Aldo C. Maturano
Il
ruolo di Eva nel mir antico-russo
Siamo partiti entusiasti dalla conclusione di Marianne Weber
che nel 1907 in base alle sue ricerche sulla storia antico-russa
affermava (La Sposa e la Madre nell’evoluzione del Diritto):
“L’asservimento della donna è massimo proprio
lì dove la forma generale dell’attività
di produzione economica rurale è rappresentata dalla
famiglia allargata: La grande famiglia russa e la zadruga
slava!” Volendo verificare questo stato di cose ci siamo
poi accorti che in realtà, quanto tutto ciò
vero fosse nei secoli IX-XIV d.C. che a noi interessano, è
difficile dirlo con tanta sicurezza. Nelle Cronache russe
e in altri documenti ecclesiastici la posizione della donna
a cui ci si riferisce solitamente è quella dell’élite
al potere ed è tutt’altro che passiva e sottomessa.
Era forse diversa nel mondo chiuso del mir?
E partiamo dai reperti archeologici! Questi ci indicano molte
cose su come le donne del tempo si ornavano e si vestivano,
ma si riferiscono sempre all’esteriorità…
delle donne dell’élite al potere! Ciò
vuol dire che, per quanto la società potesse essere
ancora poco differenziata dal punto di vista delle classi
sociali, non è facile capire se degli stessi oggetti
della consorte di un nobile potesse disporne anche la moglie
dello smierd… e se fosse possibile acquisirli e che
segno distintivo fornissero in pubblico. Ci sono però
le byline, che in parte ci aiutano a penetrare all’indietro
nel tempo, più le corrispondenze molto particolari
scritte su corteccia di betulla di Novgorod del XII sec. (berjòsty)
e così, confrontando questo materiale con i resti delle
usanze ancora vive nella cultura e nel folclore di oggi, sebbene
restiamo incerti su molti punti (e lo sottolineeremo di volta
in volta), abbiamo recuperato il quadro che segue.
Cominciamo col dire che nel mir dominava il matrimonio esogamico
e cioè la scelta della sposa al di fuori della famiglia
locale. Inoltre il numero di spose per marito non era nemmeno
limitato: Il maschio che poteva, ne aveva anche più
di una! Tutto ciò avveniva, non tanto per una questione
evoluzionistica ignota alla scienza del tempo, quanto perché
con ogni matrimonio si potevano stabilire solide “alleanze”
fra clan e clan, fra villaggio e villaggio, allo scopo di
rafforzare e rinsaldare l’appartenenza alla stirpe comune
slava che era l’aspetto più importante del legame.
Questo sentimento “della stirpe” si rispecchiava
fortemente nella venerazione religioso-magica del nume Rod
che impersonava la sacra tribù originaria di un mondo
lontano a cui tutti pretendevano di appartenere. La donna
perciò, come riproduttrice della specie, mescolando
il suo sangue slavo con quello di un’altra comunità
slava, legava indissolubilmente la sua persona alla nuova
famiglia del suo compagno, ma non ne inquinava la purezza
di stirpe.
Un’illusione chiaramente rituale…
L’allontanamento della donna in modo definitivo dal
suo luogo d’origine (benché fosse concesso in
casi particolari che la donna fosse rimandata dai “suoi”,
in russo otpravit’ vosvojasi) oltre agli altri ostacoli
da affrontare spiega anche perché nelle cerimonie prematrimoniali
che si sono conservate fino ad oggi la promessa sposa deve
rimanere chiusa in casa per qualche giorno in gramaglie quasi
che il matrimonio sia pari alla morte per lei. Molti pregiudizi
“in vigore” fino a qualche decennio fa sulla posizione
della nuova sposa nel villaggio che l’accoglieva ancora
in tempi sovietici permettevano poi che circolasse il detto:
“Ti batterà un marito tutto capriccioso e una
suocera ti piegherà tre volte!” (Budet bit’
tebjà muzh-priverèdnik i svekròv’
v tri poghìbeli gnut’) ossia, in altre parole:
Rassegnati ad essere sottoposta sia all’autorità
di tuo marito che a quella della donna più anziana
della nuova famiglia! Ed ecco due figure femminili che si
contrappongono nella stessa famiglia: una giovane e una vecchia,
una che ancora crede di essere libera di innovare e un’altra
invece che ha il compito di piegarla all’ordine dominante
che lei stessa ha accettato o addirittura stabilito e rafforzato,
quando si è sposata a suo tempo.
In questa cornice si disegna già un futuro del ruolo
abbastanza importante di padrona di casa, purché rimanga
legatissima alle tradizioni…
In più, ricordiamolo!, l’economia dello smierd
è basata sullo sfruttamento di un certo appezzamento
di terreno in comune col resto del villaggio ed un aumento
di domanda di cibo preannuncia una diminuzione proporzionale
delle razioni fissate fino a quel momento per cui occorre
liberarsi appena possibile delle bocche “in più”!
Di qui, possiamo immaginare che una figlia, una volta cresciuta
e giunta alle soglie del menarca (che probabilmente si notava
intorno agli 11 anni!), non rappresentando una “mano”
valida nei lavori dei campi, dovesse essere “data via”
anche prima che fosse sessualmente matura affinché
non perdesse con l’età la sua potenza generatrice!
Per varie cause la menopausa appariva anticipatamente (32-35
anni!).
Naturalmente ci sono alcune regole: La più grande si
sposa per prima e chi la prenderà in moglie dovrà
pagare un prezzo che copra il costo che la famiglia ha sostenuto
fino a quel momento crescendola: il cosiddetto “veno”
in russo (corrispondente all’incirca all’analogo
venum degli antichi latini o al qalim dei nomadi del Centro
Asia!). Solo in caso di infertilità la donna tornerà
a casa sua e il veno sarà rimborsato o sarà
offerta in cambio la sorella minore della ripudiata, se è
ancora disponibile!
Quando si conoscono i due promessi o quando s’incontrano?
Di regola solo al momento dello sposalizio, sebbene ci siano
varie gioiose manifestazioni nel villaggio che permettono
ai ragazzi di far conoscenza con le ragazze! Una curiosa costumanza
era quella in cui, se un ragazzo voleva dichiararsi ad una
ragazza, le spruzzava dell’acqua addosso, ma oltre non
si andava in pubblico… Fino al matrimonio perciò,
i futuri legami restano un affare trattato dai genitori magari
attraverso i servigi di due pronubi (lo svat e la svaha, v.
oltre) incaricati di trovare il “giusto” sposo
per lei e di proporre la “giusta” sposa a lui.
D’altronde il sentimento dell’amore, come l’intendiamo
noi oggi, trova poco posto in tutto questo discorso e non
è considerato un solido fondamento del nuovo legame
famigliare. L’amore e il sesso fantasioso e divertente
è roba che si può provare soltanto in occasioni
diverse dal matrimonio!
Tuttavia c’erano anche riti matrimoniali più
sbrigativi di quello sopra descritto, forse più in
voga fra le famiglie nobili, che ci sono stati tramandati.
