PUBBLICAZIONI MERIDIES  


AA.VV.

L'ECCIDIO DI NOLA DEL '43
(atti del convegno organizzato dai Verdi di Nola per Apriti Sesamo 1997)


Introduzione

Gli episodi, piccoli o grandi che siano, nel loro insieme concorrono a formare la storia di un popolo, di una nazione, di una città come Nola; anzi, come spesso si dice, sono proprio le "piccole storie" che, messe insieme, formano la storia dell'umanità. Non tutti gli episodi della storia sono piacevoli e belli da ricordare, ma il compito dello studioso (in particolare dello storico) è quello di esaminare e sottolineare tutti i fatti, belli o brutti che siano, che hanno segnato il cammino dell'esistenza umana. "L'eccidio di Nola" è certamente un momento tra i più drammatici del genere umano, sia per l'uccisione a freddo di undici uomini, sia per l'infima considerazione dimostrata dalle truppe tedesche verso la sacralità della vita; tutto ciò però non giustifica l'oblio a cui è stato condannato negli anni tale momento della vita della nostra città. L'obiettivo del convegno organizzato dai Verdi di Nola per Apriti Sesamo è quello di voler far conoscere, innanzitutto alle nuove generazioni, ciò che è avvenuto in quei tragici giorni, con l'occhio distaccato dello storico, ma, inevitabilmente, con la partecipazione emotiva in particolare di coloro che, nel 1943 hanno vissuto le ansie, le preoccupazioni, gli stenti e le sofferenze di quei giorni. Un atto di guerra brutale, come quello compiuto con cinico disegno dalle forze tedesche, è senza alcun dubbio da condannare oggi e sempre, ma è forse ancora più deprecabile il velo di silenzio ed il tentativo palese di voler mettere nel dimenticatoio un pezzo della storia di Nola, della nostra storia. La rivolta, anche civile, di Nola contro l'occupazione tedesca (come testimonia Giovanni Fiumara) è stata in assoluto una delle prime in Italia dopo l'armistizio del governo Badoglio con gli alleati, un episodio tragico che ha precorso ciò che avverrà per quasi due anni sul territorio italiano e, per questo, importante non solo come episodio di storia locale, ma anche come momento fondamentale della storia della resistenza italiana civile e militare. Pochissime sono le persone che sanno oggi cosa è avvenuto a Nola nel settembre del '43 e non vi è strada o piazza che ricordi quelle giornate e quei morti. Perché tutto questo? Perché si è voluto nascondere in tutti questi anni ciò che avvenne in quelle tragiche giornate? Perché in altre parti d'Italia fatti simili, anche meno importanti, sono solennemente ricordati, mentre a Nola ciò non è praticamente mai avvenuto? Non è facile rispondere a tali quesiti, però ritengo che questi eventi, essendo scritti in modo indelebile con il sangue umano, siano più forti della volontà di oblio dimostrata in questi anni, e tale convegno, e la pubblicazione degli atti che ne seguirà, contribuirà a far conoscere alle giovani generazioni un episodio del loro passato, bello o brutto, piacevole o triste, eroico o comune che sia.

