad operazioni belliche contro i tedeschi dopo l'8 settembre 1943.
Oltre all'aggiornamento della propria posizione matricolare, era possibile conseguire anche qualche beneficio connesso alla qualifica di combattente. Furono in parecchi a "ricostruire", a fini di carriera pregressa e futura, gli avvenimenti del 10 e 11 settembre del '43, a Nola.
Nel dicembre del '43, gli Ufficiali, Pacia, Vacchiano e Carbone si riunirono a Nola, nell'abitazione del Pacia, e decisero di raccogliere in uno scritto la sequenza degli avvenimenti di Nola, sui quali il Carbone aveva già inviato alle Autorità militari due relazioni, rispettivamente il 26 d'ottobre e il 3 dicembre. Era opportuno quindi che la nuova versione dei fatti non se ne discostasse. Ma si trovarono in disaccordo su vari episodi e la cosa non ebbe seguito.
Secondo ciò che il Carbone, anni dopo, confidò al suo amico, Capitano Antonio Ricco, il Vacchiano e il Pacia, nel '55 o '56 avrebbero fornito ad influenti uomini politici dichiarazioni di comodo per mitizzare la figura del Tenente Forzati, che invece era andato inconsciamente incontro alla morte. Gli stessi avrebbero dato anche al Generale Manzi informazioni inattendibili per il suo opuscolo sui fatti.
Appartengono invece alla storia civile di Nola i fatti accaduti fino all'arrivo degli Alleati, i cui protagonisti, contadini, operai, impiegati e intellettuali, non hanno mai chiesto riconoscimenti o ricompense di nessun genere. Il rapporto del Tenente Pecoraro purtroppo non li riporta tutti.
Dalla metà di settembre, Nola fu occupata dai tedeschi che fecero saltare in aria diversi edifici pubblici e privati per bloccare le strade principali e rallentare l'avanzata degli Angloamericani. A San Paolo Belsito la villa Montesano, nella quale il marchese Filangieri, per "sicurezza", aveva fatto trasferire da Napoli una parte dei documenti dell'Archivio di Stato, fu incendiata per l'uccisione di un soldato tedesco avvenuta nei suoi paraggi, mentre conduceva via il maiale di cui si era impossessato. Furono rastrellati dieci civili, per essere fucilati, se non si fosse presentato il responsabile. Tra di loro vi era un invalido della Grande Guerra, Giuseppe Riccio. Si distingueva dagli altri per la sua figura alta e imponente e per la lunga barba bianca che gli nascondeva una ferita di guerra alla bocca. Al caporale tedesco che dirigeva l'operazione disse che si sarebbe accusato lui del fatto se avessero rilasciato gli altri ostaggi, ma, grazie all'intervento del parroco Quaranta, furono tutti mandati a casa. Giuseppe Riccio però, il giorno appresso era di nuovo al suo posto, seduto su di uno sgabello, nei pressi del "Pozzo di Mezzo" caso mai i tedeschi ci avessero ripensato.
Sotto l'effetto della rabbia e anche della paura, per i numerosi furti d'oggetti di valore e di provviste nelle case e per le deportazioni dei giovani, a Nola e nella zona, il grosso della popolazione si rifugiò sulle colline circostanti e nei paesetti del Circondario e si cominciarono a formare bande armate di civili.
La mattina del 26 settembre, i fratelli Raffaele e Gaetano Santaniello di 14 e 21 anni e Antonio Mercogliano furono sorpresi a tagliare le linee telefoniche tedesche, nella stazione centrale. Il fuoco delle sentinelle causò la morte del Mercogliano e di Gaetano Santaniello. Il fratello rimase leggermente ferito.
Nella zona di via San Massimo, un gruppo formato da Antonio Franzese fu Nunzio e dai suoi giovani figli Gennaro e Giovanni si scontrò con una pattuglia tedesca. Giovanni, militare del Genio, cadde ferito mortalmente. Gennaro invece riportò una ferita di striscio. Un altro gruppo, composto dai fratelli Antonio e Paolino Franzese di Andrea, da Salvatore Franzese di Francesco, da Aniello Franzese fu Salvatore e da Antonio e Andrea Caliendo ebbe uno scontro a fuoco con un'altra pattuglia tedesca. Il gruppo capeggiato da Giuseppe Napolitano, armato di fucili da caccia e di bombe a mano, impegnò un'autoblindo in transito. Il corpo del Napolitano crivellato di pugnalate rimase esposto per tre giorni.
Gli ultimi scontri tra civili e tedeschi avvennero in Piazza Marconi, il 2 ottobre ad opera del gruppo armato, capeggiato dal sacerdote Don Angelo D'Alessio.
L'1 e il 2 di ottobre, dal palazzo dell'Aversana, fu aperto il fuoco in tre riprese sugli automezzi tedeschi in ritirata. Sopraggiunsero alcuni carri armati, uno dei quali cominciò a cannoneggiare l'edificio, colpendo, invece, la retrostante chiesa dell'Immacolata. Del gruppo di fuoco, facevano parte Fiumara, Domenico Veneruso e suo padre, Vincenzo De Beo, Giacomo D'amico, Preti, il sottotenente dei CC. Pecoraro e l'appuntato Feramonti.
In via San Massimo rimasero feriti altri civili, ma i loro nomi e di altri civili che imbracciarono il fucile non furono rilevati o sono stati dimenticati. Il gruppo di Attilio Mancusi, denominato "Brigata Garibaldi" in seguito combattè a Cassino, a fianco degli Alleati.
Gli inglesi giunsero da Saviano in Piazza Duomo, il 2 ottobre. I carri armati proseguirono nell'inseguimento dei tedeschi in direzione di Cancello. Tra i tanti giovani che li accolsero c'era uno studente armato di fucile. Si chiamava Ennio, ed era figlio del Maresciallo Buonomo. Saltò su di un carro armato per combattere anche lui. Non s'è più saputo niente della sorte.

Mario Palma


1ª APPENDICE

Lettera di Giovanni Fiumara al Colonnello Carbone


Nola 23/07/73
Sig. Colonnello Achille Carbone
Via Ponte do Tappia 47
Napoli
e p.c. Al Sig. Generale Pietro Manzi
Roccarainola (Napoli)

Avete inondato Nola di Vostre pubblicazioni di 4 specie - concernenti gli eventi del 10 settembre 1943 - 1 e 2 ottobre stesso anno in questa Città, le quali non mi piacciono proprio. In una di esse - "Un omaggio alla Verità" avete citato il mio nome sostenendo che il 10 settembre nessun civile aveva preso parte alla sparatoria. Ebbene, vediamo se Vi ricordate. Io sono quel civile armato di moschetto 1870/87 che dalle 15.00 circa sparava da sotto il portone dell'Aversano, in Piazza Marconi, insieme col carabiniere Rizziello Salvatore ed al finanziere Santoro Evangelista, contro le autoblindo tedesche, avendo l'equipaggio di una di esse malmenato un capitano di Artiglieria che si era rifiutato di consegnare la pistola.
Voi, dopo le 16.00 senza attraversare Piazza d'Armi, Vi ricoveraste sotto il portone del marmista Vellella in Via Morelli e Silvati, da dove a mezzo del caporale Pigna Giovanni faceste gridare a noi che sparavamo: "Per ordine del Colonnello Cessate il fuoco".
Corsi da Voi - fui notato da parecchi - compresi i sigg. Palma per chiedervi di farci entrare nella Caserma, rispondeste: "Via i civili, Voglio sapere, aggiungeste, perché i tedeschi ci sparano addosso".
E guardando sul palazzo di fronte, dove abitavano i sigg. Rubimo - sfollati - scambiando gli scoppi delle pallottole Dum - Dum - sparate dalle autoblindo, per colpi di fucile o pistole civili, diceste ancora "smettetela anche voi lassù di sparare.
La casa era vuota.
Ricordo come fosse oggi, avevate una pistola col laccio al collo e non usciste dal portone, mentre io, il carabiniere ed il finanziere tornammo in Piazza Marconi a rispondere al fuoco delle autoblindo che erano presso la villa Del Piano. Nel maneggio scoperto vi era una sola mitragliatrice, manovrata da un ufficiale e da un soldato, che malamente funzionava.
Faccio, per amor di Patria, sulla morte del Tenente Carelli che, cadendo, gridò: " Viva l'Italia".
Il mattino successivo un capitano tedesco si portò dal podestà - Carmine Minieri - ancora vivente, per conoscere il numero dei civili ed i nomi di quelli che avevano partecipato alla sparatoria. Il Podestà disse di non saper nulla. Fu chiamato il Maresciallo dei Vigili Simonetti - che sotto la minaccia della pistola che il Capitano tedesco aveva messo sul tavolo del Podestà negò.
Sig. Colonnello, la storia, gli eventi, non possono essere cambiati.
La verità vera la disse il Generale Pietro Manzi, nell' "Eccidio di Nola".

