AA.VV.
L'ECCIDIO DI NOLA DEL '43
(atti del convegno organizzato dai Verdi
di Nola per Apriti Sesamo 1997)
Introduzione
Gli episodi, piccoli o grandi
che siano, nel loro insieme concorrono a formare la storia
di un popolo, di una nazione, di una città come Nola;
anzi, come spesso si dice, sono proprio le "piccole storie"
che, messe insieme, formano la storia dell'umanità.
Non tutti gli episodi della storia sono piacevoli e belli
da ricordare, ma il compito dello studioso (in particolare
dello storico) è quello di esaminare e sottolineare
tutti i fatti, belli o brutti che siano, che hanno segnato
il cammino dell'esistenza umana. "L'eccidio di Nola"
è certamente un momento tra i più drammatici
del genere umano, sia per l'uccisione a freddo di undici uomini,
sia per l'infima considerazione dimostrata dalle truppe tedesche
verso la sacralità della vita; tutto ciò però
non giustifica l'oblio a cui è stato condannato negli
anni tale momento della vita della nostra città. L'obiettivo
del convegno organizzato dai Verdi di Nola per Apriti Sesamo
è quello di voler far conoscere, innanzitutto alle
nuove generazioni, ciò che è avvenuto in quei
tragici giorni, con l'occhio distaccato dello storico, ma,
inevitabilmente, con la partecipazione emotiva in particolare
di coloro che, nel 1943 hanno vissuto le ansie, le preoccupazioni,
gli stenti e le sofferenze di quei giorni. Un atto di guerra
brutale, come quello compiuto con cinico disegno dalle forze
tedesche, è senza alcun dubbio da condannare oggi e
sempre, ma è forse ancora più deprecabile il
velo di silenzio ed il tentativo palese di voler mettere nel
dimenticatoio un pezzo della storia di Nola, della nostra
storia. La rivolta, anche civile, di Nola contro l'occupazione
tedesca (come testimonia Giovanni Fiumara) è stata
in assoluto una delle prime in Italia dopo l'armistizio del
governo Badoglio con gli alleati, un episodio tragico che
ha precorso ciò che avverrà per quasi due anni
sul territorio italiano e, per questo, importante non solo
come episodio di storia locale, ma anche come momento fondamentale
della storia della resistenza italiana civile e militare.
Pochissime sono le persone che sanno oggi cosa è avvenuto
a Nola nel settembre del '43 e non vi è strada o piazza
che ricordi quelle giornate e quei morti. Perché tutto
questo? Perché si è voluto nascondere in tutti
questi anni ciò che avvenne in quelle tragiche giornate?
Perché in altre parti d'Italia fatti simili, anche
meno importanti, sono solennemente ricordati, mentre a Nola
ciò non è praticamente mai avvenuto? Non è
facile rispondere a tali quesiti, però ritengo che
questi eventi, essendo scritti in modo indelebile con il sangue
umano, siano più forti della volontà di oblio
dimostrata in questi anni, e tale convegno, e la pubblicazione
degli atti che ne seguirà, contribuirà a far
conoscere alle giovani generazioni un episodio del loro passato,
bello o brutto, piacevole o triste, eroico o comune che sia.
Angelo Amato de Serpis
MERIDIES
L'ECCIDIO DI NOLA: i fatti
Nola nel 1943 poteva disporre,
oltre al Distretto Militare nella Reggia Orsini, anche di
truppe a riposo del 12° Reggimento di Artiglieria che
erano ospitate nella palazzina di Campostella. A Casamarciano
inoltre vi era un comando del 19° Corpo d'Armata, da cui
dipendevano sia il 48° che il 12° Reggimento. E' importante
ricordare che il 9 settembre gli Alleati sbarcarono con gran
difficoltà a Salerno e l'armata Kesselring richiamò
le forze tedesche disponibili, perché confluissero
verso Salerno; alcuni autoblindi della grande armata Hermann
Goring passarono per Nola per difendere le posizioni in direzione
di Salerno. Le truppe alleate trovarono molta difficoltà
nello spostamento, infatti, i 54 chilometri di distanza tra
Salerno e Napoli verranno compiuti in 22 giorni, ciò
significa che la resistenza tedesca fu massiccia nella zona.
Il 10 settembre, in Via Principessa Margherita a Nola, transitò
una motocarrozzetta tedesca (secondo una relazione del 6 ottobre
del 1943 redatta dal Tenente Comandante della Compagnia di
Nola dei Carabinieri Giuseppe Pecorari, quindi a pochi giorni
dall'accadimento dei fatti), i soldati del Führer cercarono
di disarmare alcuni soldati italiani ed uno di loro si rifiutò.