Angelo Amato de Serpis
MERIDIES


L'ECCIDIO DI NOLA: i fatti

Nola nel 1943 poteva disporre, oltre al Distretto Militare nella Reggia Orsini, anche di truppe a riposo del 12° Reggimento di Artiglieria che erano ospitate nella palazzina di Campostella. A Casamarciano inoltre vi era un comando del 19° Corpo d'Armata, da cui dipendevano sia il 48° che il 12° Reggimento. E' importante ricordare che il 9 settembre gli Alleati sbarcarono con gran difficoltà a Salerno e l'armata Kesselring richiamò le forze tedesche disponibili, perché confluissero verso Salerno; alcuni autoblindi della grande armata Hermann Goring passarono per Nola per difendere le posizioni in direzione di Salerno. Le truppe alleate trovarono molta difficoltà nello spostamento, infatti, i 54 chilometri di distanza tra Salerno e Napoli verranno compiuti in 22 giorni, ciò significa che la resistenza tedesca fu massiccia nella zona. Il 10 settembre, in Via Principessa Margherita a Nola, transitò una motocarrozzetta tedesca (secondo una relazione del 6 ottobre del 1943 redatta dal Tenente Comandante della Compagnia di Nola dei Carabinieri Giuseppe Pecorari, quindi a pochi giorni dall'accadimento dei fatti), i soldati del Führer cercarono di disarmare alcuni soldati italiani ed uno di loro si rifiutò. I tedeschi cominciarono a sparare, i soldati italiani reagirono e reagirono sicuramente anche dei civili perché, dalle 15 alle 18 (tutto accadde in quest'arco di tempo) la reazione fu furibonda e caddero al suolo un tedesco ed un civile, tal Giuseppe De Luca, mentre l'altro tedesco venne catturato e portato in caserma. A questo punto furono inviati, verso i tedeschi posti nei pressi della stazione ferroviaria Nola-Baiano, un gruppo di soldati, tra cui Aldo Carelli, che conosceva il tedesco. Il Carelli mostrava il fazzoletto bianco, erano quindi disarmati i sei italiani quando, giunti nei pressi dei tedeschi, una sventagliata di mitra uccise il povero Carelli che stramazzò al suolo, mentre un altro soldato italiano ferito venne portato in ospedale. Contemporaneamente, nei pressi del Ponte di Ciccione, alcuni civili, tra cui Umberto Mercogliano, Maretti e Giuseppe Napolitano, fecero fuoco su alcuni automezzi che transitavano con truppe tedesche. La mattina dell'11, alle 11.30 circa, alcuni carri armati tedeschi giunsero nella piazza antistante la Caserma, i tedeschi disarmarono i soldati, li posero in fila ed un ufficiale tedesco, rivolgendosi al gruppo disarmato, impose che 10 ufficiali abbandonassero la fila nella quale erano stati schierati e si mettessero da parte rispetto al resto della truppa. Tra questi vi era anche il Tenente Enrico Forzati che, secondo una versione non da tutti accolta, si offrì al posto di un altro ufficiale pari grado. Carbone, che scrive una relazione il 23 ottobre, quindi dopo quella del comandante Pecorari, afferma che il Forzati non sapeva di dover andare al massacro, e quindi, la Medaglia d'Oro riconosciutagli, gli era stata attribuita per un gesto estremo non voluto. Comunque i dieci soldati italiani massacrati furono: Amedeo Ruberto, Michele De Pasqua, Roberto Berninzoni, Mario De Emanuele, Enrico Forzati, Alberto Pesce, Gino Iacovoni, Luigi Sidoli, Pietro Nizzi, Consolato Benedetto. Il maggiore De Gennaro, che era stato inviato da Casamarciano alla Caserma Principe Amedeo, venne risparmiato perché l'ufficiale tedesco si accorse che aveva il distintivo della croce di ferro tedesca, per fatti d'arme accaduti in Africa settentrionale. Il De Gennaro venne salvato e tutti gli altri ufficiali vennero portati nel campo di concentramento di Frasso Telesino in provincia di Benevento. Circa dieci giorni dopo, Gaetano e Raffaele Santaniello e Antonio Mercogliano tagliarono i fili telefonici dei tedeschi della stazione ferroviaria statale, i soldati di Hitler li scoprirono ed uccisero Gaetano Santaniello. Il 1 ottobre emerse la figura del sacerdote Angelo D'Alessio che insegnava nel Liceo Carducci di Nola il quale, ricorda il Pecorari, fece aprire la caserma dei carabinieri e distribuì i moschetti per i gruppi che si andarono a collocare in Via Madonna delle Grazie ed in via Montetto delle Croci, per contrastare i tedeschi che, questa volta, stavano scappando via. E' importante che di questi eventi si continui ancora a parlare, perché i giovani non dimentichino atti così crudeli per il bene della comunità e delle generazioni future.