Giovanni Fiumara

Una definitiva sistemazione della lapide dei
Partigiani Nolani?

Affinché rimanesse vivo il ricordo degli avvenimenti del settembre/ottobre 1943, venne murata, per iniziativa della Sezione A.N.P.I. di Nola, una piccola lapide sulla facciata del vecchio fabbricato De Simone, in Piazza Marconi. Il marmo sul quale era incisa fu successivamente trasferito sul prospetto della villetta De Simone, sorta al posto dell'originaria costruzione. Questo il testo dell'epigrafe, dettata da Giovanni Fiumara:

In questo stesso punto
di dove
nel 1820 partirono
i primi moti del nostro Risorgimento
il 10 settembre 1943
pochi animosi insorsero contro
la barbarie teutonica
iniziando
il nuovo Risorgimento d'Italia.


Nel 1973, in previsione della demolizione anche della villetta De Simone, Fiumara si preoccupò di far dare una nuova e degna sistemazione all lapide. Essa, dopo una forte campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, venne collocata, sempre in Piazza Marconi sul retro della base del monumento a Morelli e Silvati, donato dalla provincia alla città di Nola, nella ricorrenza del Centenario dell'Unità d'Italia.
Si conservò intatta per tutto il tempo in cui il monumento rimase protetto da un'inferriata.
Lo spiazzo su cui insisteva il monumento venne successivamente destinato all'uso pubblico e la lapide fu ben presto ricoperta di scritte e danneggiata unitamente agli altri marmi del monumento.
Una sera, due giovanotti alti e robusti, discesi da un'auto, sotto gli occhi divertiti degli amici, ne effettuarono il distacco dal muretto, provocandone la rottura.
I pezzi rimasero abbandonati a terra per diversi mesi, finché il dipendente comunale, Raffaele Napolitano, si preoccupò, in qualità di buon cittadino, di far raccogliere e trasportare, a proprie spese, i cocci nel Comando dei Vigili Urbani. La lastra di marmo, in tal modo, poté essere ricomposta, incollata e rimessa allo stesso posto.
Qualche mese dopo però era stata di nuovo imbrattata di scritte e danneggiata, in più punti.
Sarebbe doveroso, da parte delle Autorità comunali, dare alla lapide una sistemazione definitiva, al riparo dagli atti di vandalismo sempre più audaci e volgari che vengono compiuti, di giorno e di notte, in Piazza Marconi.

Mario Palma


La lunga estate del 1943

Dopo l'8 settembre 1943, giorno della proclamazione dell' armistizio con gli "Alleati" da parte del maresciallo Pietro Badoglio, capo del nuovo governo costituitosi il 27 luglio 1943, del quale faceva parte anche il nolano Antonio Sorice, in qualità di Ministro della guerra, si determinò in Italia una situazione confusa e pericolosa dato il permanere sul nostro territorio delle divisioni tedesche, bene agguerrite ed ostinatamente decise ad opporsi all'avanzata delle truppe angloamericane. A differenza dei soldati italiani che erano tutti impreparati quando giunse la comunicazione di Badoglio, in quanto nessuno si aspettava la notizia di un possibile armistizio, i tedeschi non furono colti di sorpresa, in quanto essi avevano predisposto fin dal 1941 un piano, denominato con parola convenzionale "Asse", che prevedeva l'adozione di misure di sicurezza e di difesa delle loro truppe. D'altra parte Hitler fin dal 23 agosto era certo di possedere le prove del prossimo cedimento dell'Italia.
Nella città di Nola si determinò un clima di incertezza carico di tensione, considerato anche il fatto che la Campania ed, in particolare, l'area nolana vennero a trovarsi al centro di uno scontro fra le truppe germaniche e quelle alleate che sbarcate a Salerno puntavano verso il Nord.
Scaramucce e sparatorie si verificarono tra civili, soldati italiani e soldati tedeschi, facenti parte della divisione corazzata "H. Göring", che in ritirata da Battipaglia risaliva la penisola per attestarsi a Montecassino.
A seguito della sparatoria, ci scappò la morte di un soldato tedesco, che fece scattare la immancabile rappresaglia.
I fatti del 10 settembre 1943 che precedettero quelli relativi all'eccidio dei 10 ufficiali italiani del giorno 11 settembre sono riportati, nella loro drammatica successione, dal sacerdote Angelo D'Alessio, nativo di Serre (SA), docente di storia e filosofia del liceo "Carducci" di Nola, in un circostanziato rapporto al Tenente Comandante della Compagnia dei Carabinieri, Giuseppe Pecorari (rapporto reperibile presso la biblioteca del dott. Luigi Vecchione).
Nel pomeriggio del 10 settembre, verso le ore 16.00, accesasi un furibonda sparatoria nei pressi di piazza d'Armi, un ufficiale tedesco, sopraggiunto da Via Principessa Margherita a bordo di una motocicletta con un soldato che in posizione retrostante mitragliava all'impazzata, cadde ucciso ad opera di un gruppo di civili che, appostato dietro al Palazzo Vanorio, aveva aperto il fuoco.
Seguì un aspro combattimento che si protrasse un paio di ore.
Il Colonnello Michele De Pasqua, comandante del Deposito del 48° Reggimento di Artiglieria presso la caserma "Principe Amedeo", visto che lo scontro non accennava a terminare, consapevole della scarsità delle armi e munizioni a sua disposizione, appena giunto in caserma, resosi conto della gravità della situazione, tentò la strada della trattativa, inviando un ufficiale, il tenente Odoardo Carrelli, uomo intelligente e colto, il quale, issando bandiera bianca, alla testa di un piccolo drappello di sei uomini, avanzava con il compito di chiarire le cose per porre termine all'azione militare.
Ma il tentativo era destinato a fallire tragicamente, perché il Carrelli non ebbe neanche il tempo di poter rappresentare la propria proposta di pacificazione e, benché disarmato, cadde crivellato di colpi mortalmente. Quello che accadde il giorno dopo (11 settembre) è ben noto per doverlo descrivere dettagliatamente. I tedeschi mettono in atto un piano ben architettato. Prendono in consegna il colonnello Cattaneo comandante del 12° Deposito del Reggimento di Artiglieria presso le casermette in Via S. Paolo Belsito, con uno stratagemma (richiesta di medicinali). Poi con un altro stratagemma (richiesta di carburante) fanno irruzione nella caserma di Piazza d'Armi e si impossessano del Deposito del 48° Reggimento di Artiglieria, disarmando 700 soldati, 80 ufficiali, ne fucilano 10, tra cui il colonnello Amedeo Ruberto, comandante del Presidio dislocato presso il Distretto Militare di Palazzo Orsini.
E proprio nell'atrio di Palazzo Orsini, oggi sede del Tribunale, è visibile un'epigrafe che ricorda gli undici ufficiali trucidati alle ore 12 circa dell'11 settembre 1943 dai tedeschi agli ordini di un maggiore privo di un braccio, che non mi risulta sia stato né perseguito né giudicato.
In tale epigrafe, in cui è compreso anche il nome del tenente Carrelli caduto il giorno prima, è incisa l'espressione: "CADDERO CON ONORE". Certo, non tutti sono disposti a sottoscrivere una tale espressione, in quanto si chiedono come poté accadere che un intero reggimento composto da 80 ufficiali e da oltre 700 soldati si arrendesse senza colpo ferire senza opporre resistenza ad un manipolo di soldati tedeschi per quanto ben forniti di mezzi e di armi.
Eppure non me la sento di condividere una tale opinione, perché sono convinto che a determinare l'atteggiamento dei soldati italiani fu un'errata valutazione delle reali intenzioni dei tedeschi oppure uno sbandamento dovuto all'isolamento in cui il reggimento era venuto a trovarsi dopo la proclamazione dell'armistizio (la memoria 44 non fu portata a conoscenza dei generali e dei comandanti del nostro esercito).
Certo i caduti non possono essere considerati eroi, in quanto l'eroe è colui che sceglie deliberatamente di sacrificare per gli altri il bene più prezioso in suo possesso: la vita, e non perché costretto dalla necessità (vedi il sacrificio di Salvo D'Acquisto).
Ma indubbiamente in essi furono dei " martiri", cioè testimoni dell'assurdità della guerra, della sua inutile tragicità. E' comunque un episodio rilevante, anche se poco noto rispetto ad altri analoghi, come per esempio quello delle Fosse Ardeatine, anche perché verificatosi a distanza di appena tre giorni dalla proclamazione dell'armistizio (8 settembre).
Oggi, dopo 55 anni, è possibile esprimere un giudizio storico sereno ed equilibrato oltre che imparziale.
Si può dunque ragionevolmente affermare, alla luce dei fatti storicamente accertati, che a Nola ebbe inizio, come del resto in tante altre città del Sud, quel fenomeno che passa sotto il nome di "resistenza".
Esso è riscontrabile nel comportamento di quei civili che, come Umberto Mercogliano, Giuseppe Napolitano (contadino), il prof. Angelo D'Alessio (sacerdote), Pasquale Raiola (o stizzatore), Giovanni Fiumara, i fratelli Santaniello, Attilio Mancusi ed altri ancora, ardimentosamente, armati solo del loro coraggio, osarono sfidare l'intransigenza tedesca. Mi piace, a tale proposito, ricordare un episodio da me vissuto personalmente nell'estate del '43, nella mia infanzia.
Fui infatti testimone di una rappresaglia di due soldati tedeschi avvenuta presso Castelcicala, dinanzi alla chiesetta di S. Lucia, dove molte famiglie nolane si erano rifugiate per sfuggire ai pericoli della guerra.
Ci fu un rastrellamento di dieci cittadini nolani, tra cui l'avvocato Testa, Pasquale Russo (detto Pasquale 'e sciuscelle), Nicola e Giovanni Natalizio ed altri di cui non ricordo i nomi, che scovati dai loro nascondigli a suon di bombe a mano e fatti prigionieri, vennero incolonnati e portati via in direzione di San Paolo Belsito. I superstiti, per lo più donne e bambini, mentre gli altri erano riusciti a sottrarsi alla cattura, avventurandosi su per le colline, restarono sul posto in preda allo spavento ed alla costernazione, convinti che le dieci persone catturate dai tedeschi non avrebbero fatto mai più ritorno. Sennonché, nel tardo pomeriggio, le videro ritornare sane e salve, rilasciate grazie all'intervento di una donna che, parlando in tedesco, riuscì a liberarle in cambio di un maiale.

