Mariangela Parisi
IL
LABORATORIO DI NOLA
PREMESSA
Libro
d’artista: per qualcuno esiste da sempre, secondo altri
ha un preciso anno di nascita. Secondo alcuni può assumere
forme varie, per altri si tratta di una categoria con caratteristiche
ben definite, nettamente differenziata dagli altri casi in
cui un artista lega il proprio nome ad un libro.
Si tratta di un settore talmente magmatico che porta chiunque
venga ad imbattervisi a non ritenere le proprie conclusioni
come certe e inattaccabili: si tratta infatti di un fenomeno
che sfugge ad una rigida apposizione di confini, come un organismo
in continua evoluzione. La singolarità dell’oggetto,
per il quale il mondo dell’arte si è incontrato
e scontrato (e ancora si incontra e si scontra) nel tentativo
di delinearne un preciso profilo, ha messo in evidenza l’inefficacia
dei mezzi consueti nell’analisi artistica: non si devono
fare i conti semplicemente con un quadro o una scultura, ma
con un libro, scelto in quanto tale dagli artisti come spazio
per saggiare e allo stesso tempo rinnovare il proprio modo
di fare arte, trasformando in tal modo l’oggetto libro
in opera d’arte.
Questa problematicità del fenomeno del ‘libro
entrato nella sfera dell’arte’ è messa
in evidenza nel primo capitolo della nostra indagine nel quale,
pur seguendo un percorso cronologico, non abbiamo voluto fare
né la storia né giungere ad una definizione
del ‘libro d’artista’, ma abbiamo cercato
di indicare, attraverso il richiamo a posizioni di quanti,
fra critici e artisti, sono intervenuti sull’argomento,
e attraverso il rimando a importanti esempi di prodotti del
settore in questione, le differenti possibilità di
approccio al fenomeno: diverse sono le storie che si possono
scrivere a seconda se privilegiamo il punto di vista dell’editore,
quello dell’artista oppure quello del poeta e dello
scrittore o addirittura quello del collezionista.
La storia poi cambia ancora se si parte dal libro e dalla
funzione che esso è chiamato a svolgere: Guardare,
raccontare, pensare, conservare, così recita il titolo
della singolarissima mostra tenutasi a Mantova, nella Casa
del Mantenga, nel 2004, cui abbiamo ritenuto necessario dover
dedicare, per intero, il terzo paragrafo del primo capitolo.
Una mostra alla cui base vi è una concezione del libro
d’artista come prodotto tipico degli anni sessanta (
precisamente l’anno di nascita è indicato nel
1962), creato sotto diretta responsabilità dell’artista,
in quantità illimitate e a prezzi accessibili necessari
per lo sviluppo del processo di democratizzazione dell’arte
che imperava in quegli anni.
Una concezione sposata, oggi, da gran parte degli operatori
del settore e che è stata da noi tenuta in considerazione
non solo nello svolgimento del primo capitolo ma anche nello
studio di parte dei libri contenuti nel Fondo Bertini acquisito
nel 2000 dalla Biblioteca Nazionale di Firenze, acquisto che
ha prodotto l’occasione per lo svolgimento del lavoro
di tesi che ha visto la luce nel giugno del 2005 e da cui
sono tratti i capitoli dedicati alle edizioni del Laboratorio
di Nola. Per tutti i libri analizzati abbiamo trovato una
certa difficoltà a dover escludere dalla categoria
di ‘libri d’artista’, secondo la concezione
più sopra riferita, prodotti che, non solo risultano
interamente concepiti dagli artisti, scelti da questi come
spazio di ricerca ed espressione, ma soprattutto sono la prova
tangibile della stessa volontà di impegno culturale
e civile testimoniata dai libri d’artista propriamente
detti.
Una caratteristica questa tutt’altro che secondaria.
Infatti riteniamo di poterla considerare fattore propulsivo
dell’intera produzione nella quale ci siamo imbattuti
che nella maggioranza dei casi risulta frutto di un dialogo
fra intelligenze di differente sensibilità: quella
dell’ artista e quella dello scrittore ma anche quella
dell’editore/stampatore che oltre ad essere il propiziatore
dell’incontro, fornisce molte volte un contributo fondamentale
alla nascita delle opere.
Non si creda però che si tratti sic et simpliciter
di libri illustrati o livres de peintre: i linguaggi che si
vengono ad incontrare, si confrontano evitando di sopraffarsi
per offrire così due diversi mezzi di comunicazione
della realtà. Per questo siamo stati spinti a definire
larga parte dei libri studiati livres de dialogue, definizione
introdotta da Yves Peyré nel suo libro Peinture et
poésie (Gallimard, 2001), per indicare quei libri frutto
di una creazione simultanea fatta di esperienze contemporanee
capaci di suscitare una sensazione di unità spirituale,
in cui testo e grafica dialogano alla pari evitando sia che
il testo divenga il pretesto per un’autonoma reinterpretazione
da parte dell’artista ( ed è il caso dei livres
de peintre) sia che l’illustrazione si riduca a svolgere
una funzione didascalica e decorativa (ed è il caso
dei livres illustrè).
Ma la nostra potrebbe rivelarsi solo una delle possibili storie
che hanno per protagonisti questi singolari prodotti e i loro
autori. Mantenendo il distacco che si è assunto per
l’intera trattazione, si rinvia alle pagine seguenti
per saggiare il fascino di un fenomeno, il libro d’artista
appunto, che si sostanzia forse proprio nel suo essere sfuggente
a rigide griglie interpretative restando così fedele
alle sue origini, restando fedele al liber termine che richiama
sì il libro ma anche il concetto di libertà.
CAPITOLO PRIMO
Il libro d’artista fra storia e critica
I.
1 Da Mallarmé agli anni ‘30
«Libro quando ti chiudo/ apro la vita/...Libro, tu non
hai potuto/ incartarmi, / non mi riempisti/ di tipografia/...non
potesti/ rilegare i miei occhi/...Amo i libri/ esploratori/...ma/
odio/ il libro ragno/...Libro, lasciami libero/...Non voglio
andare vestito/ da volume/...ritorna alla tua biblioteca/
io me ne vado per le strade...» . E ancora, «Libro/
bello...foglio/ dopo foglio, / odora/ la tua carta...Noi/
poeti/ erranti/...Quale fu la nostra vittoria?/ Un libro,
/ un libro pieno/ di contatti umani, /...un libro/ è
la vittoria./ Vive e cade/ come tutti i frutti...» .
Così scriveva Pablo Neruda negli anni cinquanta del
secolo scorso, dedicando due odi al libro. Due odi per una
poesia ‘elementare’, una poesia ‘materiale’
che mira a sottolineare il ruolo del libro come raccoglitore
di esperienze reali, come contenitore positivo di sapere acquisito,
empirico, non teorico, non di fantasia ma di rapporti umani.
Una poesia indicativa di come un oggetto, la cui quotidianità
è tale da sfociare in banale ovvietà, possa
dar luogo ad atteggiamenti meditativi fortemente legati al
suo ruolo di millenario medium culturale. E proprio a quest’atteggiamento
riflessivo, che può caratterizzare le più svariate
posizioni, si ricollega il fenomeno del ‘libro d’artista’.
Cos’è un libro d’artista? Difficile darne
una definizione precisa. Siamo, infatti, innanzi ad un «settore
magmatico» , che sfugge «per sua stessa natura
ad una classificazione rigida con buona pace di tanti giovani
assemblatori di mostre, inventori di generi e sottogeneri
legati a mode fittizie, come il timbro d’artista, la
cartolina, il video, il disco, l’etichetta, la bottiglia,
il paravento ecc. ecc. sempre d’artista s’ intende,
che sono tutte proposizioni legittime fino a quando si vuole
sottolineare una tecnica o un mezzo, ma che non hanno fondamento
quando si pretende di elevarle a categorie più o meno
assolute». Siamo innanzi ad un’entità particolare
e poliforme: «non è solo un libro, poiché
appartiene ad una possibile, ma imprecisa, categoria artistica
e nella qualità proprio di oggetto d’arte, respinge
le comuni regole di classificazione. Descriverlo con i mezzi
propri e consueti dell’analisi artistica, come fosse
un quadro o una scultura certo non è corretto, poiché
quasi sempre è in forma di libro e del libro mantiene
e contiene tutti gli elementi costitutivi». Sarebbe,
d’altra parte, altrettanto poco corretto utilizzare
criteri biblioteconomici, visto che si tratta di un oggetto
che, per le sue stesse peculiari caratteristiche, raramente
è posseduto dalle biblioteche, trovandosi infatti prevalentemente
in collezioni private .
Si tratta di un fenomeno che vede il libro essere non solo
un mezzo, ma più propriamente un luogo di ‘sperimentazione’,
un «luogo di ricerca», come ben sottolinea il
titolo della prima mostra di livello internazionale curata
per la XXXVI Biennale di Venezia da R.Barilli e D. Palazzoli
nel 1972. Affermano i due curatori: «Il libro non è
la spiegazione o la documentazione di un’opera esistente
o esistita altrove. Il libro è l’opera[...]il
libro è il tentativo circoscritto su cui [l’artista]
conduce le proprie operazioni logiche e formali, [creando
e oggettivando] un proprio codice in quanto ricerca autonoma»
.
Non diversamente Germano Celant nell’articolo Il libro
come lavoro d’arte , considerato il capofila delle analisi
critiche sul genere: «Il lavoro ‘tramite’
e ‘sul’ libro[...]non deve evidentemente essere
considerato come operazione visuale ma come argomento riguardo
alla natura e alle possibilità funzionali dell’arte
o della ricerca comunicazionale[...]»; il medium dunque
va inteso come appendice dell’individualità e
soggettività dell’artista. Riflessioni, queste,
che nascono in relazione all’inflazione, a partire dagli
anni ’60, dell’uso del medium libro come strumento
per «occupare qualsiasi spazio espressivo [per] ricavare
una sensazione reale di visibile penetrazione all’interno
della società e di conseguenza un ruolo attivo per
l’artista [...] il libro per la sua forma e per la sua
costituzione, per la sua storia e per il fatto che è
il contenitore per eccellenza di idee [diventa] oggetto a
sua volta di operazioni varie straordinariamente riuscite»
.
E proprio agli anni ’60 viene fatta risalire la nascita
del ‘libro d’artista’. Ma individuare un
momento alquanto preciso per la nascita di un fenomeno, non
significa ritenere che questo nasca dal nulla e all’improvviso.
Come ben sottolinea Luciano Caruso , non si può ignorare
il contributo dato dai fermenti rigenerativi che caratterizzano
il clima culturale della fine del XIX secolo e che avrebbero
condotto al periodo avanguardistico. E’ in questo clima
di rottura che vanno rintracciate le premesse necessarie che
fondano la prospettiva lungo la quale «la natura del
libro va spostandosi sempre più dal piano dell’illustrazione
incisoria, della calcografia, della grafica insomma, quindi
da un essere oggetto estetico attraverso la presenza dell’illustrazione,
ad un essere vero e proprio totale oggetto estetico, graficamente,
ma anche in certa misura plasticamente reinventato. E approdando
al piano dell’invenzione oggettuale plastica, unitaria
appunto, del libro stesso (unico o moltlipicato a piccola
tiratura). Fino a costituirsi negli ultimi decenni come una
sorta di tipologia categoriale dell’oggetto estetico
intermediale» .
Un discorso, quello ‘intorno’ al libro, che si
può peraltro dire si perda nella notte dei tempi fondandosi,
in sostanza, sul plurisecolare rapporto fra arte e scrittura,
fra parola e immagine: dai calligrammi alessandrini ai carmina
figurata dei poeti latini medievali, alle secentine, per giungere
ai libri illustrati fra ottocento e novecento, fino alla poesia
visiva e concreta. Ed è proprio questa caratteristica
d’interdisciplinarità, su cui si fonda il fenomeno
indagato, che ci porta ad individuare una delle esperienze
più significative per lo sviluppo della concezione
del libro come opera d’arte in un prodotto legato al
nome di un poeta: Un coup de dés jamais n’abolira
l’hasard di Stephane Mallarmè apparso per la
prima volta, nel 1897, come testo, sulla rivista internazionale
Cosmopolis e poi pubblicato nelle Editions de la Nouvelle
Revue Française, nel 1914. Un’ ‘opera’,
frutto di una travagliata ricerca solitaria, in un clima,
quello di fine ottocento appunto, di ‘rigenerazione’
dei generi letterari dimostrantisi inadatti a dar voce al
nuovo rapporto uomo-universo che si poneva sempre più
in termini di un dualismo tutt’altro che dialettico.
Dalla fine del settecento la civiltà «si è
stabilita sempre più saldamente su di una concezione
razionale e positiva dell’universo e della vita, e la
sua pressione sullo spirito umano (una specie di rifiuto dell’inconscio),
si è esercitata con violenza sempre maggiore. Infatti
essa ha separato l’uomo dall’universo e da una
parte di se stesso è [...] ed ha esagerato fino ad
un grado quasi intollerabile la naturale discordanza tra le
esigenze totali dello spirito e l’esistenza limitata
concessa all’uomo» . E’ innanzi a questo
stato d’alienazione che, a partire da Baudelaire, la
poesia tende a «diventare un’etica e quasi uno
strumento di conoscenza metafisica» , mira a cambiare
l’uomo, a fargli toccare l’essere, « a ricreare
mediante il verbo, la felicità perduta » .
Fra questi nuovi poeti c’è appunto Mallarmé,
inserito da Marcel Rymond, guarda caso, fra quei ‘seguaci’
di Baudelaire indicati col termine di artisti, proprio a voler
sottolineare la loro volontà di recupero della ‘potenza
creativa’ della parola. E proprio Mallarmé afferma
in Les fenêtres : «…Je me mire et me vois
Ange!...», cioè «..io mi rispecchio e mi
vedo Angelo...», ponendosi nella posizione dell’uomo
che rifiuta l’esistenza e si vorrebbe simile a Dio,
del poeta che ‘sente’ la parola non come medio
termine fra due soggetti ma come strumento di potere, una
parola che ci «intima il divenire più che non
ci ecciti a comprendere» (dice Valéry).
Mallarmé, in quanto poeta, aspira a comporre l’Opera,
il Libro, per sottomettere ciò che il pensiero non
può sottomettere, l’Azzardo. Un libro, per «la
spiegazione orfica della Terra, che è il solo dovere
del poeta e il gioco letterario per eccellenza» ; un
libro che si avvicina al sogno della creazione «isolando
nel suo formarsi e nel suo definirsi un pensiero che concerne
l’impossibilità di quel sogno. Infatti, nessun
tiro di dadi (operazione umana) potrà mai eliminare
il caso (ragione del nostro essere) » , un libro interamente
‘pensato’ dal poeta stesso. Un coup de dés
è la concretizzazione di questa aspirazione , la concretizzazione
di un’idea, un’opera innovativa che, come afferma
lo stesso Mallarmé nella nota introduttiva al poema,
rompe con la tradizione «quanto basta per far aprire
gli occhi ». E ancora, «il racconto è evitato
[...] risulta, per chi voglia leggere ad alta voce, una partitura»;
la parola vive delle sue qualità ritmico visive: «l’unico
compito del poeta [...] il ritmo stesso del libro allora impersonale
e vivo, perfino nell’impaginazione [...]».
Il libro è studiato nei suoi componenti, dal formato
al carattere tipografico, dalla disposizione della parole
al loro alternarsi agli spazi bianchi, tutto confluisce, recita
ancora l’introduzione, «[...] in una specie di
apparato scenico spirituale esatto[...]». Ed è
proprio questo carattere di progettualità, questa consapevole
intenzionalità nell’intervenire sul libro (intervento
che non riguarda ancora la struttura del medium) che porta
molti a considerare Un coup il «padre ispiratore del
libro d’artista» . Un progetto alla cui base c’è
una «mentalità di impronta simbolista immaginativamente
liberatoria» , tipica di quella «congiuntura complessa
ma sufficientemente convergente di mozioni...rubricata sotto
l’etichetta di Art Noveau» . Si viene affermando
un preciso «interesse per la sinestesia [...] fra un
tipo di manifestazione estetica e l’altro [...] sul
principio che l’arte non abbia il compito di realizzare
opere singole in un nuovo stile bensì di essere totalmente
mescolata alla vita» .
Una mentalità liberatoria dunque anche dalla tradizione
gutenberghiana: si può parlare di ‘parola dipinta’,
poiché la corrispondenza fra linguaggio e figura è
totale, aprendo così a nuove possibilità comunicative
anche per l’utilizzo di nuove tecniche, quali la litografia.