Giovanni Russo
Storico


Lo specchio dei tempi

Quelle giornate del settembre del 1943 sono state per noi nolani tristissime. Ebbene, dopo tanti anni, la tristezza ci prende ancora, perché, se andiamo in Piazza d'Armi, vediamo il "48" (la caserma dell'ex deposito di artiglieria del 48' Reggimento) ancora sfregiato, ma non distrutto: anche le mine tedesche non riuscirono a distruggerlo. Purtroppo però, ciò che ha distrutto la nostra caserma, è stata l'incuria di tutti: che cosa abbiamo fatto in 54 anni per ricostruirla? E' una bocca aperta che grida aiuto o che ci rinfaccia l'incuria. Nell'angiporto della Casa del Mutilato (il sacrario di guerra fondato da Raffaele Cantalupo) c'è un cannone, credo che sia un 75-81 della I Guerra Mondiale, ed alcuni altri pezzi che venivano trascinati per le vie di Nola dai cavalli dell'artiglieria sferragliando, e non si sa se abbiano mai sparato o colpito qualcuno. Nola era sede di un distretto militare, e noi nolani eravamo orgogliosi di affermare che la competenza del nostro distretto arrivava fino alla penisola sorrentina ed a Capri. Il comandante del distretto di Nola era il Colonnello Amedeo Ruberto, mentre il comandante di un altro distaccamento di artiglieria era il Colonnello De Pasqua, due dei dieci ufficiali che furono uccisi quella mattina di settembre. In quell'anno, a maggio, in Piazza d'Armi si tenevano saggi ginnici e non si fecero esami. Andavamo a scuola con qualche libro sotto il braccio e qualche quaderno, portavamo il pezzo di ferro (si diceva) " per la patria" e speravamo che non avvenissero bombardamenti, perché, quando vi erano bombardamenti alleati, di notte vagavamo per le campagne di Nola, però la mattina andavamo lo stesso a scuola. Il giornale costava meno di una terza parte di una lira, le radio erano rarissime e monumentali e servivano per ascoltare il bollettino di guerra. Avevamo, nella nostra cerchia di amici, un alunno, figlio di un ufficiale che scampò per miracolo all'eccidio del'43, che mandavamo in caserma per comprare le sigarette della truppa, sigarette che costavano, un pacchetto da dieci, mezza lira, però se si tenevano per più di una giornata in tasca, si scomponevano in fattori primi: da una parte le cartine e dall'altra parte il tabacco, tanta era la grossolanità del trinciato. Questa era l'epoca, poi dopo abbiamo imparato a fumare le americane con filtro, a parlare un po' l'inglese, però siamo stati deliziosamente mortificati da Renato Carosone con " Tu vuò fa l'americano".

Aristide la Rocca
Poeta

Memoria lunga o memoria corta?