Concludendo, vorrei sottolineare che se il passato passa, la memoria resta, ed è questa che segna e rende possibile la vita dell'uomo in comunità; senza la memoria non c'è convivenza civile, non c'è civiltà, non c'è la storia.
Perciò non possiamo, né dobbiamo dimenticare. L'Eccidio di Nola, per quanto dimenticato o poco celebrato nelle cronache nazionali, è una pagina importante della storia di Nola e costituisce un momento significativo della Resistenza nell'Italia Meridionale.
Ci aiuta a capire il corso degli avvenimenti, ci fa comprendere come Mussolini ed Hitler non ebbero il senso della storia, come ha affermato il dott. La Rocca nel suo intervento, allorché pensarono di poter portare impunemente divisione e guerra in Europa e nel Mondo.
Questo, oggi a distanza di più di mezzo secolo, lo possiamo affermare con certezza, in quanto, testimoni di una ben diversa temperie storica, sappiamo di essere proiettati verso l'integrazione europea, verso l'unità spirituale, culturale e politica del vecchio Continente.
Una nuova temperie che trova le sue origini in quelle che furono le scelte di uomini di stato di ben diverso orientamento e formazione, quali De Gaspari, Adenauer, Monnet che ebbero la grande idea di istituire la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) nel lontano 1951, dando così inizio ad un nuovo e più esaltante corso politico.
Vincenzo Quindici


Sull'Eccidio di Nola

Non ero a Nola in quel settembre del 1943, quando vi rientrai, nel giugno 1944, mi furono subito raccontati i fatti accaduti. Mi resi allora conto che gli eventi si arricchivano di particolari a secondo di chi me li narrava. Accade, infatti, che quando siamo protagonisti o testimoni di fatti importanti, nel raccontarli, senza rendercene conto, tendiamo ad evidenziare il nostro comportamento, a pensare e a dire cose che avremmo voluto fare e, anche se non fatte, a credere di aver effettivamente compiuto quei gesti e quelle azioni.
Nel Dicembre 1944, il Comando Presidio di Nola (presso il quale prestavo servizio) raccolse - per ordine superiore - le testimonianze dei presenti a quegli eventi. Dall'esame di tali dichiarazioni mi parve di considerare come la più vicina alla realtà quella rilasciata dal Maggiore Camillo Nicoletti, per cui me ne feci una copia per il mio archivio personale e reputo opportuno pubblicarla integralmente.
Mi si chiede un mio giudizio ma penso che siamo ancora troppo vicini ai fatti per poter dare un giudizio sereno. Oggi ancora giudichiamo gli eventi mettendoci dalla parte dei vincitori. Per cui parliamo dell'Eccidio di Nola, delle Fosse Ardeatine e non ricordiamo i bambini mitragliati dai piloti americani su una giostra un lunedì di Pasqua in una città toscana; ricordiamo gli ebrei eliminati nei campi di concentramento e non parliamo dei giapponesi sterminati dalle bombe atomiche; stigmatizziamo i crimini di Hitler e non ricordiamo quelli Stalin.
Il giudizio lo darà la storia (quella con la s maiuscola) quando il tempo avrà lenito le ferite e assopiti i rancori e si userà un unico metro per misurare le azioni degli uni e degli altri.

Filippo Renato de Luca


2ª APPENDICE

Dall'Archivio di F. R.de Luca, Nola
"Il deposito del 48° Regg. Art. D.F. "Taro" ha regolarmente funzionato fino al giorno 11 Settembre 1943, giorno in cui dovette tragicamente chiudere la sua vita e la propria attività militare. Il giorno precedente - 10 settembre le truppe del Deposito dovettero reagire con le armi alle prepotenze delle truppe tedesche che, dopo di aver cercato di disarmare degli ufficiali nei pressi della Caserma, aprirono il fuoco sulla caserma stessa. I nostri risposero col fuoco e il conflitto armato si protrasse per più ore, concludendosi con la perdita da parte nostra di un ufficiale e di un soldato e due militari feriti; da parte tedesca con un soldato morto e uno ferito. Il mattino successivo - 11 settembre - verso le ore 11 la Caserma fu circondata da numerose truppe tedesche che con carri armati, artiglieria ecc. fecero irruzione nella caserma stessa. L'occupazione fu così repentina ed impreveduta che impossibile fu ideare od attuare alcun opposizione o resistenza all'azione nemica; è da notare che in quel momento era convinzione del Comandate e di noi tutti che i tedeschi si sarebbero solamente limitati ad asportate materiali e principalmente benzina di cui ne avevano molto bisogno. Infatti il Colonnello De Pasqua Michele, Comandante le Truppe al Deposito, nel rapporto tenuto a tutti gli ufficiali del Deposito qualche minuto prima dell'occupazione tedesca ebbe a riferirci che il Tenente Colonnello Sottocapo di Stato Maggiore del Comando del 19° Corpo d'Armata, dal quale dipendevano le truppe di Nola, gli aveva poco prima quel mattino stesso comunicato che i tedeschi andavano in giro per le Caserme in cerca di carburante e che tale visita l'avremmo certamente avuta anche noi e che, quindi dato lo scopo, avremo dovuto accogliere i tedeschi senza ostilità e opposizione anche se, come era loro uso, avessero a scopo intimidatorio, ricorso ad uno spiegamento di forze. E in tale errata convinzione quindi ai tedeschi presentatisi in Caserma non fu sollevata minima obbiezione ed ostilità. Atro però era il mandato delle truppe occupanti e lo scopo della loro irruzione armata: esse dovevano punirci dell'uccisione del loro soldato, avvenuto il giorno precedente per mano nostra.
….tutti i militari di truppa e gli ufficiali presenti nella Caserma fummo fatti uscire disarmati sul piazzale esterno di essa, ivi avvenne la tragica barbara fucilazione di dieci ufficiali preso a caso fra di noi dal Maggior Comandante le truppe tedesche, appartenenti alla Divisione " E. Göring". Fra i fucilati furono i Colonnelli Ruberto Amedeo, Comandante il Presidio Militare di Nola e De Pasqua Michele Comandate le Truppe al Deposito 48° Artiglieria. Dopo tale infame strage i militari di Truppa ed i Sottufficiali furono lasciati il libertà mentre gli ufficiali superstiti (circa 70) (settanta) fummo deportati in ostaggio dai tedeschi in località campestre sita in provincia di Benevento. Ivi rimanemmo per tre giorni; il 13 settembre fummo lasciati liberi con l'ingiunzione di non ripresentarci in caserma. Ne sarebbe stato possibile diversamente perché l'11 stesso tutte le caserme erano state militarmente occupate dai tedeschi che iniziarono subito una nefasta opera di distruzione e di saccheggio col fuoco e la dinamite. Come Dio volle, tra il pericolo continuo di essere riacciuffato dai tedeschi che già avevano iniziata la loro nuova ingloriosa azione di deportazione di civili, e le difficoltà di un lungo viaggio a piedi, il giorno successivo potessi rientrare in Nola, nella cui zona sono sempre rimasto riuscendo a sfuggire ai tedeschi. Il giorno 2 ottobre Nola fu liberata dalle truppe alleate e da quel giorno tutti gli ufficiali e sottufficiali rimasti in Nola ci riorganizzammo agli ordini dell'ufficiale più elevato in grado presente: Colonnello Cattaneo già comandante il Deposito 12° Reggimento Artiglieria D.F. "Savona".
Il 1 novembre successivo con la ricostituzione degli enti militari, fui dal Comando Militare della Campania trasferito dal disciolto Deposito 48° al Distretto Militare di Nola ove tuttora presto servizio".
Domicilio e telefono: Nola - Via Cimitile N°4
Firma
F/to Magg. Camillo Nicoletti
Data, 28 Dicembre 1944

