Tiziana Amato de Serpis
L'EDUCAZIONE NEL MEDIOEVO
PREMESSA
Nei decenni passati è stato affrontato
più volte la contrapposizione fra i due termini: educazione
ed istruzione. E' bene ricordare che non bisogna discutere
di questo rapporto in termine di contrapposizione, considerando
l'educazione legata ad una riflessione puramente teorica e
l'istruzione appartenente alla pratica.
All'educazione può essere attribuito un significato
prospettico e maggiormente valoriale, scarsamente legato ad
un'indagine scientifica dei problemi connessi ad una crescita
globale ed istruzionale dei singoli individui.
Mentre oggi l'evoluzione dell'educazione è strettamente
collegata agli "stadi" della crescita del bambino,
nelle società remote essa era subordinata al sesso
del fanciullo ed alle classi sociali di appartenenza; da questi
fattori dipendeva anche il destino dell'infante, troppo spesso
lasciato in balia di persone poco attenti alla loro crescita
educativa ed istruttiva.
L'EDUCAZIONE NEL MEDIOEVO
L'INFANZIA
Per gli uomini del Medioevo l'età
difficilmente era definita in termini quantitativi, ma si
identificava con categorie culturali.
Fu Isidoro di Siviglia nelle Etymologiae Origines (sec. VII)
ad elaborare la classificazione più importante che
divideva la vita umana in cicli temporali diversi (sei età):
l'infanzia, dalla nascita ai sette anni, la pueritia, da sette
a quattordici, l'adulescentia, da quattordici a ventotto anni,
la iuventus, da ventotto a cinquant'anni, la gravitas, da
cinquanta a settant'anni, e infine la senectus, oltre i settanta.
L'infanzia era considerata da Isidoro una forma di incompletezza
fisica e mentale superabile solo con l'età.
A partire dal secolo XIII alcuni trattati medici e pedagogici
si occuparono specificamente del benessere del bambino, mostrando
un maggior rispetto per questa fascia di età, pur essendo
destinati all'attenzione solo dei figli delle classi più
elevate ed, in particolar modo, ai maschi, mentre per le femmine
gli accorgimenti erano minori.
La durata dell'infanzia delle bambine, infatti, era più
breve rispetto a quella dei loro coetanei maschi.. Il diritto
romano e canonico fissavano il superamento della condizione
infantile a 14 anni per i maschi e a 12 per le femmine, che
corrispondeva alla capacità minima richiesta per unirsi
in matrimonio.
Fin dalla nascita erano previsti per le neonate regole igieniche
particolari e norme dietetiche distinte da quelle dei maschi
(si consigliava ai genitori di dare da mangiare alle bambine
solo lo stretto necessario per la sopravvivenza!).
Una particolare attenzione si aveva per l'educazione femminile.
Le fanciulle prive di ruoli sociali significativi non necessitavano
di cure particolari. Gli unici valori che si richiedevano
fermamente erano: l'umiltà, il pudore ed il timore
verso il marito. Le attività ludiche consigliate per
le fanciulle erano simulazioni di lavori domestici o del ruolo
di future mamme.
I loro giocattoli preferiti erano i bambolotti, che spesso
rappresentavano Gesù. Raramente le bambine ebbero il
privilegio di essere indirizzate alla lettura, alla musica
o alla danza. L'infanzia delle bambine spesso veniva bruscamente
interrotta da matrimoni precoci che segnavano per sempre la
loro vita.
Un'altra pratica che segnava profondamente la vita dei bambini
era l'oblazione, frequente soprattutto nella società
altomedievale. Essi, compiuti i sei-sette anni, erano consegnati
dai genitori a un monastero con l'offerta di una somma di
denaro che doveva servire al loro mantenimento. L'oblazione
segnava una scelta definitiva, dalla quale il giovane poteva
sottrarsi solo con la fuga.