I tedeschi cominciarono a sparare, i soldati italiani reagirono
e reagirono sicuramente anche dei civili perché, dalle
15 alle 18 (tutto accadde in quest'arco di tempo) la reazione
fu furibonda e caddero al suolo un tedesco ed un civile, tal
Giuseppe De Luca, mentre l'altro tedesco venne catturato e
portato in caserma. A questo punto furono inviati, verso i
tedeschi posti nei pressi della stazione ferroviaria Nola-Baiano,
un gruppo di soldati, tra cui Aldo Carelli, che conosceva
il tedesco. Il Carelli mostrava il fazzoletto bianco, erano
quindi disarmati i sei italiani quando, giunti nei pressi
dei tedeschi, una sventagliata di mitra uccise il povero Carelli
che stramazzò al suolo, mentre un altro soldato italiano
ferito venne portato in ospedale. Contemporaneamente, nei
pressi del Ponte di Ciccione, alcuni civili, tra cui Umberto
Mercogliano, Maretti e Giuseppe Napolitano, fecero fuoco su
alcuni automezzi che transitavano con truppe tedesche. La
mattina dell'11, alle 11.30 circa, alcuni carri armati tedeschi
giunsero nella piazza antistante la Caserma, i tedeschi disarmarono
i soldati, li posero in fila ed un ufficiale tedesco, rivolgendosi
al gruppo disarmato, impose che 10 ufficiali abbandonassero
la fila nella quale erano stati schierati e si mettessero
da parte rispetto al resto della truppa. Tra questi vi era
anche il Tenente Enrico Forzati che, secondo una versione
non da tutti accolta, si offrì al posto di un altro
ufficiale pari grado. Carbone, che scrive una relazione il
23 ottobre, quindi dopo quella del comandante Pecorari, afferma
che il Forzati non sapeva di dover andare al massacro, e quindi,
la Medaglia d'Oro riconosciutagli, gli era stata attribuita
per un gesto estremo non voluto. Comunque i dieci soldati
italiani massacrati furono: Amedeo Ruberto, Michele De Pasqua,
Roberto Berninzoni, Mario De Emanuele, Enrico Forzati, Alberto
Pesce, Gino Iacovoni, Luigi Sidoli, Pietro Nizzi, Consolato
Benedetto. Il maggiore De Gennaro, che era stato inviato da
Casamarciano alla Caserma Principe Amedeo, venne risparmiato
perché l'ufficiale tedesco si accorse che aveva il
distintivo della croce di ferro tedesca, per fatti d'arme
accaduti in Africa settentrionale. Il De Gennaro venne salvato
e tutti gli altri ufficiali vennero portati nel campo di concentramento
di Frasso Telesino in provincia di Benevento. Circa dieci
giorni dopo, Gaetano e Raffaele Santaniello e Antonio Mercogliano
tagliarono i fili telefonici dei tedeschi della stazione ferroviaria
statale, i soldati di Hitler li scoprirono ed uccisero Gaetano
Santaniello. Il 1 ottobre emerse la figura del sacerdote Angelo
D'Alessio che insegnava nel Liceo Carducci di Nola il quale,
ricorda il Pecorari, fece aprire la caserma dei carabinieri
e distribuì i moschetti per i gruppi che si andarono
a collocare in Via Madonna delle Grazie ed in via Montetto
delle Croci, per contrastare i tedeschi che, questa volta,
stavano scappando via. E' importante che di questi eventi
si continui ancora a parlare, perché i giovani non
dimentichino atti così crudeli per il bene della comunità
e delle generazioni future.
Giovanni Russo
Storico
Lo specchio dei tempi
Quelle giornate del settembre
del 1943 sono state per noi nolani tristissime. Ebbene, dopo
tanti anni, la tristezza ci prende ancora, perché,
se andiamo in Piazza d'Armi, vediamo il "48" (la
caserma dell'ex deposito di artiglieria del 48' Reggimento)
ancora sfregiato, ma non distrutto: anche le mine tedesche
non riuscirono a distruggerlo. Purtroppo però, ciò
che ha distrutto la nostra caserma, è stata l'incuria
di tutti: che cosa abbiamo fatto in 54 anni per ricostruirla?
E' una bocca aperta che grida aiuto o che ci rinfaccia l'incuria.