Ho visto entrando, con sorpresa (pensavo che la Chiesa dell'Immacolata fosse sconsacrata), che a Nola c'è la possibilità di ospitare una manifestazione come questa in un luogo di culto: si vede che stanno cambiando tante cose, cambia anche con APRITI SESAMO la mentalità di tutti noi. Comunque vorrei partire dalla considerazione di come sia paradossalmente difficile, a distanza di quasi mezzo secolo, ricostruire l'episodio. Sono stati ricordati i lavori scritti da Manzi, da Carbone, la memoria del D'Alessio. Ho visto esposte anche delle recentissime testimonianze, quelle per esempio occasionate dal grosso convegno sull'olocausto che si è tenuto all'Istituto per gli Studi Filosofici a Napoli. Dunque a distanza di 54 anni da quegli eventi, noi ci troviamo di fronte a delle rievocazioni, che si sono sviluppate via via nel tempo non uniformi, parecchio polemiche le une con le altre e con accuse, che si rincorrono, dall'uno all'altro lavoro, di essere stati poco diligenti o poco sereni nel raccogliere le prove. Una cosa che mi ha colpito è la rievocazione di quegli eventi, come di qualche cosa in cui la popolazione civile sarebbe stata rigorosamente assente. Si trattò cioè di un episodio di resistenza, ma compiuto esclusivamente da militari, questo nel solco di una tradizione militare che, nella piazzaforte nolana, aveva antichi e prestigiosi precedenti. Ora vorrei, se possibile, sollevare tale questione: non è tanto importante, in verità, sapere se il Carbone o il Manzi avessero ragione o volessero raccontare le cose in un certo modo o avessero qualche interesse a farlo, vorrei invece sottolineare di come si tratti di una memoria tutto sommato debole, abbastanza sfocata, abbastanza incerta. Aristide La Rocca in principio ha detto una cosa molto severa: il peggio lo ha fatto l'incuria, l'incuria degli uomini. Egli parlava della caserma, devo dire che ho l'impressione netta che la memoria debole sia determinata da un atteggiamento complice della classe dirigente. Perché questo? Perché nel Mezzogiorno la classe dirigente di quegli anni lasciò, in quei momenti certamente difficili (ma una classe dirigente è tale soprattutto nei momenti difficili), completamente allo sbando le popolazioni civili. Devo inoltre dire che fenomeni di altrettanto disinvolta condotta ebbero anche i quadri militari, soprattutto gli alti gradi, parecchi dei quali, letteralmente, sparirono dalla circolazione, in un momento che era difficile, difficilissimo, il più difficile della nostra storia; ma sono i momenti in cui si può chiedere, e si deve chiedere, alla classe dirigente, di dimostrarsi all'altezza delle difficoltà. Così non fu, e, per colmo di cattivo comportamento, questa classe dirigente ha anche fatto di tutto, riciclandosi più o meno rapidamente e ritornando sulla cresta dell'onda, affinché non vi fosse una memoria forte che avrebbe aperto anche il discorso sulle responsabilità. E' dunque straordinariamente opportuno, utile e civilmente impegnato, ciò che stiamo facendo in questo momento. Io non ho vissuto quelle vicende, le ho ripercorse attraverso lo studio, certo, ma ritengo che sia dunque il primo dei nostri compiti, quello al quale stiamo cercando di assolvere questa sera. Sono trascorsi 54 anni, non fa niente, tantissimi dei testimoni non ci sono più o hanno anche loro qualche acciacco o qualche défaillance; noi li aiuteremo a ricordare, perché ricordare è di straordinario interesse per tutti. Ricordare, trasformare questa memoria debole in memoria forte, e la memoria forte, penso, non è solo quella della celebrazione, non è semplice, o sola trasmissione, pure utilissima, doverosa e civile, tra le generazioni del ricordo di quegli avvenimenti, rendendo omaggio a chi li ha vissuti, rendendo omaggio ai caduti per quelle vicende, ma la memoria forte è soprattutto la memoria come progetto. Perché parliamo di queste cose, perché le ricordiamo, perché c'è un istituto che si occupa della storia della resistenza? A distanza di 54 anni, leggevo quel titolo: "L'Antifascismo è finito"; invece l'antifascismo non è finito, non può essere finito, così come è scandaloso dover ascoltare, o vedere libri che vanno in circolazione, nei quali si mette in discussione l'olocausto, nei quali si nega che ci siano stati milioni e milioni di ebrei mandati a morte. Qualcuno osa dire che tutto questo è un'invenzione, che tutto questo non è mai successo. Ebbene io dico evviva Nola, che è capace a 54 anni di distanza di voler ancora con tenacia ricostruire la verità, ricostruire quella memoria corta che ho detto in principio, perché c'è una ragione in più: l'idea comune è che la resistenza sia qualche cosa che riguardi il centro, ma ancor di più il nord del nostro paese, l'idea cioè che la resistenza sia esclusivamente la lotta armata partigiana che è avvenuta sull'Appennino, che è avvenuta nelle valli alpine; questa è un'idea dura a morire ed ha a che vedere con la memoria debole di cui ho parlato prima. Vorrei che fosse chiaro il concetto che la resistenza, l'antifascismo, la lotta contro il nazifascismo, la lotta contro la tracotanza dei tedeschi, iniziò ben prima che arrivassero gli alleati. Le popolazioni civili o militari italiane si batterono contro un esercito strapotente ed inviperito, giustamente inviperito. Male fu infatti ragionato e calcolato l'8 settembre dichiarando l'armistizio avendo i tedeschi in casa. I tedeschi, da un minuto all'altro, si rivoltano contro di noi come iene: ciò andava calcolato, andava considerato. Ebbene la Resistenza, l'Antifascismo, il moto popolare spontaneo e poco armato è un processo che riguarda tutta l'Italia, che riguarda interamente il nostro paese, dalla Sicilia, all'ultimo lembo alpino ai confini con la Francia e con l'Austria, è qualche cosa che ha mobilitato la coscienza di tutti, solo che ognuno via ha concorso con una sua specifica modalità, con una sua identità. Ci sono diversità, ci sono differenze che non sono né offensive, né indebolisco la forza di questa idea, di questo concetto e di questa straordinaria mobilitazione popolare. Bene fa la storiografia quando parla e riscopre la categoria della prima resistenza, ecco, forse ci potremmo arrivare per questa strada: c'è una prima resistenza subito dopo l'8 settembre, un'altra che va avanti fino alla fine della guerra, mentre altrove continua, e va avanti fino al 25 aprile del'45. La resistenza riguarda tutta l'Italia, alla faccia di chi oggi si diletta in esercitazioni allo sfascio, non solo civile e morale, ma che intacca il senso della nostra unità civile, geografica, patriottica e territoriale. Allora la resistenza ci insegna anche questo: viva Nola!