Le Cronache però li marchia come primitivi e da aborrire:
Il matrimonio per ratto dei “selvaggi” Drevljani
(gli antenati dei Polesciuki!) delle Paludi del Pripjat’,
ad esempio, o il jus primae noctis esercitato sulle vergini
figlie degli smierd seguito dal matrimonio consigliato dal
signore (dopo questa cerimonia) con un suo uomo…
Durante l’anno c’erano però molte feste
orgiastiche in cui i giovani provavano la loro potenza e la
loro disposizione a far sesso con le ragazze. Non sempre queste
pratiche sfociavano nell’unione dei due partners e,
se la donna risultava casualmente incinta, il figlio era “adottato”
da tutta la famiglia di lei, senza discussioni.
Chiaramente la prostituzione risultava praticamente inutile…
Una volta sposatasi la donna entra nella grande famiglia dell’uomo
e, raramente si costituisce un nuovo focolare che lasci il
villaggio avito per fondarne un altro lontano. Una ragione
c’è: Se ciò avvenisse, significherebbe
ricostruire tutta una nuova comunità che forse non
troverebbe terra e neppure potrebbe ricevere aiuto da quella
di provenienza. Solo con l’introduzione del Cristianesimo
le cose cambieranno e noi ritorneremo più in là
sull’argomento.
Dunque la donna deve fare il suo dovere mettendo al mondo
molti figli. L’aborto non è accettato proprio
perché la mortalità perinatale è molto
alta e perciò i figli sono necessari. Ciò non
vuol dire che non si conoscessero le qualità abortive
della Segala Cornuta (sporinja) che abbiamo già incontrato
e c’era sempre una znaharka che ne conservava la “polvere”
per quest’uso…
Poi alla donna tocca educare i figli e portarli in buona salute
fino alla maggiore età, ma deve anche curare e assistere
il suo uomo… E qui sorgono delle complicazioni.
Ha vissuto nella vecchia e continuerà a vivere anche
ora in promiscuità, nella nuova grande famiglia. Lo
spazio esiguo a disposizione nell’izbà e i costumi
del tempo permettevano infatti molte relazioni fra i sessi
che oggi condanneremmo per semplici ragioni culturali o religiose
come omosessuali o contro natura. Al suocero ad esempio competeva
il diritto di dormire con la nuora, se il marito di questa
era via per lungo tempo, oppure di dormire con la propria
figlia, se era necessario per avere altra prole. Con tale
situazione la donna (certamente insieme alle altre) oltre
alla protezione dell’infanzia si trovava a doversi prendere
cura non solo del suo uomo, ma anche del suocero, dello zio
del marito, del nonno… com’è ancora oggi!
La donna perciò, quale oggetto sessuale, passava da
un “proprietario” o “tutore” (il padre,
il fratello maggiore o chi per loro) ad un altro, mentre quale
forza lavoro si vedeva assegnato un ulteriore ruolo di serva
e d’infermiera.
Una specie di infermeria casalinga dove il malato veniva curato
meglio e lontano dagli altri componenti della famiglia per
non contagiarli può essere considerata la famosa banja
russa a cui abbiamo accennato come parte integrante dell’izbà.
Nella banja ci si curava, si partoriva o semplicemente ci
si rinvigoriva… Ritorneremo su questa costruzione particolare
più avanti, per ora ci basti dire che era considerata
un luogo di purificazione e perciò sacro e non vi era
permessa alcuna attività dopo il calar del sole! In
questo piccolo ambiente abitava il cosiddetto Bannik, un essere
magico immaginato come un orribile vecchietto proprio perché
sicuramente scaturito da uno di quegli spiriti maligni che,
accumulati nel corpo, era venuto fuori col sudore dai corpi
nudi. C’era un tipo di gadanie (v. oltre) curioso che
le ragazze facevano di notte presso la banja sfruttando i
poteri del Bannik. Una per una le giovani aprivano la porta
della banja, si alzavano le vesti sul di dietro e ponevano
il proprio deretano nudo rivolto verso l’interno, mentre
il resto del corpo rimaneva al di fuori. Ognuna di loro aspettava
poi di sentire il tocco della mano del Bannik che annunciava
che tipo di fidanzato avrebbero incontrato!
Abbiamo detto che nella banja si partoriva. Non appena la
donna incinta sentiva le prime doglie, occorreva subito prepararla.
Qui dentro, dopo il parto, il neonato veniva pulito e fasciato,
senza perderlo mai di vista poiché c’era il pericolo
che il Bannik gli facesse qualche brutto scherzo, come si
diceva fosse accaduto al principe Vseslav di Polozk nell’XI
sec. al quale il Bannik aveva regalato una grossa voglia sulla
fronte costringendolo ad indossare un cappello per tutta la
vita per nasconderla! Poi il bambino era portato in giro intorno
alla banja per ben sette volte affinché la Dea dell’Alba
(Zarjà) lo accogliesse e lo proteggesse dalle malattie
infantili. Contemporaneamente si pronunciava uno scongiuro
“Alba-albuccia, alba di prima mattina, allontana da
questo bimbo ogni malattia!” Il significato di questo
rito, d’altronde sicuramente molto più complicato,
risale alla mitologia antico-slava che vedeva il cielo (fra
l’altro) come un grande soffitto con dei fori (le stelle)
attraverso i quali il Creatore guarda le sue creature. Al
momento di ogni nascita si apriva un nuovo foro (nasceva una
stella) e il neonato restava sotto lo sguardo del cielo fino
alla morte.
Se la madre moriva o il neonato non ce la faceva a vivere,
nel generale cordoglio il dolore maggiore restava per la madre,
perché quanto al bimbo, non avendo ancora dato niente
di sé, se ne generava un altro. Né c’era
il problema dell’orfano perché nella famiglia
allargata il bimbo trovava sempre una “nuova”
madre.
Nell’izbà calda per il neonato era previsto un
posto speciale: un travone trasversale da una parete all’altra
al centro del soffitto chiamato matita (piccola madre!). A
questo si appendeva la culla (di solito regalata dai vicini)
tutta dipinta di verde. Il colore naturalmente era simbolico,
e questo sistema impediva che il bimbo mentre dormiva potesse
essere molestato da animaletti o insetti pericolosi o, soprattutto,
dalla maliziosa Kikimora (v. oltre)! La nutrizione era soprattutto
attraverso il latte materno o di una balia (una vicina o una
delle madri della grande famiglia in fase di allattamento),
se la madre non ne aveva abbastanza, e poi con i primi denti
si passava alle solite pappe.
La maggiore età in senso legale qui si raggiungeva
in pratica verso gli otto-nove anni.
L’entrata in questo nuovo stato del ragazzo o della
ragazza era celebrata con un rito molto importante. Per il
piccolo maschio era il solenne primo taglio dei capelli (postrìg)
che gli permetteva di passare da bimbo a otrok
(adolescente) e ad avere il proprio posto nell’assemblea
del villaggio e, soprattutto, di ricevere la parte di campo
per sostentarsi (volgarmente chiamato con lo stesso nome del
pane ossia zhito) imparando da subito a coltivarlo! I capelli,
accuratamente raccolti dalla madre commossa, erano però
immediatamente bruciati affinché nessuno spirito malefico
potesse usarli per qualche malevolo incantesimo.
Il primo taglio dei capelli per la donna invece una semplice
spuntatina della lunga treccia, sciolta comunque solo all’epoca
del matrimonio, e l’inizio dell’apprendimento
a tessere sul telaio.