Si intravede un «libro ove il testo sia stato illustrato
da un artista visivo, ma ove questi abbia immaginato unitariamente
una possibilità visualizzata di presentazione del testo
[...] una prospettiva nuova di implicazione progettuale [...]
nel senso che il libro nasce da un progetto unitario [...]
segnico-iconico-testuale [...]» , che indirizza verso
la tipologia del libro d’artista propriamente detto.
Il testo mallarmeano, pubblicato su Cosmopolis, attirò
l’attenzione anche dell’editore e gallerista Ambrosie
Vollard che ne propose una preziosa edizione con tavole del
pittore simbolista Odilon Redon. Il progetto (approvato da
Mallarmé sebbene vanificasse la sua ispirazione poetica)
non trovò attuazione, ma il richiamo ad esso è
ugualmente importante, ci permette infatti di posare la nostra
attenzione sulla figura del mercante d’arte-editore,
individuabile come un altro dei fattori propulsivi del fenomeno
di ‘reinvenzione’ del libro. Amboise Vollard,
Daniel-Henry Kahnweiler, Ilja Zdanevich (Iliazd), Efstratios
Eleftheriades (Tériade), con il loro intuito e il loro
sostegno finanziario, contribuiscono all’irrompere delle
correnti avanguardistiche. Impressionisti, cubisti, fauves,
surrealisti, dadaisti sono da loro riconosciuti per lo straordinario
valore, prima e anche contro la critica contemporanea.
E’ merito di questi mercanti l’aver compreso che
pittura e scrittura ‘dovevano’ incontrarsi perché
la pittura potesse evolvere: la pagina del libro si apprestava
ad essere considerata come una tela.
L’incontro di artisti e scrittori si collega ad un tentativo
di reazione allo scadimento qualitativo del libro in conseguenza
dell’alfabetizzazione, dell’urbanizzazione, della
diffusione di giornali e periodici: la produzione libraria
era divenuta produzione di massa. Intervengono proprio gli
editori a ridare all’opera tipografica lo status di
‘beau livre’. La novità sta nel fatto che
ad occuparsi dell’immagine non sono illustratori-incisori
professionisti ma pittori e scultori.
Così «le caratteristiche materiali del libro
conoscono un salto di qualità: non più prodotto
di massa, ma frutto di una intensa complicità creativa
tra l’artista e l’autore del testo promossa e
seguita dall’editore artigiano, il libro viene illustrato
da disegni originali, stampato su carte pregiate, sovente
fabbricate a mano, in tirature limitate normalmente a non
più di 250/300 esemplari e spesso a non più
di qualche decina» . E’ questa la categoria tipografica
che si è soliti indicare con l’espressione di
‘libro illustrato’: un genere di pubblicazioni
di grande raffinatezza tecnica, realizzate con materiali di
pregio, spesso a tiratura limitata e con incisioni originali
destinate ad un pubblico di intenditori. Una categoria che
comprende al suo interno una pluralità di tipologie
individuabili in base al rapporto che si viene a stabilire
fra artista e autore del testo. Si tende infatti a distinguere
fra livre illustré, livre de peintre, livre de dialogue
. Per ‘livre de dialogue’ , si intende una creazione
simultanea fatta da esperienze contemporanee capaci di suscitare
«una sensazione di unità spirituale» e
in cui non c’e una prevalenza del testo sulla serie
grafica né di questa sul primo. C’è una
complicità (che molte volte vede un ruolo attivo e
non secondario dell’editore) che manca quando il testo
diviene pretesto per un’autonoma reintrepretazione da
parte dell’artista (ed è il caso dei ‘livres
de peintre’) , pur con esiti di straordinaria bellezza,
o quando l’illustrazione si riduce a svolgere una funzione
didascalica, decorativa (ed è il caso dei ‘livres
illustrè’) .
Nel 1895, al n. 41 della Rue Lafitte, proprio Amboise Vollard,
inaugura ‘La Cantina’, uno dei tanti locali che
hanno caratterizzato la vita intellettuale parigina degli
inizi del ‘900: ritrovo di artisti, intellettuali, letterati
che risultano per il mercante una sollecitazione verso l’esperienza
editoriale. Fra i frutti della sua attività spicca
Parallèlement, del 1900: Pierre Bonnard è chiamato
ad eseguire le illustrazioni per i versi di Verlaine. Un nome
quello di Bonnard legato al gruppo dei Nabis, artisti colti
nella letteratura antica ma entusiasti per le opere moderne
e aspiranti al superamento, nell’arte, del naturalismo
e dell’ accademismo vigenti, che «vedevano nella
pratica dell’illustrazione qualcosa di estremamente
affascinante poiché poteva permettere un’appropriazione
del testo per rifarne un’altra opera d’arte: dal
connubio fra parola e elementi plastici nasce» una nuova
realtà del libro. Il libro non ebbe il successo sperato:
era troppo lontano dal gusto dei bibliofili del tempo. Non
solo accantonava la tecnica xilografica a vantaggio di quella
litografica, ma troppa era la libertà lasciata al pittore
le cui illustrazioni in rosa «sembrano incorniciare
e a volte abbracciare i versi di Verlaine, riempiendo spesso
tutta la pagina che ha così la stessa valenza di una
tela» .
Non inferiore fu il contributo del tedesco Daniel-Henry Kahnweiler
. Ogni artista che frequentava la sua galleria doveva illustrare
un libro: Picasso, Braque, Delaunay si trovano a collaborare
con Max Jacob, Reverdy, Cendras, Apollinaire. Sono esponenti
di una poesia e di una pittura che continuano nel tentativo
di affermarsi come gesti da demiurgo, continuano nel tentativo
di elevarsi « fino ad una contemplazione sovrumana delle
cose » , nella ricerca di quella che proprio Apollinaire,
nei Peintres cubistes, definisce ‘quarta dimensione’.
Eppure, la loro collaborazione non dà luogo a prodotti
di rottura con la tradizione bibliofila, come dimostra L’enchanteur
pourrissant, libro contenente un racconto poetico di Apollinaire,
popolato dai personaggi della Tavola Rotonda, con nove xilografie
di Derain, a tutta pagina, con figura umana al centro, sullo
sfondo di una lussureggiante foresta: il rapporto si stabilisce
in termini di decorazione e spiegazione del testo.
Sia Parallèlement che L’enchanteur pourrissant,
però, non possono dirsi veri e propri ‘libri
d’artista’, poiché manca quel carattere
che viene riconosciuto come proprio di questo ‘genere’:
il ruolo esclusivo dell’artista nella concezione e composizione
del libro. Si presentano invece come prodotti ‘collettivi’
non troppo diversamente dai codici degli amanuensi medievali.
Sono libri che si collocano in una «situazione intermedia
fra libro illustrato e libro d’artista [...] per quanto
innovativi nel rapporto fra immagini e testo, non modificano
il rapporto di necessità con la parte verbale ricadendo
spesso nella condizione di una speciale produzione d’arte»
.
Un libro d’artista, invece, è un’opera
d’arte o meglio è ‘come’ un’opera
d’arte, è «insieme il proprio testo e il
proprio contesto, nel senso ad esempio che ‘gli altri’
libri d’arte, [ nel denso di libri sull’arte],
per riprodurre un’opera dovrebbero [riprodurla] in toto
» ; l’artista «invece di applicare al libro
le risorse della creazione artistica, utilizza le possibilità
tecniche del libro come mezzo di espressione artistica [...]
il libro come opera d’arte diviene il suo proprio soggetto
e, di qui, l’oggetto di esposizioni che non sono più
esposizioni di libri ma esposizioni d’arte» .
Nell’ambito delle avanguardie storiche (soprattutto
in ambito cubista), il ricorso al libro si spiega, dunque,
all’interno di una strategia mercantilistica d’arte
che « ha necessità di un prodotto di penetrazione
collezionistica meno ostico o comunque più appetibile
di quanto lo siano le opere di avanguardia, e certo economicamente
più accessibile» .
Ma questo è quello che può definirsi l’aspetto
più macroscopico della produzione avanguardistica.
Parallelamente si sviluppa, infatti, « una problematica
d’affermazione ideologica-creativa, attraverso l’appropriazione
visualizzata della pagina stampata del libro [...] oppure
un’implicazione oggettualizzata, oltre che visualizzata,
del libro medesimo» .
Alla «messa in discussione del libro [si affianca] la
fuga dal libro, inteso come strumento privilegiato di un sapere,
che rimanda sempre ad altro da sé e che si intendeva
rifiutare» . Si opera in direzione di una negazione
del libro visto quale testimone di un «rapporto ‘necromorfo’
fra l’io e il mondo [e incarnazione del] veicolo privilegiato
delle forze passatiste» .
Sono esperienze che gettano i semi per lo sviluppo di quella
tipologia indicata, oggi, con l’espressione di ‘libro-oggetto’,
cioè un’opera fondata sull’ «oggettualizzazione
cosale della visualità del libro, ad opera di un’artista,
il più delle volte quale produzione di un unicum»
. Il libro tende ad allontanarsi dalla sua funzione di supporto
a testo o immagini per porsi come oggetto ‘godibile’
nella sua interezza e attraverso un coinvolgimento di tutti
i sensi. Rifiutare il libro come simbolo significava contrapporsi
al vigente sistema linguistico basato sulla continuità
temporale, sui limiti spaziali, principi che la civiltà
aveva adattato «alle qualità intrinseche dell’oggetto-libro»
.
E’ sufficiente leggere le parole usate, nel 1913, nel
manifesto Distruzione della sintassi, immaginazione senza
fili e parole in libertà, da Filippo Tommaso Marinetti,
fondatore nel 1909 del movimento futurista, per comprendere
quali fossero i nuovi orizzonti avanguardistici: «[...]
io inizio una rivoluzione tipografica, diretta contro la bestiale
e nauseante concezione del libro di versi e dannunziana, la
carta a mano seicentesca, fregiata di galee, minerve e apolli,
di iniziali rosse e ghirigori, ortaggi mitologici, nastri
da messale, epigrafi e numeri romani. Il libro deve essere
l’espressione futurista del nostro pensiero futurista
[...] »; una rivoluzione, scrive ancora il poeta, «diretta
contro la cosiddetta armonia tipografica della pagina, che
è contraria al flusso e riflusso, ai sobbalzi e agli
scoppi dello stile che scorre nella pagina stessa».
Il Futurismo inizia una battaglia culturale, portata avanti
con atteggiamento fortemente polemico, per esprimere alcune
esigenze reali dell’epoca nuova: essere moderni, cogliere
le trasformazioni della vita apportate dalla tecnica, adeguare
anche l’espressione ai tempi della rivoluzione industriale:
«Com’è possibile nell’era della macchina,
continuare a scrivere, a dipingere, a costruire, a far musica
come al tempo delle diligenze e dell’artigianato? Lo
stile, il linguaggio poetico, pittorico, musicale, architettonico
devono adeguarsi al nuovo ritmo della vita [...] lo stile
deve diventare rapido, scattante, turbinante come la vita
moderna nel suo incessante esplodere e pulsare; quindi, in
poesia le parole in libertà, in musica gli intonarumori,
in architettura il materiale metallico e industriale, in arte
il dinamismo plastico. Solo questi mezzi e questi modi possono
garantire la traduzione estetica del nuovo ideale di bellezza»
.
Zang Tumb Tumb. Adrianopoli ottobre 1912 di Marinetti è
uno dei nuovi frutti di questa rivoluzione grafico-poetica
fondata sulla simultaneità percettiva. Un valore, questo,
che ritroviamo anche in Bïf&zf+18.Simultaneità
e in Chiasmi lirici di Soffici, in Piedigrotta. Parole in
libertà di Cangiullo del 1916 e Guerrapittura di Carrà
del 1915.
Il libro acquista la funzione concreta di supporto di un messaggio
non scrittorio, ma sostanzialmente visivo. Marinetti è
fra i primi a cogliere l’intuizione di Mallarmé:
un libro in cui ogni cosa potesse essere pensata, in cui la
disposizione delle parti, la loro alternanza e la loro relazione,
fossero frutto di una riflessione.
Quelli dei futuristi italiani non sono esperimenti isolati.
Nel 1913, in ambito cubista ( il che aumenta la sua ‘eccezionalià’
), Sonja Delaunay visualizza immaginosamente, a pochoir
( stesura di colori a mano con stampini predisposti), La prose
du Transsibérien et de la Petit Jehanne de France di
Blaise Cendras: il continuum temporale del monologo letterario
che si svolge sul convoglio transiberiano, si realizza nel
formato verticale di una striscia ripiegabile a guisa di libro.
Un testo che rompe con lo standard cubista, affiancandosi
per originalità al singolarissimo Contemplazioni di
Arturo Martini del 1918: xilografie nere su pagine bianche
realizzano un libro di scrittura asemantica, a suggerire la
struttura fondamentale di una poesia o di un brano musicale.
E ancora, Tragedia di Vladimir Majakovskij, pubblicato nel
1914, con interventi di Vladimir Burljuk, in cui il testo
è fortemente sensibilizzato, oppure Dlja golosa dello
stesso Majakovskij, del 1923, in cui la «pagina si dispone
in un contesto essenzialmente strutturale nel rapporto fra
parola, segno, immagine» , che ci riportano all’ambiente
avanguardistico russo . Futuristi, costruttivisti, suprematisti
colpiscono per una produzione con forti implicazioni manuali.
Ricordiamo le edizioni di piccolo formato, autoprodotte, spesso
realizzate a più mani, con caratteri, segni e simboli
inventati, incisi e stampati a mano: Mondo alla rovescia di
Olga Ronzanova e Natalja Goncarova, del 1912, consistente
nella trascrizione manuale dei versi di un poema futurista,
prende in considerazione anche l’aspetto oggettuale
del libro, operando tagli nelle pagine e usando carte inconsuete
ad esempio metallizzate; Pomada di A. Krucenykh, del 1913,
illustrato da Mikhail Larionov, interessante per il fatto
che molte delle litografie acquerellate siano montate su pagina
d’oro e che la copertina sia ritagliata a mano in carta
lucida rossa.
Un’attenzione, quella russa, sia alle tecniche (dai
testi manoscritti ai fotomontaggi) sia al contenuto (testi
di scrittori e immagini appositamente create), che si spiega
in relazione all’utilizzo della ‘pagina’
nell’ambito dei dibattiti nei e fra i vari gruppi oltre
che per la diffusione, nel contesto europeo, dei risultati
raggiunti.
La tipografia viene utilizzata come strumento di comunicazione
e «non più solo come mezzo oggettivo, ma cercando
di incorporarla in modo creativo nel contenuto con tutto il
potenziale di azione della sua esistenza soggettiva»
.
Queste parole di Moholy-Nagy, insegnante di fotografia e di
grafica nella Bauhaus, ci fanno ricordare l’esperienza
dei Bauhaus Bücher, raccolta di volumi curati, oltre
che dallo stesso Moholy-Nagy da Walter Gropius, architetto
e fondatore della Bauhaus, scuola indirizzata allo sviluppo
di un’arte artigianato vicina alla produzione industriale:
nei quattordici volumi, usciti fra il 1925 e il 1930, «i
concetti del contenuto […] rispecchiano in tutto la
scelta e la logica del design, del formato e della tipografia»
.
Volantini, riviste, manifesti e pubblicazioni varie sono la
testimonianza di questo «utilizzo della pagina come
lusus e theatrum al tempo stesso» .
Inizia una serie «di esplosioni a catena della ‘galassia
Gutenberg’» , cui senza dubbio contributo fondamentale
deriva dall’ambiente dada e da quello surrealista .
Provocazione, ironia, spontaneità caratterizzano questi
due movimenti artistici-letterari, che si traducevano in veri
e propri stati d’animo e che possono considerarsi come
le due facce, una negativa (Dada) e l’altra positiva
(Surrealismo), di un unico tentativo di reazione ad un senso
di alienazione che dominava la società pre e post-bellica,
di un unico tentativo di saldare la frattura fra arte e vita:
se «l’anarchismo puro del dadaismo puntava unicamente
sugli umori derisori della sua polemica, giungendo, al massimo,
alla concezione della libertà come immediato e vitalistico
rifiuto d’ogni convenzione morale e sociale; il surrealismo
si presenta con la proposta di una soluzione che garantisca
all’uomo una libertà realizzabile positivamente.