L'ISTRUZIONE
I barbari erano uomini di guerra, ignari
di lettere; per questo i Romani di fronte ad essi apparirono
un popolo indifeso, essendo essi uomini di penna e non di
spada. Per questo i barbari si affidarono ai Romani per amministrare
lo Stato, come fece Teodorico con Cassiodoro. Teodorico pur
favorevole alla convivenza tra i due popoli, decise di mantenere
distinte le armi dalle toghe.
In questo periodo scomparvero le scuole di grammatica, di
retorica ed anche le scuole cristiane, testimoniateci dall'Ambrosiaster
attribuito a sant' Ambrogio, provocando un aumento impressionante
di analfabetismo; la cultura sopravvisse solo nei conventi
e nelle chiese.
Infatti non si interruppe la consuetudine di istruire nelle
lettere gli oblati, cioè i fanciulli "offerti"
ai conventi dai loro genitori, i cui compiti consistevano
nel saper leggere i testi sacri ed imparare a memoria i salmi.
Nella Regula di San Benedetto (540) primeggia la cura dell'educazione
morale, pur facendo trasparire l'importanza dell'istruzione.
Ormai la grammatica latina è estranea alla maggior
parte delle popolazioni, soprattutto a quelle barbariche rimaste
fuori dell'Impero romano. E' per questo che si cercarono canoni
interpretativi diversi da quello letterale, formalizzando
la serie dei gradi dell'istruzione: il trivium delle arti
strumentali, grammatica, dialettica, retorica, e il quadrivium
dei contenuti concreti, aritmetica, musica, geometria e astronomia.
In riferimento alla didattica, per leggere si cominciava dall'apprendimento
a memoria dei nomi delle lettere dell'alfabeto; per l'aritmetica
si usava contare sulle dita (ricordiamo la romana computatio:
calcolando sulle dita delle due mani, appoggiandole alle diverse
parti del corpo, si indicavano i numeri fino ad un milione;
abilità che noi oggi non abbiamo più!).
Per quel che concerne le prove di esame, non possiamo non
ricordare il monaco lombardo Paolo Diacono che, nel sec. VIII,
scrisse : " Quando arrivino ospiti dotti, uno dei fanciulli
deve essere esaminato in questo modo: il priore deve insegnargli
ciò di cui deve parlare con l'ospite, o di grammatica
o di canto o di computo o di qualche altra disciplina, e deve
osservarlo durante questa specie di esame pubblico, per poi
fargli le sue osservazioni" (Commento alla regola di
san Benedetto).
Durante l'impero carolingio ci fu una ripresa dell'interesse
del potere politico per l'istruzione, soprattutto per quella
dei monaci in vista della catechizzazione ed alfabetizzazione
delle masse, causando una ripresa della vita delle città.
Come gli Ostrogoti ed i Longobardi, anche i Franchi utilizzarono
gli sport equestri come l'esercizio atto alla preparazione
dei giovani alla guerra.
Carlo Magno nella Littera de epistolis colendi del 787 e poi
nella Admonitio generalis o Capitulare ecclesiasticum del
789 affermò che gli ecclesiastici dovevano dedicarsi
all'insegnamento e non trascurare gli studi letterali. Successivamente
Ludovico il Pio prescrisse, nell'817, che nei monasteri non
si facesse scuola se non agli oblati. Dopo otto anni egli
istituì a Torino, Pavia, Cremona, Firenze, Fermo, Vicenza,
Cividale ed Ivrea scuole per istruire i laici che, con l'eccezione
di Ivrea, furono affidate a maestri laici. Dopo quattro anni
saranno gli stessi vescovi francesi a chiedere a Lotario di
istituire anche in Francia le scuole pubbliche, esentandone
la Chiesa, che si riserverà di provvedere all'istruzione
del clero.
Intorno al Mille nacque un forte movimento di riforma della
vita nei conventi: si reintrodusse "l'antico e santo
lavoro delle mani". Ciò si verificò poiché
l'ozio era divenuto l'attività preferita dei novizi.
