Mariangela Parisi
IL
LABORATORIO DI NOLA
PREMESSA
Libro
d’artista: per qualcuno esiste da sempre, secondo altri
ha un preciso anno di nascita. Secondo alcuni può assumere
forme varie, per altri si tratta di una categoria con caratteristiche
ben definite, nettamente differenziata dagli altri casi in
cui un artista lega il proprio nome ad un libro.
Si tratta di un settore talmente magmatico che porta chiunque
venga ad imbattervisi a non ritenere le proprie conclusioni
come certe e inattaccabili: si tratta infatti di un fenomeno
che sfugge ad una rigida apposizione di confini, come un organismo
in continua evoluzione. La singolarità dell’oggetto,
per il quale il mondo dell’arte si è incontrato
e scontrato (e ancora si incontra e si scontra) nel tentativo
di delinearne un preciso profilo, ha messo in evidenza l’inefficacia
dei mezzi consueti nell’analisi artistica: non si devono
fare i conti semplicemente con un quadro o una scultura, ma
con un libro, scelto in quanto tale dagli artisti come spazio
per saggiare e allo stesso tempo rinnovare il proprio modo
di fare arte, trasformando in tal modo l’oggetto libro
in opera d’arte.
Questa problematicità del fenomeno del ‘libro
entrato nella sfera dell’arte’ è messa
in evidenza nel primo capitolo della nostra indagine nel quale,
pur seguendo un percorso cronologico, non abbiamo voluto fare
né la storia né giungere ad una definizione
del ‘libro d’artista’, ma abbiamo cercato
di indicare, attraverso il richiamo a posizioni di quanti,
fra critici e artisti, sono intervenuti sull’argomento,
e attraverso il rimando a importanti esempi di prodotti del
settore in questione, le differenti possibilità di
approccio al fenomeno: diverse sono le storie che si possono
scrivere a seconda se privilegiamo il punto di vista dell’editore,
quello dell’artista oppure quello del poeta e dello
scrittore o addirittura quello del collezionista.
La storia poi cambia ancora se si parte dal libro e dalla
funzione che esso è chiamato a svolgere: Guardare,
raccontare, pensare, conservare, così recita il titolo
della singolarissima mostra tenutasi a Mantova, nella Casa
del Mantenga, nel 2004, cui abbiamo ritenuto necessario dover
dedicare, per intero, il terzo paragrafo del primo capitolo.
Una mostra alla cui base vi è una concezione del libro
d’artista come prodotto tipico degli anni sessanta (
precisamente l’anno di nascita è indicato nel
1962), creato sotto diretta responsabilità dell’artista,
in quantità illimitate e a prezzi accessibili necessari
per lo sviluppo del processo di democratizzazione dell’arte
che imperava in quegli anni.
Una concezione sposata, oggi, da gran parte degli operatori
del settore e che è stata da noi tenuta in considerazione
non solo nello svolgimento del primo capitolo ma anche nello
studio di parte dei libri contenuti nel Fondo Bertini acquisito
nel 2000 dalla Biblioteca Nazionale di Firenze, acquisto che
ha prodotto l’occasione per lo svolgimento del lavoro
di tesi che ha visto la luce nel giugno del 2005 e da cui
sono tratti i capitoli dedicati alle edizioni del Laboratorio
di Nola. Per tutti i libri analizzati abbiamo trovato una
certa difficoltà a dover escludere dalla categoria
di ‘libri d’artista’, secondo la concezione
più sopra riferita, prodotti che, non solo risultano
interamente concepiti dagli artisti, scelti da questi come
spazio di ricerca ed espressione, ma soprattutto sono la prova
tangibile della stessa volontà di impegno culturale
e civile testimoniata dai libri d’artista propriamente
detti.
Una caratteristica questa tutt’altro che secondaria.
Infatti riteniamo di poterla considerare fattore propulsivo
dell’intera produzione nella quale ci siamo imbattuti
che nella maggioranza dei casi risulta frutto di un dialogo
fra intelligenze di differente sensibilità: quella
dell’ artista e quella dello scrittore ma anche quella
dell’editore/stampatore che oltre ad essere il propiziatore
dell’incontro, fornisce molte volte un contributo fondamentale
alla nascita delle opere.
Non si creda però che si tratti sic et simpliciter
di libri illustrati o livres de peintre: i linguaggi che si
vengono ad incontrare, si confrontano evitando di sopraffarsi
per offrire così due diversi mezzi di comunicazione
della realtà. Per questo siamo stati spinti a definire
larga parte dei libri studiati livres de dialogue, definizione
introdotta da Yves Peyré nel suo libro Peinture et
poésie (Gallimard, 2001), per indicare quei libri frutto
di una creazione simultanea fatta di esperienze contemporanee
capaci di suscitare una sensazione di unità spirituale,
in cui testo e grafica dialogano alla pari evitando sia che
il testo divenga il pretesto per un’autonoma reinterpretazione
da parte dell’artista ( ed è il caso dei livres
de peintre) sia che l’illustrazione si riduca a svolgere
una funzione didascalica e decorativa (ed è il caso
dei livres illustrè).
Ma la nostra potrebbe rivelarsi solo una delle possibili storie
che hanno per protagonisti questi singolari prodotti e i loro
autori. Mantenendo il distacco che si è assunto per
l’intera trattazione, si rinvia alle pagine seguenti
per saggiare il fascino di un fenomeno, il libro d’artista
appunto, che si sostanzia forse proprio nel suo essere sfuggente
a rigide griglie interpretative restando così fedele
alle sue origini, restando fedele al liber termine che richiama
sì il libro ma anche il concetto di libertà.
CAPITOLO PRIMO
Il libro d’artista fra storia e critica
I.
1 Da Mallarmé agli anni ‘30
«Libro quando ti chiudo/ apro la vita/...Libro, tu non
hai potuto/ incartarmi, / non mi riempisti/ di tipografia/...non
potesti/ rilegare i miei occhi/...Amo i libri/ esploratori/...ma/
odio/ il libro ragno/...Libro, lasciami libero/...Non voglio
andare vestito/ da volume/...ritorna alla tua biblioteca/
io me ne vado per le strade...» . E ancora, «Libro/
bello...foglio/ dopo foglio, / odora/ la tua carta...Noi/
poeti/ erranti/...Quale fu la nostra vittoria?/ Un libro,
/ un libro pieno/ di contatti umani, /...un libro/ è
la vittoria./ Vive e cade/ come tutti i frutti...» .
Così scriveva Pablo Neruda negli anni cinquanta del
secolo scorso, dedicando due odi al libro. Due odi per una
poesia ‘elementare’, una poesia ‘materiale’
che mira a sottolineare il ruolo del libro come raccoglitore
di esperienze reali, come contenitore positivo di sapere acquisito,
empirico, non teorico, non di fantasia ma di rapporti umani.
Una poesia indicativa di come un oggetto, la cui quotidianità
è tale da sfociare in banale ovvietà, possa
dar luogo ad atteggiamenti meditativi fortemente legati al
suo ruolo di millenario medium culturale. E proprio a quest’atteggiamento
riflessivo, che può caratterizzare le più svariate
posizioni, si ricollega il fenomeno del ‘libro d’artista’.
Cos’è un libro d’artista? Difficile darne
una definizione precisa. Siamo, infatti, innanzi ad un «settore
magmatico» , che sfugge «per sua stessa natura
ad una classificazione rigida con buona pace di tanti giovani
assemblatori di mostre, inventori di generi e sottogeneri
legati a mode fittizie, come il timbro d’artista, la
cartolina, il video, il disco, l’etichetta, la bottiglia,
il paravento ecc. ecc. sempre d’artista s’ intende,
che sono tutte proposizioni legittime fino a quando si vuole
sottolineare una tecnica o un mezzo, ma che non hanno fondamento
quando si pretende di elevarle a categorie più o meno
assolute». Siamo innanzi ad un’entità particolare
e poliforme: «non è solo un libro, poiché
appartiene ad una possibile, ma imprecisa, categoria artistica
e nella qualità proprio di oggetto d’arte, respinge
le comuni regole di classificazione. Descriverlo con i mezzi
propri e consueti dell’analisi artistica, come fosse
un quadro o una scultura certo non è corretto, poiché
quasi sempre è in forma di libro e del libro mantiene
e contiene tutti gli elementi costitutivi». Sarebbe,
d’altra parte, altrettanto poco corretto utilizzare
criteri biblioteconomici, visto che si tratta di un oggetto
che, per le sue stesse peculiari caratteristiche, raramente
è posseduto dalle biblioteche, trovandosi infatti prevalentemente
in collezioni private .
Si tratta di un fenomeno che vede il libro essere non solo
un mezzo, ma più propriamente un luogo di ‘sperimentazione’,
un «luogo di ricerca», come ben sottolinea il
titolo della prima mostra di livello internazionale curata
per la XXXVI Biennale di Venezia da R.Barilli e D. Palazzoli
nel 1972. Affermano i due curatori: «Il libro non è
la spiegazione o la documentazione di un’opera esistente
o esistita altrove. Il libro è l’opera[...]il
libro è il tentativo circoscritto su cui [l’artista]
conduce le proprie operazioni logiche e formali, [creando
e oggettivando] un proprio codice in quanto ricerca autonoma»
.