Al rifiuto totale, spontaneo, primitivo di Dada, il surrealismo
sostituisce la ricerca sperimentale, scientifica, appoggiandosi
alla filosofia e alla psicologia. In altre parole oppone all’anarchismo
puro un sistema di conoscenza» .
Forte è il loro contributo all’affermazione (propriamente
avanguardistica) del criterio per cui ‘l’arte
non doveva più significare i suoi significati ma doveva
esserli’: si inizia così «l’écriture
alla démarche extralinguistica segno?gesto?oggetto?azione
[che promuove l’arte] alle responsabilità dell’estetica
più attuale» .
La stessa poesia mira con loro a divenire poesia dell’azione:
e si ritorna così ancora a Mallarmé. Per Dada
la poesia è gesto; è questo che conta, più
che l’opera. Ecco come Tristan Tzara, fondatore del
movimento, dava istruzioni per la composizione di un poema
dadaista (1921) : «Per fare una poesia dadaista/ Prendete
un giornale/ Prendete un paio di forbici/ Scegliete nel giornale
un articolo che abbia la lunghezza che voi desiderate dare
alla vostra poesia/ Ritagliate l’articolo/ Tagliate
ancora con cura ogni parola che lo forma e mettetela in un
sacchetto/ Agitate dolcemente/ Tirate fuori le parole una
dopo l’altra disponendole nell’ordine con cui
le estrarrete/ Copiatele coscienziosamente/ La poesia vi assomiglierà/
Eccovi diventato ‘uno scrittore infinitamente originale
e fornito di sensibilità incantevole’ [...] »
.
Una poetica del ‘gesto’ cui si ricollegano scelte
operative fondamentali in questo cammino di ridefinizione
dell’‘artistico’ che vede coinvolto anche
il libro. Mi riferisco, alla ‘poetica’ del ready
made di Marcel Duchamp e a quella del collage di Man Ray o
di Kurt Schwitters. Con Duchamp, l’oggetto già
fatto viene sottratto all’ambiente ‘quotidiano’
in cui è inserito e posto in un ‘altrove’
in cui acquista lo status di opera d’arte: una desacralizzazione
dell’oggetto d’arte che ritroveremo nelle neoavanguardie
degli anni ’60 e che ha un forte influsso sui tentativi
di attribuzione al libro di un nuovo valore o meglio di nuovi
valori. Con Man Ray e Schwitters, maestri nell’uso del
collage (nell’ambito della sperimentazione fotografica
il primo, nell’ideazione di un collage tridimensionale
il secondo), si affermano i criteri di accumulazione e composizione
che incideranno non poco nella pratica del libro d’artista.
Un contributo, quello dada e surrealista, al fenomeno del
‘librismo’, che si esprime attraverso una produzione
rientrante, però, nell’ambito del ‘libro
illustrato’come Vingt-cinq poèmes di Tristan-Tzara,
illustrato da H.Arp, del 1918 e L’air de l’eau
di André Breton con illustrazioni di artisti vari.
Certo non mancano testi caratterizzati da immaginose invenzioni
paroliberistiche, come Lidantju faram (Lidantiu il faro) di
Iliazd (altra figura di mercante d’arte- editore, nonché
poeta) illustrato da artisti vari e Die Kathedrale di K. Schwitters
del 1920, ma dovremo aspettare gli anni ’30 e la figura
singolare di M.Duchamp per un prodotto come Boîte verte,
raccoglitore degli appunti progettuali del Grande Vetro disposti
secondo un principio di casualità, annoverabile fra
i progenitori del libro-oggetto, visto il fondamento plastico-visivo
su cui si fonda.
E pensare che già nel 1915 il futurista Corrado Govoni
scriveva in una lettera a Marinetti: «[...] perché
non fare dei libri che si aprono come organetti, macchine
fotografiche, ombrellini, ventagli? Sarebbero oltremodo adatti
per le parole in libertà [...]». La parola si
avvia ad essere sostituita dal suo referente oggettuale.
Nel 1927, nella tipografia Mercurio di Rovereto, viene realizzato,
per le edizioni Dinamo Azari, un libro intitolato Depero Futurista
: formato rettangolare, tipo album (cm 32 x 24). Il libro
è meglio conosciuto come ‘il libro imbullonato’.
Presenta infatti una rilegatura ideata dall’editore
(nonché pilota e aeropittore che finanziava l’attività
della casa editrice con i proventi dei suoi brevetti e del
suo commercio in campo aeronautico) Fedele Azari, che consiste
in due grossi bulloni con relativo dado che tengono insieme
i fogli. La copertina è di cartoncino spesso color
azzurro; il titolo, il nome dell’autore e i dati editoriali
sono impressi in nero e argento. Si tratta di un compendio
dei progetti e degli esperimenti di Depero, con molte illustrazioni
tratte dai progetti e fotografie, testi e manifesti degli
ani 1913-1927: viene meno la tradizionale separazione gerarchica
delle arti e si esalta la sua funzione plurisensoriale.
Un libro, questo, che viene solitamente classificato come
libro d’artista: sottoliniamo però che non si
fonda sulla posizione centrale di un artista; alla base vi
è una collaborazione, un ‘dialogo’ dell’artista
con l’editore cui va il merito della rilegatura: ad
entrambi va il merito ‘della progettazione unitaria
del lavoro’ che Gino Gini pone come l’elemento
di novità del ‘libro d’artista’.
Un rapporto che richiama alla memoria i testi illustrati di
Vollard o Kahnweiler con i quali condivide anche la tiratura
limitata. Eppure non è un libro illustrato.
Siamo innanzi ad uno di quei casi posti sulla linea di confine
fra i vari generi. La forte componente oggettuale non lo rende
infatti neppure un ‘libro oggetto’. Non è
infatti ancora venuta meno quella funzione di supporto che
Anne Moeglin-Delcroix utilizza per distinguere i libri d’artista
da quelli oggetto.
Una tipologia quella del libro-oggetto che la Delcroix sembra
quasi indicare come libro d’artista per eccellenza,
un libro che non è « [...] un simple format,
mais une forme, entendue comme l’organisation significante
d’une matière» . Posizione, questa, sostenuta
anche da Ferdinanda Fedi e Gino Gini , che sottolineano anche
come si tratti di un intermedia mistico.
I due autori individuano i tratti caratteristici del ‘libro-oggetto’
nell’ essere copia unica completamente realizzata dall’artista,
nell’ oggettivazione fisica che preveda la forma del
libro ma non necessariamente l’inserimento di pagine,
nei materiali e nel mezzo di impiego totalmente liberi e più
pregevoli quanto più sappiano allontanarsi dalla tradizione
editoriale, nella progettualità e creatività
fuse in un unicum irripetibile: «la peculiarità
dell’opera unica è rigorosamente richiesta [...]
se l’arte è trasgressione o comunque ne è
una delle sue componenti, il libro-oggetto segue questo intendimento
[...] polemicamente contro l’editoria e le leggi che
la governano [...] non cambia invece il rapporto con la forma
del libro e su questo terreno si apre un confronto[...] il
libro-oggetto cita ampiamente la struttura del volume, anzi
ne fa la protagonista principale [...] l’opera deve
comunque comporsi in ‘forma di libro’[...] sarà
lo scatto concettuale...che lo pongono nella ‘pratica
dell’arte’[...] il senso del libro è il
libro stesso nella sua fisicità [...] il libro-oggetto
non è una scultura [...] ha come anima il libro e questo
parametro non dovrà mai essere trascurato [...]»
.
Ritornando alla produzione futurista, il libro imbullonato
è seguito dalle non meno famose ‘litolatte’
immaginate paroliberisticamente da Tullio d’Albissola,
per le Edizioni futuriste di Poesia, allora divenute romane,
l’una di testi T.Marinetti, Parole in libertà,
futuriste, olfattive, tattili, tecniche, pubblicata nel 1932
e l’altra dedicata a L’anguria lirica, lungo poema
passionale del medesimo Tullio, illustrata da Munari e pubblicata
nel 1933 .
La litolatta è espressione di quella ‘ricostruzione
futurista dell’universo’ che coinvolge l’arte
e gli oggetti della vita quotidiana. Con questi esperimenti
«il ‘paroliberismo’, tradizionalmente inteso
come espressione totale, verbale e visiva di un autore unico,
viene superato nella collaborazione tra un poeta e un pittore-grafico,
che interpreta, sceglie un nucleo lirico elementare, esprimibile
con poche parole, disponendo queste in un’ architettura
grafica che le rende plastiche e chiaramente leggibili»
: ricordano i ‘livre de dialogue’ di cui parla
Y.Peyré (anche per le litolatte abbiamo una tiratura
limitata), ma tutt’altro che irrilevante è l’oggettualità
plastica o la testualità oggettuale: «[...] Lo
spessore e la morbidità rigida dei fogli, il peso del
libro, il fruscio metallico che accompagna il gesto di sfogliarne
le pagine, la mobilità dei riflessi luminosi che attraversano
le policromie, la sensazione tattile del metallo, impongono
inoltre la presenza autonoma della materia che è tanto
supporto di immagini e parole quanto prodotto del lavoro industriale,
cioè libro e oggetto moderno allo stesso tempo»
.
Sono esperimenti fondati sulla sostituzione della carta a
testimonianza del rigetto del libro, il rigetto della sterile
erudizione sostituita con l’azione unificante. Una democratizzazione
del libro attraverso un suo inserimento nel sistema di produzione
industriale rievocato dal ‘sordo’ rumore provocato
dallo girare delle pagine.
La guerra non solo avrebbe evidenziato le ‘malefatte’
del libro-potere, ma avrebbe disilluso circa le ‘capacità
salvifiche’ della tecnologia . Così nel dopoguerra
si ritornò alla carta.
I. 2 Dagli anni ‘40 agli anni ‘60
I decenni fin qui indagati, hanno dimostrato che è
nell’ambito del ‘libro illustrato’ che viene
portata avanti una ridefinizione del libro in tutte le sue
componenti: si gettano i semi di quella nuova forma d’arte
(tipica a partire dagli anni ’60), che è il ‘libro
d’artista’, e si profila l’evoluzione di
quest’ultimo verso quello stadio successivo indicato
come ‘libro oggetto’.
E proprio il libro illustrato continua ad essere il protagonista,
nei decenni ‘40 e ‘50, testimoniando quel ritorno
alla carta, cui si è accennato alla fine del precedente
paragrafo, con prodotti fra i più emozionanti: Divertissement
di Georges Rouault, del 1943, per Tériade; Jazz di
Henry Matisse, del 1947, per Tériade; La Fontaine.Fables
di Marc Chagall, del 1948, sempre per Tériade; Pierre
Reverdy. Le Chant des Morts. Poème di Pablo Picasso,
del 1948, ancora per Tériade; Viaggio d’Europa.
Racconto di Massimo Bontempelli di Arturo Martini, del 1942,
per le Edizioni Chimera; Salvatore Quasimodo. Il falso e vero
verde di Giacomo Manzù, del 1954, per l’editore
Schwarz; Guillevic. Les Murs di Jean Dubuffet, del 1950, per
le Editions du Livre.
Il collezionista Corrado Mingardi, che possiede tutti i libri
ora elencati, oggetto della mostra Parole disegnate, parole
dipinte. La collezione Mingardi di libri d’artista,
dice: «[…] il libro d’artista [è]
il risultato di un incontro, di un colloquio spirituale, di
una conformità amorosa e talora reciproca tra maestri
[...] di espressione in campi differenti, [...] accordo enigmatico
di [...] allures, cioè di [...] cammini indipendenti
[…]. Due [i] protagonisti, pittore e scrittore, anzi
tre con l’editore […]» . Per l’amatore,
non c’è dunque alcuna differenza fra libro illustrato
e libro d’artista: i suoi libri sono libri d’artista
perché «[…] come si fa a leggere Le anime
morte di Gogol nella monumentale edizione di Tériade
illustrata da Chagall [...] o la Teogonia in greco di Braque?
[...]» . Il colloquio che si instaura tra pittore, scrittore
ed editore o fra pittore ed editore, non consente un utilizzo
tradizionale del libro: non sono libri da leggere, o meglio
non solo, sono libri da vedere.
Ma ciò non ci sembra sufficiente a rendere questi dei
‘libri d’artista’. Essi, testimoniano la
continuazione del lavoro iniziato da Vollard e Kahnweiler,
e dai pittori e scrittori loro collaboratori.
Un’ analisi attenta delle circostanze che hanno portato
alla nascita di questi libri ci permette, infatti, di notare
come tutti nascano da un progetto dell’editore che,
per la sua realizzazione, promuove l’incontro fra scrittore
e pittore o indirizza il lavoro di quest’ultimo in una
determinata direzione.
Sono tutti testi in cui manca quella che, secondo noi, è
la componente fondamentale del libro d’artista, e cioè
la scelta autonoma da parte dell’artista del medium
libro come luogo e strumento della propria ricerca.
Pensiamo alla produzione di Tériade. L’originalità
dei suoi libri sta nel fatto che egli, editore, affida agli
artisti l’intera ‘concezione’ del libro,
dal testo all’architettura, all’illustrazione.
Ma è proprio in quel gesto di ‘affidare’
il libro che, crediamo, stia la grande differenza con i ‘libri
d’artista’ veri e propri: giungere al libro ‘per
suggerimento’ non consente a questi artisti di andare
oltre la pagina e dunque oltre il genere del ‘libro
illustrato’.
Anche Jazz di Matisse, di solito definito libro d’artista,
nasce «da un’idea dell’editore, che vedendo
le gouaches découpées che Matisse andava facendo,
ritagliando e componendo tra loro carte colorate a tempera,
principale attività del pittore infermo nella solitudine
degli anni di guerra, espresse il desiderio di vederle trasposte
in un ‘libro fiore’ » . L’artista,
dunque, non sceglie il libro, ma accetta l’invito dell’editore,
suo amico.
In questo caso, come in quello di Divertissement di Georges
Rouault, non c’è il testo di uno scrittore: sono
i pensieri dello stesso pittore che vengono «interamente
manoscritti a larghe e rotonde lettere spaziate, a costituire
degli intervalli decorativi, delle pause riposanti, in uno
sfondo sonoro [...] tra il fulgore abbacinante delle tavole.
Il loro ruolo[...] quindi è puramente spettacolare»
. La personalità di Matisse fa sì che questo
libro non sia però un semplice ‘libro illustrato’:
il pittore riesce ad appropriarsi del libro al punto che l’opera
va considerata una tappa fondamentale, poiché «rappresentò
[uno dei momenti di] appropriazione ulteriore della totalità
del libro da parte degli artisti » .
Ben diverso è il caso della produzione di Bruno Munari
considerato ‘il padre del libro d’artista italiano’
. Anche la sua produzione è indice del ritorno alla
carta che caratterizza il secondo dopoguerra, ma nel senso
di «abbandono dei materiali alternativi che avevano
trovato nei futuristi italiani i principali fruitori »
. Infatti, ‘all’abbandono della latta’,
non si accompagna la diminuzione di spirito innovativo.
Proveniente dall’esperienza delle litolatte futuriste,
intorno agli anni ’40, Munari inizia una serie di ‘libri
fatti a mano’ con pagine di differenti tipi di carta,
spessore e colore, ritagliate, incollate, piegate e cucite
con fili.
A proposito dei libri fatti a mano, va detto che si tratta
di un settore particolare della produzione libraria. Non esula
dall’ambito tipologico tradizionale del libro operando
principalmente entro tale tipologia, «in segni, immagini,
parole, affermandovi il valore di una totalità autenticamente
del tutto manuale» . Diverso dal libro raro e prezioso
qual è il libro illustrato (con cui condivide il basso
numero di copie, quando non è esemplare unico), costituisce
piuttosto un filone propedeutico e in parte parallelo all’esperienza
del cosiddetto ‘libro oggetto’ da cui si differenzia
però nettamente: «[…] infatti, più
che essere libro, il ‘libro fatto a mano’ diviene
di fatto ‘opera’, esattamente è l’opera
che si fa libro, ne prende le sembianze tipologiche. Assume
cioè i modi di una nuova disinvoltura di rapporti,
di una sua essenzializzazione e quasi miniaturizzazione, un
darsi per frammenti però risolutivi, uno snodarsi in
sequenza. Che assume insomma una diversa praticabilità,
immediata, trasferibile, tipica del libro quale spazio di
‘consultazione’ anziché quale spazio di
ostensione, com’è invece, tipicamente, quello
dell’opera d’arte visiva, tradizionale o non,
che sia. L’opera, allora, che si fa, appunto nella tipologia
di libro, consultabile, riponibile, immediata e tangibile
come una pagina, trasponibile come un ricordo, un diario,
sfogliabile».