Questo comportamento derivava dal fatto che questa vita non
era una loro scelta, ma un destino imposto dai loro genitori.
Quindi pochi apprendevano a leggere ed a scrivere. Dal rifiuto
di occuparsi dell'istruzione annunciato a Lotario all'inizio
del IX secolo, la Chiesa passa gradualmente a rivendicarla
come compito proprio.
Presso le cattedrali e nelle piccole parrocchie era sopravvissuto
qualche residuo d'istruzione, per educare nuove generazioni
di preti per gli uffici sacri. In seguito il vescovo delegò
questa cura a uno scholasticus o magischola, il quale delegò
a sua volta questo compito a un sostituto; e tocca loro concedere
la licentia docendi.
Presto si richiese un compenso e la professione docente tornò
ad essere retribuita come le altre, nonostante ciò
configurasse per la morale cristiana un peccato di simonia.
Così accanto alle scuole di pievi e conventi sorgono
anche scuole cittadine, i cui maestri sono gli stessi religiosi.
Sotto papa Innocenzo III nacquero i nuovi ordini mendicanti,
domenicani e francescani (all'inizio del Duecento), che sono
rivolti non soltanto alla vita contemplativa, ma alla predicazione
tra la gente, portando fuori del convento la parola di Dio.
Nonostante San Francesco all'inizio raccomandasse ai suoi
frati di non curarsi eccessivamente della lettura, in seguito
i due ordini insegneranno, fonderanno università e
avranno in San Tommaso e San Bonaventura i loro maggiori intellettuali;
le loro saranno le solite scuole di lettura e di scrittura.
Nacquero alcuni centri di studio nell'ambito delle artes liberales,
come medicina ed architettura, che già nell'età
classica avevano goduto di una loro dignità. E' doveroso
ricordare la scuola medica salernitana che, giovandosi dell'eredità
greco- romana e degli apporti della medicina araba, ebbe fama
in tutta l'Europa ed anticipò la facoltà di
medicina delle università.
Ritornando all'educazione dei nobili, dopo le cure materne
essi erano affidati a un adulto e venivano educati attraverso
giochi gagliardi con palle, bastoni, lanci di pietre, il maneggio
delle armi, l'equitazione e la caccia. A quindici anni si
era paggio o scudiero, a venti si diveniva cavaliere attraverso
una solenne cerimonia. Verso il tredicesimo secolo sarà
il potere politico a suscitare e a riconoscere lo stato giuridico
delle università: Filippo il Bello a Parigi per la
Sorbona nel 1210, Federico II a Napoli nel 1224, Alfonso il
Savio per la Salamanca e poi Vienna, Praga, Cracovia. Le facoltà
che si svilupparono furono diritto, medicina e teologia, e
in Italia ci fu anche l'arte notarile.
Le lezioni erano propriamente letture e commenti di testi:
il professore dichiarava il suo programma all'inizio dell'anno:
si avevano poi ripetizioni e dispute, e prove d'esami.
Nuovi ceti accedono all'istruzione intellettuale, prima riservata
ai chierici. Essa non è più solo per i chierici
o per i laici che vogliono esercitare le professioni liberali
del professore (o dottore), del medico, del notaio o del giurista.
E' tendenzialmente di tutti!
Nel Duecento le città vedono fiorire, accanto alle
botteghe dei maestri artigiani, anche le "botteghe"
dei maestri di scuola.
Non c'è differenza di ordine sociale tra questi maestri
ed i maestri artigiani, falegnami, orafi, carpentieri, tintori,
ecc.
Il momento in cui i bambini entravano a scuola dipendeva dalla
capacità dei genitori di trasmettere loro le basi dell'istruzione.
L'inizio dell'educazione didattica coincideva generalmente
con la fine dell'infanzia. Fino al XIII secolo, l'educazione
scolastica era stata una prerogativa esclusiva degli ecclesiastici
( "scolaro" era infatti sinonimo di chierico). Nel
XIV secolo si moltiplicarono delle piccole scuole parrocchiali
in tutte le città europee e nuovi internati destinati
ai bambini poveri; contemporaneamente l'alfabetizzazione cominciò
a diffondersi anche nelle campagne.