Nell'angiporto della Casa del Mutilato (il sacrario di guerra
fondato da Raffaele Cantalupo) c'è un cannone, credo
che sia un 75-81 della I Guerra Mondiale, ed alcuni altri
pezzi che venivano trascinati per le vie di Nola dai cavalli
dell'artiglieria sferragliando, e non si sa se abbiano mai
sparato o colpito qualcuno. Nola era sede di un distretto
militare, e noi nolani eravamo orgogliosi di affermare che
la competenza del nostro distretto arrivava fino alla penisola
sorrentina ed a Capri. Il comandante del distretto di Nola
era il Colonnello Amedeo Ruberto, mentre il comandante di
un altro distaccamento di artiglieria era il Colonnello De
Pasqua, due dei dieci ufficiali che furono uccisi quella mattina
di settembre. In quell'anno, a maggio, in Piazza d'Armi si
tenevano saggi ginnici e non si fecero esami. Andavamo a scuola
con qualche libro sotto il braccio e qualche quaderno, portavamo
il pezzo di ferro (si diceva) " per la patria" e
speravamo che non avvenissero bombardamenti, perché,
quando vi erano bombardamenti alleati, di notte vagavamo per
le campagne di Nola, però la mattina andavamo lo stesso
a scuola. Il giornale costava meno di una terza parte di una
lira, le radio erano rarissime e monumentali e servivano per
ascoltare il bollettino di guerra. Avevamo, nella nostra cerchia
di amici, un alunno, figlio di un ufficiale che scampò
per miracolo all'eccidio del'43, che mandavamo in caserma
per comprare le sigarette della truppa, sigarette che costavano,
un pacchetto da dieci, mezza lira, però se si tenevano
per più di una giornata in tasca, si scomponevano in
fattori primi: da una parte le cartine e dall'altra parte
il tabacco, tanta era la grossolanità del trinciato.
Questa era l'epoca, poi dopo abbiamo imparato a fumare le
americane con filtro, a parlare un po' l'inglese, però
siamo stati deliziosamente mortificati da Renato Carosone
con " Tu vuò fa l'americano".
Aristide la Rocca
Poeta
Memoria lunga
o memoria corta?
Ho visto entrando, con sorpresa
(pensavo che la Chiesa dell'Immacolata fosse sconsacrata),
che a Nola c'è la possibilità di ospitare una
manifestazione come questa in un luogo di culto: si vede che
stanno cambiando tante cose, cambia anche con APRITI SESAMO
la mentalità di tutti noi. Comunque vorrei partire
dalla considerazione di come sia paradossalmente difficile,
a distanza di quasi mezzo secolo, ricostruire l'episodio.
Sono stati ricordati i lavori scritti da Manzi, da Carbone,
la memoria del D'Alessio. Ho visto esposte anche delle recentissime
testimonianze, quelle per esempio occasionate dal grosso convegno
sull'olocausto che si è tenuto all'Istituto per gli
Studi Filosofici a Napoli. Dunque a distanza di 54 anni da
quegli eventi, noi ci troviamo di fronte a delle rievocazioni,
che si sono sviluppate via via nel tempo non uniformi, parecchio
polemiche le une con le altre e con accuse, che si rincorrono,
dall'uno all'altro lavoro, di essere stati poco diligenti
o poco sereni nel raccogliere le prove. Una cosa che mi ha
colpito è la rievocazione di quegli eventi, come di
qualche cosa in cui la popolazione civile sarebbe stata rigorosamente
assente. Si trattò cioè di un episodio di resistenza,
ma compiuto esclusivamente da militari, questo nel solco di
una tradizione militare che, nella piazzaforte nolana, aveva
antichi e prestigiosi precedenti. Ora vorrei, se possibile,
sollevare tale questione: non è tanto importante, in
verità, sapere se il Carbone o il Manzi avessero ragione
o volessero raccontare le cose in un certo modo o avessero
qualche interesse a farlo, vorrei invece sottolineare di come
si tratti di una memoria tutto sommato debole, abbastanza
sfocata, abbastanza incerta. Aristide La Rocca in principio
ha detto una cosa molto severa: il peggio lo ha fatto l'incuria,
l'incuria degli uomini. Egli parlava della caserma, devo dire
che ho l'impressione netta che la memoria debole sia determinata
da un atteggiamento complice della classe dirigente. Perché
questo? Perché nel Mezzogiorno la classe dirigente
di quegli anni lasciò, in quei momenti certamente difficili
(ma una classe dirigente è tale soprattutto nei momenti
difficili), completamente allo sbando le popolazioni civili.