Ritorniamo invece al problema delle bocche presenti in famiglia.
Perché non si limitava il numero delle nascite ricorrendo
al vecchio metodo di allungare il periodo di allattamento?
Evidentemente il concetto era che una donna doveva essere
fertile, ma non esageratamente! Così quando c’era
una bocca in più l’antica società medievale
aveva previsto delle soluzioni sia affidando (dietro pagamento!)
il bimbo in più prima del postrig a chi lo richiedesse
in un’altra comunità sia addirittura vendendolo
come schiavo in terre lontane. Era questo un costume non prettamente
slavo-orientale, ma diffuso in tutta l’Europa (e mai
scomparso neppure ai giorni nostri, benché mascherato
dietro altre etichette e malgrado tutte le leggi protettive
dell’infanzia!). D’altronde non era forse più
giusto che il bimbo abbandonando la famiglia evitasse maggiori
stenti a lui stesso e a tutti i suoi? Perlomeno nell’altra
comunità avrebbe potuto star meglio e costruirsi una
vita diversa e migliore. Naturalmente lo stesso avveniva per
le donne! Insomma dobbiamo immaginarci un amor filiale molto
diverso da quello di oggi, senza inutili pregiudizi scandalizzati.
Questi frutti del seno femminile d’altronde, a parte
l’orgoglio di averli creati nel proprio grembo, secondo
il modo di vedere del tempo garantivano alla madre una nuova
posizione sociale all’interno della grande famiglia
slava e le assegnavano, ora in “modo naturale”,
la gestione e l’economia della casa. La donna però,
dai molti indizi contenuti nelle byline e nella letteratura
ecclesiastica del XIV-XV sec., viveva (per quanto possibile)
separata dall’uomo ed aveva nell’ambiente dell’izbà
un proprio angolo riservato. Qui, oltre una tenda che faceva
da parete separatrice, essa conservava un proprio patrimonio
di oggetti particolari, intoccabile dal marito e da chiunque
altro…
Quali erano allora i suoi compiti in casa? Certamente la preparazione,
la conservazione e la trasformazione delle derrate alimentari!
I reperti archeologici sono insufficienti per darci un’idea
più precisa degli arnesi e del vasellame da cucina
usato nei secoli X-XIII d.C., ma presumendo che questo armamentario
(utvar’) non sia cambiato molto nelle sue funzioni,
e neppure nel suo aspetto e pochissimo nel materiale usato
per fabbricarlo, possiamo ricostruire la vita della nostra
massaia alle prese con un grosso pentolone di coccio (gorsciòk)
avente tre gambe sul fondo, sempre di coccio, oppure poggiato
su un costosissimo treppiedi di ferro (taganka). In questa
pentola, probabilmente di origini antichissime visto che un
pentolone del genere ha tipizzato la cultura preistorica mitteleuropea,
la nostra preparava la kascia come ancora si fa nei villaggi
più remoti in Ucraina o in Bielorussia. C’era
anche una padella (skovorodà) di coccio senza manico
dove sciogliere il grasso di oca per friggere. Nè mancava
certamente un arnese molto importante per lavorare attraverso
la bocca della pec’ka: una specie di forchettone-pala
di legno (latòk) che serve ad introdurre e a tirar
fuori le pentole e le padelle o per mettere il pane e le focacce
a cuocere sotto la cenere e poi estrarle fuori pronte, più
o meno come la pala di un moderno pizzaiolo nostrano! Un grosso
mestolo più altri cucchiaioni e cucchiai più
piccoli, rigorosamente tutti di legno, completavano il corredo.
Oltre ad una bella madia per poterci lavorare la farina mescolata
con l’acqua salata del pozzo per le varie paste e pastelle
ci sono secchi e tinozze (kadki). Di questi ultimi se ne sono
trovati molti, specialmente negli scavi di Novgorod eseguiti
nella seconda metà del XX sec. da Janin e Arzihovskii.
Molti di questi recipienti avevano delle misure costanti e
ciò indica non solo l’attenzione con la quale
erano fabbricati, ma anche l’esistenza di una standardizzazione
e, nel caso specifico, di una produzione in serie. Bicchieri
scavati nel legno o barattoli di scorza intrecciata, cestini
e scodelle, anche questi facevano parte della batteria da
cucina della nostra cuoca. Una cosa strana dei bicchieri e
delle scodelle è che essi erano a fondo convesso e
non a fondo piatto e dovevano perciò essere trattenuti
dalle mani per non farne rovesciare il contenuto! Un coltello
o una piccola accetta con relativa pietra da affilare non
mancava…
E i piatti? Non esistevano! Abbiamo notizia dell’uso
del pane… come piatto in cui mangiare! In realtà
l’uso è di per sé antico, ma se è
ben provato per la tavola del re polacco Ladislao Jagellone
ancora nel XIV sec., non sappiamo con sicurezza se ciò
fosse un costume abituale nell’izbà russa o a
tavola del Velikii Knjaz di Kiev. D’altronde il vocabolo
russo tarelka per piatto di coccio è parola tedesca
(tedesco Teller) e dunque importata dall’ovest, per
cui sicuramente il piatto e il suo uso a tavola come lo immaginiamo
oggi fu introdotto molto più tardi (XVI sec.).
La nostra massaia ad ogni modo non si limitava a preparare
il cibo partendo dalle derrate che le provenivano dai campi,
ma aveva anche il compito di cercare in giro spezie, di coltivare
nell’orto aromi e insalate, alberi da frutta e radici
succulente per arricchire e variare la dieta giornaliera,
sebbene dalle note dei visitatori tedeschi del XVI sec. nelle
Terre Russe il cibo russo risulti un po’ scipito quanto
a spezie.
Di una pianta commestibile in qualsiasi caso niente veniva
gettato via, come invece avviene oggi dove molti rifiuti urbani
sono parti vegetali che una volta erano tranquillamente consumate
con gusto o, al limite, lasciate ai maiali.
Durante la buona stagione quindi possiamo vedere la nostra
donna vagare per la foresta a raccogliere le bacche e i frutti
selvatici che in seguito si preoccuperà di pulire,
tagliare in pezzi più piccoli e far seccare sulla pec’ka
dopo averli sparpagliati su un graticcio di legno, per poterli
gustare meglio d’inverno. Raccoglie naturalmente i funghi
che, seccati, sono infilati in una lunghissima collana e appesi
nell’angolo bello dell’izbà o alla matiza.
Quel che non si mangia oggi, si mette da parte per domani
o per la stagione fredda giacchè la nostra madre di
famiglia sa conservare il cibo con grande arte. Già
il freddo intenso durante il lungo inverno le viene incontro
facendo da conservante efficace e, a questo scopo, oltre all’izbà
fredda si può scavare la cantina sotto l’izbà.
Alcune piante succulente ipogee come carota, rapa (talvolta
anche cipolla e aglio) e simili potevano essere addirittura
lasciate nella terra fredda sotto la neve dove si erano sviluppate
per estrarle al momento del consumo. La Rapa (Brassica rapa
in russo surèpiza) era una di queste. Popolarissima,
era usata come oggi la patata ed anzi fu proprio l’introduzione
della patata che nel 1600 relegò la rapa al rango di
pianta da animali, sebbene la donna russa sapesse quanto bene
questa pianta facesse ai suoi bimbi preservandoli dal rachitismo
e dalla carie!