Gli umanisti-pedagoghi italiani del tardomedievo deploravano
i metodi troppo rigidi e le percosse troppo violente, anche
se le punizioni corporali non erano escluse dai mezzi di educazione.
Il ritmo della scuola si rifaceva alle esigenze lavorative
dei grandi; infatti le lezioni iniziavano la mattina presto
verso le sei e terminavano la sera tardi. L'istruzione scolastica
procedeva dalla lettura e scrittura allo studio dell'abaco,
cioè della matematica e a quello del latino, che si
svolgeva grazie all'ausilio dei testi classici. L'abaco era
lo strumento di base per la matematica, cioè una sorta
di tavola con i numeri incolonnati che aiutava i bambini a
fare calcoli. I conti erano fondamentali anche e soprattutto
per coloro che andavano nelle botteghe per imparare il mestiere.
L'istruzione delle fanciulle era molto diverso da quella dei
maschietti, poiché l'alfabetizzazione era prevista
solo se erano intenzionate ad entrare in convento. I bambini
erano spesso presenti nei luoghi dove lavoravano i genitori,
iniziando così il loro apprendistato. L'età
per iniziare l'apprendistato non era generalmente inferiore
ai 12-13 anni.
Per le fanciulle il loro tirocinio si svolgeva presso altre
abitazioni per apprendere la tessitura, o per svolgere attività
di tipo domestiche.
GIOCHI e GIOCATTOLI
L'importanza del gioco nello sviluppo
del bambino risale già dagli educatori medievali; anche
nelle sedi religiose veniva incoraggiata la pratica ludica.
I giocattoli in uso in questo periodo ci sono ben noti proprio
grazie alla passione degli adulti per i giocattoli dei loro
figli. Essi sono la rappresentazione delle conoscenze tecniche
nelle diverse epoche; ad esempio ricordiamo mulinelli ad alette,
scolpiti in una grossa noce o piccoli mulini a vento realizzati
dagli stessi bambini, che costruivano anche forni nei quali
cucinavano il pranzetto per le loro bambole. A questo proposito,
è bene sottolineare che già in questo periodo
esistevano le bambole, ognuna adatta ad una età diversa:
quelle destinate ai neonati erano modellate nell'argilla,
riempite di biglie di terra che servivano come sonagli che
le nutrici agitavano sopra la culla; a due o tre anni i bambini
si divertivano a fasciarle; in ambito popolare c'erano due
tipi di bambole: quelle vestite allo stesso modo delle loro
proprietarie, e rappresentazioni di adulti collocate su delle
mensole che raffiguravano una casa in miniatura (la "casa
delle bambole"). Inoltre i bambini giocavano anche con
ciottoli, conchiglie, fili d'erba, ciuffi di lino o di canapa
dai quali si ricavavano le bambole di pezza.
I giocattoli medievali non sono così fortemente "sessuati"
come nella nostra società, infatti, tanto i bambini
quanto le bambine, giocavano con le bambole. Il gioco veniva
utilizzato dagli adulti per indirizzare i bambini verso la
loro futura professione (ad esempio al futuro prete si regalavano
degli altari in miniatura; ai piccoli che vivevano nelle campagne
si regalavano i carretti in legno miniaturizzato da trascinare
nel cortile della trattoria; al futuro guerriero piccole lance
o il cavallo - bastone che si cavalcava con il rischio di
farsi male. Inoltre le preferenze dei bambini erano indirizzate
ai "peluches" in carne ed ossa, quali animali da
compagnia (cani, gatti,
) per maschietti, mentre per
bambine scoiattoli addomesticati o uccelli in gabbia.
Quindi dalla presenza di questi vari tipi di giochi si può
risalire all'attenzione che veniva attribuita all'infanzia
già in questo periodo.