Devo inoltre dire che fenomeni di altrettanto disinvolta condotta
ebbero anche i quadri militari, soprattutto gli alti gradi,
parecchi dei quali, letteralmente, sparirono dalla circolazione,
in un momento che era difficile, difficilissimo, il più
difficile della nostra storia; ma sono i momenti in cui si
può chiedere, e si deve chiedere, alla classe dirigente,
di dimostrarsi all'altezza delle difficoltà. Così
non fu, e, per colmo di cattivo comportamento, questa classe
dirigente ha anche fatto di tutto, riciclandosi più
o meno rapidamente e ritornando sulla cresta dell'onda, affinché
non vi fosse una memoria forte che avrebbe aperto anche il
discorso sulle responsabilità. E' dunque straordinariamente
opportuno, utile e civilmente impegnato, ciò che stiamo
facendo in questo momento. Io non ho vissuto quelle vicende,
le ho ripercorse attraverso lo studio, certo, ma ritengo che
sia dunque il primo dei nostri compiti, quello al quale stiamo
cercando di assolvere questa sera. Sono trascorsi 54 anni,
non fa niente, tantissimi dei testimoni non ci sono più
o hanno anche loro qualche acciacco o qualche défaillance;
noi li aiuteremo a ricordare, perché ricordare è
di straordinario interesse per tutti. Ricordare, trasformare
questa memoria debole in memoria forte, e la memoria forte,
penso, non è solo quella della celebrazione, non è
semplice, o sola trasmissione, pure utilissima, doverosa e
civile, tra le generazioni del ricordo di quegli avvenimenti,
rendendo omaggio a chi li ha vissuti, rendendo omaggio ai
caduti per quelle vicende, ma la memoria forte è soprattutto
la memoria come progetto. Perché parliamo di queste
cose, perché le ricordiamo, perché c'è
un istituto che si occupa della storia della resistenza? A
distanza di 54 anni, leggevo quel titolo: "L'Antifascismo
è finito"; invece l'antifascismo non è
finito, non può essere finito, così come è
scandaloso dover ascoltare, o vedere libri che vanno in circolazione,
nei quali si mette in discussione l'olocausto, nei quali si
nega che ci siano stati milioni e milioni di ebrei mandati
a morte. Qualcuno osa dire che tutto questo è un'invenzione,
che tutto questo non è mai successo. Ebbene io dico
evviva Nola, che è capace a 54 anni di distanza di
voler ancora con tenacia ricostruire la verità, ricostruire
quella memoria corta che ho detto in principio, perché
c'è una ragione in più: l'idea comune è
che la resistenza sia qualche cosa che riguardi il centro,
ma ancor di più il nord del nostro paese, l'idea cioè
che la resistenza sia esclusivamente la lotta armata partigiana
che è avvenuta sull'Appennino, che è avvenuta
nelle valli alpine; questa è un'idea dura a morire
ed ha a che vedere con la memoria debole di cui ho parlato
prima. Vorrei che fosse chiaro il concetto che la resistenza,
l'antifascismo, la lotta contro il nazifascismo, la lotta
contro la tracotanza dei tedeschi, iniziò ben prima
che arrivassero gli alleati. Le popolazioni civili o militari
italiane si batterono contro un esercito strapotente ed inviperito,
giustamente inviperito. Male fu infatti ragionato e calcolato
l'8 settembre dichiarando l'armistizio avendo i tedeschi in
casa. I tedeschi, da un minuto all'altro, si rivoltano contro
di noi come iene: ciò andava calcolato, andava considerato.
Ebbene la Resistenza, l'Antifascismo, il moto popolare spontaneo
e poco armato è un processo che riguarda tutta l'Italia,
che riguarda interamente il nostro paese, dalla Sicilia, all'ultimo
lembo alpino ai confini con la Francia e con l'Austria, è
qualche cosa che ha mobilitato la coscienza di tutti, solo
che ognuno via ha concorso con una sua specifica modalità,
con una sua identità. Ci sono diversità, ci
sono differenze che non sono né offensive, né
indebolisco la forza di questa idea, di questo concetto e
di questa straordinaria mobilitazione popolare. Bene fa la
storiografia quando parla e riscopre la categoria della prima
resistenza, ecco, forse ci potremmo arrivare per questa strada:
c'è una prima resistenza subito dopo l'8 settembre,
un'altra che va avanti fino alla fine della guerra, mentre
altrove continua, e va avanti fino al 25 aprile del'45. La
resistenza riguarda tutta l'Italia, alla faccia di chi oggi
si diletta in esercitazioni allo sfascio, non solo civile
e morale, ma che intacca il senso della nostra unità
civile, geografica, patriottica e territoriale. Allora la
resistenza ci insegna anche questo: viva Nola!
Guido D'Agostino
Presidente Istituto Campano
sulla Storia della Resistenza
Una testimonianza "oculare"
Sono uno dei pochi testimoni
che presero parte alla seconda fase della resistenza. Non
era difficile capire che i tedeschi avrebbero fatto vendetta
ed allora ci presentammo armati di pistole in Piazza d'Armi.
C'era Vincenzo De Beo, Umberto Tommaselli, Giovanni Fiumara,
e c'era, soprattutto, Mario Pace. Essendo Pace figlio di un
colonnello, lo mandammo dal padre per dare la nostra disponibilità.