Il conservante principe per i cibi restava tuttavia il sale
e la salamoia era la soluzione ideale per preservare moltissimi
alimenti. L’estrazione del sale avveniva in vari modi,
sia dalle fonti salate di cui abbiamo notizia esistere sulle
rive meridionali del lago Ilmen sia dagli acquitrini bielorussi
(zona di Moghiljòv) o delle Paludi del Pripjat’,
ma anche da posti vicini alla foce dei grandi fiumi che sboccavano
nel Mar Nero: Il Dnepr, il Bug, il Dnestr e persino nel Mare
d’Azov. Da queste parti c’era un’antichissima
tradizione risalente ai greci del Ponto Eussino sull’estrazione
del sal marino per concentrazione in soluzione acquosa tramite
bollitura o evaporazione ed essiccazione al sole. Comunque
sia, il sale non appariva come il nostro, puro Cloruro di
Sodio cristallino e biancastro, ma risultava spesso una mescolanza
di Cloruri e di Nitrati, ed era migliore poiché agiva
sia da conservante sia da “arrossante” per la
carne.
Piccole quantità di sale la donna però le sapeva
estrarre dall’acqua del pozzo senza ricorrere all’acquisto
e ne teneva gran conto, giacché il sale era in ogni
caso un prodotto costoso! Il rito del benvenuto all’ospite
nella casa russa ne denuncia la grande importanza poiché
il sale viene offerto insieme al pane (hlebosolje)…
Un alimento che andava conservato col sale perché abbondante,
ma soggetto a rapido deterioramento, era il pesce. Se la pesca
era un’occupazione prettamente maschile ed era offensivo
e inimmaginabile che una donna potesse andare a pesca, mettere
il pesce sotto sale era un invece lavoro tutto da donna…
I fiumi e i laghi della Pianura Russa erano (e in parte lo
sono ancora) abitati da pesci di grossa mole come il Salmone
o lo Storione, pesci questi i cui individui di grande età
(5-6 anni) raggiungono proporzioni quasi gigantesche. Lo storione,
ad esempio, tipico del Mar Nero e del Mar Caspio (Acipenser
huso in russo osjòtr), può raggiungere il 9
m di lunghezza e i 1400 kg di peso! Nel 1995 ad esempio, a
prova che questi grossi pesci era ancora disponibili nel Medioevo,
ricordiamo che l’Università di Mosca ritrovò
presso il Cremlino lo scheletro di un individuo beluga di
ben 3 m di lunghezza e del peso (dedotto) di oltre 100 kg!
Questi pesci catturati, liberati delle interiora e ben lavati
erano posti in tranci o a volta interi sotto sale per un certo
tempo. Penetrando nelle carni il sale le privava dell’acqua
e impediva che marcissero. I pezzi così preparati poi
potevano essere tenuti in riserva per l’inverno successivo.
Quelli più piccoli invece venivano posti in una salamoia
molto densa. Si potevano anche seccare al vento e al sole,
se erano stati catturati d’estate…
Il Mar Baltico in particolare forniva il pesce più
famoso del Medioevo: l’Aringa. Le Aringhe sono distinte
in quelle del Mare del Nord che sono più grandi e quelle
del Baltico, appunto più piccole e più sottili,
ma, a detta degli intenditori, le più saporite. La
distinzione fra le due specie è chiaramente espressa
dai popoli rivieraschi nelle proprie lingue e così
i russi parlano di salàka (anche salàga e salakùsc’ka,
Clupea sprattus sp.) se è l’Aringa baltica e
di seljòdka e (o anche seld’) se invece è
quella atlantica . Ad onor del vero aggiungiamo che l’atlantica
in particolare ebbe maggior diffusione nel XIII sec. quando
l’Hansa tedesca cominciò a commerciarne in grande
quantità anche nelle Terre Russe. Prima di quest’epoca
infatti era poco conosciuta nei villaggi dell’entroterra
russo…
Col sale e la salamoia si conservavano le carni dei porci
(o dei piccoli animali) e questa operazione di solito era
eseguita alla fine dell’estate, dopo la mietitura. Quando
il maiale era macellato, le parti grasse con tutta la pelle
venivano salate e appese da qualche parte nella cantina. Siccome
il lardo costituiva un’offerta molto importante per
gli dèi ed un piatto molto popolare, la donna ricorreva
ad alcune formule e scongiuri che dovevano preservarlo dai
vermi o dagli insetti (in uso addirittura ancora oggi).
Scongiuro
contro le vespe (o contro il Mangialardo, Dermestes lardarius)
che possono rovinare il prezioso lardo di porco
Vespa,
(dea-) madre di tutte le vespe, tu non sei mia madre e i tuoi
figli sono le tue vespine e i miei sono i miei bambini e voi
(o vespe!) non mi siete figli (ossia parenti). Porto con me
l’erba santa, la secco nella fredda foresta d’abeti,
la brucio nella radura verde. O vespette, volate verso quel
fumo. O (dea-)vespa, vola verso la foresta. La parola è:
serratura, la lingua è: chiave (cioè, uscite
e chiuderò la casa e non ritornerete mai più)!
La
carne però poteva essere conservata al gelo nella cantina
sotto l’izbà (podval, pogreb, podklet) dopo averla
pulita e dissanguata e avvolta in stracci puliti, all’inizio
dell’inverno naturalmente!
Come
si prepara la carne salata (soljanina)
(da una ricetta di E. Molohovez, 1861, riadattata da ACM)
Fatto
in pezzi abbastanza grossi l’animale appena macellato,
lo si terge accuratamente dal sangue mentre la carne è
ancora calda poiché il sangue guasterebbe rapidamente
la carne stessa. Togliere le ossa più grosse e poi
strofinare con una miscela salina tutte le superfici in vista.
Il sale deve essere seccato nella pec’ka affinché
assorba meglio acqua e si attacchi bene alla carne. La miscela
salina è fatta con sale marino, salnitro, e con le
spezie a disposizione. Si faccia questa operazione di strofinamento
col sale con forza e con pazienza. Dopodiché si lascia
raffreddare la carne così preparata e la si sistema
in piccoli tini di legno di quercia previamente puliti e disinfettati
con cenere umida. I pezzi più grossi si porranno nel
centro e quelli più piccoli tutt’intorno. Il
fondo del barile sarà stato già preparato con
sale e spezie prima di introdurre la carne. Comprimere ora
il tutto senza troppa forza pigiando con un pestello in modo
da non lasciare spazi vuoti. Spargete ancora sale e spezie
della miscela sopra detta e riempite fino all’orlo ogni
tino. Chiudete con apposito coperchio di legno e sigillate
con argilla molto densa che lascerete asciugare e seccare
nell’izbà calda per due o tre giorni. Ogni giorno
avrete l’accortezza di rivoltare ogni tino. Finalmente
i tini vanno posti nella ghiacciaia e lasciati lì per
almeno tre settimane, avendo cura di capovolgerli ogni settimana.
Né
le incombenze femminili finivano qui.