Testimonianza di Paolo Minieri figlio dell'ultimo Podestà di Nola
I miei ricordi di guerra

Correva l'anno 1942, e avevo all'incirca sette anni. Una sera all'imbrunire mi trovavo nel cortile di casa mia in corso Tommaso Vitale, mio padre e mio zio Gaetano stavano nell'ufficio del proprio negozio di ferramenta, e ad un certo punto abbiamo visto entrare una sagoma di un uomo in divisa, era il comandante dei vigili urbani di Nola. Si diresse verso mio padre e con voce ferma gli disse: "Don Carmine siete desiderato dal Podestà". Mio padre rispose un po' titubante, molto pensieroso disse " Va bene, ci andrò". Nella serata stessa mio padre si recò dal Podestà Eduardo Contieri, compare di cresima di mio zio Gaetano. Il colloquio fu molto cordiale, il Podestà rivolgendosi a mio padre gli disse che lo doveva sostituire per pochi giorni, in quanto aveva un problema ad un molare. Successivamente la malattia di Don Eduardo Contieri peggiorò, e nel giro di pochi giorni, questi morì. Dopo qualche giorno mio padre da Vicepodestà ricevette la nomina di Podestà., tutto questo mentre i bombardamenti degli "alleati" si facevano sempre più fitti, per cui prese la decisione di portare la famiglia via da Nola. Molto probabilmente nella primavera del 1943 partimmo alla volta di Campobasso (paese nativo di mia madre), per poi ritornare pochi giorni prima dell'armistizio. I giorni che seguirono furono i più terribili. Il 10 settembre si ebbe uno scontro tra i soldati italiani e quelli tedeschi. Mi ricordo di un giovane tutto sanguinante portato su di un carrettino da un uomo alto e magro che cercava qualcuno che lo aiutasse. Passò nel corso trascinando il carrettino con il giovane morente e poi portarlo forse all'ospedale civile.
Mio padre si trovava sul comune di Nola, mentre svolgeva i suoi uffici di Podestà, quando si presentò un ufficiale tedesco, per accertamenti a seguito della morte del suo soldato, pose la pistola sul tavolo chiedendo, alla presenza di un interprete, chiarimenti ulteriori sulla partecipazione o meno di civili all' agguato. Mio padre con molta calma e molto sangue freddo, sostenuto anche dal maresciallo delle guardie di Nola Santino Simonetti , affermò la completa estraneità dei civili al fatto. L'ufficiale tedesco chiese come mai ne fosse così sicuro. Allora, egli, sempre con molta sicurezza, lo invitò ad andare all'ospedale civile per controllare se sul cadavere ci fossero segni di pallottole sparate da militari o colpi di fucile da caccia. Tutto ciò accadeva in poco tempo, e mio padre, mentre l'ufficiale tedesco si metteva in moto con la camionetta per recarsi all'ospedale, incaricò il maresciallo Simonetti di precederlo e di inscenare una sorta di "sceneggiata" sistemando intorno al corpo, fiori e candele, accompagnate dalla presenza di alcune popolane di Piazza S. Antonio Abate, che fingessero di piangere per lui.
Il Simonetti che era un tipo intraprendente riuscì nel suo intento, sfruttando lo scarso orientamento nelle strade di Nola dell'ufficiale tedesco. Quest'ultimo, vista la scena si calmò alquanto e si rivolse al primario dell'ospedale, che gli fece vedere le pallottole estratte dal corpo del soldato morto. Erano pallottole militari appartenenti ad una Breda 37, mitragliatrice in dotazione all'esercito italiano. Quest'ultimo episodio scagionò definitivamente i civili, evitando un coinvolgimento che poteva anche costare la vita a non pochi.
Il giorno che fucilarono gli ufficiali davanti alla caserma del 48, io e mia madre stavamo affacciati al balcone della nostra abitazione al secondo piano in Corso Tommaso Vitale, preoccupati per il ritardo di mio padre. Io assistevo alla disperazione di mia madre che non vedeva arrivare il marito dalla piazza. Mentre succedeva questo vidi sbucare dall'incrocio tra Via G. Bruno e il corso, due motociclisti tedeschi, appresso una camionetta mimetizzata, su cui avanti vi erano un soldato e un graduato, e dietro il maresciallo Buonomo, il maggiore De Gennaro e in mezzo il Colonnello Ruberto comandante del presidio di Nola. Mi colpì il volto del colonnello Ruberto. Non potrò mai dimenticarlo, in quanto era amico di mio padre, con cui era solito prendere una granita al bar sotto al comune, quindi lo conoscevo bene, perché accompagnavo sempre mio padre, conoscevo i suoi modi. Mi ricordo che portava sempre una sciabola, un sigaro tra le labbra, ed era filotedesco. Dietro la camionetta vi era un carro armato tipo Tigre su cui vi erano due soldati, uno indossava una cuffia e l'altro era appostato ad una mitragliatrice sulla botola d'ingresso del carro armato.
Si diressero verso l'attuale Piazza d'Armi, li seguii con lo sguardo finché fu possibile. A questo punto dopo poco, vidi mio padre arrivare dalla piazza, rincuorando mia madre che riprese colorito.
Del momento cruciale dell'eccidio ho ancora vivo il rumore delle mine che distrussero buona parte della caserma, del resto di quello che accadde non posso conoscere i particolari, ma ricordo la grossa confusione che ci fu successivamente. Soldati italiani correvano verso la villa comunale, liberandosi delle divise e lanciandoli sui balconi. Qualche giorno dopo, io e la mia famiglia ci rifugiammo sulla collina di Cappuccini ospiti del principe De la Tour, perché nel centro di Nola non era più possibile abitare per la presenza di sodati tedeschi. Con l'arrivo degli alleati mio padre lasciò definitivamente la carica di Podestà senza alcuna ripercussione, apprezzato da tutti per il suo comportamento, tanto è vero che gli fu proposto dal Town Major di rimanere al suo posto come Commissario Prefettizio, ma rifiutò, dicendo che aveva ben altro a cui pensare.
Paolo Minieri


3ª APPENDICE


Documento redatto dal Maresciallo
Buonomo Ermanno

" Verso le ore 11,15 dell'11 settembre 1943 venni chiamato nel corridoio del distretto dal signor colonnello Ruberto il quale mi disse di tenermi pronto ad accompagnarlo quando sarebbero venuti i tedeschi a prenderlo per condurlo a parlare con il loro comandante. Di fatti pochi minuti dopo giunsero 4 soldati tedeschi su di una macchina blindata aperta. Due di essi scesero dalla macchina e giunti nel corridoio dove si trovavano riuniti tutti gli ufficiali del distretto invitarono il signor colonnello Ruberto quale comandante del presidio di Nola a seguirli. Il signor colonnello a fronte alta e serena, subito senza frapporre indugi prese posto nella macchina dopo aver ordinato a me di accompagnarlo per essergli da interprete con il comandante tedesco. Giunti nella caserma del 48° Artiglieria dove i tedeschi avevano preso stanza vidi gli ufficiali e truppa del reggimento inquadrati e disarmati. Cercai di chiedere all'ufficiale tedesco che cosa volesse dal signor colonnello del nostro presidio ma egli rispose che era li non per discutere ma per comandare. Ordinò così di uscire fuori a tutti e poi scelto 10 ufficiali compreso il colonnello Ruberto li fece fucilare a lato dell'ingresso della caserma. Io che ero con la truppa, all'atto della fucilazione al centro del campo vidi i dieci ufficiali immobili a fronte alta di fronte al plotone di esecuzione sino al momento in cui una raffica di mitraglia li abbatteva al suolo, immediatamente dopo i rimanenti ufficiali furono portati in ostaggio e la truppa messa in libertà compreso lo scrivente."

Nola 8 maggio 1946

Aiutante di battaglia Buonomo Ermanno

Memoria lunga o memoria corta?