Noi li conoscevamo bene i tedeschi, i nostri genitori avevano
fatto la guerra contro di loro. Mario Pace ritornò
e disse che il padre gli aveva riferito che questo era una
affare prettamente militare e che i civili non dovevano intervenire.
Mentre noi raccoglievamo questa risposta, dalla strada della
stazione vesuviana entrò in Nola una colonna tedesca,
credo che ci fosse un solo carro armato, mente per il resto
erano blindati e motocarrozzette. Una parte di questa colonna
ci sorpassò e l'altra si fermò, come per volerci
catturare e prendere come ostaggi. Le cose però andarono
diversamente, perché i tedeschi, senza aver trovato
resistenza, entrarono nell'edificio del'48, invasero tutte
le stanze, fecero alzare i malati e piantonarono i punti nevralgici
della caserma. L'ufficiale che comandava i tedeschi mandò
a chiamare il colonnello italiano, il quale chiese al soldato
di guardia quale fosse il grado dell'ufficiale tedesco, il
soldato rispose: " E' un maggiore". "Allora
è lui che deve venire da me" disse il colonnello.
In seguito i tedeschi fecero scendere tutti i soldati facendoli
inginocchiare, mentre una cinepresa li riprendeva per poterli
far vedere ad Hitler. Gli ufficiali invece furono chiamati
a sorte per la decimazione. Voglio sottolineare che gli ufficiali
morirono con grande dignità, il colonnello si accese
un sigaro e morì dicendo: "Viva l'Italia!".
Uno solo chiese compassione e disse: " Sono giovane,
ho un figlio piccolo a Napoli, risparmiatemi". Tutto
ciò perché il maggiore tedesco aveva tenuto
prima un breve discorso che l'interprete aveva così
tradotto: "E' legge della divisione Göring che,
per ogni soldato tedesco ucciso, muoiano dieci ufficiali italiani".
Il maggiore rispose all'ufficiale italiano dicendo che anche
lui aveva figli e moglie a Berlino ed ordinò la fucilazione.
Dopo di ciò ci fu una tale confusione, infatti quando
i tedeschi andarono via, noi entrammo nel "48",
dove c'era un cannone anticarro, diverse mitragliatrici, tra
cui quella russa a 72 colpi, ed un po' tutti si impadronirono
di queste armi. I fatti dunque andarono così, come
li ha visti un testimone, come si suol dire, oculare. Purtroppo
ancora oggi si sente parlare di naziskin e si vedono svastiche,
io spero che queste persone possano realmente comprendere
cos'è il nazismo.
Luigi Rossi
Presidente di Corte di Cassazione
I "martiri" di Nola
Sono molto contento di aver
accettato l'invito di Enzo Napolitano e di Angelo Amato de
Serpis, anche perché ho potuto ammirare questa chiesa
che ha un soffitto bellissimo. Infatti qui dalle nostre parti
c'è sempre da scoprire qualcosa di bello e ben fa Apriti
Sesamo che, non solo invita a riscoprire i monumenti di questi
luoghi, ma anche episodi significativi della storia di queste
terre. Oggi c'è in Parlamento un interesse particolare
per rivisitare questi episodi della nostra storia che, certe
volte, sembrano episodi di storia locale, ma in realtà
si inseriscono in un contesto più vasto. Sono tanti
tasselli di una storia che, è locale per il luogo dove
accadono, ma che s'intrecciano con tanti altri che insieme
fanno la storia di un paese. Quindi noi non dobbiamo guardare
tali fatti come avvenimenti prettamente locali. Come dicevo
prima, la classe politica ha approvato, proprio in questi
giorni, in sede deliberante, una legge che finanzia i festeggiamenti
dei martiri del 1799 della Repubblica Partenopea. Nel 1799
i napoletani si ribellarono ai Borbone e, la classe intellettuale
dell'epoca, dette luogo ad una bellissima parentesi repubblicana,
troncata poi dalla forca dai Borbone al momento della restaurazione.
Io sono di Procida, un'isola che ha una piazza detta "dei
Martiri", come vi è a Napoli dedicata ai martiri
del 1799; mi auguro che anche Nola possa intitolare una piazza
ai martiri del 1943, quale esempio di eroismo, di altruismo
e di amore della libertà. In genere questi episodi
sono sempre accomunati da un filo conduttore che è
l'amore per la libertà. Nel 1799 la classe politica
meridionale è stata decapitata con conseguenze che
si sono protratte fino ai giorni nostri, come ritiene Gerardo
Marotta che dirige l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
La classe intellettuale napoletana fu stroncata con la forca
a Piazza Mercato, dal quel momento l'élite culturale
di Napoli è stata messa da parte e sta risorgendo finalmente
solo da pochi anni. Anche a Procida nel 1943 ci furono delle
persone che morirono per la guerra, infatti il 29 settembre
ci furono dei morti ad opera dei tedeschi che da Monte di
Procida, dopo l'armistizio, iniziarono a cannoneggiare l'isola.