Abbiamo detto che la donna aveva il compito di curare le ferite,
i malati, assistere i vecchi inabili e curare gli animali.
Ora la donna, avendo una lunga esperienza ereditata da sua
madre che l’aveva appresa prima di lei dalla propria,
sapeva maneggiare pozioni, infusi e impiastri di erbe e sostanze
varie che lei soltanto conosceva ed aveva anche imparato tutta
una serie di scongiuri che andavano pronunciati nei momenti
opportuni oltre alle preghiere particolari indirizzate agli
dèi (e in tempi cristiani, ai santi) che potevano aiutare
a scacciare lo spirito della malattia. Queste pratiche le
procuravano talvolta una funzione alquanto ambigua poiché
l’insuccesso della cura o la morte del malato la trasferivano
subito fra le streghe malefiche (ved’my). Ci voleva
una grande accortezza ad evitare accuse di omicidio o la vendetta
di sangue e a chi si affidava a lei per una cura estrema riceveva
sempre pochissime speranze di guarigione in modo tale che,
se fosse morto, la donna non ne avrebbe avuto colpa..
Acquistare però la nomea di “sapiente”
era pure un onore, molto difficile da conseguire per le donne
giovani. Le donne più vecchie invece che avevano ormai
passato i 40 anni (la cosiddetta mezz’età biologica)
cominciavano ad apparire agli occhi della gente quasi delle
persone immortali e le loro cure o consigli erano accettati
di buon grado e considerati indispensabili in molti casi.
Si pensava che se una morte o una non guarigione seguiva ad
un trattamento prescritto da una di queste donne, la responsabilità
ricadeva su colui che non aveva rispettato puntigliosamente
tutti gli obblighi imposti con precisione: Un solo errore
rituale, infatti, e la cura perdeva la sua efficacia! E su
questi punti ritorneremo più avanti quando parleremo
dei cicli mensili della donna pari a quelli della Luna. Qui
diremo a questo proposito soltanto che, in conseguenza dei
cicli mestruali, la donna era strettamente collegata a questo
nume celeste padrone del tempo (il tempo si contava con i
mesi lunari!) e della notte.
Una dea protettrice della donna era Mokoscià o Mokosc’
il cui nome suggerisce, per la somiglianza con l’aggettivo
mokryi ossia bagnato, un’origine di questa come dea
delle acque. In realtà però il nome è
legato col suo etimo alla tessitura e perciò Mokoscià
era importante per questa sua facoltà e le donne stavano
attente a non provocare la sua ira e a tenersela buona con
offerte continue ogni giorno di fiori ed erbe particolari
pestate e cotte in suo onore. Addirittura si diceva che Mokoscià
apparisse nelle izbe e filasse di notte mentre tutti dormivano,
se si sentiva appagata dalla venerazione mostratale! Guai
a dimenticare del capecchio (kudel’) in giro, se ne
sarebbe offesa! A lei era dedicato il quinto giorno della
settimana per cui il venerdì la donna interrompeva
il suo lavoro invernale più importante: la tessitura!
Non fermarsi in questo giorno sarebbe stato un sacrilegio
tanto grande che avrebbe spinto Mokoscià, durante notte,
a imbrogliare talmente la trama del telaio da dover ricominciare
il lavoro iniziato tutto daccapo! In suo onore alla sera del
giovedì la padrona di casa preparava un karavài
con una coppetta piena di sale su un tavolino nell’angolo
bello dell’izbà e attendeva che la dea venisse
a mangiarne. Con il Cristianesimo Mokoscià fu relegata
fra gli spiriti impuri e diabolici e la sua festa fu sostituita
da quella della santa Parasceve, celebrata logicamente anch’essa
di venerdì con la preparazione della Tavola di Parasceve
nel quale al pane e al sale fu aggiunto anche del miele!
Il paleografo V. A. Ciudinov ha ritrovato il nome di Mokoscià
su moltissimi sassi morenici (valuny) che si trovano sparsi
nella Pianura Russa deducendone una venerazione molto più
diffusa di quello che si può pensare. Secondo lui è
la dea maggiore del pantheon slavo e presiede alla consacrazione
dei bambini al dio Rod dopo il postrig. Secondo lo stesso
ricercatore, non solo a Perun, ma anche a Mokoscià
era abbinata la quercia come albero sacro. Aggiungiamo che
è l’unica dea femminile del pantheon vladimiriano
e la sua venerazione era un obbligo esclusivo delle donne.
Nel nord russo Mokoscià la si immaginava con una grande
testa con capelli scompigliati e dita lunghissime per poter
tessere meglio senza doversi alzare dal telaio.
La tessitura era un’occupazione importante, come abbiamo
detto, e perciò alla donna toccava, oltre a tenere
in ordine l’orto, anche la coltivazione del lino e della
canapa…
Intorno a queste piante femminili, al lino (Linum usitatissimum
in russo ljon) e alla canapa (Cannabis sativa in russo konopljà),
si sono raccolte moltissime leggende. Queste piante erano
quasi come delle figlie che andavano trattate con delicatezza
e attenzione.
C’era un giorno particolare della primavera in cui il
lino andava seminato, né prima né dopo! Così
come c’era un giorno in cui esso doveva poi essere raccolto
ossia prima che cadesse la prima pioggia d’autunno.
Il lino era usato esclusivamente per tessere la biancheria
della donna e quella dei suoi per tutti i momenti della vitae
a questo scopo le bimbe già verso i 6-7 anni cominciavano
a curare le piante di lino aiutando la loro mamma sul campo!!
Occorreva seminare con molta cura in modo che ogni seme desse
una pianta vigorosa sana e alta e per questo i semi andavano
distanziati perché una pianta non soffocasse l’altra
nella fila. Finalmente la pianta spuntava e cominciava a crescere,
ma, strano a dirsi, veniva spesso infastidita dalle piante
concorrenti e così, un giorno più libero di
altri un gruppo di donne e di bambine si recavano sulla “striscia
seminata a lino” per sradicare, senza disturbare le
radici della carissima pianta, tutte le “erbacce”.
Non era cosa facile poiché le “erbacce”
erano molto simili al lino stesso ed occorreva tanta esperienza
per distinguerle… Un altro nemico del lino erano le
afidi o pulci (blohy) che appena comparivano occorreva immediatamente
distruggere. Come? Con la cenere tiepida della pec’ka!
Verso la fine della crescita, dopo circa 90 giorni quando
s’avvicinava la piena estate, le donne tremavano se
durante la notte sentivano tuonare: La pioggia poteva far
imputridire le preziose pianticelle! Al contrario quando il
sole era troppo intenso, il lino poteva diventare troppo secco!
Il lino inoltre fiorisce per un sol giorno e il suo fiore
blu intenso si apre per farsi fecondare per poi dare i preziosi
semi (due per frutto!). Finalmente è pronto per essere
tirato fuori dal terreno e messo in tanti mazzi! Le donne
sanno distinguere bene le piante più basse che serviranno
per la produzione dei semi e quindi dell’olio dal quelle
buone per ricavare la fibra tessile (chiamato il lungo: dolgunec).