Munari adatta poi alla produzione industriale, alcuni dei
suoi lavori, dando inizio, nel 1953, alla serie di ‘Libri
illegibili’: «Questi libri comunicavano qualcosa
attraverso la natura della carta, lo spessore, la trasparenza,
il formato delle pagine, il colore della carta, la morbidezza
o durezza, il lucido e l’opaco, le fustellature e le
piegature. Un buco che attraversa dodici pagine fa vedere
alla prima pagina cosa c’è nella tredicesima.
Una pagina più stretta di altre si farà notare
per la sua dimensione » . Per dirla con L.Caruso, siamo
innanzi «ad un lavoro che l’autore ha deliberatamente
ideato e realizzato in forma di libro, sfruttandone tutte
le caratteristiche fondamentali, che nascono dall’incrocio
e dalla convivenza di vari codici e che costringono il ‘lettore’
ad un intervento attivo» .
Munari non è solo a contrastare la prevalente produzione
del libro illustrato d’artista. Possiamo infatti affiancargli
l’artista svizzero Dieter Roth che nel 1957 fonda una
sua propria casa editrice, e produce una serie di libri piuttosto
complessi in quanto a formati, tagli, inserti, legature, interventi
manuali, materiali non tradizionalmente pertinenti al libro.
Fra questi spicca una serie di micro-libri fabbricati a partire
da giornali della stampa popolare: alla base vi era la volontà
dell’artista di «trasformare lo strumento di alienazione
che è la stampa popolare in uno strumento di presa
di coscienza; di resistere all’effetto di massa [...]
creando, dall’interno, uno spazio di libertà,
di riappropriazione, [...]. Fare un libro non è un
fine ma un mezzo».
In entrambi i casi possiamo notare un tentativo di ‘entrare
nella realtà’ attraverso la ‘messa a punto’
di nuovi codici, partendo dai codici già esistenti.
Il panorama artistico di contorno, d’altronde, si caratterizza
per una furia analitica, o meglio autoanalitica, ricollegabile
a quell’ investigazione linguistica che è propria
di tutta la cultura della seconda metà del XX secolo.
La letteratura è in crisi innanzi all’evidente
incomunicabilità e non-senso delle parole: il genere
narrativo per eccellenza, il romanzo, si allontana da uno
svolgimento fondato sulla linearità temporale, non
più conciliabile con la pluralità di punti di
vista intorno ai quali esso viene costruito; il lettore verrà
portato al punto di dover seguire non il pensiero dell’autore
narratore, ma piuttosto lo sguardo, che come una cinepresa,
riprende ciò che accade, l’evento essenziale
così come la vita quotidiana. La poesia abbandona le
strutture metrico-linguistiche di secoli, per affidarsi al
potere evocativo della parola sempre più utilizzata
nella sua componente significante che non in quella del significato.
Ciò che viene sostanzialmente messo in discussione
è il potere mimetico del linguaggio. E non solo del
linguaggio scritto, strumento principe dell’espressione
letteraria, ma di ogni linguaggio: si parla di morte della
letteratura, ma anche di morte dell’arte. Si pone in
discussione l’idea stessa del fare arte: a un’idea
di arte a fondamento estetico si sostituisce un’idea
di arte a fondamento sinestetico.
E’ un’avventura iniziata con le avanguardie della
prima metà del secolo e che ormai «aveva seriamente
compromesso le antiche istituzioni culturali e le loro anacronistiche
certezze. Tutta la cultura, perduto ogni rispetto per la grande
tradizione umanistica e ogni garanzia istituzionale, si faceva
‘sperimentale’, abbandonava dogmi e gerarchie
e travalicava persino i confini consueti che ogni genere artistico
aveva da sempre osservato. Sicché, si originarono infiniti
sconfinamenti translinguistici, si intrecciarono tutti i codici
espressivi, si moltiplicarono all’infinito le intrusioni
di materie, suoni, gesti, corporazioni estetiche tradizionali»
: è aperta la strada verso l’intermedialità.
Non dobbiamo quindi stupirci se un importante impulso nello
sviluppo della fenomenologia indagata provenga dal settore
letterario e in particolare dalla poesia: «[...] il
poeta diventa pittore e musicista, cerca quindi la compenetrazione
con gli altri linguaggi e sviluppa tutte le connessioni e
le potenzialità visuali e sonore legate alla disciplina
della parola. La pagina accresce il processo di sottrazione
e con l’isolamento della frase, intesa come entità
formale strappata alle sue connessioni e rescissa dal suo
contesto, impone ed evidenzia la sola entità tipografica
del segno, mentre il margine bianco assume valore di spazio
figurativo intorno al testo. Tutto confluisce nel libro, il
luogo della sperimentazione grafica ma naturale alcova della
parola» .
Siamo alla Poesia concreta. Questo movimento nasce negli anni
’50 come fenomeno internazionale, dal Brasile all’Europa
all’America, con lo scopo di precisare e trattare i
valori visuali della parola senza commistioni con elementi
extraverbali come, ad esempio, il collage di immagini. C’è
un’aspirazione alla totalità della poesia nella
direzione della materialità e della tensione aniconica
della grafia, spingendo la parola in territorio non più
letterario ma essenzialmente di immagine. I puri caratteri
grafici, fattisi forme, sono dotati di dimensione, colore,
qualità. E così, il brasiliano Augusto De Campos
definisce ‘ideogrammi’ le sue composizioni mentre
Eugen Gomringer parla di ‘costellazioni’: «
l’architettura della parola si inserisce nella spazio
del foglio e i bianchi dei margini, memori della lezione di
Mallarmé acquistano il valore semantico dell’assenza
e del silenzio » . Spesso il linguaggio concretista
ricerca connessioni fra segno geometrico e tipografia (Adriano
Spatola, Hamilton Finlay, Lucani Caruso) fino alla trasfigurazione
tridimensionale del verso che approda ad una corporalità
scultorea (Arrigo Lora-Totino e Mirella Bentivoglio): ma a
questo punto la produzione ha già sconfinato nel decennio
successivo.
Gli anni ’50 sono ricchi di fermenti e lo testimoniano
anche le non poche riviste che tengono vivo il dibattito sulle
nuove idee dell’arte e danno vita ad un’editoria
d’arte, spesso con forti spinte oggettuali. In Italia
ricordiamo il Bollettino del M.A.C. a Milano, nel cui ambito
vengono realizzati i libri-illegibili di Munari, ‘Ana
Etc.’ diretta da Martino Oberto a Genova; Documento
Sud, a Napoli; L’esperienza moderna, facente capo a
Perilli e Novelli, e Arti Visive con Burri, Capogrossi, Dorazio
e il poeta Emilio Villa, entrambe a Roma, nel cui ambito si
originano i libri 17 variazioni (1955), di Villa-Burri e Un
eden+precox (1957), di Villa-Novelli.
A proposito di E. Villa, Giorgio Maffei sottolinea che i suoi
libri riannodano « il rapporto fra poesia e materia
pittorica, le scarse tracce della parola, appaiono e scompaiono
come relitti alla deriva, lasciando il campo a segni atti
a travalicare i confini più tradizionali della letterarietà
» . Non a caso il poeta si accompagna ad artisti che
vengono tradizionalmente indicati come esponenti della pittura
informale la cui parabola esistenziale si inserisce nell’arco
cronologico 1945-1963. I due singolari libri di Villa, in
particolare, si inseriscano negli ultimi anni ’50 quando
« [...] esauritasi l’onda calda dell’emotività
informale e subentrando e riemergendo di nuovo il versante
freddo della meditazione, del razionale, del processuale,
il libro beneficiando della rivalutazione degli altri media,
non soltanto si pone al centro di una rinnovata attenzione,
ma si pone come terreno di manifestazione artistica piena.
Con in più un notevole tasso di analiticità,
di riflessività che si diramano in un ventaglio di
attenzione indotta verso l’oggettualità del prodotto,
le sue conformazioni e i suoi vari significati che l’oggetto
può assumere sia in riferimento alle istanze conoscitive
e autoconoscitive dell’operatore sia in relazione al
più ampio universo della comunicazione » . Il
libro, dice Renato Barilli, «esce fuori dagli ambiti
specialistici dell’arte e si afferma come programma
di vita e di intervento sociale» .
In effetti «la più grande rivoluzione dell’arte
contemporanea, non sta nel passaggio dalla figurazione all’astrazione
[ma nel distacco, via via sperimentato, rispetto alle istituzionali
modalità tecniche] per giungere a lavorare in uno spazio
‘reale’ [...], in un tempo reale» . Una
marcia progressiva verso una spazialità tangibile da
mettere in correlazione con quanto è avvenuto parallelamente
nella tecnica con il passaggio dalla fase gutenberghiano-meccanica
a quella dell’impiego dell’energia elettrica:
quando il settore delle correnti deboli (elettronica) investe
il campo dell’informazione (dal telegrafo al video-tape)
l’atto della comunicazione diventa tridimensionale.
La stampa non è più lo strumento di comunicazione
privilegiato; si intacca il primato della pagina dalle dimensioni
ridotte e dal taglio razionale; alla supremazia dell’organo
della vista si sostituisce una correlazione intersensoriale
che spinge verso una fruizione attiva, partecipativa e non
più silenziosa e mentale. Il tutto avviene sulla base
di un confronto con la tecnologia che conduce ad un riconoscimento
della stessa e a tentativi di venire a patti con essa.
Gli avvenimenti artistici fra il 1948 e il 1963 rivelano,
infatti, il progressivo passaggio da un periodo (1948-1956)
caratterizzato dall’affermazione del significato dell’umano
e del materico tramite media tradizionali e artigianali -informale
caldo, per dirla con McLuhan- ad un periodo (1956-1963) segnato
da un’arte che sposta l’attenzione all’uomo
e ai suoi media -informale freddo: le figure di Fontana, Burri,
Dubuffet, De Kooning, Pinot Gallizio e i fenomeni del Lettrismo
di Isou, del Bauhaus Imaginista, dell’Internazionale
Situazionista, sono legati ancora ad un’arte contemplativa
e ad alta informazione che si avvale di strumenti di comunicazione
tradizionali e artiginali (colore, collage, dripping, action
painting), sublimando la materia per esaltarne la carica esistenziale
del soggetto umano, organizzandola in un sistema ‘altro’.
Al contrario l’attività di Morris, Paolini, Beuys,
Gruppo Fluxus, Manzoni, Klein, Kaprow, Rauschenberg, De Maria,
Kounellis esprimono un’arte partecipativo-implicante,
in cui la materia viene scelta e ostentata nella sua essenza
primaria e nella sua naturalità complessa, da leggersi
nella sua ovvietà e banalità quotidiana. La
materia diviene un medium autosignificante d’uso quotidiano
ed extra-artistico: si mescola cioè agli altri media,
è corpo insieme con gli altri corpi, mass-media insieme
agli altri media.
L’informale freddo assume i media assolutizzandoli e
rendendoli autonomi. Così il libro «non è
uno spazio privilegiato o extra-reale e si colloca nel sistema
comunicazionale quotidiano senza alcuna specificità
estetica o artistica. E’ insomma solo un altro spazio,
che naturalmente coincide, insieme con la parola orale, con
il massimo punto di entropia dell’arte e si può
dunque considerare come lavoro d’arte» . Come
tutti i media, anche il libro partecipa di un’ostentazione
dell’essenza dei media biologico-naturali o tecnologici
comune ai movimenti sviluppatisi negli anni ’60, dalla
Pop all’Optical, dalla Minimal alla Conceptual art.
«E’ infatti con i movimenti dopo l’informale
freddo che si continua il graduale processo di assolutizzazione
dell’arte in medium, con un progressivo annullamento
del procedimento artistico in utilizzazione-identificazione
dei media comunicazionali. Mutamento di segno e di significato
che coincide non a caso, con l’avvento del McLuhanesimo
e del Marcusianesimo, movimenti filosofico-comportamentali
che radicalizzano l’importanza dei media tecnologici
e biologico-naturali, rendendoli leggibili e partecipabili.
Da intendersi non più come strumenti o mezzi per discorsi
‘altri’, ma come entità autosignificanti
o ‘messaggi’ » .
E’ in questo clima che nasce il libro d’artista.
Gli artisti trovano nel libro un favorevole «spazio
di pensiero critico per rivolgersi a ciascuno come membro
di una comunità potenziale di riflessione e libertà».
Sia Marcuse che McLuhan dipingono il panorama realizzato dalla
civiltà tecnologica come rivoluzionario. «Per
entrambi la tecnologia non è solo responsabile dell’eliminazione
dei vecchi sistemi di produzione ma anche della creazione
dei nuovi modelli di percezione» . La lacuna creatasi,
fra le arti e l’ordine sociale, è stata colmata
dalla società tecnologica. Soffermandosi in particolare
sui media linguistici, i due ‘eroi’ degli anni
’60 sottolineano gli effetti prodotti dalla nuova civiltà
sull’uso della parola. Cambiano bisogno e uso della
parola ma soprattutto cambiano gli strumenti che la supportavano.
I due autori, «nell’ottica di una società
più libera, propongono un superamento delle strutture
che appartengono alla vecchia società. Entrambi sospettano
la morte del libro come simbolo di una struttura sociale bloccata»
.
Molti fattori concorrono ad una rinuncia al libro: la perdita
del ruolo di guida da parte della letteratura che si presenta
come luogo dell’impasse fra necessità di partecipare
al mondo e l’inadeguatezza della lingua a seguire i
nuovi tempi; la contestazione dei modelli culturali sui quali
si realizzano le arti, insieme al rifiuto delle leggi capitalistiche
che governano il mercato culturale; la ridefinizione dello
statuto di artista come operatore culturale pronto a servirsi
di tutti i mezzi di comunicazione; la fiducia nella tecnologia
e nei nuovi mezzi di produzione.
E’ dalla negazione del libro che inizia la sua trasformazione.
Come abbiamo notato con la Poesia concreta, per primi i poeti
aboliscono le frontiere del libro per sfuggirlo. Ma le nuove
generazioni di poeti, tecnologici, visivi, sonori, escono
dal sistema letterario invadendo altri campi e utilizzando
nuovi strumenti. In più essi sentono l’esigenza
di giustificare la loro operazione attraverso una produzione
critica. Si fondano gruppi e riviste.
A Firenze nel 1963, nasce il Gruppo 70 formato, fra gli altri,
da Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Luciano Ori, Lucia
Marcucci, Ketty La Rocca e Giuseppe Chiari. Insieme al Gruppo
63 (nato nello stesso anno a Palermo ad opera di Edoardo Sanguineti,
Antonio Porta, Umberto Eco, Mario Diacono), organizza importanti
convegni quali ‘Arte e comunicazione’ (1963) e
‘Arte e tecnologia’ (1964) entrambi svoltisi a
Firenze: l’urgenza di una comunicazione di massa qualitativamente
alta ma non elitaria, sperimentale ma leggibile dal grande
pubblico, prende corpo nell’utilizzo del mezzo tecnologico
cui l’arte può ispirarsi per allargare la sua
capacità di penetrazione nella società. Dalla
considerazione della poesia come bene privato al tecnologismo
come bene pubblico: la poesia deve essere trasmessa dagli
altoparlanti negli stadi e dislocata sulle autostrade, deve
cambiare il suo veicolo di comunicazione. Dalla pagina scritta
alla parete della galleria, ai luoghi pubblici e alla performance,
dalle creazioni tipografiche sulla pagina alle opere non stampabili.
All’originario allontanamento dal libro si sostituisce
il recupero del libro nella «lotta distruggendone l’aspetto
e il messaggio tradizionale, utilizzandolo come un modello
di denuncia» : dalla negazione del libro all’anti-libro.
Una spinta forte in questa direzione è data dal movimento
Fluxus.
In una conferenza del 1961, a New York, George Maciunas usò
per la prima volta il termine Fluxus ad indicare le caratteristiche
del movimento che stava costruendo e cioè il suo debordare
e scorrere come fiume pieno di opere e ancor più di
azioni di disturbo, violentemente antagoniste dell’arte
intesa come oggetto di consumo. Fluxus contesta le gerarchie
tra i modi di espressione, vuole eliminare la differenza fra
arte e quotidiano, rifiuta la separazione creatore-fruitore.