Ho visto entrando, con sorpresa (pensavo che la Chiesa dell'Immacolata fosse sconsacrata), che a Nola c'è la possibilità di ospitare una manifestazione come questa in un luogo di culto: si vede che stanno cambiando tante cose, cambia anche con APRITI SESAMO la mentalità di tutti noi. Comunque vorrei partire dalla considerazione di come sia paradossalmente difficile, a distanza di quasi mezzo secolo, ricostruire l'episodio. Sono stati ricordati i lavori scritti da Manzi, da Carbone, la memoria del D'Alessio.
Ho visto esposte anche delle recentissime testimonianze, quelle per esempio occasionate dal grosso convegno sull'olocausto che si è tenuto all'Istituto per gli Studi Filosofici a Napoli. Dunque a distanza di 54 anni da quegli eventi, noi ci troviamo di fronte a delle rievocazioni, che si sono sviluppate via via nel tempo non uniformi, parecchio polemiche le une con le altre e con accuse, che si rincorrono, dall'uno all'altro lavoro, di essere stati poco diligenti o poco sereni nel raccogliere le prove.
Una cosa che mi ha colpito è la rievocazione di quegli eventi, come di qualche cosa in cui la popolazione civile sarebbe stata rigorosamente assente. Si trattò cioè di un episodio di resistenza, ma compiuto esclusivamente da militari, questo nel solco di una tradizione militare che, nella piazzaforte nolana, aveva antichi e prestigiosi precedenti.
Ora vorrei, se possibile, sollevare tale questione: non è tanto importante, in verità, sapere se il Carbone o il Manzi avessero ragione o volessero raccontare le cose in un certo modo o avessero qualche interesse a farlo, vorrei invece sottolineare di come si tratti di una memoria tutto sommato debole, abbastanza sfocata, abbastanza incerta. Aristide La Rocca in principio ha detto una cosa molto severa: il peggio lo ha fatto l'incuria, l'incuria degli uomini. Egli parlava della caserma, devo dire che ho l'impressione netta che la memoria debole sia determinata da un atteggiamento complice della classe dirigente.
Perché questo? Perché nel Mezzogiorno la classe dirigente di quegli anni lasciò, in quei momenti certamente difficili (ma una classe dirigente è tale soprattutto nei momenti difficili), completamente allo sbando le popolazioni civili.
Devo inoltre dire che fenomeni di altrettanto disinvolta condotta ebbero anche i quadri militari, soprattutto gli alti gradi, parecchi dei quali, letteralmente, sparirono dalla circolazione, in un momento che era difficile, difficilissimo, il più difficile della nostra storia; ma sono i momenti in cui si può chiedere, e si deve chiedere, alla classe dirigente, di dimostrarsi all'altezza delle difficoltà. Così non fu, e, per colmo di cattivo comportamento, questa classe dirigente ha anche fatto di tutto, riciclandosi più o meno rapidamente e ritornando sulla cresta dell'onda, affinché non vi fosse una memoria forte che avrebbe aperto anche il discorso sulle responsabilità.
E' dunque straordinariamente opportuno, utile e civilmente impegnato, ciò che stiamo facendo in questo momento. Io non ho vissuto quelle vicende, le ho ripercorse attraverso lo studio, certo, ma ritengo che sia dunque il primo dei nostri compiti, quello al quale stiamo cercando di assolvere questa sera. Sono trascorsi 54 anni, non fa niente, tantissimi dei testimoni non ci sono più o hanno anche loro qualche acciacco o qualche défaillance; noi li aiuteremo a ricordare, perché ricordare è di straordinario interesse per tutti.
Ricordare, trasformare questa memoria debole in memoria forte, e la memoria forte, penso, non è solo quella della celebrazione, non è semplice, o sola trasmissione, pure utilissima, doverosa e civile, tra le generazioni del ricordo di quegli avvenimenti, rendendo omaggio a chi li ha vissuti, rendendo omaggio ai caduti per quelle vicende, ma la memoria forte è soprattutto la memoria come progetto.
Perché parliamo di queste cose, perché le ricordiamo, perché c'è un istituto che si occupa della storia della resistenza?
A distanza di 54 anni, leggevo quel titolo: "L'Antifascismo è finito"; invece l'antifascismo non è finito, non può essere finito, così come è scandaloso dover ascoltare, o vedere libri che vanno in circolazione, nei quali si mette in discussione l'olocausto, nei quali si nega che ci siano stati milioni e milioni di ebrei mandati a morte.
Qualcuno osa dire che tutto questo è un'invenzione, che tutto questo non è mai successo. Ebbene io dico evviva Nola, che è capace a 54 anni di distanza di voler ancora con tenacia ricostruire la verità, ricostruire quella memoria corta che ho detto in principio, perché c'è una ragione in più: l'idea comune è che la resistenza sia qualche cosa che riguardi il centro, ma ancor di più il nord del nostro paese, l'idea cioè che la resistenza sia esclusivamente la lotta armata partigiana che è avvenuta sull'Appenino, che è avvenuta nelle valli alpine; questa è un'idea dura a morire ed ha a che vedere con la memoria debole di cui ho parlato prima.
Vorrei che fosse chiaro il concetto che la resistenza, l'antifascismo, la lotta contro il nazifascismo, la lotta contro la tracotanza dei tedeschi, iniziò ben prima che arrivassero gli alleati. Le popolazioni civili o militari italiane si batterono contro un esercito strapotente ed inviperito, giustamente inviperito. Male fu infatti ragionato e calcolato l'8 settembre dichiarando l'armistizio avendo i tedeschi in casa. I tedeschi, da un minuto all'altro, si rivoltano contro di noi come iene: ciò andava calcolato, andava considerato.
Ebbene la Resistenza, l'Antifascismo, il moto popolare spontaneo e poco armato è un processo che riguarda tutta l'Italia, che riguarda interamente il nostro paese, dalla Sicilia, all'ultimo lembo alpino ai confini con la Francia e con l'Austria, è qualche cosa che ha mobilitato la coscienza di tutti, solo che ognuno via ha concorso con una sua specifica modalità, con una sua identità. Ci sono diversità, ci sono differenze che non sono né offensive, né indebolisco la forza di questa idea, di questo concetto e di questa straordinaria mobilitazione popolare. Bene fa la storiografia quando parla e riscopre la categoria della prima resistenza, ecco, forse ci potremmo arrivare per questa strada: c'è una prima resistenza subito dopo l'8 settembre, un'altra che va avanti fino alla fine della guerra, mentre altrove continua, e va avanti fino al 25 aprile del '45.
La resistenza riguarda tutta l'Italia, alla faccia di chi oggi si diletta in esercitazioni allo sfascio, non solo civile e morale, ma che intacca il senso della nostra unità civile, geografica, patriottica e territoriale. Allora la resistenza c'insegna anche questo: viva Nola!

Guido D'Agostino
Presidente Istituto Campano
sulla Storia della Resistenza.


Una testimonianza "oculare"

Sono uno dei pochi testimoni che presero parte alla seconda fase della resistenza. Non era difficile capire che i tedeschi avrebbero fatto vendetta ed allora ci presentammo armati di pistole in Piazza d'Armi.
C'era Vincenzo De Beo, Umberto Tommaselli, Giovanni Fiumara, e c'era, soprattutto, Mario Pace. Essendo Pace figlio di un colonnello, lo mandammo dal padre per dare la nostra disponibilità. Noi li conoscevamo bene i tedeschi, i nostri genitori avevano fatto la guerra contro di loro.
Mario Pace ritornò e disse che il padre gli aveva riferito che questo era una affare prettamente militare e che i civili non dovevano intervenire.
Mentre noi raccoglievamo questa risposta, dalla strada della stazione vesuviana entrò in Nola una colonna tedesca, credo che ci fosse un solo carro armato, mente per il resto erano blindati e motocarrozzette. Una parte di questa colonna ci sorpassò e l'altra si fermò, come per volerci catturare e prendere come ostaggi.
Le cose però andarono diversamente, perché i tedeschi, senza aver trovato resistenza, entrarono nell'edificio del 48, invasero tutte le stanze, fecero alzare i malati e piantonarono i punti nevralgici della caserma. L'ufficiale che comandava i tedeschi mandò a chiamare il colonnello italiano, il quale chiese al soldato di guardia quale fosse il grado dell'ufficiale tedesco, il soldato rispose: " E' un maggiore". "Allora è lui che deve venire da me" disse il colonnello.
In seguito i tedeschi fecero scendere tutti i soldati facendoli inginocchiare, mentre una cinepresa li riprendeva per poterli far vedere ad Hitler. Gli ufficiali invece furono chiamati a sorte per la decimazione.
Voglio sottolineare che gli ufficiali morirono con grande dignità, il colonnello si accese un sigaro e morì dicendo: "Viva l'Italia!". Uno solo chiese compassione e disse: " Sono giovane, ho un figlio piccolo a Napoli, risparmiatemi". Tutto ciò perché il maggiore tedesco aveva tenuto prima un breve discorso che l'interprete aveva così tradotto: "E' legge della divisione Göring che, per ogni soldato tedesco ucciso, muoiano dieci ufficiali italiani". Il maggiore rispose all'ufficiale italiano dicendo che anche lui aveva figli e moglie a Berlino ed ordinò la fucilazione.
Dopo di ciò ci fu una tale confusione, infatti quando i tedeschi andarono via, noi entrammo nel "48", dove c'era un cannone anticarro, diverse mitragliatrici, tra cui quella russa a 72 colpi, ed un po' tutti si impadronirono di queste armi.
I fatti dunque andarono così, come li ha visti un testimone, come si suol dire, oculare.
Purtroppo ancora oggi si sente parlare di naziskin e si vedono svastiche, io spero che queste persone possano realmente comprendere cos'è il nazismo.