Si preparava una treggia tirata da un cavallino dove i mazzi
erano adagiati con cura e trasportati fino all’izbà
fredda. Dopo qualche giorno gli steli erano secchi, erano
battuti e lasciavano cadere i loro semi. Fra questi si dovevano
scegliere i migliori per la prossima semina, mentre quelli
ricavati dalle piante più basse si usavano sia per
l’olio sia per tisane e cataplasmi oppure, perché
no?, da mettere sul pane per ingentilirne il sapore.
Gli steli del “lungo” erano poi immersi nell’acqua
e restavano a macerare per circa due settimane per isolare
le fibre dal gambo legnoso. Bisognava stare attenti perché
non marcissero e quindi tutto andava fatto in acqua corrente,
possibilmente in un angolo del fiume o del canale vicino appositamente
preparato. Quando le fibre erano ormai visibilmente separate
dal gambo, si tiravano fuori dall’acqua e gli steli
erano battuti con energia uno per uno con assi di legno.
Si pettinavano con una specie di pettine fitto (myka). Si
sceglievano le fibre più belle e queste, filate con
fuso e conocchia e avvolte in gomitoli, passavano sul telaio
di casa. Dai teli ottenuti si confezionavano le varie camicione
e gonne per gli uomini e per le donne. Alcune erano messe
da parte in una cassapanca apposita per portarle via con sé
quando si sposava o per le figlie…
La stessa procedura si seguiva con la Canapa che aveva più
o meno lo stesso ciclo annuale del lino sebbene la pianta
preferisse la vicinanza della palude per crescere bene e richiedesse
una cura un po’ diversa. Infatti la Canapa è
dioica e ha piante maschio (pòskon’) separate
dalle piante femmina. Si pensava che se gli uccelli avessero
volato sulla canapa in stormi, allora sì!, che la pianta
sarebbe cresciuta bene. Anzi! Per invitare gli uccelli, si
spargeva una manciata di semi di canapa e questi accorrevano.
Poi la pianta cresce alta e vigorosa e, mentre le larghe foglie
vengono raccolte per poter esser consumate come insalata o
per zuppe, la fibra viene usata per filare e per tessere panni
più rozzi del lino. Dalle sue bacche inoltre si preparava
un kisel’, una gelatina vegetale con effetti psicotropi
speciali.
Dai semi di canapa si estraeva l’olio per schiacciamento
così come da quelli di lino ed entrambi erano considerati
ottimi linimenti e balsami per la pelle.
Talvolta i semi di lino o quelli di canapa erano “sacrificati”
per insaporire il pane. E sì! Il pane è il cibo
vitale, l’abbiamo ripetuto varie volte, e dunque anche
impastare e cuocere questo alimento e scegliere qualche ingrediente
speciale per renderlo più gustoso è un lavoro
importantissimo ed esclusivo delle donne… purché
lo facciano quando non hanno il mestruo!
Addirittura era normale che alcune izbe si mettessero insieme
per fare il pane per tutta una settimana in una sola pec’ka…
Occorreva prima di tutto saper preparare la pasta acida (o
pasta madre) per lievitare (opàra e dezhà) e
c’era sempre una massaia che sapeva farla meglio di
altre. Siccome la pasta acida (o pasta madre) serve anche
per fare la braga (la birra slava) e l’idromele (mjod),
la preparazione deve essere eseguita con molta attenzione.
Si parte meglio da farina o di segala o di frumento, si fa
un impasto molto morbido che poi, messo dentro una scodella
(kvasciònka), si ricopre con una teletta in modo da
impedire che gli insetti vi penetrino. Ecco! Occorre ora lasciarla
all’aria per qualche giorno e quando la si vedrà
diventare un po’ più liquida e fare delle bollicine
in superficie vorrà dire che è pronta. Non è
però sempre buona poiché a volte è talmente
amara che bisogna gettarla via. Come mai? Evidentemente chi
l’ha preparata deve aver commesso qualcosa di brutto
o era impura perché mestruata.
C’era anche un metodo più antico molto più
primitivo per fare la pasta acida (o pasta madre): Ai vecchi
e ai ragazzi erano consegnati dei chicchi di orzo o di miglio
e questi dovevano masticarli e farne un bolo che poi sputavano
in una scodella. Questo bolo messo al caldo fermentava…
Quest’ultimo è il metodo più primitivo
che ancor oggi usano molti popoli, se non hanno il lievito
di birra da comperare al supermercato!
Preparare
la pasta acida (o pasta madre), dezhà, con la protezione
dalla Luna (Mesjac)
(ricetta tratta da I. P. Saharov, 1980, e rielaborata da ACM)
Preparare
l’impasto con la neve dell’inverno, nel retro
dell’izbà. Scegliere una notte dal cielo terso
e attendere che la Luna sia apparsa e poi mormorare: Luna,
o mia Luna! D’oro sono i tuoi cornini. Guarda attraverso
la finestra perché adesso vengo ad offrirti la dezhà
e tu soffiaci su! Dopodiché il contenitore con la pasta
acida (dezhnik) si mette vicino alla piccola finestra, l’unica
più bassa (la gattaiola!), e si attende che la Luna
lo illumini. E’ importante preparare questa prima dezhà
in perfetta solitudine e in segreto quando tutti dormono.
Questo è molto importante per qualsiasi strjapùha
(ossia colei che conosce le ricette segrete) all’opera.
La
braga e i vari mjod erano le bevande più popolari dell’antica
Rus’ ed erano perciò preparate con molto affetto
affinché non venisse fuori una poltiglia imbevibile.
Di solito la fermentazione poteva essere o interrotta anzitempo
o portata avanti ulteriormente a seconda della gradazione
alcolica desiderata nella bevanda finale.
Ad esempio, nei conventi del resto d’Europa dove pure
si preparavano queste bevande prevaleva la birra più
alcolica e il mjod più forte, per cui non abbiamo esitazione
a pensare che anche qui nelle Terre Russe si sapesse fare
questo tipo “più forte” di bevande fermentate
così popolari nel nord visto che si partiva da una
materia prima tipicamente slava: il miele!
Ricetta
per preparare l’idromele (mjod) classico da M. Denbinska
(op. cit. riadattata da ACM)
Portare
una certa quantità di acqua all’ebollizione e
versarla bollente su una miscela di spezie (erbe aromatiche
come finocchio, chiodi di garofano etc.) posta sul fondo di
un barilotto (possibilmente di legno di quercia). Chiudere
e lasciar raffreddare. Riaprire e filtrare il liquido. Mescolare
tre parti d’acqua con una parte di miele mentre il liquido
è ancora tiepido e limpido e cercare poi un ragazzo
appena pubere (questa è una precauzione magica!) che
per cinque ore deve agitarla e rimestarla piano finché
il miele non si è ben sciolto. Il barilotto scoperchiato
è lasciato a sé per quaranta giorni e quaranta
notti lasciandolo fermentare dopo avervi aggiunto la pasta
acida per far il pane (o il lievito di birra). In questo caso
il liquido non va posto al freddo, ma al caldo per lasciare
agire i Saccharomycetes sp. (i fermenti). Il liquido schiumerà
man mano che si forma alcol e anidride carbonica. Liberare
dalla schiuma e filtrare e la bevanda è pronta. Questa
bevanda può esser fatta invecchiare anche ulteriormente
per mesi o per qualche anno e il sapore sarà sempre
una nuova e gradita sorpresa.