L’arte non rappresenta la realtà, ma coincide
con essa. L’arte di tutti e per tutti mescola in una
esplosiva miscela multimediale musica, teatro, performance,
poesia e arti visive e sulla pagina stampata coagula una vocazione
alla riflessione teorica e insieme alla sua esibizione con
la possibilità di superare e di annullare i luoghi
deputati all’esibizione del ‘Sistema Arte’.
L’anti-libro, insieme al festival e alle performance,
sostituisce il Museo, la Galleria d’arte, il Teatro
e deve contenere quindi oltre alle sue capacità informazionali
anche le potenzialità intermediali proprie della pratica
artistica. «Il libro torna a farsi portatore di messaggi
e di idee proprio mentre disgrega definitivamente la sua forma»
. Diventa insieme evento e contenitore di pensiero, immagine
e presenza fisica dell’oggetto artistico. La morfologia
tradizionale dell’oggetto libro risulta inadeguata a
contenere tutto questo e allora si trasforma in boîte,
contenitore, raccoglitore, scatola. Nel 1963 viene pubblicata
la raccolta An Anthology a cura di La Monte Young e Jackson
MacLow con la cura grafica di Maciunas. L’insieme dei
lavori è disomogeneo, discontinuo per forma e contenuto,
progetti di performance, concerti, opere poetiche, tavole
grafiche, sono presentati in tradizionali pagine rilegate,
ma anche in inserti staccati, buste contenitori. Il libro
«si dilata sino ad elevare l’indeterminazione
e il caos a struttura portante delle idee» . Nel 1964
è la volta di Fluxus I, prima opera in forma di scatola,
composta da partiture, pezzi concettuali, oggetti, fotografie,
saggi, contenuti in buste e stampati su carte colorate. Tutto
è contenuto in una confezione di legno foderato di
cartone, materiale necessario alla spedizione: alla galleria
d’arte e alla libreria è sostituito un sistema
di comunicazione e vendita postale senza intermediazioni.
La necessità di divulgazione rende raramente queste
opere ‘uniche’ e a tiratura limitata, ma piuttosto
multipli realizzati in un indeterminato numero di copie che
non perdono valore nella loro moltiplicazione poiché
solo in questo modo assolvono la loro funzione. La volontà
di raggiungere un pubblico ampio porta a strutturare un sistema
di editoria autogestita che consente di sottrarsi all’industria
culturale al potere.
Gli anni 1962-1963, risultano dunque fondamentali per la messa
a punto del genere ‘libro d’artista’ . Ne
è convinta anche Anne Moeglin-Delcroix che indica questi
anni come momento in cui un certo ‘uso’ del libro
crea «una rottura nella cultura, apre un cambiamento
non puntuale o effimero, come l’evento, ma inaugurale,
fondatore e ricco di promesse per il futuro, in una parola
un ‘avvento’» .
Lo dimostra la pubblicazione simultanea di quattro libri:
Twentysix Gasoline Stations dell’artista canadese Edward
Ruscha; Topographie anecdotée du hasard del rumeno
Daniel Spoerri; Dagblegt Bull dello svizzero Diether Roth;
Moi, Ben je signe del francese Ben Vautier. Quattro libri
«assolutamente originali, visivamente molto diversi
eppure simili nel loro progetto e nell’idea che si fanno
del mezzo del libro» .
Avendo spiegato molto presto e a lungo i suoi libri, E. Ruscha
è stato designato come il creatore del paradigma del
libro d’artista, per questo iniziamo da lui. Twentysix
Gasoline Station è un libro dal formato abbastanza
insolito (18 x 14 cm); contiene ventisei riproduzioni fotografiche
in bianco e nero di stazioni di servizio, stampate su carta
ordinaria ma impaginate con grande cura. Non c’è
testo di presentazione, il che, all’epoca, è
molto sorprendente. L’artista stesso ha spiegato che
il suo rifiuto del testo è dovuto al desiderio di presentare
i documenti nel modo più neutro e più obiettivo
possibile, come se si trattasse di semplici riscontri fotografici;
ma, dice l’artista, questi «libri sono libri,
non libri di fotografie» . In altri termini Ruscha è
consapevole di proporre un nuovo tipo di opera.
Lo spirito di questo libro richiama quello che ispira la Pop
Art a quell’epoca: far entrare le immagini della vita
urbana moderna separando l’arte dall’artistico
(dalla sua dimensione artigianale, manuale, soggettiva) con
l’utilizzo delle tecniche industriali di riproduzione
e moltiplicazione delle immagini in serie. Spiega Ruscha:
«Le fotografie che uso non sono in alcun modo ‘artistiche’.
[...] Uno degli obbiettivi del mio libro è la realizzazione
di un oggetto fatto a mano in serie. [...] Una volta che ho
deciso tutti i dettagli -fotografie, impaginazione, ecc. -
quello che voglio veramente è una patina professionale,
una finitura nettamente meccanica. [...] Non sto cercando
di creare un libro prezioso in edizione limitata, ma un prodotto
in serie di prim’ordine» . In altre parole, la
qualità e l’industrialità dell’opera
non devono essere confuse con il ‘fatto a mano’.
L’opera di Ruscha ci consente già di sottolineare
alcuni tratti significativi del libro d’artista. Il
primo riguarda la natura dell’opera d’arte: si
tratta di mettere l’arte a disposizione della maggioranza,
non sotto forma di riproduzioni di opere, ma sotto forma di
opere concepite per la riproduzione. Twentysix Gasoline Stations
fu la prima volta pubblicato in 400 copie numerate (riflesso
tradizionale cui l’autore si pentirà di aver
ceduto) poi, nel 1969, in 3000.
Il secondo tratto riguarda la libertà dell’artista.
Il libro è infatti una risposta al desiderio dell’artista
di svincolarsi dall’istituzione artistica stessa, fortemente
dipendente dalle gallerie e dai commercianti. Il libro, al
contrario, è una produzione controllabile dall’inizio
alla fine: si auto-pubblica e si auto-diffonde. Dice ancora
l’artista californiano: «Quando inizio uno di
questi libri, riesco ad essere l’impresario della cosa,
riesco ad esserne il maggiordomo, riesco ad esserne il creatore
e il proprietario esclusivo di tutti i lavori, e mi piace»
.
Infine va sottolineata la nuova relazione con il pubblico.
Il bisogno di restare proprietari del proprio lavoro è
strettamente legato al dibattito sullo statuto dell’arte
come merce speculativa riservata ad un piccolo numero di collezionisti.
Nei musei e nelle gallerie, Ruscha vendeva i propri libri
per pochi dollari, giusto per poter fare altri libri, altrimenti
li regalava: si mira ad aggiungere un nuovo tipo di oggetti
a quelli già esistenti sul mercato dell’arte,
per creare, grazie ad essi, un nuovo rapporto con l’arte,
non mercantile.
Queste novità vengono confermate dal libro di Daniel
Spoerri, Topographie anecdotée du hasard. E’
un librettino di 50 pagine che contiene solo testo. L’artista
vi descrive, in modo molto obiettivo e metodico, tutto ciò
che si trova sul tavolo della sua camera di hotel, aggiungendo
alla descrizione degli 80 oggetti che la occupano, tutti i
ricordi che vi sono associati. All’inizio degli anni
’60, un libro di questo tipo, dalla definizione incerta,
ma che non è in ogni caso né un catalogo dello
scultore, né un diario d’artista, né un
manifesto teorico, è ancora più sorprendente
del libro di fotografie di Ruscha. Ancora più singolari
sono le circostanze della pubblicazione, in occasione di una
personale dell’autore. Spoerri stesso ha raccontato
di essere riuscito a convincere non senza difficoltà,
la sua galleria ad usare il denaro destinato alla produzione
dei biglietti di invito per stampare un libretto economico
in 1000 copie da inviare poi per posta. Nell’edizione
della Something Else Press, Dick Higgins, nella sua presentazione,
scriveva: «Spoerri definisce l’arte con ciò
che fanno gli artisti. Non si tratta di solipsismo, ma di
un modo per insistere sul fatto che l’arte deve essere
in relazione con la vita» : il libro crea questo rapporto.
Ed è questo spirito che anima anche le scelte di Dieter
Roth del quale si è già trattato nelle pagine
precedenti e alle quali si rinvia.
Ultimo componente del quartetto preso in considerazione dalla
Moeglin-Delcroix, è Moi, Ben je signe di Ben Vautier.
Questo libro (in realtà dei fogli non rilegati) è
stampato dall’artista sul suo ciclostile, in un centinaio
di copie, il cui colophon indica in lettere maiuscole che
sono ‘NON numerate’, ‘NON firmate’,
per sottolineare che il limite della tiratura non è
voluto per se stesso, ma proviene da vincoli particolari legati
alla fabbricazione e probabilmente da una valutazione realistica
del numero dei lettori potenziali cui Ben lo invierà.
Sotto la copertina di carta di mais, carta destinata originariamente
ad avvolgere delle patatine fritte, i foglietti, in carta
grigia da macellaio, contengono testi ciclostilati (dichiarazioni,
manifesti, progetti artistici, frammenti di autobiografia
e di catalogo ragionato, ecc.) e oggetti reali incollati sulla
carta ( un disco, una lama di rasoio, un’etichetta di
vino, una cartolina, ecc.). Questo libro nella sua forma modesta,
persino povera, è emblema del rifiuto dell’oggetto
prezioso e raro. Essere artista per Ben vuol dire mettere
in ‘gesti’ le sue idee sull’arte. Il libro
è il mezzo ideale di espressione del pensiero ma allo
stesso tempo consente che l’idea e la realtà
si incontrino. L’artista introduce nel suo libro oggetti
veri: non c’è una rappresentazione della realtà,
il libro è esso stesso realtà. Il libro è
‘spazio totale’, fatto di idee ma anche di tracce
d’azione.
Siamo al libro d’artista.
Il nostro viaggio è terminato. Pur seguendo un filo
conduttore cronologico, non abbiamo voluto fare la storia
né giungere ad una ‘definizione’ del ‘libro
d’artista’ che, per il suo carattere intermediatico
risulta ‘bastardo per definizione’. Abbiamo invece
cercato di indicare, attraverso il richiamo alle posizioni
di quanti, fra critici e artisti, sono intervenuti sull’argomento,
le tappe di una ‘lunga gestazione’ conclusasi,
agli inizi degli anni sessanta (fra il 1962 e il 1963), con
la nascita di un genere che pur presentando caratteristiche
precise, si è prestato alle più svariate utilizzazioni.
Il richiamo alla prospettiva della Moeglin-Delcroix ci ha
consentito, inoltre, di rivalutare l’apporto dello spirito
della Pop art, mostrando che non è l’Arte concettuale
ad essere la prima a contribuire all’ ‘invenzione’
del libro d’artista. Senza dubbio, però, è
lei a contribuire al suo riconoscimento, facendone una dimensione
primaria ed essenziale del percorso creativo e attirando l’attenzione
dei critici. E così, i vari movimenti successivi hanno
fatto uso del libro d’artista piegandolo alle proprie
esigenze teoriche e tecniche: «Da simbolo, ‘luogo
del logos, tempio della cultura e della menzogna’ (e
cito qui Liber, famoso libro d’artista di E.Miccini
edito a Firenze da Téchne nel 1978), il libro [è
diventato] ‘pratica della libertà’, luogo
privilegiato della ricerca, dell’esperimento intorno
all’arte, su se stesso, dell’interrogazione sul
ruolo e funzioni dell’uno e dell’
altro, [...] luogo per eccellenza della responsabilità
dell’artista nei confronti dell’ arte e del mondo»
E il ‘gioco’, non sembra terminato. Infatti, non
solo l’affermarsi di una cultura telematica e informatica,
sembra aprire nuovi orizzonti di confronto al libro d’artista
prospettandone uno sviluppo in senso ‘virtuale’,
ma, dopo il periodo di stasi degli anni ’80, si è
assistito ad un forte rinnovamento dell’interesse nei
confronti di questo versatile medium, come testimonia l’aumento
del numero delle opere ma soprattutto di mostre e convegni.
In modo particolare, grande attenzione è stata prestata
dalle biblioteche che, da più parti, sono indicate
come la sede naturale di questi prodotti che pur se d’artista,
hanno la loro ‘ultima ratio’ nell’essere
libri: il libro d’artista, relegato ad ambiti di circolazione
privilegiati, sembra così avviarsi ad essere offerto
‘ai più’, per esplicare finalmente quella
funzione di ‘democratizzazione dell’arte’
che ne ha determinato la nascita.
I.
3 Guardare, Raccontare, Pensare, Conservare
Il titolo scelto per questo paragrafo, deriva da una mostra
sul libro d’artista inauguratasi a Mantova il 7 settembre
2004. Sede dell’evento è stata la Casa del Mantengna
che negli ultimi tre decenni si è distinta per una
costante attenzione verso i linguaggi dell’immagine:
dalle arti figurative alla fotografia, dal cinema all’architettura.
Un orientamento, questo, dettato dalla consapevolezza che
l’evoluzione di tali linguaggi ha avuto una decisiva
influenza sulla cultura del Novecento, tale da riuscire persino
a scalfire quella barriera invisibile, e tuttavia ben concreta,
che separa il mondo dell’arte da quello della vita di
tutti i giorni. Di conseguenza, non poteva mancare, nell’elenco
degli ‘incontri’ organizzati, una rassegna dedicata
ad un prodotto artistico che ha ampliato ulteriormente il
ventaglio delle possibilità espressive e ha introdotto
variabili aggiuntive nel processo delle ricerche estetiche,
mirando a superare i confini della raffinata fruizione del
collezionismo borghese e del sistema dell’arte per proiettarsi
nel quotidiano e rivolgersi ad una più ampia categoria
di fruitori: il libro d’artista, appunto.
La mostra, curata da Anne Moeglin-Delcroix con la collaborazione
di Giorgio Maffei, Liliana Dematteis e Annalisa Rimmaudo,
attraverso circa 450 libri di oltre 300 artisti di tutte le
nazionalità, ha avuto l’ambizione di fornire
un panorama pressoché esaustivo delle tendenze della
produzione di libri d’artista nel mondo, dalle sue origini,
collocate negli anni ’60, ad oggi.
I curatori però, hanno volontariamente evitato di scandire
la storia del libro d’artista sviluppandola per movimento
o per artista: una prospettiva simile, già difficile
per gli anni ‘60 e ‘70, risulta quasi impossibile
per i decenni successivi in cui la creazione artistica, non
si organizza più in movimenti identificabili e in cui,
inoltre, la produzione è notevolmente aumentata. Così,
hanno deciso di organizzare la mostra tentando di rispondere
«ad una precisa domanda: il libro per mostrare o dire
cosa? In altri termini: per quali motivi artistici intrinseci
un artista sceglie di realizzare il suo progetto in un libro?[...]
Si tratta quindi, più modestamente, di cogliere i principali
usi del libro e di tentare di mostrare attraverso dei documenti
in che modo il libro, per l’artista, è un mezzo
usato a determinati fini privilegiati» .
E’ questo singolare approccio che ci ha spinto a dedicare
una piccola parte della trattazione alla mostra.
La scelta espositiva non solo ha tenuto conto della varietà
di risultati (strettamente connessa alla natura ‘intermediale’
del mezzo in questione) cui ha condotto la scelta del libro
come ‘luogo di ricerca’, ma ha soprattutto consentito
di mettere in evidenza il carattere di ‘necessaria praticabilità’
del genere.
La prima sala dell’esposizione metteva a disposizione
del visitatore, una quarantina di opere in libera consultazione,
opere che hanno consentito di familiarizzare direttamente
con il medium, attraverso la ‘lettura’. Per completare
tale iniziazione e prima di affrontare l’esposizione
vera e propria, il pubblico è invitato a guardare un
video di Ulises Carrión, artista di origine messicana
emigrato ad Amsterdam che, negli anni ‘70 e ’80,
ebbe un ruolo molto importante nella valorizzazione del libro
d’artista: creatore di libri, editore, libraio, collezionista
e persino teorico, oltre che, per così dire, pedagogo
del nuovo genere di opera, come testimonia proprio il video,
al tempo stesso opera e documento .