Non diversamente Germano Celant nell’articolo Il libro
come lavoro d’arte , considerato il capofila delle analisi
critiche sul genere: «Il lavoro ‘tramite’
e ‘sul’ libro[...]non deve evidentemente essere
considerato come operazione visuale ma come argomento riguardo
alla natura e alle possibilità funzionali dell’arte
o della ricerca comunicazionale[...]»; il medium dunque
va inteso come appendice dell’individualità e
soggettività dell’artista. Riflessioni, queste,
che nascono in relazione all’inflazione, a partire dagli
anni ’60, dell’uso del medium libro come strumento
per «occupare qualsiasi spazio espressivo [per] ricavare
una sensazione reale di visibile penetrazione all’interno
della società e di conseguenza un ruolo attivo per
l’artista [...] il libro per la sua forma e per la sua
costituzione, per la sua storia e per il fatto che è
il contenitore per eccellenza di idee [diventa] oggetto a
sua volta di operazioni varie straordinariamente riuscite»
.
E proprio agli anni ’60 viene fatta risalire la nascita
del ‘libro d’artista’. Ma individuare un
momento alquanto preciso per la nascita di un fenomeno, non
significa ritenere che questo nasca dal nulla e all’improvviso.
Come ben sottolinea Luciano Caruso , non si può ignorare
il contributo dato dai fermenti rigenerativi che caratterizzano
il clima culturale della fine del XIX secolo e che avrebbero
condotto al periodo avanguardistico. E’ in questo clima
di rottura che vanno rintracciate le premesse necessarie che
fondano la prospettiva lungo la quale «la natura del
libro va spostandosi sempre più dal piano dell’illustrazione
incisoria, della calcografia, della grafica insomma, quindi
da un essere oggetto estetico attraverso la presenza dell’illustrazione,
ad un essere vero e proprio totale oggetto estetico, graficamente,
ma anche in certa misura plasticamente reinventato. E approdando
al piano dell’invenzione oggettuale plastica, unitaria
appunto, del libro stesso (unico o moltlipicato a piccola
tiratura). Fino a costituirsi negli ultimi decenni come una
sorta di tipologia categoriale dell’oggetto estetico
intermediale» .
Un discorso, quello ‘intorno’ al libro, che si
può peraltro dire si perda nella notte dei tempi fondandosi,
in sostanza, sul plurisecolare rapporto fra arte e scrittura,
fra parola e immagine: dai calligrammi alessandrini ai carmina
figurata dei poeti latini medievali, alle secentine, per giungere
ai libri illustrati fra ottocento e novecento, fino alla poesia
visiva e concreta. Ed è proprio questa caratteristica
d’interdisciplinarità, su cui si fonda il fenomeno
indagato, che ci porta ad individuare una delle esperienze
più significative per lo sviluppo della concezione
del libro come opera d’arte in un prodotto legato al
nome di un poeta: Un coup de dés jamais n’abolira
l’hasard di Stephane Mallarmè apparso per la
prima volta, nel 1897, come testo, sulla rivista internazionale
Cosmopolis e poi pubblicato nelle Editions de la Nouvelle
Revue Française, nel 1914. Un’ ‘opera’,
frutto di una travagliata ricerca solitaria, in un clima,
quello di fine ottocento appunto, di ‘rigenerazione’
dei generi letterari dimostrantisi inadatti a dar voce al
nuovo rapporto uomo-universo che si poneva sempre più
in termini di un dualismo tutt’altro che dialettico.
Dalla fine del settecento la civiltà «si è
stabilita sempre più saldamente su di una concezione
razionale e positiva dell’universo e della vita, e la
sua pressione sullo spirito umano (una specie di rifiuto dell’inconscio),
si è esercitata con violenza sempre maggiore. Infatti
essa ha separato l’uomo dall’universo e da una
parte di se stesso è [...] ed ha esagerato fino ad
un grado quasi intollerabile la naturale discordanza tra le
esigenze totali dello spirito e l’esistenza limitata
concessa all’uomo» . E’ innanzi a questo
stato d’alienazione che, a partire da Baudelaire, la
poesia tende a «diventare un’etica e quasi uno
strumento di conoscenza metafisica» , mira a cambiare
l’uomo, a fargli toccare l’essere, « a ricreare
mediante il verbo, la felicità perduta » .
Fra questi nuovi poeti c’è appunto Mallarmé,
inserito da Marcel Rymond, guarda caso, fra quei ‘seguaci’
di Baudelaire indicati col termine di artisti, proprio a voler
sottolineare la loro volontà di recupero della ‘potenza
creativa’ della parola. E proprio Mallarmé afferma
in Les fenêtres : «…Je me mire et me vois
Ange!...», cioè «..io mi rispecchio e mi
vedo Angelo...», ponendosi nella posizione dell’uomo
che rifiuta l’esistenza e si vorrebbe simile a Dio,
del poeta che ‘sente’ la parola non come medio
termine fra due soggetti ma come strumento di potere, una
parola che ci «intima il divenire più che non
ci ecciti a comprendere» (dice Valéry).
Mallarmé, in quanto poeta, aspira a comporre l’Opera,
il Libro, per sottomettere ciò che il pensiero non
può sottomettere, l’Azzardo. Un libro, per «la
spiegazione orfica della Terra, che è il solo dovere
del poeta e il gioco letterario per eccellenza» ; un
libro che si avvicina al sogno della creazione «isolando
nel suo formarsi e nel suo definirsi un pensiero che concerne
l’impossibilità di quel sogno. Infatti, nessun
tiro di dadi (operazione umana) potrà mai eliminare
il caso (ragione del nostro essere) » , un libro interamente
‘pensato’ dal poeta stesso. Un coup de dés
è la concretizzazione di questa aspirazione , la concretizzazione
di un’idea, un’opera innovativa che, come afferma
lo stesso Mallarmé nella nota introduttiva al poema,
rompe con la tradizione «quanto basta per far aprire
gli occhi ». E ancora, «il racconto è evitato
[...] risulta, per chi voglia leggere ad alta voce, una partitura»;
la parola vive delle sue qualità ritmico visive: «l’unico
compito del poeta [...] il ritmo stesso del libro allora impersonale
e vivo, perfino nell’impaginazione [...]».
Il libro è studiato nei suoi componenti, dal formato
al carattere tipografico, dalla disposizione della parole
al loro alternarsi agli spazi bianchi, tutto confluisce, recita
ancora l’introduzione, «[...] in una specie di
apparato scenico spirituale esatto[...]». Ed è
proprio questo carattere di progettualità, questa consapevole
intenzionalità nell’intervenire sul libro (intervento
che non riguarda ancora la struttura del medium) che porta
molti a considerare Un coup il «padre ispiratore del
libro d’artista» . Un progetto alla cui base c’è
una «mentalità di impronta simbolista immaginativamente
liberatoria» , tipica di quella «congiuntura complessa
ma sufficientemente convergente di mozioni...rubricata sotto
l’etichetta di Art Noveau» . Si viene affermando
un preciso «interesse per la sinestesia [...] fra un
tipo di manifestazione estetica e l’altro [...] sul
principio che l’arte non abbia il compito di realizzare
opere singole in un nuovo stile bensì di essere totalmente
mescolata alla vita» .
Una mentalità liberatoria dunque anche dalla tradizione
gutenberghiana: si può parlare di ‘parola dipinta’,
poiché la corrispondenza fra linguaggio e figura è
totale, aprendo così a nuove possibilità comunicative
anche per l’utilizzo di nuove tecniche, quali la litografia.
Si intravede un «libro ove il testo sia stato illustrato
da un artista visivo, ma ove questi abbia immaginato unitariamente
una possibilità visualizzata di presentazione del testo
[...] una prospettiva nuova di implicazione progettuale [...]
nel senso che il libro nasce da un progetto unitario [...]
segnico-iconico-testuale [...]» , che indirizza verso
la tipologia del libro d’artista propriamente detto.
Il testo mallarmeano, pubblicato su Cosmopolis, attirò
l’attenzione anche dell’editore e gallerista Ambrosie
Vollard che ne propose una preziosa edizione con tavole del
pittore simbolista Odilon Redon. Il progetto (approvato da
Mallarmé sebbene vanificasse la sua ispirazione poetica)
non trovò attuazione, ma il richiamo ad esso è
ugualmente importante, ci permette infatti di posare la nostra
attenzione sulla figura del mercante d’arte-editore,
individuabile come un altro dei fattori propulsivi del fenomeno
di ‘reinvenzione’ del libro. Amboise Vollard,
Daniel-Henry Kahnweiler, Ilja Zdanevich (Iliazd), Efstratios
Eleftheriades (Tériade), con il loro intuito e il loro
sostegno finanziario, contribuiscono all’irrompere delle
correnti avanguardistiche. Impressionisti, cubisti, fauves,
surrealisti, dadaisti sono da loro riconosciuti per lo straordinario
valore, prima e anche contro la critica contemporanea.
E’ merito di questi mercanti l’aver compreso che
pittura e scrittura ‘dovevano’ incontrarsi perché
la pittura potesse evolvere: la pagina del libro si apprestava
ad essere considerata come una tela.
L’incontro di artisti e scrittori si collega ad un tentativo
di reazione allo scadimento qualitativo del libro in conseguenza
dell’alfabetizzazione, dell’urbanizzazione, della
diffusione di giornali e periodici: la produzione libraria
era divenuta produzione di massa. Intervengono proprio gli
editori a ridare all’opera tipografica lo status di
‘beau livre’. La novità sta nel fatto che
ad occuparsi dell’immagine non sono illustratori-incisori
professionisti ma pittori e scultori.