Guido D'Agostino
Presidente Istituto Campano
sulla Storia della Resistenza


Una testimonianza "oculare"

Sono uno dei pochi testimoni che presero parte alla seconda fase della resistenza. Non era difficile capire che i tedeschi avrebbero fatto vendetta ed allora ci presentammo armati di pistole in Piazza d'Armi. C'era Vincenzo De Beo, Umberto Tommaselli, Giovanni Fiumara, e c'era, soprattutto, Mario Pace. Essendo Pace figlio di un colonnello, lo mandammo dal padre per dare la nostra disponibilità. Noi li conoscevamo bene i tedeschi, i nostri genitori avevano fatto la guerra contro di loro. Mario Pace ritornò e disse che il padre gli aveva riferito che questo era una affare prettamente militare e che i civili non dovevano intervenire. Mentre noi raccoglievamo questa risposta, dalla strada della stazione vesuviana entrò in Nola una colonna tedesca, credo che ci fosse un solo carro armato, mente per il resto erano blindati e motocarrozzette. Una parte di questa colonna ci sorpassò e l'altra si fermò, come per volerci catturare e prendere come ostaggi. Le cose però andarono diversamente, perché i tedeschi, senza aver trovato resistenza, entrarono nell'edificio del'48, invasero tutte le stanze, fecero alzare i malati e piantonarono i punti nevralgici della caserma. L'ufficiale che comandava i tedeschi mandò a chiamare il colonnello italiano, il quale chiese al soldato di guardia quale fosse il grado dell'ufficiale tedesco, il soldato rispose: " E' un maggiore". "Allora è lui che deve venire da me" disse il colonnello. In seguito i tedeschi fecero scendere tutti i soldati facendoli inginocchiare, mentre una cinepresa li riprendeva per poterli far vedere ad Hitler. Gli ufficiali invece furono chiamati a sorte per la decimazione. Voglio sottolineare che gli ufficiali morirono con grande dignità, il colonnello si accese un sigaro e morì dicendo: "Viva l'Italia!". Uno solo chiese compassione e disse: " Sono giovane, ho un figlio piccolo a Napoli, risparmiatemi". Tutto ciò perché il maggiore tedesco aveva tenuto prima un breve discorso che l'interprete aveva così tradotto: "E' legge della divisione Göring che, per ogni soldato tedesco ucciso, muoiano dieci ufficiali italiani". Il maggiore rispose all'ufficiale italiano dicendo che anche lui aveva figli e moglie a Berlino ed ordinò la fucilazione. Dopo di ciò ci fu una tale confusione, infatti quando i tedeschi andarono via, noi entrammo nel "48", dove c'era un cannone anticarro, diverse mitragliatrici, tra cui quella russa a 72 colpi, ed un po' tutti si impadronirono di queste armi. I fatti dunque andarono così, come li ha visti un testimone, come si suol dire, oculare. Purtroppo ancora oggi si sente parlare di naziskin e si vedono svastiche, io spero che queste persone possano realmente comprendere cos'è il nazismo.

Luigi Rossi
Presidente di Corte di Cassazione


I "martiri" di Nola

Sono molto contento di aver accettato l'invito di Enzo Napolitano e di Angelo Amato de Serpis, anche perché ho potuto ammirare questa chiesa che ha un soffitto bellissimo. Infatti qui dalle nostre parti c'è sempre da scoprire qualcosa di bello e ben fa Apriti Sesamo che, non solo invita a riscoprire i monumenti di questi luoghi, ma anche episodi significativi della storia di queste terre. Oggi c'è in Parlamento un interesse particolare per rivisitare questi episodi della nostra storia che, certe volte, sembrano episodi di storia locale, ma in realtà si inseriscono in un contesto più vasto. Sono tanti tasselli di una storia che, è locale per il luogo dove accadono, ma che s'intrecciano con tanti altri che insieme fanno la storia di un paese. Quindi noi non dobbiamo guardare tali fatti come avvenimenti prettamente locali. Come dicevo prima, la classe politica ha approvato, proprio in questi giorni, in sede deliberante, una legge che finanzia i festeggiamenti dei martiri del 1799 della Repubblica Partenopea. Nel 1799 i napoletani si ribellarono ai Borbone e, la classe intellettuale dell'epoca, dette luogo ad una bellissima parentesi repubblicana, troncata poi dalla forca dai Borbone al momento della restaurazione. Io sono di Procida, un'isola che ha una piazza detta "dei Martiri", come vi è a Napoli dedicata ai martiri del 1799; mi auguro che anche Nola possa intitolare una piazza ai martiri del 1943, quale esempio di eroismo, di altruismo e di amore della libertà. In genere questi episodi sono sempre accomunati da un filo conduttore che è l'amore per la libertà. Nel 1799 la classe politica meridionale è stata decapitata con conseguenze che si sono protratte fino ai giorni nostri, come ritiene Gerardo Marotta che dirige l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. La classe intellettuale napoletana fu stroncata con la forca a Piazza Mercato, dal quel momento l'élite culturale di Napoli è stata messa da parte e sta risorgendo finalmente solo da pochi anni. Anche a Procida nel 1943 ci furono delle persone che morirono per la guerra, infatti il 29 settembre ci furono dei morti ad opera dei tedeschi che da Monte di Procida, dopo l'armistizio, iniziarono a cannoneggiare l'isola. Dunque molti comuni hanno subito episodi di questo genere, ma è giusto rievocare l'episodio di Nola per far conoscere alle nuove generazioni la loro storia, la storia che ha portato poi alla restaurazione della libertà in Italia. Tutti questi episodi, messi insieme hanno contribuito a riconquistare quella libertà che il fascismo ci aveva tolto. Ciò ci insegna che la libertà, quando viene a lungo repressa, spinge alla ribellione i popoli che anelano a riconquistarla, libertà politica, religiosa, o di qualunque altro tipo. La natura dell'uomo respinge la compressione della libertà e questo episodio fa onore a Nola, mi auguro che l'amministrazione comunale possa dedicare una piazza o una strada ai suoi figli martiri.