Naturalmente bisognerà preparare il mjod per berlo
fresco anche d’estate!
Si
poteva far la birra anche dal pane raffermo, invece che dai
cereali, e questa birra particolare era la più amata
da gustare mescolata con foglie di menta quando si usciva
dalla banja. Era chiamata kvas e il suo etimo probabilmente
risale al norreno (la lingua dei Variaghi) hvas ossia acido.
Tutto questo faceva la donna usando tutta una serie di arnesi
e recipienti.
Per la tessitura, ad esempio, usava un telaio, fusi e conocchie,
arcolai e scardassi.
Per far la farina aveva il proprio mulino “da casa”
di pietra (molto faticoso da usare!).
Il
mulino da casa
(da R. Malinova & J. Malina, Un Salto nel Passato, Moskvà
1988, adattamento di ACM)
Consiste
di 2 mole di pietra coniche, una che gira (begùn) sull’altra
che invece è ferma (lezhàk). Le misure ideali
per ottenere un buon risultato qualitativo e quantitativo
di macinazione a mano sono intorno al 100 cm di diametro.
Dagli esperimenti fatti con gli auspici dell’Università
di Leningrado (oggi di San Pietroburgo), si trovò che
con chicchi di segale ben secchi (e quindi mezzo abbrustoliti,
una volta tirati fuori dal protiven’) in un’ora
di lavoro con un giro alternante movendo coi due manici il
begùn, si riusciva ad ottenere nel fondo del lezhàk
1 kg di farina già pronta (senza setacciatura) per
essere impastata!
Per
sbiancare e togliere le macchie ai tessuti usava la cenere
in una grande truogolo di legno dove i panni da pulire venivano
impilati e poi pressati dopo aver fatto colare il liquido
bollente del ranno di cenere.
Per lavare i vestiti al fiume invece usava matterelli speciali
per battere la stoffa sui sassi lisci della riva.
E che dire della tinteggiatura delle stoffe? Si trovavano
molte piante tintorie nella foresta di cui si usavano a volte
le bacche a volte la corteccia a volte le radici o le foglie…
Tutti gli arnesi necessari a queste attività sono sempre
a disposizione in buon ordine nei vari spazi dell’izbà.
Quando era possibile l’izbà era divisa in modo
che si ricavasse persino un angolo vicino alla pec’ka
dove trovava posto un letto. Attenzione però! Non serviva
per dormire, ma solo per far da monumento alla ricchezza della
casa, poiché sotto quelle coperte erano custodite tutte
le cose più preziose e perciò: Quanto più
alto il letto, tanto più ricca era la casa!
La donna in casa non è sola. Un ospite permanente e
molto riverito, perché temuto e rispettato, è
il Domovòi! Questo spirito benevolo ma molto permaloso,
la proteggeva e abitava (talvolta insieme alla sua donna)
sotto il fondo della pec’ka, dove, oltre ai ceppi di
legno, era stato ricavato una spazio per lui e la sera della
sua festa, a metà febbraio, la donna russa gli lasciava
da mangiare davanti alla pec’ka.
In realtà il Domovòi è la personificazione
del fuoco di casa che arde nella pec’ka con tutte le
sue connotazioni di protezione della vita di famiglia dello
smierd e della sua donna e solo successivamente fu separato
dal suo regno all’interno della pec’ka, quale
personificazione di Svarozhic’ e “abbassato”
nel luogo dove oggi ancora abita in ogni casa russa. Lasciamo
la parola a A.A. Korinfskii, grande amante delle “cose
russe” del XIX secolo, per spiegarci meglio chi sia
questo Lare domestico.
“Il Domovòi nella sua figura è il più
antico e onorato personaggio della famiglia dello smierd alla
quale appartiene per linea diretta quale antenato. E’
lui che ha acceso per la prima volta il fuoco nella pec’ka
e che ha raccolto sotto un unico tetto i membri di quella
famiglia. Il Domovòi di solito ha un suo abito ufficiale
che è sempre pronto a cedere all’anziano della
famiglia quando ce n’è bisogno. Sta attento a
qualsiasi piccolezza, senza posa si dà da fare e si
preoccupa affinché tutto sia in ordine e pronto all’uso:
Qui aiuta chi deve recarsi al lavoro, lì compensa i
suoi insuccessi. Il suo sguardo amorevole è una dote
che non può mancare nell’economia di tutti i
membri della famiglia perché, ad esempio, a lui non
piacciono le spese inutili e fa sapere quando non è
d’accordo.”
Vi capita di non trovare più un oggetto che avevate
messo in un certo posto, di scivolare, o di inciampare su
un asse sconnesso e altri piccoli guai di casa? Ebbene ciò
è dovuto al Domovòi che voi avete offeso magari
senza saperlo!
Un altro abitante dell’izbà amico della donna
è il gatto. Un proverbio russo infatti dice: Non c’è
izbà senza gatto, né cortile senza cane! Senza
il gatto come fare a liberarsi dei topolini frugivori? Per
questo motivo nei rituali del mir quando s’inaugura
la nuova izbà si lascia che sia il gatto il primo essere
vivente ad entrare e a decidere se va bene perché questo
dolce carnivoro porta anche fortuna (quello di “terzo
pelo” specialmente!)! E poi il gatto sa quando arriva
il bello e il cattivo tempo e persino quando c’è
un ospite che si avvicina in questo caso si liscia e si “lava”!
Il suo posto preferito? Quando non vaga nell’izbà
fredda alla ricerca dei topi o nel giardino, è sempre
sul cosiddetto tetto della pec’ka. Dunque un guardiano
sicuro e tranquillo per la padrona di casa…
A parte le occupazioni “domestiche” la donna conservava
molti dei diritti pari a quelli dell’uomo, almeno quanto
alle decisioni politiche, poiché sappiamo che partecipava
alla Vece con pieno diritto di voto. Inoltre, siccome la donna
giungeva più frequentemente dell’uomo ad età
venerande, ciò la portava a diventare non solo una
persona di riferimento per tutta la comunità (la cosiddetta
znaharka), ma non era neppure escluso che riuscisse a diventare
una capo-clan pari ad un ciur!
Un triste obbligo della donna, specialmente per quelle dell’élite
al potere, rimase invece per molto tempo quello di morire
bruciata accanto a suo marito… non avendo il diritto
di sopravvivergli! La prima di cui abbiamo notizia che interrompesse
questo macabro rito, fu Olga di Kiev che avendo un bimbo piccolino
ancora da accudire, riuscì a farsene dispensare, ma
dovette prendere su di sé il compito di vendicare la
morte del marito ucciso dai Drevljani… E qui si innestava
una curiosa abitudine slava. Se una ragazza moriva prima di
essersi sposata, la si dava in moglie ad un ragazzo del vicinato
subito mentre era ancora in corso il rito funebre e costui
era considerato suo vedovo. Al contrario, se un ragazzo moriva
prima di essersi sposato, si trovava una ragazza disposta
a sposare il morto e a tenere il lutto per lui prima di risposarsi!