Così «le caratteristiche materiali del libro
conoscono un salto di qualità: non più prodotto
di massa, ma frutto di una intensa complicità creativa
tra l’artista e l’autore del testo promossa e
seguita dall’editore artigiano, il libro viene illustrato
da disegni originali, stampato su carte pregiate, sovente
fabbricate a mano, in tirature limitate normalmente a non
più di 250/300 esemplari e spesso a non più
di qualche decina» . E’ questa la categoria tipografica
che si è soliti indicare con l’espressione di
‘libro illustrato’: un genere di pubblicazioni
di grande raffinatezza tecnica, realizzate con materiali di
pregio, spesso a tiratura limitata e con incisioni originali
destinate ad un pubblico di intenditori. Una categoria che
comprende al suo interno una pluralità di tipologie
individuabili in base al rapporto che si viene a stabilire
fra artista e autore del testo. Si tende infatti a distinguere
fra livre illustré, livre de peintre, livre de dialogue
. Per ‘livre de dialogue’ , si intende una creazione
simultanea fatta da esperienze contemporanee capaci di suscitare
«una sensazione di unità spirituale» e
in cui non c’e una prevalenza del testo sulla serie
grafica né di questa sul primo. C’è una
complicità (che molte volte vede un ruolo attivo e
non secondario dell’editore) che manca quando il testo
diviene pretesto per un’autonoma reintrepretazione da
parte dell’artista (ed è il caso dei ‘livres
de peintre’) , pur con esiti di straordinaria bellezza,
o quando l’illustrazione si riduce a svolgere una funzione
didascalica, decorativa (ed è il caso dei ‘livres
illustrè’) .
Nel 1895, al n. 41 della Rue Lafitte, proprio Amboise Vollard,
inaugura ‘La Cantina’, uno dei tanti locali che
hanno caratterizzato la vita intellettuale parigina degli
inizi del ‘900: ritrovo di artisti, intellettuali, letterati
che risultano per il mercante una sollecitazione verso l’esperienza
editoriale. Fra i frutti della sua attività spicca
Parallèlement, del 1900: Pierre Bonnard è chiamato
ad eseguire le illustrazioni per i versi di Verlaine. Un nome
quello di Bonnard legato al gruppo dei Nabis, artisti colti
nella letteratura antica ma entusiasti per le opere moderne
e aspiranti al superamento, nell’arte, del naturalismo
e dell’ accademismo vigenti, che «vedevano nella
pratica dell’illustrazione qualcosa di estremamente
affascinante poiché poteva permettere un’appropriazione
del testo per rifarne un’altra opera d’arte: dal
connubio fra parola e elementi plastici nasce» una nuova
realtà del libro. Il libro non ebbe il successo sperato:
era troppo lontano dal gusto dei bibliofili del tempo. Non
solo accantonava la tecnica xilografica a vantaggio di quella
litografica, ma troppa era la libertà lasciata al pittore
le cui illustrazioni in rosa «sembrano incorniciare
e a volte abbracciare i versi di Verlaine, riempiendo spesso
tutta la pagina che ha così la stessa valenza di una
tela» .
Non inferiore fu il contributo del tedesco Daniel-Henry Kahnweiler
. Ogni artista che frequentava la sua galleria doveva illustrare
un libro: Picasso, Braque, Delaunay si trovano a collaborare
con Max Jacob, Reverdy, Cendras, Apollinaire. Sono esponenti
di una poesia e di una pittura che continuano nel tentativo
di affermarsi come gesti da demiurgo, continuano nel tentativo
di elevarsi « fino ad una contemplazione sovrumana delle
cose » , nella ricerca di quella che proprio Apollinaire,
nei Peintres cubistes, definisce ‘quarta dimensione’.
Eppure, la loro collaborazione non dà luogo a prodotti
di rottura con la tradizione bibliofila, come dimostra L’enchanteur
pourrissant, libro contenente un racconto poetico di Apollinaire,
popolato dai personaggi della Tavola Rotonda, con nove xilografie
di Derain, a tutta pagina, con figura umana al centro, sullo
sfondo di una lussureggiante foresta: il rapporto si stabilisce
in termini di decorazione e spiegazione del testo.
Sia Parallèlement che L’enchanteur pourrissant,
però, non possono dirsi veri e propri ‘libri
d’artista’, poiché manca quel carattere
che viene riconosciuto come proprio di questo ‘genere’:
il ruolo esclusivo dell’artista nella concezione e composizione
del libro. Si presentano invece come prodotti ‘collettivi’
non troppo diversamente dai codici degli amanuensi medievali.
Sono libri che si collocano in una «situazione intermedia
fra libro illustrato e libro d’artista [...] per quanto
innovativi nel rapporto fra immagini e testo, non modificano
il rapporto di necessità con la parte verbale ricadendo
spesso nella condizione di una speciale produzione d’arte»
.
Un libro d’artista, invece, è un’opera
d’arte o meglio è ‘come’ un’opera
d’arte, è «insieme il proprio testo e il
proprio contesto, nel senso ad esempio che ‘gli altri’
libri d’arte, [ nel denso di libri sull’arte],
per riprodurre un’opera dovrebbero [riprodurla] in toto
» ; l’artista «invece di applicare al libro
le risorse della creazione artistica, utilizza le possibilità
tecniche del libro come mezzo di espressione artistica [...]
il libro come opera d’arte diviene il suo proprio soggetto
e, di qui, l’oggetto di esposizioni che non sono più
esposizioni di libri ma esposizioni d’arte» .
Nell’ambito delle avanguardie storiche (soprattutto
in ambito cubista), il ricorso al libro si spiega, dunque,
all’interno di una strategia mercantilistica d’arte
che « ha necessità di un prodotto di penetrazione
collezionistica meno ostico o comunque più appetibile
di quanto lo siano le opere di avanguardia, e certo economicamente
più accessibile» .
Ma questo è quello che può definirsi l’aspetto
più macroscopico della produzione avanguardistica.
Parallelamente si sviluppa, infatti, « una problematica
d’affermazione ideologica-creativa, attraverso l’appropriazione
visualizzata della pagina stampata del libro [...] oppure
un’implicazione oggettualizzata, oltre che visualizzata,
del libro medesimo» .
Alla «messa in discussione del libro [si affianca] la
fuga dal libro, inteso come strumento privilegiato di un sapere,
che rimanda sempre ad altro da sé e che si intendeva
rifiutare» . Si opera in direzione di una negazione
del libro visto quale testimone di un «rapporto ‘necromorfo’
fra l’io e il mondo [e incarnazione del] veicolo privilegiato
delle forze passatiste» .
Sono esperienze che gettano i semi per lo sviluppo di quella
tipologia indicata, oggi, con l’espressione di ‘libro-oggetto’,
cioè un’opera fondata sull’ «oggettualizzazione
cosale della visualità del libro, ad opera di un’artista,
il più delle volte quale produzione di un unicum»
. Il libro tende ad allontanarsi dalla sua funzione di supporto
a testo o immagini per porsi come oggetto ‘godibile’
nella sua interezza e attraverso un coinvolgimento di tutti
i sensi. Rifiutare il libro come simbolo significava contrapporsi
al vigente sistema linguistico basato sulla continuità
temporale, sui limiti spaziali, principi che la civiltà
aveva adattato «alle qualità intrinseche dell’oggetto-libro»
.
E’ sufficiente leggere le parole usate, nel 1913, nel
manifesto Distruzione della sintassi, immaginazione senza
fili e parole in libertà, da Filippo Tommaso Marinetti,
fondatore nel 1909 del movimento futurista, per comprendere
quali fossero i nuovi orizzonti avanguardistici: «[...]
io inizio una rivoluzione tipografica, diretta contro la bestiale
e nauseante concezione del libro di versi e dannunziana, la
carta a mano seicentesca, fregiata di galee, minerve e apolli,
di iniziali rosse e ghirigori, ortaggi mitologici, nastri
da messale, epigrafi e numeri romani. Il libro deve essere
l’espressione futurista del nostro pensiero futurista
[...] »; una rivoluzione, scrive ancora il poeta, «diretta
contro la cosiddetta armonia tipografica della pagina, che
è contraria al flusso e riflusso, ai sobbalzi e agli
scoppi dello stile che scorre nella pagina stessa».
Il Futurismo inizia una battaglia culturale, portata avanti
con atteggiamento fortemente polemico, per esprimere alcune
esigenze reali dell’epoca nuova: essere moderni, cogliere
le trasformazioni della vita apportate dalla tecnica, adeguare
anche l’espressione ai tempi della rivoluzione industriale:
«Com’è possibile nell’era della macchina,
continuare a scrivere, a dipingere, a costruire, a far musica
come al tempo delle diligenze e dell’artigianato? Lo
stile, il linguaggio poetico, pittorico, musicale, architettonico
devono adeguarsi al nuovo ritmo della vita [...] lo stile
deve diventare rapido, scattante, turbinante come la vita
moderna nel suo incessante esplodere e pulsare; quindi, in
poesia le parole in libertà, in musica gli intonarumori,
in architettura il materiale metallico e industriale, in arte
il dinamismo plastico. Solo questi mezzi e questi modi possono
garantire la traduzione estetica del nuovo ideale di bellezza»
.
Zang Tumb Tumb. Adrianopoli ottobre 1912 di Marinetti è
uno dei nuovi frutti di questa rivoluzione grafico-poetica
fondata sulla simultaneità percettiva. Un valore, questo,
che ritroviamo anche in Bïf&zf+18.Simultaneità
e in Chiasmi lirici di Soffici, in Piedigrotta. Parole in
libertà di Cangiullo del 1916 e Guerrapittura di Carrà
del 1915.
Il libro acquista la funzione concreta di supporto di un messaggio
non scrittorio, ma sostanzialmente visivo. Marinetti è
fra i primi a cogliere l’intuizione di Mallarmé:
un libro in cui ogni cosa potesse essere pensata, in cui la
disposizione delle parti, la loro alternanza e la loro relazione,
fossero frutto di una riflessione.
Quelli dei futuristi italiani non sono esperimenti isolati.