Luigi Rossi
Presidente di Corte di Cassazione


L'irrazionalità della guerra

Vorrei fare alcune riflessioni sulla tragicità della guerra, perché la guerra è disumana, la guerra sconvolge l'ordine esistenziale della vita, la guerra è negativa soprattutto perché semina terrore, semina angoscia.
Nel rievocare i martiri della barbarie nazista, che si abbatté su Nola nel settembre del 1943, provo un'angoscia terribile, sento turbare profondamente la mia anima, per l'ingiustizia violenta e disumana che da secoli contamina la vita della terra e getta un'ombra bruttissima sulle vicende della storia nel cielo purissimo della libertà, che nasce dal lavoro e dalla solidarietà, che unisce il genio dei popoli e le vicissitudini del tempo umano, della vita e della morte, dell'essere e del nulla.
La mia coscienza morale ripercorre lo spazio, attraversato da un mesto corteo, che accompagna le salme dei dieci martiri fucilati dai tedeschi, e quindi nella mia memoria si scrive questa particolare commozione di quelli che io definirei "fiori legati al ventre della terra", perché la guerra è qualcosa che distrugge la libertà e crea l'antagonismo fra il passato ed il presente, e crea l'ambiguità, la contraddizione, l'equivoco e la paura.
Equivoco e paura che ancora oggi impediscono alla vita democratica della nostra terra di decollare compiutamente, prima l'equivoco di un qualunquismo ammantato di libertà, quindi la paura di un presunto comunismo, e quindi la paura della verità e quindi la contraffazione storiografica di un evento.
Non a caso Giuliano Procacci nella "Storia degli italiani" afferma che, il periodo compreso tra il 25 luglio del '43 e l'8 settembre di quello stesso anno, è la prova della insipienza più acuta della nostra classe dirigente. Aristide La Rocca giustamente parla dell'incuria che, dal '43 ad oggi, ha sepolto nelle macerie, senza distruggerlo però, il "48".
Sono quindi le contraddizioni di un'epoca come la nostra, che si perde il più delle volte nella demagogia dell'utile e dimentica la continuità storica di un presente e di un passato che ha bisogno di essere ricordata, ma non ricordata astrattamente per fare l'esercizio retorico e verbalistico di affermazioni demagogiche, bensì per dare alle giovani generazioni il monito di un evento, la cui significatività, ancora oggi, deve esprimersi nella continuità dialettica tra il presente del passato ed il futuro del nostro presente.

Luigi Simonetti
Filosofo


Uomini e Superuomini

La regola dell'"occhio per occhio" stabilita nel Vecchio Testamento - ovviamente del tutto diversa da quella del "perdonare fino a settanta volte sette" del Nuovo - costituisce comunque un freno alla possibile reazione violenta ad un'offesa ricevuta. Essa prevede, infatti, una punizione che procuri un danno che non sia superiore di quello che si ritiene di aver subito.
È il caso specifico della "faida" praticata dai clan mafiosi e camorristici, in base alla quale ogni membro del proprio clan ammazzato va vendicato con l'uccisione di un membro del clan autore del delitto. In tal modo si afferma anche la cosiddetta "legge del sangue o del clan" secondo la quale la colpa di un soggetto ricade su tutti i membri della sua parentela o del suo gruppo. Vale, comunque, il principio dell'equivalenza fra i soggetti appartenenti a clan diversi. Abbiamo, quindi che 1 / 1, ossia che un camorrista "vale" quanto un altro camorrista.
La "legge del sangue" vigeva, com'è noto, anche nel nazismo appunto perché per un delitto commesso dal membro di un gruppo potevano essere chiamati a rispondere altri membri dello stesso gruppo. C'era, però, una rilevante differenza, in quanto era previsto - come emerse chiaramente nel massacro delle "Fosse Ardeatine" - che per ogni tedesco ucciso dovessero essere eliminati almeno dieci della collettività di cui faceva parte l'uccisore.
Sembrerebbe, allora, che l'equivalenza 1 (tedesco) /10 (non tedeschi) sia soltanto una questione di quantità. In realtà, sul piano simbolico, l'equivalenza 1/10 sta ad indicare anche un salto di qualità, in quanto il passaggio dall'unità alla decina sta a significare che si ricomincia dall'unità ma accompagnata dallo zero, per cui ci si colloca su un diverso piano. (Su questo argomento, è interessante quanto sostiene Carlo Suarès sui nove archetipi dei numeri che vanno da 1 a 9 e sui loro multipli che vanno da 10 a 90 e da 100 e 900).
In questo contesto, è plausibile ammettere che con l'eccidio delle Fosse Ardeatine sia stato praticato, in certo modo, un "rito sacrificale" che, mentre ha mirato a far pagare il prezzo d'espiazione - il fio -, nel contempo ha fondato una differenza radicale di status fra gli offesi - considerati "superuomini" se non addirittura dèi - e gli offensori- collocati sul piano di semplici e poveri uomini. Il "meccanismo" che consente la compensazione è, come si è visto, il "sacrificio" di dieci "uomini" per ogni "superuomo" ucciso. È superfluo osservare la distanza abissale che separa questo tipo di "sacrificio" da quello del Figlio di Dio che si lascia uccidere per "salvare" gli uomini.
D'altra parte, risulta particolarmente interessante rilevare come, in certe condizioni, il tipo di "rito sacrificale" adottato dai nazisti possa subire una tale contraffazione da diventare una vera e propria parodia di se stesso. È quanto sembra sia avvenuto a Nola, allorquando - come ha riferito il preside prof. Vincenzo Quindici nel corso della presentazione degli Atti del Convegno "L'Eccidio di Nola del '43" del 14-03-1998, in seguito all'uccisione di un soldato tedesco, i commilitoni di questi arrestarono dieci nolani con l'intenzione di fucilarli nei pressi di Castel Cicala. Sennonché, grazie alla mediazione di una signora di San Paolo Bel Sito che parlava il tedesco, i prigionieri furono riscattati con l'offerta di un maiale. Ne consegue che, forse per la condizione di estremo disagio in cui ormai si trovavano i tedeschi, si verificò una sorta di processo logico del seguente tipo: 1 nazista / 10 nolani, 10 nolani / 1 maiale, dunque 1 nazista / 1 maiale!
A parte queste situazioni paradossali, resta il fatto che nell' Eccidio delle Fosse Ardeatine sono riscontrabili aspetti ben più sconcertanti rispetto alle faide tra camorristi e tra mafiosi.
Ma lo sconcerto s'intensifica se si porta la riflessione sull'Eccidio di Nola del '43. In questo caso, i dieci soggetti da sacrificare per un ufficiale tedesco ucciso, non furono presi a caso. Essi vennero, infatti, scelti fra oltre un centinaio di ufficiali italiani, i quali furono separati da circa 3400 reclute e 2300 anziani, dopo che tutti furono costretti ad inginocchiarsi.
Il metodo della selezione degli ufficiali fu quello della "decimazione". In tal modo, la scelta di un "capo espiatorio" ogni dieci ufficiali, fece sì che per ogni soggetto destinato alla fucilazione, ve ne furono altri nove che la evitarono, oltre le reclute e gli anziani che erano stati esclusi dalla decimazione. Ebbene, non è azzardato ritenere che i circa 99 ufficiali contati ma non fucilati, insieme con gli anziani e le reclute, nel liberarsi dall'angoscia, dovettero avvertire, appunto perché erano scampati alla morte, un vago senso di gratitudine per la Provvidenza o per il loro "destino" o perfino per gli stessi tedeschi, soprattutto quando un ufficiale nazista si rivolse, col megafono, ad essi con le seguenti parole (ricordate dal sottufficiale Ugo Tebaldini, testimone diretto dell'eccidio): "Soldati, ora potete raggiungere le vostre case. Ad un nostro ordine, a gruppi di quattro alla volta, vi allontanerete da questa piazza". E così fu.
In tale contesto, emerge una sorta di ambivalenza del "rito sacrificale" dei nazisti: da un lato si rileva un'attuazione pratica del principio sostenitore della diversa dignità delle persone umane facendo pagare un prezzo pari a dieci volte (ed anche più) l'offesa ricevuta; dall'altra si concede -si fa per dire, naturalmente - la "grazia" alla restante parte della "sostanza sacrificale", suscitandone la gratitudine.
Ma la gratitudine, a sua volta, comporta la rimozione della tendenza alla reazione, alla protesta, alla rivolta. Ne consegue che, a Nola così come altrove, il metodo della decimazione consentiva ai tedeschi di scoraggiare il diffondersi della resistenza e, nello stesso tempo, di alimentare la mansuetudine, la docilità e, soprattutto, l'innoffensività.
Intanto, c'è ancora oggi qualcuno che, di fronte all'inumanità dei meccanismi diabolici usati dai nazisti, preferisce sospendere il giudizio e puntare il dito accusatore su colui o su coloro che, pur conoscendo la "severità" della regola: "1 tedesco ucciso /10 italiani sacrificati", volle o vollero ugualmente ribellarsi con le armi al dominio nazista, assumendosi così la responsabilità dell'applicazione di quella regola nei confronti dei propri concittadini! È come dire che coloro che si ribellano al male sono responsabili delle sue reazioni.
Sulla base del meccanismo adottato dai nazisti nel '43 a Nola per fare espiare l'uccisione dell'"individuo tedesco", sarebbe estremamente interessante sottoporre i più convinti liberal-individualisti di oggi ad un'indagine psicanalista mirante a stabilire se la loro tendenza a sostenere decisamente il licenziamento dei lavoratori non sia per caso dovuta, oltre ad una legittima esigenza di efficienza aziendale, anche al desiderio inconscio (ma in qualche caso forse perfino cosciente), da un lato, di sacrificare dei "capri espiatori" a quel "dio-individuo economico" che, soprattutto fino a qualche anno fa, è stato tanto bistrattato in nome della "classe operaia" o della cooperazione o della socializzazione o dell' associazionismo o della comunità solidale o del bene comune, e, dall'altro lato, di suscitare, nel contempo, la docilità e la mansuetudine di coloro che, conservando ancora il loro posto di lavoro in una situazione generale di precarietà per il capitale umano (ma non per il capitale finanziario), si sentono dei privilegiati dalla sorte.