Giovanni Lubrano Di Riccio
Senatore dei Verdi


L'irrazionalità della guerra

Vorrei fare alcune riflessioni sulla tragicità della guerra, perché la guerra è disumana, la guerra sconvolge l'ordine esistenziale della vita, la guerra è negativa soprattutto perché semina terrore, semina angoscia. Nel rievocare i martiri della barbarie nazista, che si abbatté su Nola nel settembre del 1943, provo un'angoscia terribile, sento turbare profondamente la mia anima, per l'ingiustizia violenta e disumana che da secoli contamina la vita della terra e getta un'ombra bruttissima sulle vicende della storia nel cielo purissimo della libertà, che nasce dal lavoro e dalla solidarietà, che unisce il genio dei popoli e le vicissitudini del tempo umano, della vita e della morte, dell'essere e del nulla. La mia coscienza morale ripercorre lo spazio, attraversato da un mesto corteo, che accompagna le salme dei dieci martiri fucilati dai tedeschi, e quindi nella mia memoria si scrive questa particolare commozione di quelli che io definirei "fiori legati al ventre della terra", perché la guerra è qualcosa che distrugge la libertà e crea l'antagonismo fra il passato ed il presente, e crea l'ambiguità, la contraddizione, l'equivoco e la paura. Equivoco e paura che ancora oggi impediscono alla vita democratica della nostra terra di decollare compiutamente, prima l'equivoco di un qualunquismo ammantato di libertà, quindi la paura di un presunto comunismo, e quindi la paura della verità e quindi la contraffazione storiografica di un evento. Non a caso Giuliano Procacci nella "Storia degli italiani" afferma che, il periodo compreso tra il 25 luglio del'43 e l'8 settembre di quello stesso anno, è la prova della insipienza più acuta della nostra classe dirigente. Aristide La Rocca giustamente parla dell'incuria che, dal'43 ad oggi, ha sepolto nelle macerie, senza distruggerlo però, il "48". Sono quindi le contraddizioni di un'epoca come la nostra, che si perde il più delle volte nella demagogia dell'utile e dimentica la continuità storica di un presente e di un passato che ha bisogno di essere ricordata, ma non ricordata astrattamente per fare l'esercizio retorico e verbalistico di affermazioni demagogiche, bensì per dare alle giovani generazioni il monito di un evento, la cui significatività, ancora oggi, deve esprimersi nella continuità dialettica tra il presente del passato ed il futuro del nostro presente.