Nelle sale successive, l’accento veniva posto su quattro
direzioni principali, rintracciabili nella produzione di libri
d’artista del mondo intero: Guardare, Raccontare, Pensare,
Conservare. Si tratta di «quattro funzionalità
del libro rivelatesi incredibilmente costanti fin dalle origini
del libro d’artista, qualunque sia la singolarità
dei progetti artistici e malgrado il cambiamento di contesto
storico e ideologico (dalla fine della credenza utopica al
ruolo emancipatore dell’arte) e artistico (ritorno all’oggetto)
che separa la generazione dei pionieri, quella degli anni
‘60 e ’70, e quella degli eredi. E’ il motivo
per cui la mostra [ha fatto] di tutto per sottolinearne la
continuità. L’ipotesi sottostante è evidentemente
che la spiegazione di queste continuità si trovi nel
mezzo del libro stesso, la cui struttura materiale, ma anche
la storia, favorisce alcuni usi che gli sono più di
altri, appropriati» .
Guardare: è dedicata ai libri che non sono destinati
alla lettura: libri puramente visuali, che comunicano attraverso
le loro caratteristiche grafiche, coloristiche, e oggettuali.
La non semanticità della poesia concreta, l’evidenza
della bellezza delle forme geometriche, la sensualità
coloristica e materica, la semplicità della grafica
infantile, ma anche la realtà nella sua apparenza fenomenica,
registrata tale e quale dalla fotografia, o ancora l’elementarità
delle immagini sessuali: tutto ciò favorisce il primo
grado dell’esperienza visiva.
Raccontare: esplora la diversità delle relazioni tra
il libro e i diversi modi di raccontare storie, i cui modelli
sono presi a prestito dai diversi generi letterari ma anche
dal cinema e dal teatro. La scrittura stessa è oggetto
di riflessione e di esperimento. Esercizi di scrittura, partizioni
musicali, lingue inventate, esplorano le frontiere tra leggibile
e illeggibile o tentano di oltrepassare i limiti delle possibilità
espressive del libro.
Pensare: include l’arte concettuale senza tuttavia limitarvisi.
Il libro è presentato in quanto strumento di analisi,
di critica e di utopia. Vengono privilegiati tre oggetti di
riflessione: l’arte, che gli artisti concettuali hanno
definito attraverso l’idea e che trova nel libro il
medium ideale; il libro stesso, esaminato dal punto di vista
delle sue proprietà formali distintive o in seguito
alla citazione, al pastiche e al dirottamento di pubblicazioni
preesistenti; il mondo, dal ristretto mondo dell’arte
al vasto mondo, di cui gli artisti denunciano la violenza
e l’ingiustizia, di cui preparano la rivoluzione o di
cui immaginano la trasformazione attraverso l’arte.
Conservare: il manoscritto e poi il libro stampato, sono stati
per secoli i mezzi privilegiati della conservazione del sapere
e della memoria. A partire dagli anni ’60 le nuove forme
della creazione artistica hanno paradossalmente condotto gli
artisti a resuscitare queste tradizionali funzioni del libro,
sia per registrare i risultati delle loro inchieste, collezioni,
inventari e classificazioni, sia per documentare le loro opere
effimere o catalogare le tracce dei loro interventi solitari
nella natura. Ritrovando il libro, hanno naturalmente riscoperto
il ruolo di guardiano della memoria collettiva (storica, artistica,
culturale) e del ricordo personale, a volte intimo. Ma il
libro non è solo un mezzo per accumulare e classificare
delle conoscenze o per resistere al tempo e alla morte. E’
anche un oggetto che è accumulato, classificato e conservato
per l’eternità nelle biblioteche.
Quattro sezioni,dunque, per "quattro grandi itinerari
nella fitta foresta del libro d’artista. Ma esistono
molti altri cammini secondari, meno frequentati, che spetta
ad ognuno di noi scoprire".
CAPITOLO
SECONDO
Il libro d’artista ”in” pratica.
L’attività del Laboratorio di Nola.
II.
1 Libertà innovativa e rispetto dei canoni
1978: Vittorio Avella e Antonio Sgambati danno vita all’officina
calcografica Il Laboratorio. L’iniziativa, fondata sull’esperienza
francese di Avella, non solo contribuisce all’ affermazione,
anche nell’area napoletana, di una concezione dell’incisione
con ampio uso di colori e di una vasta gamma di tecniche antiche
e moderne per permettere ad artisti di diversa sensibilità
di esprimersi pienamente, ma colma anche un vuoto decennale
dal momento che mancava in Campania un luogo dove l’incisione
potesse realizzarsi con continuità e con i livelli
qualitativi richiesti dal mercato. E infatti, da anni ormai,
Il Laboratorio è divenuto punto di discussione sulle
tecniche incisorie, è diventato sede di ricerche, di
verifica e di produzioni regionali, nazionali e internazionali.
«Artisti, poeti, scrittori [sono stati e sono accolti
dalla] ‘domestica’ stamperia [nolana] per realizzare,
tra sentori di inchiostri e carta umida, una stupefacente
varietà di [prodotti], per il piacere della mente,
degli occhi e delle mani di una consorteria di amici dei bei
libri e della stampa a tiratura limitata. Artisti come Oppenheim,
Mario Persico, Fabrizio Clerici, Luca, Giuseppe Maraniello
Mimmo Paladino, Santolo, Ernesto Tatafiore, Angelo Casciello,
Adriana De Manes, ospitati fraternamente da Vittorio Avella,
che ha spesso insegnato loro precisione e perizia la varietà
delle tecniche, vi hanno inciso e stampato [...], scrittori
e poeti, noti e meno noti come Yannis Souliotis, Manuel Diaz
Martinez, Fausta Squatriti, Claudio Marchese, Mario Lunetta,
Achille Bonito Oliva, Goffredo Fofi, Fabrizia Ramondino, Giulia
De Rosa, Tommaso Ottonieri, Mariano Baino, tutti impegnati
nella ricerca e nell’accettazione del confronto con
l’immagine e il segno dell’artista, [hanno messo
a disposizione i loro testi]».
Un lavoro editoriale, quello del Laboratorio, di qualità
e di concentrazione, fondato sul connubio fra rispetto del
rigore artigianale ed estrema varietà di invenzione,
che ha permesso di tracciare percorsi innovativi.
«Libertà innovativa e rispetto dei canoni: questa
la marca autentica del Laboratorio nolano. [...] E’
stato quindi possibile sottrarre la stampa calcografica e
serigrafica alla realtà corrente della mercificazione
e praticare la confezione del libro d’artista in tutte
le sue possibili estensioni nella ricerca di qualità
e concentrazione: ciò ha reso subito riconoscibili
queste edizioni agli occhi dei più avvertiti connaisseurs»
.
Ogni volta si è partiti dalla necessità di sperimentare
sintesi creativa di poesia e di pittura, testo e immagine.
Il gesto e il segno è, in ordine cronologico, la prima
collana del Laboratorio. Il titolo si riferisce all’attività
dell’incisore, al gesto che compie nell’elaborare
la matrice e al segno che su di essa resta impresso. Un inizio,
dunque, in consonanza con il ‘rilancio’ dell’attività
incisoria nella sua artigianalità perseguito dal Laboratorio.
Iniziata nel 1982 con la pubblicazione, in collaborazione
con l’editore Tommaso Marotta, di Pinocchio di Antonio
Petti, la collana, si compone di cartelle di incisioni accompagnate
da un testo in prosa a mo’ di prefazione. La mancanza
della rilegatura, non deve far dubitare dell’appartenenza
di immagine e testo ad un unico ‘progetto’, la
cartella è infatti concepita per essere ‘goduta’
nel suo insieme. Il testo non è una semplice introduzione
alle incisioni né queste ultime hanno come fine quello
di riempire un pezzo di parete: smembrare la cartella implica
‘violare’ quello spazio di condivisione voluto
dall’editore e vissuto dall’artista e dall’autore.
La realizzazione della collana coinvolge importanti figure
del panorama artistico e letterario campano e non, come Gianni
Pisani e Gillo Dorfles, Mario Persico e Edoardo Sanguineti,
Luigi Compagnone e Maurizio Valenzi: il dialogo che si viene
a creare è rifuso nelle edizioni. Lo dimostra anche
la parallela produzione di Cartelle che pur non appartenendo
alla collana precedente, ne mantiene lo ‘spirito’
e anzi possiamo dire lo conserva nel tempo visto che le ultime
produzioni del genere appartengono a questa seconda collana:
Michele Pagano, Angelo Casciello, Stelio Maria Martini, Franco
Angeli, Patrizia Fiorillo, Enzo Battarra, Domenico Papa allungano
la lista di ‘amici’ dell’ ‘officina’
nolana.
E così, se apriamo Pinocchio di Petti, ci rendiamo
conto di essere innanzi non ad una semplice raccolta di incisioni,
ma ad un vero e proprio libro, un ‘libro di disegni’;
come un libro, contiene una ‘prefazione’ che è
parte importante dell’opera: è il tema espresso
in un linguaggio ‘parallelo’ a quello delle immagini.
La necessità di non considerare la cartella come raccoglitore
momentaneo è stata sottolineata dallo stesso Vittorio
Avella che ci ha detto: «Non amo molto questo formato
perché consente operazioni di sottrazione. La cartella
andrebbe riposta, nella sua integrità, in libreria».
Ed è proprio il desiderio di evitare che il sincretismo
fortemente ricercato restasse incompreso, che spinge ben presto
a ‘passare al libro’.
E’ il 1983 quando dai torchi della stamperia nolana
esce Acqua dall’alto. Didascalie per una rappresentazione
di Jan Orto e Mario Persico: «le linee incise, piuttosto
che illustrare situazioni e personaggi, fanno da contrappunto
al testo, restando fedeli alle essenze originarie del proprio
segno» .
Il testo da inizio alla collana denominata Novoidi. Il nome,
suggerito da Mario Persico, si riferisce ad un particolare
tipo di stelle novae. Queste sono stelle che improvvisamente
subiscono un fortissimo aumento di splendore per tornare poi
lentamente all’antico: le novoidi sono stelle che diventano
nuove ad intervalli regolari di tempo, l’esplosione
è però meno violenta.
La scelta di questo nome è dettata appunto dalla novità
che questi libri presentano nel panorama contemporaneo dell’incisione:
«[...] Con lo sviluppo industriale, il rapido processo
di adeguamento degli strumenti di lavoro, ha spostato , nel
corso del XX secolo, l’attività incisoria dal
piano della meticolosa elaborazione manualistica- addirittura
di gusto artigianale- a quello di una produzione tesa alla
massima produzione nel tempo più breve: i procedimenti
fotografici hanno progressivamente reso obsoleti i meccanismi
di lavorazione manuale; i mezzi di stampa rapida e pulita
hanno consentito tirature sempre più alte quasi senza
incidere sulle matrici. Contemporaneamente, un diffuso desiderio
di collezionismo ha diretto l’interesse di settori sempre
più vasti del mercato dell’arte verso l’opera
d’autore a basso costo ed ha accentuato la spinta a
cercare soluzioni al tempo stesso di quantità e di
qualità, anche se per la maggior parte dei casi il
livello qualitativo era solo apparentemente pari a quello
della produzione accurata e appassionata dei procedimenti
manuali» .
L’attività del Laboratorio è dunque ‘in
controtendenza’, anche in relazione al fenomeno del
libro d’artista. L’espressione è usata
sia dall’Autieri, nel suo articolo sull’attività
dell’ ‘officina’, che dagli stessi patrons
V.Avella e A.Sgambati, in maniera tutt’altro che rigorosa:
essa è riferita ad ogni tipo di produzione libristica
che veda la partecipazione di un artista, divenendo così
sinonimica di libro illustrato, livre de peintre, libro oggetto,
ecc.
L’analisi delle singole edizioni, invece, ci ha condotto
a ritenere appropriata per la gran parte della produzione
l’espressione ‘livre de dialogue’ di Y.
Peyré. Si tratta infatti, nella maggior parte dei casi,
del risultato di un confronto fra artista e scrittore, ‘rigorosamente’
contemporanei, capaci di suscitare una sensazione di unità
spirituale senza che testo e immagini perdano la propria autonomia.
Ma il carattere unitario di ogni edizione non deriva solo
dal felice incontro di un poeta e un artista, ma dalla capacità
degli editori di guidare in perfetta sintonia l’opera
in un clima che ci riporta ai ‘circoli’ di Kahnweiler
e Tériade.
Il procedimento editoriale si caratterizza per l’attenta
cura dei particolari: gli inchiostri, le carte marmorizzate,
i cartoni, rigidi e ondulati, le coperte telate talvolta rivestite
internamente di fogli xilografati o serigrafati, i fregi in
bronzo fuso, i fermagli in ferro battuto disegnati dagli stessi
artisti.
Un’ attenzione maniacale è poi dedicata alla
mise en page impostando un rapporto fra testo e immagine capace
di far respirare dinamicamente la pagina: «in questo
spazio dell’apparire[…] il connubio fra testo
(con referenzialità sonore) e immagine (emancipata
da ruoli illustrativi o intenti mimetici) diviene creazione
di una nuova e originale sintassi» .
Il libro non rispecchia più l’esigenza elitaria
del capolavoro da consegnare nelle mani di un appassionato
bibliofilo, ma rispecchia «l’intenzionalità
del lettore che, come nella messinscena di un rito, partecipa
direttamente allo svelamento dei significati» .
Un coinvolgimento del lettore ottenuto attraverso un’accentuazione
dell’aspetto tattile del libro: i particolari cui abbiamo
precedentemente fatto riferimento, invitano ad accostarsi
al libro.
Non si può restare indifferenti al fascino delle carte
fabbricate a mano nei tini amalfitani di Fresco di Pucara
e di Amatruda, nei mulini provenzali di Richard de Bas, affiancate
dalle Fabriano, dalle Hahnemühle, dalle Arches, dalle
Zerkall. Carte assolutamente inadatte alla stampa meccanica,
in quanto ogni foglio è semplicemente diverso da un
altro, con sensibili differenze di spessore, ideali per la
stampa a torchio: le italiane sono apprezzate per la tattile
ruvidezza, le franco-provenzali per la grande stampabilità,
le tedesche per l’estrema sensibilità.
Lo dimostrano bene le edizioni che compongono la collana Poesie
della Vendetta, iniziata nel 1993 con Vietati i Topolini di
L. Dell’Anno con incisioni di V. Avella, A. Napolitano,
M. Persico, S. Stefanile, N. Tricarico. Il nome, suggerito
dall’intellettuale nolano F. C. Simonetti, indica la
vendetta dei poeti che vi partecipano: si tratta infatti di
poeti ‘semisconosciuti’ il cui valore, intuito
dagli editori, spinge questi ultimi a volerli ospiti del proprio
atelier.
Gli anni novanta sono fertilissimi per il Laboratorio. Nel
1991, viene stampata la prima edizione della collana La parola
e il segno. Il titolo richiama, non a caso, la collana Il
segno e il gesto. Essa infatti nasce per ‘affermare’
il carattere unitario della cartella, come un gesto di ribellione
contro la diffusa pratica dello smembramento: la nuova collana
si caratterizza per la compresenza di immagine e testo (quando
c’è) su un unico foglio piegato a fisarmonica.
La copertina ha conservato la forma della cartella anche se
le misure si sono ridotte e il semplice cartone è stato
sostituito da carta marmorizzata o da carta serigrafata .
Gli artisti che hanno lavorato a queste edizioni come M. Persico,
A. Casciello, S. Paladino, P.Lista, hanno riempito la lunga
pagina senza mettere in discussione, anche questa volta, i
canoni fissati dagli editori.
«Ma, molti di loro» dice Avella «avvertivano
la necessità di agire più liberamente. Per questo,
nasce [quasi contemporaneamente alla collana precedente] la
collana Libri d’artista la cui prima edizione, nel 1990,
è Piano-Sequenza di S.Paladino e M.Lunetta».
Il nome deriva dalla libertà che l’artista ha
nei confronti della forma -libro: il suo spazio di azione
va oltre la pagina; in quasi tutti i casi è l’artista
stesso a proporre il progetto .
Lasciando alla lettura delle schede di fine capitolo l’incontro
ravvicinato con i libri, ci preme qui sottolineare, ancora
una volta, l’utilizzo in ‘controtendenza’
dell’espressione ‘libro d’artista’:
le edizioni della collana infatti, pur presentandosi come
spazio di espressione autonomamente scelto dall’artista
che adegua a sé la forma-libro, presentano alcune caratteristiche
attribuite al libro d’arte e al libro illustrato, cioè
ad un tipo di produzione caratterizzato dalla preziosità
dei materiali scelti e soprattutto dalla tiratura limitata
che contribuisce a sottolineare una certa rarità del
prodotto.