Dunque molti comuni hanno subito episodi di questo genere,
ma è giusto rievocare l'episodio di Nola per far conoscere
alle nuove generazioni la loro storia, la storia che ha portato
poi alla restaurazione della libertà in Italia. Tutti
questi episodi, messi insieme hanno contribuito a riconquistare
quella libertà che il fascismo ci aveva tolto. Ciò
ci insegna che la libertà, quando viene a lungo repressa,
spinge alla ribellione i popoli che anelano a riconquistarla,
libertà politica, religiosa, o di qualunque altro tipo.
La natura dell'uomo respinge la compressione della libertà
e questo episodio fa onore a Nola, mi auguro che l'amministrazione
comunale possa dedicare una piazza o una strada ai suoi figli
martiri.
Giovanni Lubrano Di Riccio
Senatore dei Verdi
L'irrazionalità della guerra
Vorrei fare alcune riflessioni
sulla tragicità della guerra, perché la guerra
è disumana, la guerra sconvolge l'ordine esistenziale
della vita, la guerra è negativa soprattutto perché
semina terrore, semina angoscia. Nel rievocare i martiri della
barbarie nazista, che si abbatté su Nola nel settembre
del 1943, provo un'angoscia terribile, sento turbare profondamente
la mia anima, per l'ingiustizia violenta e disumana che da
secoli contamina la vita della terra e getta un'ombra bruttissima
sulle vicende della storia nel cielo purissimo della libertà,
che nasce dal lavoro e dalla solidarietà, che unisce
il genio dei popoli e le vicissitudini del tempo umano, della
vita e della morte, dell'essere e del nulla. La mia coscienza
morale ripercorre lo spazio, attraversato da un mesto corteo,
che accompagna le salme dei dieci martiri fucilati dai tedeschi,
e quindi nella mia memoria si scrive questa particolare commozione
di quelli che io definirei "fiori legati al ventre della
terra", perché la guerra è qualcosa che
distrugge la libertà e crea l'antagonismo fra il passato
ed il presente, e crea l'ambiguità, la contraddizione,
l'equivoco e la paura. Equivoco e paura che ancora oggi impediscono
alla vita democratica della nostra terra di decollare compiutamente,
prima l'equivoco di un qualunquismo ammantato di libertà,
quindi la paura di un presunto comunismo, e quindi la paura
della verità e quindi la contraffazione storiografica
di un evento. Non a caso Giuliano Procacci nella "Storia
degli italiani" afferma che, il periodo compreso tra
il 25 luglio del'43 e l'8 settembre di quello stesso anno,
è la prova della insipienza più acuta della
nostra classe dirigente. Aristide La Rocca giustamente parla
dell'incuria che, dal'43 ad oggi, ha sepolto nelle macerie,
senza distruggerlo però, il "48". Sono quindi
le contraddizioni di un'epoca come la nostra, che si perde
il più delle volte nella demagogia dell'utile e dimentica
la continuità storica di un presente e di un passato
che ha bisogno di essere ricordata, ma non ricordata astrattamente
per fare l'esercizio retorico e verbalistico di affermazioni
demagogiche, bensì per dare alle giovani generazioni
il monito di un evento, la cui significatività, ancora
oggi, deve esprimersi nella continuità dialettica tra
il presente del passato ed il futuro del nostro presente.
Luigi Simonetti
Filosofo
Lettura
Uno dei fatti di guerra
più tragici, a cui una persona può assistere,
accadde proprio davanti ai miei occhi. Siamo al 9 o al 10
settembre del 1943: verso le prime ore del mattino la nostra
caserma (ndr. : Caserma Principe Amedeo di Nola) viene circondata
dai soldati tedeschi. Siamo pressoché disarmati: qualche
decina di fucili, una o due mitragliatrici: due o trecento
anziani, tre o quattrocento reclute ancora in borghese, e
inoltre un centinaio di ufficiali che erano giunti in quei
giorni al deposito del mio reggimento. Questa era la nostra
forza. Ma nessuno di noi pensava minimamente a qualsiasi atto
di guerra. Con altoparlanti il comando tedesco ci ingiunge
più volte di arrenderci: da parte nostra non viene
data alcuna risposta. Ore angosciose trascorrono: noi tutti
siamo di vedetta alle finestre. Ad un tratto dal portone della
caserma escono alcuni nostri soldati guidati da un sergente:
è una delegazione che il nostro comando manda a parlamentare
coi tedeschi. Un soldato innalza un drappo bianco: sono disarmati.