Luigi Simonetti
Filosofo


Lettura

…Uno dei fatti di guerra più tragici, a cui una persona può assistere, accadde proprio davanti ai miei occhi. Siamo al 9 o al 10 settembre del 1943: verso le prime ore del mattino la nostra caserma (ndr. : Caserma Principe Amedeo di Nola) viene circondata dai soldati tedeschi. Siamo pressoché disarmati: qualche decina di fucili, una o due mitragliatrici: due o trecento anziani, tre o quattrocento reclute ancora in borghese, e inoltre un centinaio di ufficiali che erano giunti in quei giorni al deposito del mio reggimento. Questa era la nostra forza. Ma nessuno di noi pensava minimamente a qualsiasi atto di guerra. Con altoparlanti il comando tedesco ci ingiunge più volte di arrenderci: da parte nostra non viene data alcuna risposta. Ore angosciose trascorrono: noi tutti siamo di vedetta alle finestre. Ad un tratto dal portone della caserma escono alcuni nostri soldati guidati da un sergente: è una delegazione che il nostro comando manda a parlamentare coi tedeschi. Un soldato innalza un drappo bianco: sono disarmati. Avanza un centinaio di metri nell'immensa Piazza d'Armi che si estende davanti alla caserma, dove un paio di carri armati tedeschi ed un folto numero di soldati di Hitler staziona in attesa. Siamo tutti in ansia, trattenendo il respiro. Il parlamentare del nostro drappello col nemico è iniziato solo da un paio di minuti quando si sente una secca detonazione: Dio mio, cosa succede?! Il nostro sergente si è piegato in due sorretto a stento dai nostri soldati, i quali piano piano retrocedono verso il portone accogliente della caserma che viene immediatamente sbarrato. La risposta, ad alcuni chiarimenti, che il nostro comando chiedeva ai tedeschi è stata dell'estrema cinica brutalità. Hanno sparato ad un povero ragazzo che non faceva altro che eseguire un ordine superiore sentendosi protetto da un drappo bianco, sicuro che gli avrebbe assicurato l'immunità! Per ordine di qualche nostro ufficiale, appena la nostra pattuglia fu al sicuro, venne dato ordine di far fuoco sui tedeschi. Poca cosa: una breve raffica, qualche colpo isolato di fucile; in tutto forse una cinquantina di colpi. Dalle finestre notammo un certo fermento fra il gruppo di tedeschi al centro della piazza. Ci parve che uno dei loro soldati fosse rimasto ferito; e forse fu così, tutto poi cadde nel più profondo silenzio. Si avvicinava il mezzogiorno e nel silenzio più tragico si pensò di distribuire il rancio. Ad un tratto udimmo un rumore assordante di ferraglia: un polverone si sollevò all'interno del primo cortile. Ci affacciammo al loggiato del primo piano dove erano poste le camerate e … un enorme carro armato, dopo aver abbattuto il portone della caserma si trovava già al centro del cortile coi cannoni minacciosamente puntati verso di noi. Dall'alto della sua torretta un mitragliere brandeggiava la sua mitragliatrice: soldati tedeschi armati di tutto punto erano già appostati dietro le colonne del loggiato del cortile. Rimanemmo esterrefatti: non avremmo mai creduto ad una fine simile. Un altoparlante ci invita ad arrenderci… e che possiamo fare??! Faccio del mio meglio per rincuorare i miei compagni: io sono un… esperto in materia. Ho già provato in Libia questa esperienza! Seguendo il mio consiglio ci riempiamo ognuno una borraccia d'acqua: non si sa mai. Scendiamo le scale quasi pungolati dalle baionette inastate dei nostri ex "alleati". Nel giro di mezz'ora la caserma è vuota e veniamo tutti ammassati e fatti inginocchiare al centro della Piazza d'Armi antistante. Siamo un migliaio circa: gli ufficiali sono tenuti in disparte. I capi tedeschi parlottano tra di loro, ma nulla ci viene comunicato. Ora sono due i carri armati che puntano le armi contro di noi. Le bocche delle mitragliatrici ci tengono sotto tiro. Il lento brandeggiare di queste armi accresce in noi l'angoscia e l'incertezza del nostro destino. Ad un tratto un rombo alto nel cielo attira la nostra attenzione. Su, altissimo nell'azzurro, fra alcuni cirri bianchi, un ricognitore americano passa lentamente alla ricerca di una preda. "Dio mio! Fa che non ci veda: fa che quegli uomini lassù pensino ad altro in questo momento! Se ci scorgessero, sarebbe una carneficina quaggiù! In poco tempo potrebbero arrivare su di noi altri aerei e … sarebbe finita per tutti". Iddio ci ha ascoltati: il ricognitore americano si allontana, ronfando, e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Il parlottare dei tedeschi è finito: ora conosceremo il nostro destino. Tutto avrei potuto immaginare ma non quanto fui costretto ad assistere. La verità che sto per raccontare ha dell'incredibile. Ancora oggi, a ripensarci, mi sembra di aver assistito ad un film drammatico, un film dell'orrore che