Come tutte le collane del Laboratorio anche questa presenta
una tiratura di 50/50 «una scelta» dice Avella
«dettata dal voler evitare che il libro potesse avere
una diffusione su larga scala pari a quella di un qualsiasi
altro prodotto industriale».
Il libro non vive solo grazie al progetto dell’artista.
E’ quello che si vuole dimostrare nel 1991 con l’allestimento
del laboratorio “SI STAMPI”, nell’ambito
della quinta edizione di “FUTURO REMOTO.Un viaggio fra
scienza e tecnica” , tentando «di ricreare [...]
la magia [dell’arte artigiana della stampa, per dimostrare
come] i fabbricatori di carta, gli stampatori, i legatori,
i tre artisti di cui vengono riprodotte le opere partecipano,
tutti, della stessa poiesis» .
Un
evento che ha visto collaborare Il Laboratorio di Nola con
L’Antica Cartiera Amalfitana di Tremonti e la società
de La Buona Stampa nella realizzazione, dal vivo, di tre libri
( nel catalogo definiti d’artista) legati ai nomi di
Mimmo Paladino, Ernesto Tatafiore, Adriana De Manes.
A prima vista, la presenza dell’editoria d’arte
ad una manifestazione sull’energia potrebbe apparire
priva di significato: non è così, essa consente
di dimostrare come il rapporto uomo-macchina, si estrinsechi
anche nella creazione dei prodotti artistici. «L’editoria
d’arte » recita il catalogo «risulta infatti
da una serie di processi che vedono impegnate le energie della
natura e della macchina, nelle diverse variabili attinenti
gli aspetti fisici, tecnici e meccanici dei sistemi di lavoro
da una parte, e dall’altra, altrettante rigorose energie
individuate nell’intelligenza dell’uomo e da questo
liberate ai livelli nervoso, muscolare e psichico. E non solo
per la qualità dello sforzo e dunque del lavoro continuamente
prodotto; si può infatti affermare che gli esiti conseguiti
–al termine di ogni singolo processo- manifestano e
definiscono la capacità dell’uomo medesimo, volto
alla ricerca delle più idonee, ancorché differenti
risposte all’insorgenza di ogni nuovo problema. Così
la presenza delle macchine per la fabbricazione della carta,
de “L’Antica Cartiera Amalfitana” di Tremonti
curata dall’architetto Anna Maria De Julis propone,
a titolo esemplificativo, lo svolgimento di antichi processi
di produzione della carta, che escludendo la serialità,
ripropongono l’abilità manuale del maestro cartaio
nella realizzazione della carta. Le lastre di zinco e di rame,
gli strumenti semplici per il lavoro incisorio, gli acidi,
i torchi calcografici e tipografici [del Laboratorio], costituiscono
i materiali con cui si tende ad affermare una concezione dell’incisione
[come possibilità di manifestazione di una sensibilità
artistica]. In particolare Mimmo Paladino e Ernesto Tatafiore,
nonché […] Adriana De Manes, provocano, con il
loro lavoro creativo, l’avvio dell’intero processo
di produzione. Gli antichi gesti, i telai e gli spaghi di
Antonio Solimene de “La Buona Stampa” di Ercolano
racchiuderanno il fascino di un “viaggio”. Tutti
insieme, nell’ambito della mostra, danno luogo ad esperienze,
a singoli processi operativi nell’ ambito delle proprie
specificità, conseguendo un risultato congiunto che
è il libro d’arte: un manufatto che vuole appunto
esemplificare quella possibile persistente armonizzazione
tra l’uomo e la macchina, grazie a cui l’uomo
stesso, costantemente alla ricerca di nuovi strumenti e materiali
espressivi, possa affermarsi come centro e principio».
Anche il libro interamente pensato dall’artista [ed
è il caso dei tre libri proposti a Futuro Remoto: Tane
di M. Paladino, Uboot di E. Tatafiore, Libro di A. De Manes,
tutti e tre compresi nella collana Libri d’artista]
diviene, nell’esperienza del Laboratorio, un momento
di creazione collettiva, manifestazione di un’attività
artigianale che si mira ‘prepotentemente’ ad affermare:
c’è sì l’artista, ma c’è
anche la maestra calcografa, il maestro serigrafo, il rilegatore.
Quella dell’artista è una fra le tante firme.
E così la collana Autoritratti, nata nel 1995, con
L’ile di V. Avella, La via breve di R. Dalisi, Calici
d’ombre di P.Lista, si caratterizza per la presenza
di fermagli in rame eseguiti da Carlo Rossi su progetto degli
artisti stessi: come dei lucchetti, queste mini opere di metallo
chiudono i piccoli ‘scrigni’ di cartone ondulato
in ognuno dei quali è posto un lungo foglio ripiegato
a fisarmonica e stampato in serigrafia o all’acquatinta.
Una volta aperta, la scatola prende le sembianze di un piccolo
portaritratti: al posto dell’immagine dell’artista
c’è la sua opera, il suo volto appare però,
come per gioco, sul retro del contenitore.
Libri preziosi, dunque, quelli del Laboratorio, più
vicini ai ‘libri d’artista’ di Tériade
che ai ‘libri d’artista’ di Ed. Rucha o
di D.Roth. Senza dubbio, non si può per essi utilizzare
la definizione di P.Bianchini (da noi posta sulla pagina introduttiva
del capitolo) in cui si afferma che un libro d’artista
è un’opera creata unicamente sotto la responsabilità
dell’artista, con i metodi migliori per ottenere la
qualità in quantità illimitate e che dovrebbe
essere disponibile ad un prezzo moderato ovunque siano venduti
dei libri; ma, al ‘libro d’artista’ nel
senso da noi precisato nel primo capitolo, essi possono essere
accomunati nell’essere strumento di un impegno culturale
e civile che da sempre ha alimentato le scelte del Laboratorio
e dei suoi fondatori. Ed è a quest’impegno che
dedichiamo il paragrafo successivo.
II. 2 Da Piazza G.Trinchese, Nola, a Vico Freddo in
Rua Catalana, Napoli.
«Un mattino di dieci anni fa, nel mio giardino, solitamente
disabitato, intravidi un uccello dalle piume nere e dal becco
arancione: un merlo. Pensai fosse una ‘visita occasionale’,
ed invece il merlo aveva deciso di fermarsi per un bel po’.
Gli diedi anche un nome, Giacomino. Mi ci affezionai. Un giorno,
però, mi resi conto che se ne era andato, che aveva
deciso di trasferirsi altrove. Pensai che non l’avrei
più rivisto. Mi sbagliavo. Impegni di lavoro, mi portarono,
infatti, a casa di Felix Policastro e fu lì che, rinchiuso
in una gabbia, ritrovai Giacomino. Non riuscii a convincere
l’artista a restituirmi il ‘mio’ merlo e
così…ritornato a casa, gli telefonai spacciandomi
per il Presidente dell’ Associazione per la Liberazione
del Merlo Maschio. Gli spiegai che la telefonata era dovuta
ad una denuncia esposta, nei suoi confronti, da un associato
che lo accusava di tenere in gabbia proprio un esemplare della
specie per la cui tutela l’associazione era nata. Gli
proposi di organizzare una manifestazione per liberare pubblicamente
l’animale. L’artista acconsentì immediatamente...lo
scherzo venne rivelato e il merlo fu liberato, ma era solo
l’inizio…».
Così, il maestro Antonio Sgambati ci ha raccontato
la nascita del più singolare fra gli eventi promossi
dal Laboratorio: La Festa Nazionale per la Liberazione del
Merlo Maschio che, dal 1996, si svolge a Saviano, in provincia
di Napoli, ogni 21 marzo.
L’intera
giornata vede intrecciarsi incontri, dibattiti, performances
artistiche che hanno come tema comune libertà e pace.
Poeti, scrittori, artisti, nazionali e internazionali, si
incontrano per dare corpo alla metafora della ‘liberazione
del merlo’: liberazione intesa come affermazione della
libertà individuale, un’affermazione possibile
nei modi più svariati ma tutti ugualmente accettabili
nei limiti del rispetto altrui; un rispetto altrui, nel senso
di rinuncia ad atteggiamenti di prevaricazione, fondamentale
per la costruzione di un clima di pace avvertito come un traguardo
sempre più irraggiungibile, almeno fino a quando la
diversità verrà concepita come motivo di impossibilità
comunicativa escludendo cosi ogni tentativo di confronto.
E la Festa del Merlo si presenta proprio come possibilità
di confronto. Un confronto fra artisti (nel senso lato del
termine) diversi per fama, formazione, idee ma soprattutto
per modalità espressive: non c’è distinzione
gerarchica fra le arti, le varie manifestazioni artistiche
sono contrapposte in un confronto democraticamente dialettico
al fine di giungere a risultati propositivi non esclusivamente
relativi, però, al campo dell’Arte in sé.
Un confronto che non vuole essere un’occasione di dialogo
fra spiriti elitari, non vuole essere una passerella di vicende
creative individuali che si giustificano in nome di un’esclusività
di progetto, ma un momento in cui si afferma «la capacità
conclamata di ciascun artista di sapersi rendere interprete
fedele di qualcosa che forse potremmo definire come pensiero
collettivo della comunità » , cui si da, così,
voce e visibilità, un momento in cui, attraverso un’azione
di animazione sociale si coinvolgono le forze e le intelligenze
territoriali, non solo artistiche ma anche politiche, economiche
e sociali al fine di costruire possibilità di sviluppo
in termini generali ma, in particolare per la vita artistica
e culturale di Napoli e del territorio campano.
E’ proprio il legame col territorio, che caratterizza
il ruolo e l’attività del Laboratorio, ad averci
spinto ad intitolare questo paragrafo facendo riferimento
alle sue due sedi e ad iniziare la trattazione con il richiamo
alla Festa del Merlo. E’ sufficiente infatti dare uno
sguardo ai programmi indicati sui manifesti stampati in occasione
di questa manifestazione (fig. 1-2-3) nonché alla varietà
di ‘prodotti’ (8-9-10) creati e presentati per
comprendere come alla base vi sia la volontà di «esaltare
le peculiarità dell’ambiente e del territorio,
fino a farsene specchio e coscienza vivente» .
Il
rapporto col territorio risulta fondamentale in questa prospettiva
di intervento attivo che procede da una riappropriazione del
vissuto popolare, e non solo.
Una prospettiva che non nasce dal nulla e all’improvviso:
1974, il Laboratorio non esiste ancora, ma Vittorio Avella
ha già le idee estremamente chiare e gli obbiettivi
non meno determinati. Lo dimostra producendo la progettazione
del “Giglio del Sarto”, una delle otto tipiche
“macchine” che vengono innalzate, ogni anno, a
Nola, la prima domenica successiva al 22 giugno, per festeggiare
S.Paolino, uno dei due santi protettori della città:
una festa «espressione di una tradizione culturale locale
che affonda le sue radici in culti essenziali precristiani
di origine fallica e vitalistica. L’occasione è
preziosa […], gli offre infatti l’opportunità
per approfondire ed esemplificare un insieme di sue convinzioni
sui rapporti fra arte e artigianato e tra artisti di diversa
formazione e l’espressività di una festa popolare
come quella dei ‘Gigli’ e ancora, sulla possibilità
di un ruolo delle istituzioni per non lasciare svilire, ma,
anzi, arricchire il patrimonio culturale accumulatosi intorno
alla festa» .
La costruzione dei Gigli, ad esempio, comporta la conoscenza
dell’uso della cartapesta: «La storia della cartapesta,
[dice Avella], si intreccia ormai con la storia centenaria
della Festa dei Gigli, con la cultura e la storia dei Nolani,
con la bravura dei suoi artigiani. Già nel 1800 abbiamo
le prime testimonianze dell’uso della cartapesta per
decorare queste incredibili macchine da festa […]. Un
lungo elenco di artisti, di artigiani ha lavorato e lavora
a Nola su quella che è diventata una tradizione di
espressione e di perizia artigiana. Ma tutto ciò rischia
di esaurirsi; l’artigianato rischia di perdere nel tempo
la carica di entusiasmo e di interesse per un mestiere antico,
sì, per certi versi affascinante, ma che lo espone
oggi ad incertezze economiche e al disinteresse delle istituzioni.
[…] Perciò crediamo che la proposta venuta da
alcuni artisti Nolani di una scuola popolare delle arti e
dei mestieri debba divenire realtà, affinché
la ‘bottega artigiana’ sia di nuovo officina e
confronto di idee e d’arte per i giovani futuri.»
E
così per la Festa dei Gigli 2004, Il Laboratorio ha
promosso l’affidamento a Sergio Fermariello del progetto
del Giglio del Sarto (fig. 11). L’estensione della festa
ad altri paesi ha creato tante costole di Nola che è
la culla del Giglio: questa iniziativa dell ‘officina
nolana’ ha voluto rivendicarne la paternità.
Ogni anno ci sarà un’artista diverso a firmare
il giglio della contrada nominata come ‘maestra di cerimoniale’
per la preparazione della festa: per il 2005, Mimmo Paladino
ha già accettato di reinterpretare uno dei sacrali
obelischi.
Risultano pertanto evidenti i temi intorno ai quali Avella
imposta la sua attività: il rapporto arte-artigianato
nel senso di un recupero dei saperi tecnici propri dello specifico
disciplinare; il protagonismo popolare nel senso di richiamo
alla cultura popolare ed ai fattori propri di identità
della comunità; il coinvolgimento delle istituzioni
per ottenere non tanto il sussidio emergenziale, quanto la
creazione di condizioni che consentano l’autopropulsione
creativa; il ruolo maieutico dell’artista che «rinuncia
al suo ruolo di demiurgo in favore di una più rigorosa
funzione di operatore estetico » e, in generale, di
operatore culturale, assumendo «una nuova identità
del proprio ruolo nell’operatività nel sociale»
.
Posizioni incomprensibili se non rapportate a quella temperie
dell’ “Arte nel Sociale” nella quale proprio
Avella si cala con la sua azione.
Il movimento dell’Arte nel Sociale «si affermò
in Italia, nella metà degli anni settanta, sull’onda
della rivolta studentesca e delle lotte operaie, [apportando]
un capovolgimento di metodi e di convinzioni: l’intellettuale
e l’artista cominciavano a ritrovare un ruolo nelle
dinamica sociale attraverso la diretta partecipazione, con
i propri strumenti, alla lotta politica, agendo al di fuori
di qualsiasi logica di mercato. La metodologia che ispirò
la nuova operatività estetica fu l’animazione.
Animare significava coinvolgere il maggior numero di persone
possibile in un processo creativo intorno ai temi di denuncia
politica e sociale, dei quali occorreva diffondere la consapevolezza;
e in questo l’arte doveva ritrovare la sua carica sovversiva
[attraverso, soprattutto], un processo di espansione della
creatività verso strutture collettive, come la fabbrica,
la scuola, i quartieri urbani […] e una pratica molteplice
dei media per esempio, all’azione e non solo alla produzione
estetica. […]L’operatore culturale e l’operatore
estetico in particolare, nel nostro caso, non era più
in possesso di un bene da partecipare, da elargire, non era
più portatore unilaterale di cultura, non avrebbe più
imposto insomma la propria lezione, la propria azione o i
propri oggetti; sarebbe invece divenuto soltanto un sollecitatore,
un provocatore in un certo senso, di partecipazione, ed esattamente
di una partecipazione che rappresentava un momento di crescita
autoconoscitiva altrui; una partecipazione entro la quale
si realizzava il processo (ed eventualmente anche l’oggetto)
dell’operatività estetica, superando l’antitesi
fra la creazione ( e ricerca) e mediazione. […] Da operatore
a co-operatore si può dire più propriamente,
nel senso appunto che l’operatività da queste
esperienze in poi non è più a senso unico, non
è unilaterale, ma si esprime in una possibilità
di dare e avere, di sperimentare assieme, e dunque si esprime
piuttosto in un movimento duplice, bilaterale. […] Si
tratta insomma di avere il coraggio di rifondare il proprio
ruolo entro il traguardo più avanzato di una riscontrata
nuova utilità sociale. Utilità proprio per la
capacità di risposta da dare a domande concrete, che
passavano per le aggregazioni e le associazioni di base, e
per tutti i livelli che la base esprimeva» .