Nel 1913, in ambito cubista ( il che aumenta la sua ‘eccezionalià’
), Sonja Delaunay visualizza immaginosamente, a pochoir
( stesura di colori a mano con stampini predisposti), La prose
du Transsibérien et de la Petit Jehanne de France di
Blaise Cendras: il continuum temporale del monologo letterario
che si svolge sul convoglio transiberiano, si realizza nel
formato verticale di una striscia ripiegabile a guisa di libro.
Un testo che rompe con lo standard cubista, affiancandosi
per originalità al singolarissimo Contemplazioni di
Arturo Martini del 1918: xilografie nere su pagine bianche
realizzano un libro di scrittura asemantica, a suggerire la
struttura fondamentale di una poesia o di un brano musicale.
E ancora, Tragedia di Vladimir Majakovskij, pubblicato nel
1914, con interventi di Vladimir Burljuk, in cui il testo
è fortemente sensibilizzato, oppure Dlja golosa dello
stesso Majakovskij, del 1923, in cui la «pagina si dispone
in un contesto essenzialmente strutturale nel rapporto fra
parola, segno, immagine» , che ci riportano all’ambiente
avanguardistico russo . Futuristi, costruttivisti, suprematisti
colpiscono per una produzione con forti implicazioni manuali.
Ricordiamo le edizioni di piccolo formato, autoprodotte, spesso
realizzate a più mani, con caratteri, segni e simboli
inventati, incisi e stampati a mano: Mondo alla rovescia di
Olga Ronzanova e Natalja Goncarova, del 1912, consistente
nella trascrizione manuale dei versi di un poema futurista,
prende in considerazione anche l’aspetto oggettuale
del libro, operando tagli nelle pagine e usando carte inconsuete
ad esempio metallizzate; Pomada di A. Krucenykh, del 1913,
illustrato da Mikhail Larionov, interessante per il fatto
che molte delle litografie acquerellate siano montate su pagina
d’oro e che la copertina sia ritagliata a mano in carta
lucida rossa.
Un’attenzione, quella russa, sia alle tecniche (dai
testi manoscritti ai fotomontaggi) sia al contenuto (testi
di scrittori e immagini appositamente create), che si spiega
in relazione all’utilizzo della ‘pagina’
nell’ambito dei dibattiti nei e fra i vari gruppi oltre
che per la diffusione, nel contesto europeo, dei risultati
raggiunti.
La tipografia viene utilizzata come strumento di comunicazione
e «non più solo come mezzo oggettivo, ma cercando
di incorporarla in modo creativo nel contenuto con tutto il
potenziale di azione della sua esistenza soggettiva»
.
Queste parole di Moholy-Nagy, insegnante di fotografia e di
grafica nella Bauhaus, ci fanno ricordare l’esperienza
dei Bauhaus Bücher, raccolta di volumi curati, oltre
che dallo stesso Moholy-Nagy da Walter Gropius, architetto
e fondatore della Bauhaus, scuola indirizzata allo sviluppo
di un’arte artigianato vicina alla produzione industriale:
nei quattordici volumi, usciti fra il 1925 e il 1930, «i
concetti del contenuto […] rispecchiano in tutto la
scelta e la logica del design, del formato e della tipografia»
.
Volantini, riviste, manifesti e pubblicazioni varie sono la
testimonianza di questo «utilizzo della pagina come
lusus e theatrum al tempo stesso» .
Inizia una serie «di esplosioni a catena della ‘galassia
Gutenberg’» , cui senza dubbio contributo fondamentale
deriva dall’ambiente dada e da quello surrealista .
Provocazione, ironia, spontaneità caratterizzano questi
due movimenti artistici-letterari, che si traducevano in veri
e propri stati d’animo e che possono considerarsi come
le due facce, una negativa (Dada) e l’altra positiva
(Surrealismo), di un unico tentativo di reazione ad un senso
di alienazione che dominava la società pre e post-bellica,
di un unico tentativo di saldare la frattura fra arte e vita:
se «l’anarchismo puro del dadaismo puntava unicamente
sugli umori derisori della sua polemica, giungendo, al massimo,
alla concezione della libertà come immediato e vitalistico
rifiuto d’ogni convenzione morale e sociale; il surrealismo
si presenta con la proposta di una soluzione che garantisca
all’uomo una libertà realizzabile positivamente.
Al rifiuto totale, spontaneo, primitivo di Dada, il surrealismo
sostituisce la ricerca sperimentale, scientifica, appoggiandosi
alla filosofia e alla psicologia. In altre parole oppone all’anarchismo
puro un sistema di conoscenza» .
Forte è il loro contributo all’affermazione (propriamente
avanguardistica) del criterio per cui ‘l’arte
non doveva più significare i suoi significati ma doveva
esserli’: si inizia così «l’écriture
alla démarche extralinguistica segno?gesto?oggetto?azione
[che promuove l’arte] alle responsabilità dell’estetica
più attuale» .
La stessa poesia mira con loro a divenire poesia dell’azione:
e si ritorna così ancora a Mallarmé. Per Dada
la poesia è gesto; è questo che conta, più
che l’opera. Ecco come Tristan Tzara, fondatore del
movimento, dava istruzioni per la composizione di un poema
dadaista (1921) : «Per fare una poesia dadaista/ Prendete
un giornale/ Prendete un paio di forbici/ Scegliete nel giornale
un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare
alla vostra poesia/ Ritagliate l’articolo/ Tagliate
ancora con cura ogni parola che lo forma e mettetela in un
sacchetto/ Agitate dolcemente/ Tirate fuori le parole una
dopo l’altra disponendole nell’ordine con cui
le estrarrete/ Copiatele coscienziosamente/ La poesia vi assomiglierà/
Eccovi diventato ‘uno scrittore infinitamente originale
e fornito di sensibilità incantevole’ [...] »
.
Una poetica del ‘gesto’ cui si ricollegano scelte
operative fondamentali in questo cammino di ridefinizione
dell’‘artistico’ che vede coinvolto anche
il libro. Mi riferisco, alla ‘poetica’ del ready
made di Marcel Duchamp e a quella del collage di Man Ray o
di Kurt Schwitters. Con Duchamp, l’oggetto già
fatto viene sottratto all’ambiente ‘quotidiano’
in cui è inserito e posto in un ‘altrove’
in cui acquista lo status di opera d’arte: una desacralizzazione
dell’oggetto d’arte che ritroveremo nelle neoavanguardie
degli anni ’60 e che ha un forte influsso sui tentativi
di attribuzione al libro di un nuovo valore o meglio di nuovi
valori. Con Man Ray e Schwitters, maestri nell’uso del
collage (nell’ambito della sperimentazione fotografica
il primo, nell’ideazione di un collage tridimensionale
il secondo), si affermano i criteri di accumulazione e composizione
che incideranno non poco nella pratica del libro d’artista.
Un contributo, quello dada e surrealista, al fenomeno del
‘librismo’, che si esprime attraverso una produzione
rientrante, però, nell’ambito del ‘libro
illustrato’come Vingt-cinq poèmes di Tristan-Tzara,
illustrato da H.Arp, del 1918 e L’air de l’eau
di André Breton con illustrazioni di artisti vari.
Certo non mancano testi caratterizzati da immaginose invenzioni
paroliberistiche, come Lidantju faram (Lidantiu il faro) di
Iliazd (altra figura di mercante d’arte- editore, nonché
poeta) illustrato da artisti vari e Die Kathedrale di K. Schwitters
del 1920, ma dovremo aspettare gli anni ’30 e la figura
singolare di M.Duchamp per un prodotto come Boîte verte,
raccoglitore degli appunti progettuali del Grande Vetro disposti
secondo un principio di casualità, annoverabile fra
i progenitori del libro-oggetto, visto il fondamento plastico-visivo
su cui si fonda.
E pensare che già nel 1915 il futurista Corrado Govoni
scriveva in una lettera a Marinetti: «[...] perché
non fare dei libri che si aprono come organetti, macchine
fotografiche, ombrellini, ventagli? Sarebbero oltremodo adatti
per le parole in libertà [...]». La parola si
avvia ad essere sostituita dal suo referente oggettuale.
Nel 1927, nella tipografia Mercurio di Rovereto, viene realizzato,
per le edizioni Dinamo Azari, un libro intitolato Depero Futurista
: formato rettangolare, tipo album (cm 32 x 24). Il libro
è meglio conosciuto come ‘il libro imbullonato’.
Presenta infatti una rilegatura ideata dall’editore
(nonché pilota e aeropittore che finanziava l’attività
della casa editrice con i proventi dei suoi brevetti e del
suo commercio in campo aeronautico) Fedele Azari, che consiste
in due grossi bulloni con relativo dado che tengono insieme
i fogli. La copertina è di cartoncino spesso color
azzurro; il titolo, il nome dell’autore e i dati editoriali
sono impressi in nero e argento. Si tratta di un compendio
dei progetti e degli esperimenti di Depero, con molte illustrazioni
tratte dai progetti e fotografie, testi e manifesti degli
ani 1913-1927: viene meno la tradizionale separazione gerarchica
delle arti e si esalta la sua funzione plurisensoriale.
Un libro, questo, che viene solitamente classificato come
libro d’artista: sottoliniamo però che non si
fonda sulla posizione centrale di un artista; alla base vi
è una collaborazione, un ‘dialogo’ dell’artista
con l’editore cui va il merito della rilegatura: ad
entrambi va il merito ‘della progettazione unitaria
del lavoro’ che Gino Gini pone come l’elemento
di novità del ‘libro d’artista’.
Un rapporto che richiama alla memoria i testi illustrati di
Vollard o Kahnweiler con i quali condivide anche la tiratura
limitata. Eppure non è un libro illustrato.