BAMBINI VITTIME DEGLI ADULTI
Chi non ha provato alle notizie di abusi
sui bambini un senso di disgusto e di orrore verso quell'istinto
bestiale che da sempre caratterizza l'essere umano, più
di qualunque altro essere vivente? Non tutti sanno però
che questi eventi terrificanti erano all'ordine del giorno
anche nel Medioevo; all'improvviso i bambini erano costretti
a concludere bruscamente quello che sarebbe stato il periodo
più bello e sereno della propria vita, se quel "mostro"
non li avesse violati segnando per sempre la propria esistenza.
I bambini della ricca borghesia erano in genere protetti dai
familiari o dai servitori senza essere costretti ad entrare
precocemente nel mondo del lavoro. I coetanei meno fortunati
erano invece spesso costretti ad affrontare una realtà
lavorativa senza alcun accenno di protezione da parte dei
familiari. Tra i pericoli principali, quello dell'abuso era
maggiormente presente, soprattutto sul luogo di lavoro. Numerosi
sono i fatti di cronaca riguardanti questo argomento: nel
luglio 1428 una bambina di undici anni orfana e ospite in
casa di parenti, fu violentata presso Firenze, mentre tornava
a casa dopo aver raccolto l'uva ed il suo aggressore fu condannato
ad una pena pecuniara che fu facilmente in grado di pagare;
moltissimi erano i casi di giovani apprendisti violentati
dai loro maestri ai quali non sapevano o non potevano ribellarsi.
Questi "mostri" sapevano che nella maggior parte
dei casi il loro gesto restava impunito per la fragilità
della vittima o per la trascuratezza delle leggi.
Spesso quando sentiamo questi avvenimenti, ci meravigliamo
tantissimo, forse perché troppo spesso noi stessi siamo
soliti dimenticare che l'uomo è un animale, un animale
che possiede delle capacità superiori agli altri esseri
viventi, che però, purtroppo, non sempre è in
grado di utilizzare in modo positivo; anzi spesso resta egli
stesso imprigionato nei suoi desideri egoistici e nei suoi
impulsi bestiali che lo fanno ricadere all'ultimo gradino
della tassonomia biologica.
CONCLUSIONI
Abbiamo ricordato, nell'introduzione
di questo lavoro, il significato del termine "educazione"
e la distinzione con quello di "istruzione". E'
stato possibile, nel corso dell'esposizione, ripercorrere
gli aspetti maggiormente significativi dell'educazione, della
considerazione degli adulti per l'infanzia, di come, già
nel Medioevo, si dava molta importanza all'utilizzo del gioco
e dei giocattoli, e delle somiglianze con i giochi moderni.
Abbiamo infine trattato un argomento molto delicato, quale
l'abuso dei minori, purtroppo ben conosciuto nella nostra
società.
Conoscere la storia dell'educazione, o almeno una parte di
essa, ci da la possibilità di evitare di ripetere gli
errori del passato; ottenere una società migliore è
difficile, ma non impossibile se la si fa derivare da una
buona educazione.
BIBLIOGRAFIA
AA.VV., L'università e la sua
storia , ERI 1979.
A.Giallongo, Il bambino medievale. Educazione ed infanzia
nel Medioevo, Dedalo, Bari 1990.
B. Nardi, Il pensiero pedagogico del Medioevo, Firenze 1956.
Carla Frova, Istruzione e educazione nel medioevo, Torino,
Loescher, 1971.
Giustizia e reati sessuali nel Medioevo, "Studi storici",
1986.
Storia dell'infanzia, I, Dall'Antichità al Seicento,
a cura di E. Becchi e D. Julia. Laterza, Roma-Bari 1996.
INDICE
Premessa
3
L'educazione nel Medioevo
L'infanzia...
.5
L'istruzione...
..7
Giochi e giocattoli
.14
Bambini vittime degli adulti
.
.16
Conclusioni
18
Bibliografia
..
..19
Indice
..
20