La base, cioè il territorio inteso come tessuto sociale
e non solo come realtà topografica, e il rapporto con
essa risulta dunque fondamentale: l’artista impegnato
nel sociale si fa depositario del bagaglio di sensibilità
e di conoscenze che producono la coscienza storica, l’immagine
di un popolo, traducendoli in occasioni del fare ed in prodotti
di immediata percepibilità da parte della comunità.
Il movimento si esaurisce nel giro di pochi anni. Avella,
trova nell’opzione dell’artigianato la possibilità
per non disperdere i tratti salienti dell’impegno profuso
durante tutto il decennio degli anni ‘ 70 ad iniziare
dalla fondazione a Nola, nel 1972, del “Centroarteincontri”
volto a dimostrare il ruolo decisivo che la provincia può
svolgere, se è messa in condizione di liberare tutte
quelle energie che appaiono soffocate in un contesto di sottostima
e di separatezza.
L’artigianato è considerato dall’artista
come «il cordone ombelicale che lega la comunità
sociale e il territorio formando quel che si definisce più
propriamente condizione ambientale» .
Di qui la fondazione del Laboratorio che diviene, in breve,
fondamentale sede di dibattito artistico, luogo di cultura,
processo autopropulsivo, occasione culturale capace di vivere
di vita autonoma, indisponibile al compromesso col potere
politico.
La realtà nolana non sarebbe la stessa senza quest’
‘Antro della Sibilla’ e senza la passione profusa
dai suoi due creatori Avella e Sgambati. Una passione che
trova alimento, prima che nell’amore per il proprio
mestiere, nell’amore per la propria terra e per il suo
popolo. Solo così si comprende la tenacia nel procedere
lungo una strada tutt’altro che priva di ostacoli e
delusioni.
Dopo ventidue anni il Laboratorio ha affiancato alla sede
nolana di P.zza Trinchese quella napoletana di Vico Freddo
a Rua Catalana. Qui si sviluppano esperienze di lavoro comune
di designer, artisti e artigiani che stanno contribuendo a
modificare la fisionomia e il ruolo del quartiere.
Le scelte operative sono quindi ancora una volta di impegno
culturale e civile insieme, da attuare con tanti operatori,
non solo napoletani, che fino ad oggi le hanno condivise e
sostenute.
I
Patrons del Laboratorio: note biografiche
Vittorio Avella
Vittorio Avella, nato a Nola (Napoli) nel 1942 dove vive e
lavora.Dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti di
Napoli, nel 1964 si trasferisce a Parigi con borsa di studio
del Governo francese dove segue i corsi d'incisione all'Ecole
des beaux-arts.
Nel 1968 pubblica presso le edizioni "Les cahiers de
la roselière" di Parigi un libro, Anche il mare
non ha voce, composto di cinque poesie e cinque acqueforti.
Il primo esemplare, le lastre biffate ed i disegni preparatori
vengono acquistati e presentati alla Biblioteca Comunale di
Milano. Dal 1970 al 1972 vive e lavora a Milano.
Nel 1972 esce, per le edizioni "Il Cappello" di
Verona, una cartella di sei incisioni, esposta alla mostra-mercato
della grafica per la galleria "1+1" di Padova.
Il ritorno a Nola, nel 1972, segna l'inizio di una feconda
partecipazione al dibattito culturale sul territorio e la
sua incidenza sul sociale. Organizza e dirige a Nola il "Centro
Arteincontri", partecipa alle più importanti manifestazioni
e rassegne in Italia e mantiene contatti internazionali, anche
nel quadro delle attività che si vanno sviluppando
intorno allo stesso "Centro". Dirige e cura, con
i suoi collaboratori, la galleria di grafica presso l'editore
Marotta, a Napoli. Poi, nel 1978, la modifica della struttura
del suo studio calcografico e la fondazione de Il Laboratorio.
Antonio Sgambati
Tonino Sgambati è nato a Saviano (Napoli) nel 1947.
Nel 1971 si trasferisce a Sarnico (Bergamo) dove apre la Galleria
"Centro
Arte Spazi Nuovi".Ritorna nel '78 a Saviano ed attualmente
insegna all'Istituto Comprensivo di Casamarciano (Napoli).
È il Presidente dell'Assocazione Nazionale per la Liberazione
del Merlo Maschio e principale promotore della Festa del Merlo
che dal 1995 si svolge a Saviano (Na) il 21 marzo di ogni
anno.
NOTIZIE
BIOGRAFICHE SUGLI ARTISTI
Avella
Vittorio (Nola, Napoli, 1942). Una pittura, la sua, sospesa
fra mito e realtà: paesaggi e figure appartenenti ad
un passato di cui si è persa memoria rivivono trasfusi
in morbidi e vaganti colori dove anche il bianco della superficie
diviene mezzo della rappresentazione.
Dalisi
Riccardo ( Potenza, 1931). Vive e lavora a Napoli dove insegna
presso la Facoltà di Architettura. Artista e designer
di rilievo internazionale. L’arte è per lui materia
da combinare, è intelligenza e latitudine di linguaggio,
antiche e più recenti, da mettere alla prova; è
una pratica antropologica.
De Filippis Antonio (Taranto, 1947). Si trasferisce a Napoli
nel 1954. Qui compie gli studi presso l’Accademia di
Belle Arti. Fin dalle sue prime opere è evidente un
marcato interesse per l’uomo, ma in modo particolare
per l’uomo colto in situazioni esistenziali, roso dalla
nevrosi del proprio tempo e diviso fra attenzione onirica
ed impegno sociale e politico.
De Manes Adriana (Napoli). E’ nata e vive a Napoli.
Dopo gli studi classici e artistici, si diploma all’Accademia
di Belle Arti di Napoli nel 1988. Tra la fine degli anni ’80
e l’inizio dei ’90 la ricerca si sviluppa in direzione
di un progettato dialogo con lo spazio di grandi monocromi
rossi. A partire dagli anni ’90 il suo lavoro, pur conservando
la tipologia dell’installazione, si arrichisce di atmosfere
legate all’uso del nero fumo e di elementi prelevati
dalla natura.
Lista Pietro. (Castiglione del Lago, Perugina, 1942). Frequenta
l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Pittore, scultore,
ceramista, performer, una personalità artistica difficile
da classificare. Gli inizi sono nel segno dell’Informale
per l’ influsso del suo maestro Mario Colucci che gli
trasmette una concezione della creazione artistica come passione
e gesto polemico. Una concezione che non lo abbandonerà
mai, nonostante il suo aprirsi ai risultati delle ricerche
pop. Non lo lascia indifferente il carattere effimero dell’Arte
Povera né l’operazione di recupero propria della
Transavanguardia.
Luca
(Luigi Castellano) ( Napoli 1923-2001). Artista, critico d’arte,
giornalista, arredatore urbano, è stato l’animatore
dell’avanguardia a Napoli. Studente irrequieto presso
la Facoltà di Architettura di Napoli, esordisce, alla
metà degli anni ’50, nell’ambito dell’arredamento,
curando gli allestimenti di bar. Tra il 1959 e il 1960 inizia
ad inserire oggetti (le reti) nei suoi collages. E’
da qui che nascono gli ‘esperimenti’ nucleari,
eseguiti nel periodo in cui, insieme a Biasi, Del Pezzo, Di
Bello, Fergola e Persico, fonda il Gruppo ’58, che darà
poi vita, dal 1959 al 1961, alla rivista “Documento
Sud”, di cui Castellano sarà anche direttore,
tra i giornali più vivaci della pubblicistica partenopea
del secondo dopoguerra. Sorretto da un’intensa tensione
politico-ideale, Castellano, attento alle questioni poste
dalla cultura di massa ma polemico nei confronti di ogni omologazione
americanizzante e delle soluzioni neorealiste, anima , con
Cipriano, Mele, Esposito e Vitagliano, il movimento della
Prop-Art o arte di propaganda. La fine dall’esperienza
della Prop-Art coincide, nel 1975, con la crisi dell’impegno
politico. Distante da ogni tipo di compromesso mercantile,
ed amante dei circuiti alternativi ai sistemi dell’arte,
Luca diviene più pensoso e meno agitatore come dimostrano
le sue ‘prove’ di poesia visiva e le sue variazioni
segniche degli anni Novanta (vaste superfici occupate da un
repertorio di emblemi e monogrammi).
Napolitano Antonio (Nola, Napoli, 1936). Ha compiuto gli studi
al Liceo Artistico di Napoli, dove ha frequentato la scuola
di pittura dell’Accademia di Belle Arti diretta da Emilio
Notte. Inizia la sua attività nel 1955, ma la sua partecipazione
al dibattito sulla pittura risale al 1953. Negli anni dal
1959 al 1983, pure sviluppando ricerche nell’area della
pittura, ha svolto prevalentemente attività didattica
e di collaborazione scolastica, lavorando, in Sicilia e ritornando
a Nola nel 1970. Nel 1983 ha lasciato l’insegnamento
per dedicarsi al lavoro di campo visivo, particolarmente riguardo
alla pittura e alla grafica incisoria.
Paladino Mimmo (Paduli, Benevento, 1948). Si iscrive al Liceo
Artistico dal 1964 al 1968. Muovendo dal clima comune del
“concettuale”, la prima fase dell’attività
dell’artista s’incentra principalmente sulla fotografia.
Tuttavia le eccezionali doti di disegnatore di Paladino non
rimangono a lungo celate: nel 1977 infatti realizza un grande
pastello sul muro della galleria Lucio Amelio a Napoli. Gli
anni a cavallo fra il ’78 e l’ ’80 sono
da leggersi come un periodo transitorio tra le posizioni concettuali
e la rinnovata attenzione per la pittura figurativa. Le opere
di questa fase sono in prevalenza dipinti monocromatici dalle
tinte decise sui quali campeggiano strutture geometriche,
ma anche oggetti come rami o maschere. Gli inizi degli anni
’80 si identificano però sempre più con
l’affermazione delle potenzialità di una pittura
referenziale. Ad ‘Aperto 90’, nell’ambito
della Biennale di Venezia, il critico d’arte Achille
Bonito Oliva propone la corrente della Transavanguardia di
cui fanno parte Chia, Clemente, Cucchi e lo stesso Paladino.
Le mostre alle quali l’artista campano partecipa in
questi anni testimoniano come la sua pittura sia debitrice
nei confronti del passato sia per i contenuti che per le forme,
ma come al tempo stesso sia densa di simboli e capace di aprirsi
nuove prospettive. Curioso indagatore e insaziabile sperimentatore
di ogni tecnica artistica, Paladino si dedica anche all’attività
incisoria. L’acquaforte, l’acquatinta, la linoleografia,
la xilografia interpretano magistralmente il carattere spettrale
delle sue figure primordiali.
Paladino Salvatore (Castellamare di Stabia, Napoli, 1935).
Dopo gli studi al Liceo Artistico, frequenta l’Accademia
di Belle Arti. Negli anni ’62-’63, con alcuni
artisti napoletani collabora alla costituzione della rivista
“Linea Sud”; nel 1964 espone per la prima volta
opere “ludiche”, celebrazioni del mito dall’infanzia,
del ricordo. Nel 1973 inizia anche una ricerca creativa con
la fotografia collaborando a diverse riviste del settore.
Ha applicato all’insegnamento metodologie didattiche
di sperimentazione sul tema della creatività-gioco
nel fanciullo, tenendo anche corsi e seminari.
Persico Mario (Napoli,1930). Ha compiuto gli studi all'Accademia
di Belle arti di Napoli dopo aver conseguito la Maturità
artistica e frequentato per tre anni la Facoltà di
Architettura di Napoli. Le sue prime partecipazioni a mostre
risalgono al ’49. Nel 1955 è tra i firmatari
del “Manifesto dell’Arte Nucleare” e nel
1958 è tra i fondatori del “Gruppo ‘58”.
La sua pittura si caratterizza per un metamorfismo mai monotono
che si combina col tempo ad un’esigenza di oggettivazione
delle proprie visioni, una ricerca di coinvolgimento dello
spettatore che lo porterà all’esperienza dei
‘praticabili’.
Pisani Gianni (Napoli 1935). Dopo essersi diplomato all’Accademia
di Belle Arti a Napoli, ha fatto parte con Persico, Luca Castellano,
Biasi di raggruppamenti partenopei di “Documento Sud”
e “Gruppo 58” insieme a Del Pezzo, Bugli, Fergola,
Luca Castellano, Biasi. La sua pittura in questi anni è
fortemente suggestionata dalle sperimentazioni materiche innestate
su riferimenti alla cultura surrealista e ad un certo tipo
di figurazione onirica rintracciabile ad esempio nel lavoro
di Paul Klee . Successivamente, dalla metà degli anni
Sessanta, la sua opera, in sintonia con gli sviluppi artistici
internazionali, si sviluppa in senso oggettuale, assumendo
oggetti reali che acquistano all’interno dell’opera
nuovi significati simbolici.
Petti Antonio (Napoli,1936). Vive a Salerno. Disegnatore e
scenografo, si è dedicato alla ricerca grafica fin
da giovanissimo. Ha collaborato, come disegnatore e illustratore,
a vari quotidiani e riviste e ha illustrato libri per vari
editori. Nei sui disegni l’immediatezza del gesto conferisce
dinamicità al tratteggio caratterizzati da un’abile
combinazione di densità e radure di luce ed ombre.
Scolavino Quintino (Bagnoli-Irpino, Avellino, 1945). Dagli
ani ’50 vive a Napoli. Alla sua formazione artistica
contribuisce Luca (Luigi Castellano) ed il continuo, intenso
dibattito, che lo lega ad alcuni giovani artisti napoletani.
Produttore politecnico/versatile di oggetti in ‘forma
d’arte’ è , nel 1966 è tra i fondatori
del “Gruppo Studio P.66” (Luca, Brancaccio, Davide,
Del Vecchio, Desiato, Maraniello, Marino, Pappa, Scolavino,
Trapani). Nello stesso periodo collabora alla rivista “NO”
(Nuovo operativo di comunicazione di massa e cultura di classe)
diretta da Luca e partecipa, in seguito, ad alcune mostre
della Prop-Art). Dal ’69 al ’75 si dedica ai SERVOMECCANISMI
con cui introduce la meccanica dei sensi, delle integrazioni
degli organismi sensoriali. Dal ’74 al ’77 introduce
costruzioni-ostruzioni in false tele antiche. La componente
oggettuale del suo fare arte diviene sempre più importante.
Negli anni novanta presenta installazioni di grandi dimensioni,
dove gli oggetti espropriati sono ‘meteore pneumatiche
senza l’inibizione della gravità’. Nel
1991 partecipa, con un gruppo denominato Orologio ad acqua,
ad alcune mostre fra cui una presentata all’Acquario
di Napoli nel 1991, la prima di alcune esecuzioni multimediali
con l’intervento di artisti, poeti e muisicisti cui
seguono quelle presso l’Osservatorio Astronomico di
Napoli nel 1996, Il Real Orto Botanico di Napoli nel 1996.
Rezzuti Carmine (Napoli, 1944). Le sue prime ricerche estetico-
tecniche (giuochi fantastici), risalgono agli anni ’60.
Alla fine di questi anni e all’inizio dei ’70,
partecipa a diverse mostre nazionali con lavori anche ambientali.
Poi, in clima fortemente concettuale, al centro del suo lavoro
si pone l’immagine fotografica. Verso la fine del 1975,
con altri artisti napoletani, costituisce l’ “A/SOCIAL
GROUP” dando inizio ad un periodo di riflessione con
argomenti fortemente sociali. Negli anni successivi la sua
ricerca, dai contenuti concettuali passa a quella che viene
definita “un altro modo di fare scultura”. E’
in questo periodo che inizia la collaborazione con Scolavino
che negli anni novanta produrrà una serie di esecuzioni
multimediali a cominciare da Orologio ad Acqua, tenutasi,
nel 1991, presso l’Acquario Napoli.
Tatafiore Ernesto (Marigliano, 1943). Il mare, il padre, la
pittura, la psicoanalisi sono le figure intorno alle quali
ruota la sua biografia. Da piccolo amava dipingere accanto
a suo padre dal vero. Poi per lui l’arte è diventata
un gioco senza fine o fini e ha intrapreso la psicoanalisi
come sgambetto al sistema logico.
Zevola Oreste (Napoli, 1954). Durante il corso degli anni
ha portato parallelamente avanti il lavoro di pittura, di
scultura e l’attività di illustratore e disegnatore.
Attraverso le sue creazioni questo artista eclettico ci ha
fatto scoprire un percorso ricco di simboli antichi ed un
universo arcaico di oggetti e di creature di ogni tipo.
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