Siamo innanzi ad uno di quei casi posti sulla linea di confine
fra i vari generi. La forte componente oggettuale non lo rende
infatti neppure un ‘libro oggetto’. Non è
infatti ancora venuta meno quella funzione di supporto che
Anne Moeglin-Delcroix utilizza per distinguere i libri d’artista
da quelli oggetto.
Una tipologia quella del libro-oggetto che la Delcroix sembra
quasi indicare come libro d’artista per eccellenza,
un libro che non è « [...] un simple format,
mais une forme, entendue comme l’organisation significante
d’une matière» . Posizione, questa, sostenuta
anche da Ferdinanda Fedi e Gino Gini , che sottolineano anche
come si tratti di un intermedia mistico.
I due autori individuano i tratti caratteristici del ‘libro-oggetto’
nell’ essere copia unica completamente realizzata dall’artista,
nell’ oggettivazione fisica che preveda la forma del
libro ma non necessariamente l’inserimento di pagine,
nei materiali e nel mezzo di impiego totalmente liberi e più
pregevoli quanto più sappiano allontanarsi dalla tradizione
editoriale, nella progettualità e creatività
fuse in un unicum irripetibile: «la peculiarità
dell’opera unica è rigorosamente richiesta [...]
se l’arte è trasgressione o comunque ne è
una delle sue componenti, il libro-oggetto segue questo intendimento
[...] polemicamente contro l’editoria e le leggi che
la governano [...] non cambia invece il rapporto con la forma
del libro e su questo terreno si apre un confronto[...] il
libro-oggetto cita ampiamente la struttura del volume, anzi
ne fa la protagonista principale [...] l’opera deve
comunque comporsi in ‘forma di libro’[...] sarà
lo scatto concettuale...che lo pongono nella ‘pratica
dell’arte’[...] il senso del libro è il
libro stesso nella sua fisicità [...] il libro-oggetto
non è una scultura [...] ha come anima il libro e questo
parametro non dovrà mai essere trascurato [...]»
.
Ritornando alla produzione futurista, il libro imbullonato
è seguito dalle non meno famose ‘litolatte’
immaginate paroliberisticamente da Tullio d’Albissola,
per le Edizioni futuriste di Poesia, allora divenute romane,
l’una di testi T.Marinetti, Parole in libertà,
futuriste, olfattive, tattili, tecniche, pubblicata nel 1932
e l’altra dedicata a L’anguria lirica, lungo poema
passionale del medesimo Tullio, illustrata da Munari e pubblicata
nel 1933 .
La litolatta è espressione di quella ‘ricostruzione
futurista dell’universo’ che coinvolge l’arte
e gli oggetti della vita quotidiana. Con questi esperimenti
«il ‘paroliberismo’, tradizionalmente inteso
come espressione totale, verbale e visiva di un autore unico,
viene superato nella collaborazione tra un poeta e un pittore-grafico,
che interpreta, sceglie un nucleo lirico elementare, esprimibile
con poche parole, disponendo queste in un’ architettura
grafica che le rende plastiche e chiaramente leggibili»
: ricordano i ‘livre de dialogue’ di cui parla
Y.Peyré (anche per le litolatte abbiamo una tiratura
limitata), ma tutt’altro che irrilevante è l’oggettualità
plastica o la testualità oggettuale: «[...] Lo
spessore e la morbidità rigida dei fogli, il peso del
libro, il fruscio metallico che accompagna il gesto di sfogliarne
le pagine, la mobilità dei riflessi luminosi che attraversano
le policromie, la sensazione tattile del metallo, impongono
inoltre la presenza autonoma della materia che è tanto
supporto di immagini e parole quanto prodotto del lavoro industriale,
cioè libro e oggetto moderno allo stesso tempo»
.
Sono esperimenti fondati sulla sostituzione della carta a
testimonianza del rigetto del libro, il rigetto della sterile
erudizione sostituita con l’azione unificante. Una democratizzazione
del libro attraverso un suo inserimento nel sistema di produzione
industriale rievocato dal ‘sordo’ rumore provocato
dallo girare delle pagine.
La guerra non solo avrebbe evidenziato le ‘malefatte’
del libro-potere, ma avrebbe disilluso circa le ‘capacità
salvifiche’ della tecnologia . Così nel dopoguerra
si ritornò alla carta.
I. 2 Dagli anni ‘40 agli anni ‘60
I decenni fin qui indagati, hanno dimostrato che è
nell’ambito del ‘libro illustrato’ che viene
portata avanti una ridefinizione del libro in tutte le sue
componenti: si gettano i semi di quella nuova forma d’arte
(tipica a partire dagli anni ’60), che è il ‘libro
d’artista’, e si profila l’evoluzione di
quest’ultimo verso quello stadio successivo indicato
come ‘libro oggetto’.
E proprio il libro illustrato continua ad essere il protagonista,
nei decenni ‘40 e ‘50, testimoniando quel ritorno
alla carta, cui si è accennato alla fine del precedente
paragrafo, con prodotti fra i più emozionanti: Divertissement
di Georges Rouault, del 1943, per Tériade; Jazz di
Henry Matisse, del 1947, per Tériade; La Fontaine.Fables
di Marc Chagall, del 1948, sempre per Tériade; Pierre
Reverdy. Le Chant des Morts. Poème di Pablo Picasso,
del 1948, ancora per Tériade; Viaggio d’Europa.
Racconto di Massimo Bontempelli di Arturo Martini, del 1942,
per le Edizioni Chimera; Salvatore Quasimodo. Il falso e vero
verde di Giacomo Manzù, del 1954, per l’editore
Schwarz; Guillevic. Les Murs di Jean Dubuffet, del 1950, per
le Editions du Livre.
Il collezionista Corrado Mingardi, che possiede tutti i libri
ora elencati, oggetto della mostra Parole disegnate, parole
dipinte. La collezione Mingardi di libri d’artista,
dice: «[…] il libro d’artista [è]
il risultato di un incontro, di un colloquio spirituale, di
una conformità amorosa e talora reciproca tra maestri
[...] di espressione in campi differenti, [...] accordo enigmatico
di [...] allures, cioè di [...] cammini indipendenti
[…]. Due [i] protagonisti, pittore e scrittore, anzi
tre con l’editore […]» . Per l’amatore,
non c’è dunque alcuna differenza fra libro illustrato
e libro d’artista: i suoi libri sono libri d’artista
perché «[…] come si fa a leggere Le anime
morte di Gogol nella monumentale edizione di Tériade
illustrata da Chagall [...] o la Teogonia in greco di Braque?
[...]» . Il colloquio che si instaura tra pittore, scrittore
ed editore o fra pittore ed editore, non consente un utilizzo
tradizionale del libro: non sono libri da leggere, o meglio
non solo, sono libri da vedere.
Ma ciò non ci sembra sufficiente a rendere questi dei
‘libri d’artista’. Essi, testimoniano la
continuazione del lavoro iniziato da Vollard e Kahnweiler,
e dai pittori e scrittori loro collaboratori.
Un’ analisi attenta delle circostanze che hanno portato
alla nascita di questi libri ci permette, infatti, di notare
come tutti nascano da un progetto dell’editore che,
per la sua realizzazione, promuove l’incontro fra scrittore
e pittore o indirizza il lavoro di quest’ultimo in una
determinata direzione.
Sono tutti testi in cui manca quella che, secondo noi, è
la componente fondamentale del libro d’artista, e cioè
la scelta autonoma da parte dell’artista del medium
libro come luogo e strumento della propria ricerca.
Pensiamo alla produzione di Tériade. L’originalità
dei suoi libri sta nel fatto che egli, editore, affida agli
artisti l’intera ‘concezione’ del libro,
dal testo all’architettura, all’illustrazione.
Ma è proprio in quel gesto di ‘affidare’
il libro che, crediamo, stia la grande differenza con i ‘libri
d’artista’ veri e propri: giungere al libro ‘per
suggerimento’ non consente a questi artisti di andare
oltre la pagina e dunque oltre il genere del ‘libro
illustrato’.
Anche Jazz di Matisse, di solito definito libro d’artista,
nasce «da un’idea dell’editore, che vedendo
le gouaches découpées che Matisse andava facendo,
ritagliando e componendo tra loro carte colorate a tempera,
principale attività del pittore infermo nella solitudine
degli anni di guerra, espresse il desiderio di vederle trasposte
in un ‘libro fiore’ » . L’artista,
dunque, non sceglie il libro, ma accetta l’invito dell’editore,
suo amico.
In questo caso, come in quello di Divertissement di Georges
Rouault, non c’è il testo di uno scrittore: sono
i pensieri dello stesso pittore che vengono «interamente
manoscritti a larghe e rotonde lettere spaziate, a costituire
degli intervalli decorativi, delle pause riposanti, in uno
sfondo sonoro [...] tra il fulgore abbacinante delle tavole.
Il loro ruolo[...] quindi è puramente spettacolare»
. La personalità di Matisse fa sì che questo
libro non sia però un semplice ‘libro illustrato’:
il pittore riesce ad appropriarsi del libro al punto che l’opera
va considerata una tappa fondamentale, poiché «rappresentò
[uno dei momenti di] appropriazione ulteriore della totalità
del libro da parte degli artisti » .
Ben diverso è il caso della produzione di Bruno Munari
considerato ‘il padre del libro d’artista italiano’
. Anche la sua produzione è indice del ritorno alla
carta che caratterizza il secondo dopoguerra, ma nel senso
di «abbandono dei materiali alternativi che avevano
trovato nei futuristi italiani i principali fruitori »
. Infatti, ‘all’abbandono della latta’,
non si accompagna la diminuzione di spirito innovativo.