Avanza un centinaio di metri nell'immensa Piazza d'Armi che
si estende davanti alla caserma, dove un paio di carri armati
tedeschi ed un folto numero di soldati di Hitler staziona
in attesa. Siamo tutti in ansia, trattenendo il respiro. Il
parlamentare del nostro drappello col nemico è iniziato
solo da un paio di minuti quando si sente una secca detonazione:
Dio mio, cosa succede?! Il nostro sergente si è piegato
in due sorretto a stento dai nostri soldati, i quali piano
piano retrocedono verso il portone accogliente della caserma
che viene immediatamente sbarrato. La risposta, ad alcuni
chiarimenti, che il nostro comando chiedeva ai tedeschi è
stata dell'estrema cinica brutalità. Hanno sparato
ad un povero ragazzo che non faceva altro che eseguire un
ordine superiore sentendosi protetto da un drappo bianco,
sicuro che gli avrebbe assicurato l'immunità! Per ordine
di qualche nostro ufficiale, appena la nostra pattuglia fu
al sicuro, venne dato ordine di far fuoco sui tedeschi. Poca
cosa: una breve raffica, qualche colpo isolato di fucile;
in tutto forse una cinquantina di colpi. Dalle finestre notammo
un certo fermento fra il gruppo di tedeschi al centro della
piazza. Ci parve che uno dei loro soldati fosse rimasto ferito;
e forse fu così, tutto poi cadde nel più profondo
silenzio. Si avvicinava il mezzogiorno e nel silenzio più
tragico si pensò di distribuire il rancio. Ad un tratto
udimmo un rumore assordante di ferraglia: un polverone si
sollevò all'interno del primo cortile. Ci affacciammo
al loggiato del primo piano dove erano poste le camerate e
un enorme carro armato, dopo aver abbattuto il portone
della caserma si trovava già al centro del cortile
coi cannoni minacciosamente puntati verso di noi. Dall'alto
della sua torretta un mitragliere brandeggiava la sua mitragliatrice:
soldati tedeschi armati di tutto punto erano già appostati
dietro le colonne del loggiato del cortile. Rimanemmo esterrefatti:
non avremmo mai creduto ad una fine simile. Un altoparlante
ci invita ad arrenderci
e che possiamo fare??! Faccio
del mio meglio per rincuorare i miei compagni: io sono un
esperto in materia. Ho già provato in Libia questa
esperienza! Seguendo il mio consiglio ci riempiamo ognuno
una borraccia d'acqua: non si sa mai. Scendiamo le scale quasi
pungolati dalle baionette inastate dei nostri ex "alleati".
Nel giro di mezz'ora la caserma è vuota e veniamo tutti
ammassati e fatti inginocchiare al centro della Piazza d'Armi
antistante. Siamo un migliaio circa: gli ufficiali sono tenuti
in disparte. I capi tedeschi parlottano tra di loro, ma nulla
ci viene comunicato. Ora sono due i carri armati che puntano
le armi contro di noi. Le bocche delle mitragliatrici ci tengono
sotto tiro. Il lento brandeggiare di queste armi accresce
in noi l'angoscia e l'incertezza del nostro destino. Ad un
tratto un rombo alto nel cielo attira la nostra attenzione.
Su, altissimo nell'azzurro, fra alcuni cirri bianchi, un ricognitore
americano passa lentamente alla ricerca di una preda. "Dio
mio! Fa che non ci veda: fa che quegli uomini lassù
pensino ad altro in questo momento! Se ci scorgessero, sarebbe
una carneficina quaggiù! In poco tempo potrebbero arrivare
su di noi altri aerei e
sarebbe finita per tutti".
Iddio ci ha ascoltati: il ricognitore americano si allontana,
ronfando, e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Il parlottare
dei tedeschi è finito: ora conosceremo il nostro destino.
Tutto avrei potuto immaginare ma non quanto fui costretto
ad assistere. La verità che sto per raccontare ha dell'incredibile.
Ancora oggi, a ripensarci, mi sembra di aver assistito ad
un film drammatico, un film dell'orrore che alla parola fine,
riportava tutto alla normale realtà della vita. Ed
invece
. Un ufficiale tedesco si avvicina al gruppo
degli ufficiali italiani, che nel frattempo erano stati posti
su un'unica fila di fronte, e si mette a contare: ogni dieci
uno viene fatto uscire e disposto da una parte. Non riusciamo
a renderci conto ancora di ciò che sta succedendo.
Alla fine della conta una dozzina di nostri ufficiali sono
riuniti contro il muro della caserma a sinistra del portone.