alla parola fine, riportava tutto alla normale realtà della vita. Ed invece… . Un ufficiale tedesco si avvicina al gruppo degli ufficiali italiani, che nel frattempo erano stati posti su un'unica fila di fronte, e si mette a contare: ogni dieci uno viene fatto uscire e disposto da una parte. Non riusciamo a renderci conto ancora di ciò che sta succedendo. Alla fine della conta una dozzina di nostri ufficiali sono riuniti contro il muro della caserma a sinistra del portone. L'ufficiale tedesco col solito megafono si rivolge a noi ed in uno stentato italiano, ma tragicamente comprensibile, ci annuncia: "Soldati, per ordine dei vostri ufficiali, voi avete fatto fuoco sulle truppe della Wermacht, uccidendo un soldato del grande Führer; ebbene ora noi ci vendicheremo fucilando i dodici ufficiali che sono stati scelti dalla conta che ho fatto…". "Dio santo aiutaci", dico fra me, "non può essere vero: questo è un tragico gioco di adulti! In fin dei conti sono stati loro i primi a sparare ad un nostro povero sergente che era andato a parlamentare, e per di più disarmato!… Noi abbiamo solo risposto ad una loro azione vigliacca! …" . Ma non è un gioco! E' una realtà che ancora oggi a distanza di oltre cinquant'anni mi fa accapponare la pelle in un'angoscia struggente: Un cappellano militare si avvicina al gruppo degli ufficiali prescelti a questo inumano e drammatico sacrificio. Un crocifisso viene porto alle labbra di questi poveri giovani … E' uno strazio: non si ode un lamento, solo il mormorio delle preghiere del cappellano. Un paio di giovani tenenti sono come svenuti: altri ufficiali li sorreggono per le ascelle, … devono morire in piedi, da eroi! È duro mostrare coraggio davanti alla morte… è comprensibile che un giovane non abbia coraggio di morire così ingiustamente, (anche se ufficiale)… , senza una colpa plausibile. Ma è la guerra! "Questa è la guerra?!" mi domando. "No, questo è un assassinio di massa". Ma ecco che due baldanzosi soldati tedeschi si portano davanti ai dodici ufficiali imbracciando ognuno una "machine pistole". L'allucinante scena che si svolge davanti ai nostri occhi sta per raggiungere il culmine della tragedia. L'angoscia che grava su tutta la piazza è totale. Ognuno di noi ha gli occhi sbarrati, qualche lacrima sta per inumidire le nostre guance. È terribile! Il "film" prosegue. Ad un tratto un commando rompe il silenzio totale che si era formato: alcune secche raffiche lacerano l'aria… un grido uno solo sgorga dal petto di un giovane ufficiale: "Viva l'Italia"! E tutto ripiomba nel più tragico silenzio. Come marionette a cui vengono improvvisamente recisi i fili, i dodici ufficiali crollano a terra senza lamento. Noi tutti cerchiamo di coordinare le idee: cerchiamo di uscire dall'allucinante situazione… ma non è ancora finita. Come si conviene all'abile regia di qualsiasi film dell'orrore, ecco che un ufficiale tedesco si avvicina al gruppo informe dei morti… estrae dalla fondina una Mauser e si accinge a dare il colpo di grazia a quei poveri corpi. Uno, due… tre…sette, otto… quando si abbassa per colpire alla nuca uno degli ultimi poveri ufficiali… ecco che all'improvviso questo si alza, miracolosamente indenne, e di scatto si dirige correndo verso il gruppo degli altri ufficiali italiani che la fortuna aveva salvato da una tragica conta, (e che nel frattempo erano stati caricati su degli autocarri) gridando: "Vengo con voi…vengo con voi…!", ma il boia inflessibile con la sua Mauser alza il braccio e puntandola in direzione del povero… redivivo lo colpisce al volo come si colpisce un beccaccino, con un solo colpo, abbattendolo sullo slancio verso una speranza di una improbabile salvezza. In quel momento, sono certo, la maggior parte di noi stava pensando che anche il nostro destino era segnato. Alcuni sottufficiali italiani si stavano strappando i gradi nel timore che dopo gli ufficiali toccasse a loro la stessa sorte. Ricordo di un maresciallo che era accosciato davanti a me e mi pregava di aiutarlo poiché non riusciva a togliere i gradi dalle spalline. Era logico ed umano… dopo quanto avevamo assistito, l'eroismo poteva essere soltanto materia di una descrizione di romanzi. Il parlottare dei tedeschi, che era ripreso, è cessato, ed ecco il solito ufficiale con megafono che si rivolge a noi. Si sta per decidere la nostra sorte. Pollice verso?… "Soldati"- dice -"ora voi potete raggiungere le vostre case"… ma è vero quello che sento?… " ad un nostro ordine a gruppi di quattro alla volta vi allontanerete da questa piazza…", e così fu…

Testimonianza diretta di Ugo Tebaldini, sottufficiale di stanza a Nola. Da "Tra i reticolati" - 1996, letta da Antonio Balletta durante il convegno.


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