Proveniente dall’esperienza delle litolatte futuriste,
intorno agli anni ’40, Munari inizia una serie di ‘libri
fatti a mano’ con pagine di differenti tipi di carta,
spessore e colore, ritagliate, incollate, piegate e cucite
con fili.
A proposito dei libri fatti a mano, va detto che si tratta
di un settore particolare della produzione libraria. Non esula
dall’ambito tipologico tradizionale del libro operando
principalmente entro tale tipologia, «in segni, immagini,
parole, affermandovi il valore di una totalità autenticamente
del tutto manuale» . Diverso dal libro raro e prezioso
qual è il libro illustrato (con cui condivide il basso
numero di copie, quando non è esemplare unico), costituisce
piuttosto un filone propedeutico e in parte parallelo all’esperienza
del cosiddetto ‘libro oggetto’ da cui si differenzia
però nettamente: «[…] infatti, più
che essere libro, il ‘libro fatto a mano’ diviene
di fatto ‘opera’, esattamente è l’opera
che si fa libro, ne prende le sembianze tipologiche. Assume
cioè i modi di una nuova disinvoltura di rapporti,
di una sua essenzializzazione e quasi miniaturizzazione, un
darsi per frammenti però risolutivi, uno snodarsi in
sequenza. Che assume insomma una diversa praticabilità,
immediata, trasferibile, tipica del libro quale spazio di
‘consultazione’ anziché quale spazio di
ostensione, com’è invece, tipicamente, quello
dell’opera d’arte visiva, tradizionale o non,
che sia. L’opera, allora, che si fa, appunto nella tipologia
di libro, consultabile, riponibile, immediata e tangibile
come una pagina, trasponibile come un ricordo, un diario,
sfogliabile».
Munari adatta poi alla produzione industriale, alcuni dei
suoi lavori, dando inizio, nel 1953, alla serie di ‘Libri
illegibili’: «Questi libri comunicavano qualcosa
attraverso la natura della carta, lo spessore, la trasparenza,
il formato delle pagine, il colore della carta, la morbidezza
o durezza, il lucido e l’opaco, le fustellature e le
piegature. Un buco che attraversa dodici pagine fa vedere
alla prima pagina cosa c’è nella tredicesima.
Una pagina più stretta di altre si farà notare
per la sua dimensione » . Per dirla con L.Caruso, siamo
innanzi «ad un lavoro che l’autore ha deliberatamente
ideato e realizzato in forma di libro, sfruttandone tutte
le caratteristiche fondamentali, che nascono dall’incrocio
e dalla convivenza di vari codici e che costringono il ‘lettore’
ad un intervento attivo» .
Munari non è solo a contrastare la prevalente produzione
del libro illustrato d’artista. Possiamo infatti affiancargli
l’artista svizzero Dieter Roth che nel 1957 fonda una
sua propria casa editrice, e produce una serie di libri piuttosto
complessi in quanto a formati, tagli, inserti, legature, interventi
manuali, materiali non tradizionalmente pertinenti al libro.
Fra questi spicca una serie di micro-libri fabbricati a partire
da giornali della stampa popolare: alla base vi era la volontà
dell’artista di «trasformare lo strumento di alienazione
che è la stampa popolare in uno strumento di presa
di coscienza; di resistere all’effetto di massa [...]
creando, dall’interno, uno spazio di libertà,
di riappropriazione, [...]. Fare un libro non è un
fine ma un mezzo».
In entrambi i casi possiamo notare un tentativo di ‘entrare
nella realtà’ attraverso la ‘messa a punto’
di nuovi codici, partendo dai codici già esistenti.
Il panorama artistico di contorno, d’altronde, si caratterizza
per una furia analitica, o meglio autoanalitica, ricollegabile
a quell’ investigazione linguistica che è propria
di tutta la cultura della seconda metà del XX secolo.
La letteratura è in crisi innanzi all’evidente
incomunicabilità e non-senso delle parole: il genere
narrativo per eccellenza, il romanzo, si allontana da uno
svolgimento fondato sulla linearità temporale, non
più conciliabile con la pluralità di punti di
vista intorno ai quali esso viene costruito; il lettore verrà
portato al punto di dover seguire non il pensiero dell’autore
narratore, ma piuttosto lo sguardo, che come una cinepresa,
riprende ciò che accade, l’evento essenziale
così come la vita quotidiana. La poesia abbandona le
strutture metrico-linguistiche di secoli, per affidarsi al
potere evocativo della parola sempre più utilizzata
nella sua componente significante che non in quella del significato.
Ciò che viene sostanzialmente messo in discussione
è il potere mimetico del linguaggio. E non solo del
linguaggio scritto, strumento principe dell’espressione
letteraria, ma di ogni linguaggio: si parla di morte della
letteratura, ma anche di morte dell’arte. Si pone in
discussione l’idea stessa del fare arte: a un’idea
di arte a fondamento estetico si sostituisce un’idea
di arte a fondamento sinestetico.
E’ un’avventura iniziata con le avanguardie della
prima metà del secolo e che ormai «aveva seriamente
compromesso le antiche istituzioni culturali e le loro anacronistiche
certezze. Tutta la cultura, perduto ogni rispetto per la grande
tradizione umanistica e ogni garanzia istituzionale, si faceva
‘sperimentale’, abbandonava dogmi e gerarchie
e travalicava persino i confini consueti che ogni genere artistico
aveva da sempre osservato. Sicché, si originarono infiniti
sconfinamenti translinguistici, si intrecciarono tutti i codici
espressivi, si moltiplicarono all’infinito le intrusioni
di materie, suoni, gesti, corporazioni estetiche tradizionali»
: è aperta la strada verso l’intermedialità.
Non dobbiamo quindi stupirci se un importante impulso nello
sviluppo della fenomenologia indagata provenga dal settore
letterario e in particolare dalla poesia: «[...] il
poeta diventa pittore e musicista, cerca quindi la compenetrazione
con gli altri linguaggi e sviluppa tutte le connessioni e
le potenzialità visuali e sonore legate alla disciplina
della parola. La pagina accresce il processo di sottrazione
e con l’isolamento della frase, intesa come entità
formale strappata alle sue connessioni e rescissa dal suo
contesto, impone ed evidenzia la sola entità tipografica
del segno, mentre il margine bianco assume valore di spazio
figurativo intorno al testo. Tutto confluisce nel libro, il
luogo della sperimentazione grafica ma naturale alcova della
parola» .
Siamo alla Poesia concreta. Questo movimento nasce negli anni
’50 come fenomeno internazionale, dal Brasile all’Europa
all’America, con lo scopo di precisare e trattare i
valori visuali della parola senza commistioni con elementi
extraverbali come, ad esempio, il collage di immagini. C’è
un’aspirazione alla totalità della poesia nella
direzione della materialità e della tensione aniconica
della grafia, spingendo la parola in territorio non più
letterario ma essenzialmente di immagine. I puri caratteri
grafici, fattisi forme, sono dotati di dimensione, colore,
qualità. E così, il brasiliano Augusto De Campos
definisce ‘ideogrammi’ le sue composizioni mentre
Eugen Gomringer parla di ‘costellazioni’: «
l’architettura della parola si inserisce nella spazio
del foglio e i bianchi dei margini, memori della lezione di
Mallarmé acquistano il valore semantico dell’assenza
e del silenzio » . Spesso il linguaggio concretista
ricerca connessioni fra segno geometrico e tipografia (Adriano
Spatola, Hamilton Finlay, Lucani Caruso) fino alla trasfigurazione
tridimensionale del verso che approda ad una corporalità
scultorea (Arrigo Lora-Totino e Mirella Bentivoglio): ma a
questo punto la produzione ha già sconfinato nel decennio
successivo.
Gli anni ’50 sono ricchi di fermenti e lo testimoniano
anche le non poche riviste che tengono vivo il dibattito sulle
nuove idee dell’arte e danno vita ad un’editoria
d’arte, spesso con forti spinte oggettuali. In Italia
ricordiamo il Bollettino del M.A.C. a Milano, nel cui ambito
vengono realizzati i libri-illegibili di Munari, ‘Ana
Etc.’ diretta da Martino Oberto a Genova; Documento
Sud, a Napoli; L’esperienza moderna, facente capo a
Perilli e Novelli, e Arti Visive con Burri, Capogrossi, Dorazio
e il poeta Emilio Villa, entrambe a Roma, nel cui ambito si
originano i libri 17 variazioni (1955), di Villa-Burri e Un
eden+precox (1957), di Villa-Novelli.
A proposito di E. Villa, Giorgio Maffei sottolinea che i suoi
libri riannodano « il rapporto fra poesia e materia
pittorica, le scarse tracce della parola, appaiono e scompaiono
come relitti alla deriva, lasciando il campo a segni atti
a travalicare i confini più tradizionali della letterarietà
» . Non a caso il poeta si accompagna ad artisti che
vengono tradizionalmente indicati come esponenti della pittura
informale la cui parabola esistenziale si inserisce nell’arco
cronologico 1945-1963. I due singolari libri di Villa, in
particolare, si inseriscano negli ultimi anni ’50 quando
« [...] esauritasi l’onda calda dell’emotività
informale e subentrando e riemergendo di nuovo il versante
freddo della meditazione, del razionale, del processuale,
il libro beneficiando della rivalutazione degli altri media,
non soltanto si pone al centro di una rinnovata attenzione,
ma si pone come terreno di manifestazione artistica piena.
Con in più un notevole tasso di analiticità,
di riflessività che si diramano in un ventaglio di
attenzione indotta verso l’oggettualità del prodotto,
le sue conformazioni e i suoi vari significati che l’oggetto
può assumere sia in riferimento alle istanze conoscitive
e autoconoscitive dell’operatore sia in relazione al
più ampio universo della comunicazione » . Il
libro, dice Renato Barilli, «esce fuori dagli ambiti
specialistici dell’arte e si afferma come programma
di vita e di intervento sociale» .