Franco Manganelli


Lettura

…Uno dei fatti di guerra più tragici, a cui una persona può assistere, accadde proprio davanti ai miei occhi. Siamo al 9 o al 10 settembre del 1943: verso le prime ore del mattino la nostra caserma (ndr. : Caserma Principe Amedeo di Nola) viene circondata dai soldati tedeschi. Siamo pressoché disarmati: qualche decina di fucili, una o due mitragliatrici: due o trecento anziani, tre o quattrocento reclute ancora in borghese, e inoltre un centinaio di ufficiali che erano giunti in quei giorni al deposito del mio reggimento. Questa era la nostra forza. Ma nessuno di noi pensava minimamente a qualsiasi atto di guerra. Con altoparlanti il comando tedesco ci ingiunge più volte di arrenderci: da parte nostra non viene data alcuna risposta. Ore angosciose trascorrono: noi tutti siamo di vedetta alle finestre. Ad un tratto dal portone della caserma escono alcuni nostri soldati guidati da un sergente: è una delegazione che il nostro comando manda a parlamentare coi tedeschi. Un soldato innalza un drappo bianco: sono disarmati. Avanza un centinaio di metri nell'immensa Piazza d'Armi che si estende davanti alla caserma, dove un paio di carri armati tedeschi ed un folto numero di soldati di Hitler staziona in attesa. Siamo tutti in ansia, trattenendo il respiro. Il parlamentare del nostro drappello col nemico è iniziato solo da un paio di minuti quando si sente una secca detonazione: Dio mio, cosa succede?! Il nostro sergente si è piegato in due sorretto a stento dai nostri soldati, i quali piano piano retrocedono verso il portone accogliente della caserma che viene immediatamente sbarrato. La risposta, ad alcuni chiarimenti, che il nostro comando chiedeva ai tedeschi è stata dell'estrema cinica brutalità. Hanno sparato ad un povero ragazzo che non faceva altro che eseguire un ordine superiore sentendosi protetto da un drappo bianco, sicuro che gli avrebbe assicurato l'immunità! Per ordine di qualche nostro ufficiale, appena la nostra pattuglia fu al sicuro, venne dato ordine di far fuoco sui tedeschi. Poca cosa: una breve raffica, qualche colpo isolato di fucile; in tutto forse una cinquantina di colpi. Dalle finestre notammo un certo fermento fra il gruppo di tedeschi al centro della piazza. Ci parve che uno dei loro soldati fosse rimasto ferito; e forse fu così, tutto poi cadde nel più profondo silenzio. Si avvicinava il mezzogiorno e nel silenzio più tragico si pensò di distribuire il rancio. Ad un tratto udimmo un rumore assordante di ferraglia: un polverone si sollevò all'interno del primo cortile. Ci affacciammo al loggiato del primo piano dove erano poste le camerate e … un enorme carro armato, dopo aver abbattuto il portone della caserma si trovava già al centro del cortile coi cannoni minacciosamente puntati verso di noi. Dall'alto della sua torretta un mitragliere brandeggiava la sua mitragliatrice: soldati tedeschi armati di tutto punto erano già appostati dietro le colonne del loggiato del cortile. Rimanemmo esterrefatti: non avremmo mai creduto ad una fine simile. Un altoparlante ci invita ad arrenderci… e che possiamo fare??! Faccio del mio meglio per rincuorare i miei compagni: io sono un… esperto in materia. Ho già provato in Libia questa esperienza! Seguendo il mio consiglio ci riempiamo ognuno una borraccia d'acqua: non si sa mai. Scendiamo le scale quasi pungolati dalle baionette inastate dei nostri ex "alleati". Nel giro di mezz'ora la caserma è vuota e veniamo tutti ammassati e fatti inginocchiare al centro della Piazza d'Armi antistante. Siamo un migliaio circa: gli ufficiali sono tenuti in disparte. I capi tedeschi parlottano tra di loro, ma nulla ci viene comunicato. Ora sono due i carri armati che puntano le armi contro di noi. Le bocche delle mitragliatrici ci tengono sotto tiro. Il lento brandeggiare di queste armi accresce in noi l'angoscia e l'incertezza del nostro destino. Ad un tratto un rombo alto nel cielo attira la nostra attenzione. Su, altissimo nell'azzurro, fra alcuni cirri bianchi, un ricognitore americano passa lentamente alla ricerca di una preda. "Dio mio! Fa che non ci veda: fa che quegli uomini lassù pensino ad altro in questo momento! Se ci scorgessero, sarebbe una carneficina quaggiù! In poco tempo potrebbero arrivare su di noi altri aerei e… sarebbe finita per tutti". Iddio ci ha ascoltati: il ricognitore americano si allontana, ronfando, e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Il parlottare dei tedeschi è finito: ora conosceremo il nostro destino. Tutto avrei potuto immaginare ma non quanto fui costretto ad assistere. La verità che sto per raccontare ha dell'incredibile. Ancora oggi, a ripensarci, mi sembra di aver assistito ad un film drammatico, un film dell'orrore che alla parola fine, riportava tutto alla normale realtà della vita. Ed invece… Un ufficiale tedesco si avvicina al gruppo degli ufficiali italiani, che nel frattempo erano stati posti su un'unica fila di fronte, e si mette a contare: ogni dieci uno viene fatto uscire e disposto da una parte. Non riusciamo a renderci conto ancora di ciò che sta succedendo. Alla fine della conta una dozzina di nostri ufficiali sono riuniti contro il muro della caserma a sinistra del portone. L'ufficiale tedesco col solito megafono si rivolge a noi ed in uno stentato italiano, ma tragicamente comprensibile, ci annuncia: "Soldati, per ordine dei vostri ufficiali, voi avete fatto fuoco sulle truppe della Wermacht, uccidendo un soldato del grande Führer; ebbene ora noi ci vendicheremo fucilando i dodici ufficiali che sono stati scelti dalla conta che ho fatto…". "Dio santo aiutaci", dico fra me, "non può essere vero: questo è un tragico gioco di adulti! In fin dei conti sono stati loro i primi a sparare ad un nostro povero sergente che era andato a parlamentare, e per di più disarmato!… Noi abbiamo solo risposto ad una loro azione vigliacca! …". Ma non è un gioco! E' una realtà che ancora oggi a distanza di oltre cinquant'anni mi fa accapponare la pelle in un'angoscia struggente: Un cappellano militare si avvicina al gruppo degli ufficiali prescelti a questo inumano e drammatico sacrificio. Un crocifisso viene porto alle labbra di questi poveri giovani … E' uno strazio: non si ode un lamento, solo il mormorio delle preghiere del cappellano. Un paio di giovani tenenti sono come svenuti: altri ufficiali li sorreggono per le ascelle, … devono morire in piedi, da eroi! È duro mostrare coraggio davanti alla morte… è comprensibile che un giovane non abbia coraggio di morire così ingiustamente, (anche se ufficiale)…, senza una colpa plausibile. Ma è la guerra! "Questa è la guerra?!" mi domando. "No, questo è un assassinio di massa". Ma ecco che due baldanzosi soldati tedeschi si portano davanti ai dodici ufficiali imbracciando ognuno una "machine pistole". L'allucinante scena che si svolge davanti ai nostri occhi sta per raggiungere il culmine della tragedia. L'angoscia che grava su tutta la piazza è totale. Ognuno di noi ha gli occhi sbarrati, qualche lacrima sta per inumidire le nostre guance. È terribile! Il "film" prosegue. Ad un tratto un commando rompe il silenzio totale che si era formato: alcune secche raffiche lacerano l'aria… un grido uno solo sgorga dal petto di un giovane ufficiale: "Viva l'Italia"! E tutto ripiomba nel più tragico silenzio. Come marionette a cui vengono improvvisamente recisi i fili, i dodici ufficiali crollano a terra senza lamento. Noi tutti cerchiamo di coordinare le idee: cerchiamo di uscire dall'allucinante situazione… ma non è ancora finita. Come si conviene all'abile regia di qualsiasi film dell'orrore, ecco che un ufficiale tedesco si avvicina al gruppo informe dei morti… estrae dalla fondina una Mauser e si accinge a dare il colpo di grazia a quei poveri corpi. Uno, due… tre…sette, otto… quando si abbassa per colpire alla nuca uno degli ultimi poveri ufficiali… ecco che all'improvviso questo si alza, miracolosamente indenne, e di scatto si dirige correndo verso il gruppo degli altri ufficiali italiani che la fortuna aveva salvato da una tragica conta, (e che nel frattempo erano stati caricati su degli autocarri) gridando: "Vengo con voi…vengo con voi…!", ma il boia inflessibile con la sua Mauser alza il braccio e puntandola in direzione del povero… redivivo lo colpisce al volo come si colpisce un beccaccino, con un solo colpo, abbattendolo sullo slancio verso una speranza di una improbabile salvezza. In quel momento, sono certo, la maggior parte di noi stava pensando che anche il nostro destino era segnato. Alcuni sottufficiali italiani si stavano strappando i gradi nel timore che dopo gli ufficiali toccasse a loro la stessa sorte. Ricordo di un maresciallo che era accosciato davanti a me e mi pregava di aiutarlo poiché non riusciva a togliere i gradi dalle spalline. Era logico ed umano… dopo quanto avevamo assistito, l'eroismo poteva essere soltanto materia di una descrizione di romanzi. Il parlottare dei tedeschi, che era ripreso, è cessato, ed ecco il solito ufficiale con megafono che si rivolge a noi. Si sta per decidere la nostra sorte. Pollice verso?… "Soldati"- dice -"ora voi potete raggiungere le vostre case"… ma è vero quello che sento?… " ad un nostro ordine a gruppi di quattro alla volta vi allontanerete da questa piazza…", e così fu…