L'ufficiale tedesco col solito megafono si rivolge a noi ed
in uno stentato italiano, ma tragicamente comprensibile, ci
annuncia: "Soldati, per ordine dei vostri ufficiali,
voi avete fatto fuoco sulle truppe della Wermacht, uccidendo
un soldato del grande Führer; ebbene ora noi ci vendicheremo
fucilando i dodici ufficiali che sono stati scelti dalla conta
che ho fatto
". "Dio santo aiutaci", dico
fra me, "non può essere vero: questo è
un tragico gioco di adulti! In fin dei conti sono stati loro
i primi a sparare ad un nostro povero sergente che era andato
a parlamentare, e per di più disarmato!
Noi abbiamo
solo risposto ad una loro azione vigliacca!
" .
Ma non è un gioco! E' una realtà che ancora
oggi a distanza di oltre cinquant'anni mi fa accapponare la
pelle in un'angoscia struggente: Un cappellano militare si
avvicina al gruppo degli ufficiali prescelti a questo inumano
e drammatico sacrificio. Un crocifisso viene porto alle labbra
di questi poveri giovani
E' uno strazio: non si ode
un lamento, solo il mormorio delle preghiere del cappellano.
Un paio di giovani tenenti sono come svenuti: altri ufficiali
li sorreggono per le ascelle,
devono morire in piedi,
da eroi! È duro mostrare coraggio davanti alla morte
è comprensibile che un giovane non abbia coraggio di
morire così ingiustamente, (anche se ufficiale)
, senza una colpa plausibile. Ma è la guerra! "Questa
è la guerra?!" mi domando. "No, questo è
un assassinio di massa". Ma ecco che due baldanzosi soldati
tedeschi si portano davanti ai dodici ufficiali imbracciando
ognuno una "machine pistole". L'allucinante scena
che si svolge davanti ai nostri occhi sta per raggiungere
il culmine della tragedia. L'angoscia che grava su tutta la
piazza è totale. Ognuno di noi ha gli occhi sbarrati,
qualche lacrima sta per inumidire le nostre guance. È
terribile! Il "film" prosegue. Ad un tratto un commando
rompe il silenzio totale che si era formato: alcune secche
raffiche lacerano l'aria
un grido uno solo sgorga dal
petto di un giovane ufficiale: "Viva l'Italia"!
E tutto ripiomba nel più tragico silenzio. Come marionette
a cui vengono improvvisamente recisi i fili, i dodici ufficiali
crollano a terra senza lamento. Noi tutti cerchiamo di coordinare
le idee: cerchiamo di uscire dall'allucinante situazione
ma non è ancora finita. Come si conviene all'abile
regia di qualsiasi film dell'orrore, ecco che un ufficiale
tedesco si avvicina al gruppo informe dei morti
estrae
dalla fondina una Mauser e si accinge a dare il colpo di grazia
a quei poveri corpi. Uno, due
tre
sette, otto
quando si abbassa per colpire alla nuca uno degli ultimi poveri
ufficiali
ecco che all'improvviso questo si alza, miracolosamente
indenne, e di scatto si dirige correndo verso il gruppo degli
altri ufficiali italiani che la fortuna aveva salvato da una
tragica conta, (e che nel frattempo erano stati caricati su
degli autocarri) gridando: "Vengo con voi
vengo
con voi
!", ma il boia inflessibile con la sua Mauser
alza il braccio e puntandola in direzione del povero
redivivo lo colpisce al volo come si colpisce un beccaccino,
con un solo colpo, abbattendolo sullo slancio verso una speranza
di una improbabile salvezza. In quel momento, sono certo,
la maggior parte di noi stava pensando che anche il nostro
destino era segnato. Alcuni sottufficiali italiani si stavano
strappando i gradi nel timore che dopo gli ufficiali toccasse
a loro la stessa sorte. Ricordo di un maresciallo che era
accosciato davanti a me e mi pregava di aiutarlo poiché
non riusciva a togliere i gradi dalle spalline. Era logico
ed umano
dopo quanto avevamo assistito, l'eroismo poteva
essere soltanto materia di una descrizione di romanzi. Il
parlottare dei tedeschi, che era ripreso, è cessato,
ed ecco il solito ufficiale con megafono che si rivolge a
noi. Si sta per decidere la nostra sorte. Pollice verso?
"Soldati"- dice -"ora voi potete raggiungere
le vostre case"
ma è vero quello che sento?
" ad un nostro ordine a gruppi di quattro alla volta
vi allontanerete da questa piazza
", e così
fu
Testimonianza diretta di Ugo
Tebaldini, sottufficiale di stanza a Nola. Da "Tra i
reticolati" - 1996, letta da Antonio Balletta durante
il convegno.
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