In effetti «la più grande rivoluzione dell’arte
contemporanea, non sta nel passaggio dalla figurazione all’astrazione
[ma nel distacco, via via sperimentato, rispetto alle istituzionali
modalità tecniche] per giungere a lavorare in uno spazio
‘reale’ [...], in un tempo reale» . Una
marcia progressiva verso una spazialità tangibile da
mettere in correlazione con quanto è avvenuto parallelamente
nella tecnica con il passaggio dalla fase gutenberghiano-meccanica
a quella dell’impiego dell’energia elettrica:
quando il settore delle correnti deboli (elettronica) investe
il campo dell’informazione (dal telegrafo al video-tape)
l’atto della comunicazione diventa tridimensionale.
La stampa non è più lo strumento di comunicazione
privilegiato; si intacca il primato della pagina dalle dimensioni
ridotte e dal taglio razionale; alla supremazia dell’organo
della vista si sostituisce una correlazione intersensoriale
che spinge verso una fruizione attiva, partecipativa e non
più silenziosa e mentale. Il tutto avviene sulla base
di un confronto con la tecnologia che conduce ad un riconoscimento
della stessa e a tentativi di venire a patti con essa.
Gli avvenimenti artistici fra il 1948 e il 1963 rivelano,
infatti, il progressivo passaggio da un periodo (1948-1956)
caratterizzato dall’affermazione del significato dell’umano
e del materico tramite media tradizionali e artigianali -informale
caldo, per dirla con McLuhan- ad un periodo (1956-1963) segnato
da un’arte che sposta l’attenzione all’uomo
e ai suoi media -informale freddo: le figure di Fontana, Burri,
Dubuffet, De Kooning, Pinot Gallizio e i fenomeni del Lettrismo
di Isou, del Bauhaus Imaginista, dell’Internazionale
Situazionista, sono legati ancora ad un’arte contemplativa
e ad alta informazione che si avvale di strumenti di comunicazione
tradizionali e artiginali (colore, collage, dripping, action
painting), sublimando la materia per esaltarne la carica esistenziale
del soggetto umano, organizzandola in un sistema ‘altro’.
Al contrario l’attività di Morris, Paolini, Beuys,
Gruppo Fluxus, Manzoni, Klein, Kaprow, Rauschenberg, De Maria,
Kounellis esprimono un’arte partecipativo-implicante,
in cui la materia viene scelta e ostentata nella sua essenza
primaria e nella sua naturalità complessa, da leggersi
nella sua ovvietà e banalità quotidiana. La
materia diviene un medium autosignificante d’uso quotidiano
ed extra-artistico: si mescola cioè agli altri media,
è corpo insieme con gli altri corpi, mass-media insieme
agli altri media.
L’informale freddo assume i media assolutizzandoli e
rendendoli autonomi. Così il libro «non è
uno spazio privilegiato o extra-reale e si colloca nel sistema
comunicazionale quotidiano senza alcuna specificità
estetica o artistica. E’ insomma solo un altro spazio,
che naturalmente coincide, insieme con la parola orale, con
il massimo punto di entropia dell’arte e si può
dunque considerare come lavoro d’arte» . Come
tutti i media, anche il libro partecipa di un’ostentazione
dell’essenza dei media biologico-naturali o tecnologici
comune ai movimenti sviluppatisi negli anni ’60, dalla
Pop all’Optical, dalla Minimal alla Conceptual art.
«E’ infatti con i movimenti dopo l’informale
freddo che si continua il graduale processo di assolutizzazione
dell’arte in medium, con un progressivo annullamento
del procedimento artistico in utilizzazione-identificazione
dei media comunicazionali. Mutamento di segno e di significato
che coincide non a caso, con l’avvento del McLuhanesimo
e del Marcusianesimo, movimenti filosofico-comportamentali
che radicalizzano l’importanza dei media tecnologici
e biologico-naturali, rendendoli leggibili e partecipabili.
Da intendersi non più come strumenti o mezzi per discorsi
‘altri’, ma come entità autosignificanti
o ‘messaggi’ » .
E’ in questo clima che nasce il libro d’artista.
Gli artisti trovano nel libro un favorevole «spazio
di pensiero critico per rivolgersi a ciascuno come membro
di una comunità potenziale di riflessione e libertà».
Sia Marcuse che McLuhan dipingono il panorama realizzato dalla
civiltà tecnologica come rivoluzionario. «Per
entrambi la tecnologia non è solo responsabile dell’eliminazione
dei vecchi sistemi di produzione ma anche della creazione
dei nuovi modelli di percezione» . La lacuna creatasi,
fra le arti e l’ordine sociale, è stata colmata
dalla società tecnologica. Soffermandosi in particolare
sui media linguistici, i due ‘eroi’ degli anni
’60 sottolineano gli effetti prodotti dalla nuova civiltà
sull’uso della parola. Cambiano bisogno e uso della
parola ma soprattutto cambiano gli strumenti che la supportavano.
I due autori, «nell’ottica di una società
più libera, propongono un superamento delle strutture
che appartengono alla vecchia società. Entrambi sospettano
la morte del libro come simbolo di una struttura sociale bloccata»
.
Molti fattori concorrono ad una rinuncia al libro: la perdita
del ruolo di guida da parte della letteratura che si presenta
come luogo dell’impasse fra necessità di partecipare
al mondo e l’inadeguatezza della lingua a seguire i
nuovi tempi; la contestazione dei modelli culturali sui quali
si realizzano le arti, insieme al rifiuto delle leggi capitalistiche
che governano il mercato culturale; la ridefinizione dello
statuto di artista come operatore culturale pronto a servirsi
di tutti i mezzi di comunicazione; la fiducia nella tecnologia
e nei nuovi mezzi di produzione.
E’ dalla negazione del libro che inizia la sua trasformazione.
Come abbiamo notato con la Poesia concreta, per primi i poeti
aboliscono le frontiere del libro per sfuggirlo. Ma le nuove
generazioni di poeti, tecnologici, visivi, sonori, escono
dal sistema letterario invadendo altri campi e utilizzando
nuovi strumenti. In più essi sentono l’esigenza
di giustificare la loro operazione attraverso una produzione
critica. Si fondano gruppi e riviste.
A Firenze nel 1963, nasce il Gruppo 70 formato, fra gli altri,
da Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Luciano Ori, Lucia
Marcucci, Ketty La Rocca e Giuseppe Chiari. Insieme al Gruppo
63 (nato nello stesso anno a Palermo ad opera di Edoardo Sanguineti,
Antonio Porta, Umberto Eco, Mario Diacono), organizza importanti
convegni quali ‘Arte e comunicazione’ (1963) e
‘Arte e tecnologia’ (1964) entrambi svoltisi a
Firenze: l’urgenza di una comunicazione di massa qualitativamente
alta ma non elitaria, sperimentale ma leggibile dal grande
pubblico, prende corpo nell’utilizzo del mezzo tecnologico
cui l’arte può ispirarsi per allargare la sua
capacità di penetrazione nella società. Dalla
considerazione della poesia come bene privato al tecnologismo
come bene pubblico: la poesia deve essere trasmessa dagli
altoparlanti negli stadi e dislocata sulle autostrade, deve
cambiare il suo veicolo di comunicazione. Dalla pagina scritta
alla parete della galleria, ai luoghi pubblici e alla performance,
dalle creazioni tipografiche sulla pagina alle opere non stampabili.
All’originario allontanamento dal libro si sostituisce
il recupero del libro nella «lotta distruggendone l’aspetto
e il messaggio tradizionale, utilizzandolo come un modello
di denuncia» : dalla negazione del libro all’anti-libro.
Una spinta forte in questa direzione è data dal movimento
Fluxus.
In una conferenza del 1961, a New York, George Maciunas usò
per la prima volta il termine Fluxus ad indicare le caratteristiche
del movimento che stava costruendo e cioè il suo debordare
e scorrere come fiume pieno di opere e ancor più di
azioni di disturbo, violentemente antagoniste dell’arte
intesa come oggetto di consumo. Fluxus contesta le gerarchie
tra i modi di espressione, vuole eliminare la differenza fra
arte e quotidiano, rifiuta la separazione creatore-fruitore.
L’arte non rappresenta la realtà, ma coincide
con essa. L’arte di tutti e per tutti mescola in una
esplosiva miscela multimediale musica, teatro, performance,
poesia e arti visive e sulla pagina stampata coagula una vocazione
alla riflessione teorica e insieme alla sua esibizione con
la possibilità di superare e di annullare i luoghi
deputati all’esibizione del ‘Sistema Arte’.
L’anti-libro, insieme al festival e alle performance,
sostituisce il Museo, la Galleria d’arte, il Teatro
e deve contenere quindi oltre alle sue capacità informazionali
anche le potenzialità intermediali proprie della pratica
artistica. «Il libro torna a farsi portatore di messaggi
e di idee proprio mentre disgrega definitivamente la sua forma»
. Diventa insieme evento e contenitore di pensiero, immagine
e presenza fisica dell’oggetto artistico. La morfologia
tradizionale dell’oggetto libro risulta inadeguata a
contenere tutto questo e allora si trasforma in boîte,
contenitore, raccoglitore, scatola. Nel 1963 viene pubblicata
la raccolta An Anthology a cura di La Monte Young e Jackson
MacLow con la cura grafica di Maciunas. L’insieme dei
lavori è disomogeneo, discontinuo per forma e contenuto,
progetti di performance, concerti, opere poetiche, tavole
grafiche, sono presentati in tradizionali pagine rilegate,
ma anche in inserti staccati, buste contenitori. Il libro
«si dilata sino ad elevare l’indeterminazione
e il caos a struttura portante delle idee» . Nel 1964
è la volta di Fluxus I, prima opera in forma di scatola,
composta da partiture, pezzi concettuali, oggetti, fotografie,
saggi, contenuti in buste e stampati su carte colorate. Tutto
è contenuto in una confezione di legno foderato di
cartone, materiale necessario alla spedizione: alla galleria
d’arte e alla libreria è sostituito un sistema
di comunicazione e vendita postale senza intermediazioni.