Un’abitudine abbastanza razionale, ma crudele in un
certo senso (ma coinvolgeva entrambi i sessi), era il ritiro
nella foresta delle vedove anziane sconsolate e ormai inutili
economicamente alla comunità. Si pensava che in quell’ambiente
magico non morissero, ma si trasformassero in animali o in
alberi e perciò una timorosa riverenza particolare
era dovuta loro, se queste vecchie persone si incontravano
presso i crocicchi dei sentieri. Da questo scaturiva anche
il timore e la venerazione dovuti a tutti gli esseri che sembravano
venir fuori dalla selva perché alla fine… erano
dei parenti (in russo navi) trapassati!
Il ruolo femminile più o meno come l’abbiamo
descritto sopra si mantenne per secoli quasi senza mutamenti
benché la Chiesa e il Cristianesimo tentassero di demonizzare
la donna in tutti i modi. Nelle Cronache Russe si dice chiaramente
che i cristiani (e i monaci in particolare) vivono secondo
la legge scritta (del Vangelo) e “loro” (i pagani
nei villaggi) secondo i loro costumi diabolici intrisi di
sesso selvaggio e di cibi proibiti, di depravazione dei costumi
di famiglia etc. etc. e tutto… per colpa della donna!
Solo verso il XIII sec. sotto il giogo tataro, la donna cominciò
a dover subire la segregazione dal mondo maschile e l’esclusione
parziale dal suo ruolo decisionale e politico nella comunità.
Riallacciandoci perciò alla donna come essere magicamente
riproduttore ecco che al sovrapporsi della mitologia cristiana
su quella pagana, nel mir la figura della Madonna prevalse
su quella di qualsiasi altro personaggio santo femminile e
a lei furono dedicate molte chiese della Rus’ di Kiev.
E’ la figura della Madonna che così comincia
a dominare tutte le feste e le celebrazioni russe. Al 15 agosto
si festeggia addirittura la sua dipartita da questo mondo
salendo al cielo mentre dorme in un sonno che sta fra la morte
e l’oblio totale (Uspenie in russo). E’ l’ultima
festa dell’estate secondo la tradizione cristiana e
annuncia l’inverno che però, per la divisione
dell’anno greco-bizantina, deve esser preceduto dall’autunno.
Così l’8 settembre ecco riapparire un’altra
festa della Madonna: la sua nascita! E non è finita!
Evidentemente mascherando un antico rito pagano dedicato alla
Madre Umida Terra in questo giorno la Madonna aiutava nella
prima mattinata le donne a richiamare il bestiame dai pascoli
e che proprio ora era trasferito nel hlev ossia nella stalla
(logicamente non si dimenticava di offrire qualcosa anche
allo spirito della stalla, al Hlevnik, affinché continuasse
il suo servizio di protezione delle bestie). Siccome questa
era un’occupazione prettamente femminile, ecco che le
donne si recavano tutte insieme presso le rive di un lago
o di un fiume o di altra corrente d’acqua per festeggiare
questo evento. Portavano con sé molti pani fatti con
farina d’avena e si celebrava l’incontro con la
Madonna d’Autunno (Matusc’ka Osenina) con una
specie di picnic sulle rive. I pani d’avena non venivano
consumati, ma, benedetti a rito compiuto, venivano spezzati
con le mani e dati da mangiare agli animali rinchiusi ormai
nel hlev.
C’era anche la festa del Rinnovo del Fuoco (Kupala)
che sapientemente la Chiesa consacrò alla Madonna,
quando la popolarità del culto della Vergine fu abbastanza
consolidata, proprio al posto della festa pagana di Kupala.
Una festa particolare tutta russa diventò invece quella
del Manto della Vergine. Questa celebrazione aveva origine
da una leggenda importata da Costantinopoli in cui si raccontava
che nel 911 d.C. l’apparizione del manto (in russo pokrov)
della Vergine nel cielo aveva sbalordito tutti, cristiani
e infedeli musulmani presenti in armi contro la città.
L’attacco era stato così sventato, i nemici erano
stati respinti e Costantinopoli era stata salvata! Anche in
questo caso moltissime icone e chiese sono dedicate a questo
scialle della Madonna e non solo! E nella Rus’ di Kiev
la Festa del Manto della Vergine del 1° ottobre divenne
la più popolare e la più solenne delle feste
“femminili”. Anzi! Lo scialle con su ricamati
motivi di fiori (specialmente rose) acquistò una dignità
nuova per la contadina che considerava questo capo di vestiario
il più importante da mettere in mostra nelle feste
e nelle solennità!
© 2006 di Aldo C. Marturano
Bibliografia
essenziale
AA.VV. – Storia dell’Infanzia, dall’Antichità
al Seicento (it.), Bari 1996
M. Bloch – La Società Feudale (it.), Torino 1974
P. & D. Brothwell – La Manna e l’Orzo (ted.),
Mainz a/Rhein 1984
D. Camuffo – Clima e Uomo (it.), Milano 1990
J. Coles – Il Paleolitico vissuto (ted.), München
1976
A.W. Crosby – L’Imperialismo Ecologico (it.),
Roma 1988
A. N. Davydov & A.A. Kuratov – La Civiltà
del Nord Russo (ru.), Leningrad 1988
G. Duby – L’Economia Rurale nell’Europa
Medievale (it.), Roma 1988
G. Dumézil – Matrimoni Indoeuropei (it.), Milano
1984
W. Endrei – Giochi e divertimenti dell’antica
Europa (ted.), Budapest 1986
E. Ennen – Storia della Città Medievale (it.),
Bari 1978
R. Furon – L’Acqua nel Mondo (sp.), Madrid 1967
R. Furon – La Paleogeografia (fr.), Paris 1959
P. Galloni – Il Sacro Artefice (it.), Roma 1998
B. Gille – Storia delle Tecniche (it.), Roma 1985
F. Giovenale – Come Leggere la Città (it.), Firenze
1977
R. Grand/R. Delatouche – Storia agraria del Medioevo,
Milano 1968
F. V. Joannes – L’Uomo del Medio Evo (it), 1978
J. A. Krasnov – Arnesi Agricoli dell’Europa Orientale
Antichi e Medievali (ru.), Moskvà 1987
J.E. Lipps – L’Origine delle Cose (it.), Firenze
1951
R. Malinova/J. Malina – Un Salto nel Passato (ru.),
Moskvà 1988
P. Migliorini – Calamità Naturali (it.), Roma
1981
F. Mosetti – Le Acque (it.), Torino 1977
P. Moss – La Vita di Città attraverso il Tempo
(ing.), Moskvà 1987
M. Montanari – Campagne Medievali (it.), Torino 1984
A. Neuburger – La Tecnologia dell’Antichità
(ted.), Leipzig 1919
D. C. North/R.P. Thomas – L’Evoluzione Economica
del Mondo Occidentale (it.), Milano 1976
L. Olof Björn – Luce e Vita (it.), Bologna 1979
C.A. Pinelli – La Grande Madre (it.), Bergamo 1978
V.I. Ryzhenko – Banje e Saune (ru.), Moskvà 1998
W. Rosener – I Contadini nel Medioevo (it.), Roma 1987
F. Schwanitz – L’Origine della Piante Coltivate
(ted.), Berlin 1957
L. Triolo – Agricoltura Energia Ambiente (it.), Roma
1988
T. V. Vlasova – Geografia Fisica dei Continenti (ru.),
Moskvà 1986