Testimonianza diretta di Ugo Tebaldini, sottufficiale di stanza a Nola. Da "Tra i reticolati" - 1996, letta da Antonio Balletta durante il convegno.

Bibliografia

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Avella L.- Fototeca nolana - I.G.E.I.- Napoli 1997-98
Carbone A.- Le tragiche vicende di Nola del 10-11 Settembre del 1943 - Napoli 1973
Manzi P.- L'eccidio di Nola - Marigliano 1957
Minieri A.- Compendio della terra di Nola - Nola 1973
Minieri G.- Storia di Nola dalle origini ai nostri tempi - Nola 1983
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Rubino C.- La Storia di Nola - I.G.E.I. - Napoli 1991
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Archivio Raffaele Napolitano - Nola
AA. VV.- La Resistenza Italiana - Mondadori - Verona 1975
Biagi E.- La Seconda Guerra Mondiale - Fabbri - Milano 1980
Rendina M.- Italia 1943/45 - Newton - Roma 1995
Battaglia R.- Storia della Resistenza Italiana - Einaudi - Torino 1953
Bendiscioli M.- Antifascismo e Resistenza - Studium - Roma 1964


COMMENTI (Riceviamo e pubblichiamo)

Spett. Meridies,
navigando ho trovato il vostro sito ed ho letto i preziosi resconti sul drammatico eccidio di Nola. Sono rimasto però molto colpito nel leggere il seguente intervento del sig. Filippo Renato de Luca:

"..parliamo dell'Eccidio di Nola, delle Fosse Ardeatine e non ricordiamo i bambini mitragliati dai piloti americani su una giostra un lunedì di Pasqua in una città toscana; ricordiamo gli ebrei eliminati nei campi di concentramento e non parliamo dei giapponesi sterminati dalle bombe atomiche; stigmatizziamo i crimini di Hitler e non ricordiamo quelli Stalin."

Vi prego, se possibile, di voler mettere accanto alla sua dichiarazione la seguente replica.
Quelli citati mi sembrano sinceramente dei paragoni assolutamente improponibili. Il sig. De Luca fa un minestrone di fatti storici e, senza tenere in alcun conto i precedenti e la cronologia dei fatti, pone sullo stesso piano questioni completamente diverse soppesando i morti un tanto al chilo come fossero pesci su una bilancia. I morti, dovrebbe essere chiaro, non sono tutti uguali. Mai, come nella seconda guerra mondiale, era chiaro chi fosse dalla parte del bene e chi dalla parte del male. Sarebbe come equiparare il soldato tedesco ucciso a Nola in combattimento con i nostri 10 ufficiali inermi che vennero fucilati per rappresaglia.
Cosa hanno a che vedere i sei milioni di civili innocenti provenienti da tutta Europa e condotti al macello da migliaia di convogli ferroviari di una perfetta organizzazione di raccolta, spoliazione e massacro a livello industriale, con uno dei tanti bombardamenti su una città nemica?
C'è chi ancora oggi denuncia il massacro di Dresda dimenticando che esso venne anni dopo quello di Varsavia, Belgrado, Rotterdam operati senza alcuna discriminazione (e senza alcuna dichiarazione di guerra), quando i tedeschi piegavano l'Europa sperimentando sui civili i rivoluzionari metodi della blitz krieg.
Anche nel caso delle bombe atomiche sul Giappone andrebbe ricordato che esse avvennero successivamente non solo al proditorio attacco a Pearl Harbour, ma soprattuto dopo i terribili ed indiscrimati bombardamenti dei giapponesi sulla Cina: le migliaia di bambini cinesi assassinati erano forse meno innocenti di quelli toscani e di quelli di Hiroshima ?
Il signor De Luca dovrebbe avere almeno l'onestà di ricordare che se gli americani bombardarono crudelmente l'Italia fu perchè era stato il nostro paese a dichiar loro la guerra nel dicembre del 1941. Dovrebbe sapere che ancor prima che per liberarla, gli alleati sbarcarono nella nostra penisola per combattere un nemico, per invadere e debellare chi aveva loro dichiarato una guerra sperando di vincerla.
I crimini razziali di Hitler, non solo sei milioni di ebrei, ma anche milioni di civili russi, polacchi, jugoslavi, francesi, zingari, testimoni di Geova ecc. ecc., fatti in nome della supremazia del popolo tedesco, la Herrenrasse, non possono essere paragonati alle vittime politiche di un tiranno che aveva stabilito una dittatura personale nel suo paese, massacrando soprattutto chi a questo regime si opponeva in nome dell'utopia comunista.
Sarà bene infine ricordare che se gli americani usarono per primi l'arma atomica fu solo perchè gli scienziati di Hitler non riuscirono ad approfondire gli studi per utilizzarla prima di loro! Se Hitler avesse usato per primo la bomba atomica, ed il Giappone fosse riuscito nel suoprogetto di dominio sull'Asia, oggi non avremmo la storia vista dal punto di vista dei vincitori: non avremmo proprio la storia! Nè tantomeno la possibilità, come oggi stiamo facendo, di esprimere i nostri diversi pareri su quella guerra che, per fortuna, hanno vinto i nostri nemici!
Distinti saluti,

Andrea Quinzi