La necessità di divulgazione rende raramente queste
opere ‘uniche’ e a tiratura limitata, ma piuttosto
multipli realizzati in un indeterminato numero di copie che
non perdono valore nella loro moltiplicazione poiché
solo in questo modo assolvono la loro funzione. La volontà
di raggiungere un pubblico ampio porta a strutturare un sistema
di editoria autogestita che consente di sottrarsi all’industria
culturale al potere.
Gli anni 1962-1963, risultano dunque fondamentali per la messa
a punto del genere ‘libro d’artista’ . Ne
è convinta anche Anne Moeglin-Delcroix che indica questi
anni come momento in cui un certo ‘uso’ del libro
crea «una rottura nella cultura, apre un cambiamento
non puntuale o effimero, come l’evento, ma inaugurale,
fondatore e ricco di promesse per il futuro, in una parola
un ‘avvento’» .
Lo dimostra la pubblicazione simultanea di quattro libri:
Twentysix Gasoline Stations dell’artista canadese Edward
Ruscha; Topographie anecdotée du hasard del rumeno
Daniel Spoerri; Dagblegt Bull dello svizzero Diether Roth;
Moi, Ben je signe del francese Ben Vautier. Quattro libri
«assolutamente originali, visivamente molto diversi
eppure simili nel loro progetto e nell’idea che si fanno
del mezzo del libro» .
Avendo spiegato molto presto e a lungo i suoi libri, E. Ruscha
è stato designato come il creatore del paradigma del
libro d’artista, per questo iniziamo da lui. Twentysix
Gasoline Station è un libro dal formato abbastanza
insolito (18 x 14 cm); contiene ventisei riproduzioni fotografiche
in bianco e nero di stazioni di servizio, stampate su carta
ordinaria ma impaginate con grande cura. Non c’è
testo di presentazione, il che, all’epoca, è
molto sorprendente. L’artista stesso ha spiegato che
il suo rifiuto del testo è dovuto al desiderio di presentare
i documenti nel modo più neutro e più obiettivo
possibile, come se si trattasse di semplici riscontri fotografici;
ma, dice l’artista, questi «libri sono libri,
non libri di fotografie» . In altri termini Ruscha è
consapevole di proporre un nuovo tipo di opera.
Lo spirito di questo libro richiama quello che ispira la Pop
Art a quell’epoca: far entrare le immagini della vita
urbana moderna separando l’arte dall’artistico
(dalla sua dimensione artigianale, manuale, soggettiva) con
l’utilizzo delle tecniche industriali di riproduzione
e moltiplicazione delle immagini in serie. Spiega Ruscha:
«Le fotografie che uso non sono in alcun modo ‘artistiche’.
[...] Uno degli obbiettivi del mio libro è la realizzazione
di un oggetto fatto a mano in serie. [...] Una volta che ho
deciso tutti i dettagli -fotografie, impaginazione, ecc. -
quello che voglio veramente è una patina professionale,
una finitura nettamente meccanica. [...] Non sto cercando
di creare un libro prezioso in edizione limitata, ma un prodotto
in serie di prim’ordine» . In altre parole, la
qualità e l’industrialità dell’opera
non devono essere confuse con il ‘fatto a mano’.
L’opera di Ruscha ci consente già di sottolineare
alcuni tratti significativi del libro d’artista. Il
primo riguarda la natura dell’opera d’arte: si
tratta di mettere l’arte a disposizione della maggioranza,
non sotto forma di riproduzioni di opere, ma sotto forma di
opere concepite per la riproduzione. Twentysix Gasoline Stations
fu la prima volta pubblicato in 400 copie numerate (riflesso
tradizionale cui l’autore si pentirà di aver
ceduto) poi, nel 1969, in 3000.
Il secondo tratto riguarda la libertà dell’artista.
Il libro è infatti una risposta al desiderio dell’artista
di svincolarsi dall’istituzione artistica stessa, fortemente
dipendente dalle gallerie e dai commercianti. Il libro, al
contrario, è una produzione controllabile dall’inizio
alla fine: si auto-pubblica e si auto-diffonde. Dice ancora
l’artista californiano: «Quando inizio uno di
questi libri, riesco ad essere l’impresario della cosa,
riesco ad esserne il maggiordomo, riesco ad esserne il creatore
e il proprietario esclusivo di tutti i lavori, e mi piace»
.
Infine va sottolineata la nuova relazione con il pubblico.
Il bisogno di restare proprietari del proprio lavoro è
strettamente legato al dibattito sullo statuto dell’arte
come merce speculativa riservata ad un piccolo numero di collezionisti.
Nei musei e nelle gallerie, Ruscha vendeva i propri libri
per pochi dollari, giusto per poter fare altri libri, altrimenti
li regalava: si mira ad aggiungere un nuovo tipo di oggetti
a quelli già esistenti sul mercato dell’arte,
per creare, grazie ad essi, un nuovo rapporto con l’arte,
non mercantile.
Queste novità vengono confermate dal libro di Daniel
Spoerri, Topographie anecdotée du hasard. E’
un librettino di 50 pagine che contiene solo testo. L’artista
vi descrive, in modo molto obiettivo e metodico, tutto ciò
che si trova sul tavolo della sua camera di hotel, aggiungendo
alla descrizione degli 80 oggetti che la occupano, tutti i
ricordi che vi sono associati. All’inizio degli anni
’60, un libro di questo tipo, dalla definizione incerta,
ma che non è in ogni caso né un catalogo dello
scultore, né un diario d’artista, né un
manifesto teorico, è ancora più sorprendente
del libro di fotografie di Ruscha. Ancora più singolari
sono le circostanze della pubblicazione, in occasione di una
personale dell’autore. Spoerri stesso ha raccontato
di essere riuscito a convincere non senza difficoltà,
la sua galleria ad usare il denaro destinato alla produzione
dei biglietti di invito per stampare un libretto economico
in 1000 copie da inviare poi per posta. Nell’edizione
della Something Else Press, Dick Higgins, nella sua presentazione,
scriveva: «Spoerri definisce l’arte con ciò
che fanno gli artisti. Non si tratta di solipsismo, ma di
un modo per insistere sul fatto che l’arte deve essere
in relazione con la vita» : il libro crea questo rapporto.
Ed è questo spirito che anima anche le scelte di Dieter
Roth del quale si è già trattato nelle pagine
precedenti e alle quali si rinvia.
Ultimo componente del quartetto preso in considerazione dalla
Moeglin-Delcroix, è Moi, Ben je signe di Ben Vautier.
Questo libro (in realtà dei fogli non rilegati) è
stampato dall’artista sul suo ciclostile, in un centinaio
di copie, il cui colophon indica in lettere maiuscole che
sono ‘NON numerate’, ‘NON firmate’,
per sottolineare che il limite della tiratura non è
voluto per se stesso, ma proviene da vincoli particolari legati
alla fabbricazione e probabilmente da una valutazione realistica
del numero dei lettori potenziali cui Ben lo invierà.
Sotto la copertina di carta di mais, carta destinata originariamente
ad avvolgere delle patatine fritte, i foglietti, in carta
grigia da macellaio, contengono testi ciclostilati (dichiarazioni,
manifesti, progetti artistici, frammenti di autobiografia
e di catalogo ragionato, ecc.) e oggetti reali incollati sulla
carta ( un disco, una lama di rasoio, un’etichetta di
vino, una cartolina, ecc.). Questo libro nella sua forma modesta,
persino povera, è emblema del rifiuto dell’oggetto
prezioso e raro. Essere artista per Ben vuol dire mettere
in ‘gesti’ le sue idee sull’arte. Il libro
è il mezzo ideale di espressione del pensiero ma allo
stesso tempo consente che l’idea e la realtà
si incontrino. L’artista introduce nel suo libro oggetti
veri: non c’è una rappresentazione della realtà,
il libro è esso stesso realtà. Il libro è
‘spazio totale’, fatto di idee ma anche di tracce
d’azione.
Siamo al libro d’artista.
Il nostro viaggio è terminato. Pur seguendo un filo
conduttore cronologico, non abbiamo voluto fare la storia
né giungere ad una ‘definizione’ del ‘libro
d’artista’ che, per il suo carattere intermediatico
risulta ‘bastardo per definizione’. Abbiamo invece
cercato di indicare, attraverso il richiamo alle posizioni
di quanti, fra critici e artisti, sono intervenuti sull’argomento,
le tappe di una ‘lunga gestazione’ conclusasi,
agli inizi degli anni sessanta (fra il 1962 e il 1963), con
la nascita di un genere che pur presentando caratteristiche
precise, si è prestato alle più svariate utilizzazioni.
Il richiamo alla prospettiva della Moeglin-Delcroix ci ha
consentito, inoltre, di rivalutare l’apporto dello spirito
della Pop art, mostrando che non è l’Arte concettuale
ad essere la prima a contribuire all’ ‘invenzione’
del libro d’artista. Senza dubbio, però, è
lei a contribuire al suo riconoscimento, facendone una dimensione
primaria ed essenziale del percorso creativo e attirando l’attenzione
dei critici. E